Articolo di Giannozzo Pucci su Diorama letterario
Sono dieci anni che non partecipo ad una
Assemblea nazionale, e non mi sono mai iscritto ai verdi da quando a
Trani l'assemblea della Federazione delle Liste Verdi decise di
rinunciare al suo statuto confederale e scegliere la forma partito
unificandosi con i Verdi Arcobaleno.
Quella decisione non fu una semplice sconfitta
politica, ma la modifica dei connotati fondamentali del movimento
ecologista come presenza elettorale.
Avendo vissuto quell'episodio dal di dentro, ricordo
che, mentre avveniva, pensai che la degradazione dei verdi in partito
radical-diessino, impegnato a rincorrere gli effetti dell'inquinamento
industriale, senza sfiorarne le cause filosofiche, politiche ed
economiche, era necessaria allo stesso sviluppo delle tematiche
ecologiste. Un partito verde egemonizzato da altre filosofie e
impotente ad attirare le energie più sensibili del paese, avrebbe fatto
emergere le istanze ecologiste in altri ambiti e direzioni.
Dopo dieci anni qualcosa dell'impressione di allora
si è realizzata. Innanzitutto la ovvia crisi del partito e poi
l'emergere negli ambiti più diversi di riflessioni ed esigenze del
pensiero ecologista. Abbiamo toccato con mano la non traducibilità
della novità ecologica nelle categorie della politica in assenza di un
legame con la teologia, con l'etica e con le più antiche tradizioni
della nostra civiltà.
Negli stessi 10 anni è cambiato il panorama della politica italiana.
Allora restava una qualche autorevolezza alle
ideologie politiche marxista, liberale, alla destra legata all'eredità
del fascismo e persino al mondo cattolico come bacino di voti e
reticolo sociale, anche se oramai senza identità. Ma la quasi totalità
degli uomini che militavano in queste scuole di pensiero era stata
profondamente affascinata e convertita dalla degenerazione morale che
il nostro popolo ha subito dagli anni '60 in poi col diffondersi dei
consumi e dell'edonismo di massa. Nel 1990 sopravvivevano ancora, nelle
pieghe delle pubbliche amministrazioni, i resti di quella particolare
visione politica italiana sviluppatasi nell'area di governo per merito
di una parte del mondo cattolico, a partire dalla costituente, e
sconfitta verso la metà degli anni '60 con l'uccisione di Enrico Mattei
(1962), la fine del governo Fanfani (1963), la morte di Ezio Vanoni
(1964) e la definitiva conclusione dell'esperienza di La Pira come
Sindaco di Firenze (1965).
Queste quattro personalità erano state fra i
pilastri strategici dell'unico disegno italiano che ha veramente inciso
nel mondo e che comprendeva, all'interno, la difesa delle piccole
attività economiche e lo sviluppo della piena occupazione tramite gli
investimenti pubblici: una reinterpretazione italiana della politica
economica di Keynes, e in politica estera il contributo all'autonomia
dei popoli del sud del mondo, a partire dall'area mediterranea,
aiutandoli a partecipare da sovrani allo scambio internazionale
attraverso un pagamento più equo delle loro ricchezze naturali e la
lotta ai profitti iniqui delle multinazionali dell'energia.
La debolezza del programma fu l'aver accettato
acriticamente l'industrializzazione, cioè il modello produttivo e
tecnologico congeniale al capitale finanziario internazionale, dando un
contributo sostanziale alla diffusione di massa in Italia del
consumismo. Ma questi stessi uomini avevano avuto anche il merito di
rilanciare a livello filosofico e pratico l'importanza della comunità e
del lavoro autonomo come garanzia della libertà delle persone, insieme
alla deontologia governativa di difesa delle attività economiche più
deboli e umane, valori tipici della millenaria tradizione cattolica.
Nel 1990, le partecipazioni statali e un residuo di
politica estera italiana nel Mediterraneo e nell'est a favore dei paesi
meno fortunati esistevano ancora insieme a leggi e regolamenti
nazionali a favore delle piccole attività agricole e artigianali. Il
sistema elettorale proporzionale garantiva una dimensione parzialmente
comunitaria anche nella vita istituzionale, congeniale col nostro
carattere. Oggi tutto ciò non esiste più. La disgregazione dell'Unione
Sovietica e Tangentopoli hanno spazzato via non solo l'autorità delle
ideologie ottocentesche ma anche i residui migliori del progetto
politico dell'Italia anni '50. Resta in piedi una forma di liberismo
radicale, da "si salvi chi può", di rivendicazione di puri diritti, il
più congeniale col costume edonistico consumista e con gli interessi di
quella finanza internazionale che ha beneficiato della svendita delle
migliori aziende pubbliche italiane.
L'entrata in scena del problema ecologico ha
introdotto però, indipendentemente dal comportamento delle
rappresentanze parlamentari verdi, un elemento di sostanziale
discontinuità rispetto ai dogmi dell'illuminismo. Lo ripeto più
esplicitamente. Anche se gli eletti verdi nelle istituzioni fossero
stati tutti sudditi delle filosofie marxiste o radicali, la crisi
ecologica da sola spazza via i postulati fondamentali di quelle
ideologie e dell'approccio scientifico alla realtà, riproponendo per
l'interpretazione del mondo la maggiore consistenza delle antiche
tradizioni greco-romane ed ebraico-cristiane.
La scienza moderna è derivata da un principio di
indifferenza della natura come fonte di norme materiali e morali per la
condotta umana, sostituita dalla ragione come unica garanzia di verità
e dallo stato come unica legittima fonte normativa.
Il problema ecologico è la prova inoppugnabile che
la ragione da sola non produce verità o scoperte al di là del bene e
del male e che la natura è più ricca di quanto qualsiasi teoria
scientifica sia in grado di comprendere, mentre gli stati hanno
prodotto molte leggi illegittime perché in contrasto con i diritti
fondamentali dei popoli e con le leggi di natura.
Tutte le ideologie politiche post-illuministe
(liberalismo, marxismo e fascismo) hanno condiviso la stessa fede nella
forma produttiva industriale come progresso assoluto, capace cioè di
rispondere ai principali bisogni umani con l'abbondanza di beni di
consumo e attraverso la trasformazione della natura in materia prima
per il processo produttivo tecnologico. Il movimento luddista, l'unica
forma di lotta di lavoratori che volevano continuare come artigiani ad
essere padroni degli strumenti di produzione e della libertà di lavoro
e perciò si opponevano al tipo di macchine che li avrebbero trasformati
in proletari, fu sconfitto da uno stato che scelse contro la libertà
del lavoro con l'approvazione contemporanea o successiva di tutte le
parti politiche dalla destra alla sinistra. La differenza fra loro ha
riguardato solo i modi per garantire la distribuzione delle merci ma
non la forma industriale.
Destra e sinistra sono sempre andate d'accordo anche
nel riconoscere cittadinanza politica solo agli individui da una parte
e allo stato dall'altra; perciò tutte le aggregazioni tradizionali, le
comunità familiari, di villaggio, di mestiere ecc. dovevano essere
soppiantate dallo stato o da organizzazioni ad esso somiglianti o
preparatorie, come i partiti, i sindacati ecc. La riscoperta
dell'importanza essenziale dei cicli ecologici porta con sé la
comprensione che la natura è un'universalità di esseri in comunicazione
fra loro e che questi legami e rapporti sono il contenuto della libertà
personale.
Il modo di produzione industriale, che distrugge i
legami comunitari, trasforma tutti in individui e tutto in merci, è
intrinsecamente nemico di una dimensione ecologica, non può essere
convertito, ma va gradualmente espulso e ridotto entro limiti etici che
savaguardino la natura contro la trasformazione in tecnologia.
Anche la democrazia politica di massa, se non
rispetta il principio di sussidiarietà, trasforma tutti in individui
isolati ed inermi davanti allo stato e ai grandi gruppi economici, e
anche se trova il modo per consultare ciascuno con un referendum al
giorno, i cittadini saranno ostaggi inermi di un meccanismo che li avrà
allontanati dall'ambiente comunitario essenziale alla formazione della
loro volontà all'interno di una tradizione civile e culturale capace di
collegare tale volontà con i valori delle generazioni passate e future.
La falsità dei dogmi delle filosofie illuministe che
sostengono l'economia consumista è sotto i nostri occhi, consideriamone
alcuni.
1. La ragione umana è l'unica arbitra del vero
e del falso, del bene e del male; essa è legge a se stessa e colle sue
forze naturali basta a procurare il bene degli uomini e dei popoli.
Abbiamo sotto i nostri occhi l'evidenza che
la ragione umana è irragionevole, perché quasi sempre usata per gli
interessi più egoistici, e perciò incapace da sola di fare il bene
degli uomini, se non è usata entro i confini obbligatori delle leggi
naturali.
2. Lo stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un certo suo diritto del tutto illimitato.
Ciò è falso sia di fatto, in quanto esistono
forze economiche che in certi campi prevalgono sugli stati, sia di
diritto perché i diritti originari e le tradizioni morali riconoscono a
ogni persona e alla comunità di cui fa parte un valore e una dignità di
cui lo stato deve essere garante e servitore.
3. Non sono da riconoscersi altre forze da
quelle che sono poste nella materia, ed ogni disciplina ed onestà di
costumi devesi riporre nell'accumulare ed accrescere in ogni modo la
ricchezza e nel soddisfare le passioni.
I disastri provocati da questo dogma sono
evidenti non soo nella diffusione della droga e delle malattie
psichiatriche, ma nell'edonismo di massa che sta distruggendo il
pianeta e la civiltà.
4. Il diritto consiste nel fatto materiale e
tutti i doveri degli uomini sono un nome vano e tutti i fatti umani
hanno forza di diritto.
E' il dogma del diritto del più forte che
pone tutti in guerra contro tutti e distrugge i valori più alti della
civiltà che emergono solo col tempo e nella pace, cioè quando ogni cosa
ha il suo giusto posto, come nei cicli naturali. Il diritto nasce da un
dovere compiuto e sono illegittimi quei diritti che comportano la
sottrazione della capacità di autonomia economica/alimentare di altri
popoli e la degradazione della natura.
5. L'autorità non è altro che la somma del numero e delle forze materiali.
I valori supremi di una civiltà non sono
stabiliti dalla maggioranza di una sola generazione o dall'influenza di
organizzazioni economiche per grandi che siano ma da principi
fondamentali che hanno fondato la cultura e la civiltà di un popolo per
millenni e che nessuna maggioranza politica può violare, fra questi c'è
il rispetto degli equilibri naturali come limite invalicabile delle
attività umane.
I cinque dogmi illuministi qui denunciati coincidono con cinque articoli condannati dal Sillabo di Pio IX.
Certamente fra gli altri 75 articoli del Sillabo ve
ne di non condivisibili, mentre la principale finalità dello stato
uscito dalla rivoluzione francese, cioè la tutela dei diritti dell'uomo
è un valore irrinunciabile che rappresenta anche l'evoluzione degli
statuti di alcuni comuni medioevali che ponevano le basi del suffragio
universale ricavandolo dalla concezione cristiana del valore della
persona (per S.Tommaso d'Aquino i magistrati dovevano essere eletti ab omnibus et ex omnibus).
Ma esistono limiti oltre i quali i diritti individuali diventano lesivi
di se stessi? Esiste una siepe giuridica naturale che definisce i
confini della libertà individuale e che pone un limite insuperabile
all'autorità dello Stato costituendo garanzie inviolabili per la
coscienza, la vita, l'attività, gli averi e gli usi di ogni persona
umana e della comunità di cui fa parte?
Tutte le tradizioni giuridiche riconoscono i diritti
imprescrittibili e inalienabili di trarre direttamente ed
equilibratamente dalla natura il necessario per rispondere, attraverso
il proprio lavoro, ai bisogni fondamentali di cibo, riparo, energia,
strumenti, salute di ogni essere umano. Si tratta di diritti personali
ma che possono essere esercitati principalmente in quanto membri di una
comunità residenziale, in quanto richiedono il rispetto di un ordine
unanimemente condiviso da cui dipende la vita di tutti e che esige la
sostenibilità dei comportamenti privati e pubblici.
Questi diritti, chiamati tecnicamente anche diritti
civici, sono prioritari rispetto alle costituzioni degli stati e
rappresentano il modello di confine sia rispetto ai diritti individuali
che all'invadenza dello stato. Non a caso la madre di tutti gli
inquinamenti e della degradazione ecologica moderna è stata proprio,
come ha dimostrato Ivan Illich, la distruzione dei diritti comunitari
sulla natura e la trasformazione di questa in risorsa per le imprese
agricole che ha promosso la nascita delle industrie nelle città.
La crisi ecologica impone la necessità di
distinguere nettamente i legittimi diritti delle persone da quelli che
passano per diritti individuali e riguardano invece individui o società
dotate di poteri economici, tecnologici o di comunicazione di massa a
cui nessuna persona comune può accedere nella sua vita e che perciò
devono rispettare criteri essenziali di servizio ed etica pubblica.
Il pensiero ecologico mette in questione la libertà
scientifica e di ricerca nel campo delle manipolazioni genetiche,
dell'energia nucleare e in tutti quelli che mettono a rischio la
qualità di vita di tutti e i valori fondamentali della nostra civiltà.
Un benessere che derivi da un danno grave alla
natura o da un rischio di tale danno non potrà mai essere un diritto né
civile, né individuale, né statale, perché le sue conseguenze
porteranno sempre un danno anche alle comunità umane. Perciò è evidente
l'esigenza di un'autorità morale a cui riferirsi, dopo la destituzione
dei dogmi illuministi, per permettere la rinascita della nostra
civiltà.
Tale autorità non può coincidere con lo stato, lo
stato etico è un'aberrazione perché non è lo stato la fonte etica,
anche se le leggi che non rispettano la morale di una civiltà operano
per la sua distruzione e legittimano l'obiezione di coscienza contro di
loro. L'ordine etico della nostra identità civile è nascosto dalla
diffusione degli illimitati diritti individuali che impregnano a tal
punto di sé il disordine costituito da allontanare persino l'idea di
una morale comune. Eppure se non siamo capaci di riscoprire e applicare
la nostra etica comunitaria non saremo nemmeno capaci di capovolgere il
processo di degradazione della natura e della società. Infatti, sul
piano materiale e amorale la gerarchia delle finalità contempla sempre
al primo posto l'utile immediato di ogni individuo anche se lesivo dei
valori comuni.
Dove guardare per ritrovare i fili della nostra etica comunitaria?
"Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e
questo è forma che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggiono l'alte creature l'orma
De l'etterno valore, il quale è fine
Al quale è fatta la toccata norma."
(Paradiso I, 104-108)
La natura intesa come orma di Dio non si trova solo in Dante, ma per S.Tommaso "Lo stesso ordine esistente nelle cose create da Dio manifesta l'unità del
mondo. Il mondo infatti si dice uno per l'unità datagli dall'ordine
secondo il quale le cose sono ordinate le une alle altre." (Summa Teologica I, quest.47 art.3)
. S.Ildegrada di Bingen definisce la natura il quinto vangelo.
La crisi ecologica prova la verità della tradizione
comunitaria a cui la filosofia medioevale fa riferimento come
universitas, cioè il motivo greco e poi cristiano della comunità "per
natura", come corpo sociale, spirituale e materiale insieme di cui i
singoli individui sono parti inseparabili. Questa concezione è stata
tradotta nella realtà moderna dai pensatori cattolici come Mounier e
Maritain che hanno ispirato anche la Costituzione Italiana. Ma le nuove
consapevolezze portate dal problema ecologico dimostrano l'importanza
della tradizione etica ebraico cristiana per la riformulazione di un
ordine morale, culturale, politico, economico e giuridico che orienti
la nostra società alla simbiosi con la natura.
L'unico grande movimento politico di questo secolo
che, in una tradizione diversa dalla nostra, ha avuto ispirazioni
etico-comunitarie paragonabili a quelle necessarie ai verdi è il
movimento del Mahatma Gandhi. Espungere da tale esperienza la
nonviolenza intesa solo come tecnica di lotta politica, significa
stravolgerne il senso.
L'impotenza principale dei partiti verdi a costruire
un nuovo ordine sociale è derivata dall'aver seguito i passi dei
rivendicatori marxisti, fascisti o radicali, che si sentono sempre la
coscienza a posto e si muovono come l'angelo vendicatore. I colpevoli
sono sempre altri e gli errori sono sempre altrove. La debolezza degli
ambientalisti è stata di credere e far credere che sia soprattutto la
produzione a provocare la degradazione dell'ambiente. Il consumo che
sostiene la produzione è raramente considerato un errore, al massimo
una debolezza umana compatibile e da accettare. L'ideale di un
ambientalista è stato di riuscire a imporre restrizioni alla produzione
senza gravare la coscienza dei consumatori. Ma oggi tutti i consumi
sono stravaganti e consumano la terra, perciò siamo tutti colpevoli.
La forza morale del movimento gandhiano si è
sviluppata quando è riuscito a ricollegare gli obbiettivi politici coi
valori della tradizione provocando il rifiuto di massa del consumo di
prodotti dell'industria tessile inglese e la rinascita delle economie
comunitarie dei villaggi rurali.
Un movimento politico fondato sulle ideologie
ottocentesche non potrà mai arrivare a qualcosa di simile, potrà al
massimo ottenere pezzi del potere che sta nel palazzo, ma non suscitare
il potere degli esseri umani come membri della comunità ecologica.
Il partito verde si è assunto il compito di spazzino
della società industriale avanzata come se l'ambiente fosse la
sovrastruttura della produzione tecnologica, e occupandosi di
obbiettivi specializzati (i rifiuti, le acque ecc.) ha diffuso l'idea
che sia possibile rimediare agli effetti lasciando intatte le cause e
perciò diffondendo la convinzione della propria subordinazione e
inutilità.
Sia i partiti politici ottocenteschi di sinistra che
di destra sono indissolubilmente legati all'industrialismo e perciò
inadeguati a comprendere una visione ecologica.
La collocazione dei verdi è al centro, non come
mediazione fra destra e sinistra o ago della bilancia neutro sbattuto
da altre filosofie, ma come terza via non riconducibile alle categorie
della conservazione, del progressismo o della globalizzazione, ma a
quelle della tradizione, della comunità e delle future generazioni.
Al centro della politica italiana c'è la croce
tombale della Democrazia Cristiana conseguenza della sua incapacità per
troppo tempo di incarnare e attualizzare la tradizione etica del
cristianesimo nel ruolo contemporaneo dell'Italia. Questa fine,
arrivata dopo un ventennale processo di disfacimento del mondo
cattolico, invaso e conquistato dalle idee marxiste e radicali, ha
lasciato un vuoto. I verdi da soli non possono colmarlo, ma possono
farsi promotori, insieme alle forze vive del volontariato e della
cultura cattolica di una revisione del Codice di Camaldoli che serva da
base di un nuovo progetto politico sulla base delle esperienze maturate
nell'ultimo mezzo secolo.
Alcuni temi di un simile progetto politico potrebbero essere:
- In occasione della revisione della Carta
Costituzionale, introdurre con maggiore enfasi i principi personalisti
e comunitari prevedendo la rinascita dei diritti civici e la
semplificazione legislativa. La reintroduzione del sistema
proporzionale (puro, con premio di maggioranza o con sbarramento poco
importa);
- La rinascita di una politica economica
neokeynesiana con interventi pubblici, incentivi e liberalizzazioni
finalizzate a una forte deproletarizzazione del lavoro;
- Il ritorno alla terra e la ricostruzione del
mondo rurale anche attraverso l'acquisto di terre ai demani da
concedere in uso come riequilibrio dell'economia e della salute dei
cittadini attraverso una parziale autarchia alimentare a livello
regionale per le derrate strategiche e l'abolizione di ogni forma di
dipendenza dell'agricoltura dall'industria, vietando ogni inquinamento
chimico di sintesi dall'agricoltura italiana che ne qualificherebbe i
prodotti a livello internazionale;
- Liberalizzazione, detassazione e copertura
assicurativa pubblica dell'apprendistato nelle attività artigianali che
non producono inquinamenti;
- Sviluppo di nuove partecipazioni statali nel
settore delle energie rinnovabili e delle iniziative per la riduzione
delle emissioni di anidride carbonica come uno degli obbiettivi
principali della ricerca.
- Nella politica estera la nuova politica
interna può mettere il nostro paese in condizione di assumere
pienamente il suo ruolo di aiutare dei popoli svantaggiati a liberarsi
dai ricatti del commercio internazionale, costruendosi un'economia
autosufficiente in campo energetico e alimentare. In questa chiave è
necessario riprendere la politica italiana degli anni 50-60 per la pace
e la collaborazione dei popoli nell'intera famiglia umana.
La potenza economica non basta a dare a un paese il
guida nel mondo. Gli Stati Uniti d'America per diversi decenni hanno
messo la loro forza economica al servizio di un progetto di libertà,
democrazia e benessere che è apparso a molti come il più avanzato e
rispondente alle aspirazioni umane alla felicità.
Gli ultimi eventi che dal GATT hanno portato
all'Organizzazione Mondiale del Commercio fino al mancato accordo di
SEATTLE stanno intaccando il fascino del sogno americano e fanno
emergere il sostanziale romaticismo e illusorietà di un tipo di
benessere settoriale fondato sullo sfruttamento della natura e di masse
sempre maggiori di popoli affamati.
Gli emigranti che, dopo aver conosciuto il benessere
dei paesi ricchi, ne sentono la miseria culturale e ritornano a casa
per un bisogno di comunità e identità, sono le avanguardie della
comprensione di un modello di benessere, libertà e democrazia capace di
essere tale per tutti i popoli e che sgorga dalle tradizioni più
radicate dello spirito europeo, di cui la lettera di Jean Giono ai
contadini per la povertà e la pace è uno dei tanti monumenti.
I manifesti pubblicitari dicono che mettere nelle
mani delle multinazionali il commercio di tutti i prodotti della terra
coincide con una maggiore solidarietà fra i popoli. Simili slogan
illusionisti sono fragili perché nascondo una realtà opposta. Il nuovo
progetto politico del centro cattolico e verde deve contenere un
disegno di commercio internazionale della stessa ispirazione di quello
che Enrico Mattei perseguì per il petrolio.
Ora è possibile rovesciare sulla visione illuminista
di progresso tutte le accuse di ritorno al passato con cui ha
bombardato le filosofie cattoliche, gandhiane ed ecologiste nell'ultimo
secolo.
Non c'è una famiglia italiana che non abbia qualcuno
dei suoi cari morto per cancro. La diffusione della droga fra i giovani
è devastante. Investire la società italiana col l'obbiettivo di
ricostruire il suo mondo rurale insieme alla basi stesse della sua
civiltà è un messaggio di rinascita che vale la rinuncia al modello
consumista per prendere la strada di un'economia stabile, comunitaria,
basata sulla giustizia e sulla solidarietà.
Giannozzo Pucci