Leonardo Tirabassi
Il momento della discontinuità


Politica estera italiana dopo l’11 settembre e nuova situazione internazionale
Da Ideazione, Novembre - Dicembre 2002


Durante la Guerra Fredda la politica estera italiana è stata contraddistinta, in primo luogo, dalla scelta di un preciso schieramento, quell’occidentale dell’alleanza con gli USA, e parallelamente, come secondo aspetto, da un movimento centrifugo di azioni autonome ispirate da tre elementi: la mancanza di materie prime, un occhio attento ai rapporti Nord-Sud ed in modo particolare al Mediterraneo ed il desiderio di procurarsi nuovi sbocchi di mercato; tutti fattori che hanno fatto sì che la politica estera assumesse posizioni di simpatia verso il mondo arabo a partire dall’opposizione nel 1951 a votare la condanna del governo egiziano da parte delle potenze occidentali.

Questa autonomia di movimento derivava non solo da una indipendenza di giudizio della situazione internazionale che si ispirava a principi non più neocoloniali, ed era guidata dal perseguimento di interessi economici nazionali, ma era resa possibile perché la stessa collocazione geopolitica che l’Italia aveva nel patto atlantico, le permetteva d’interpretare il proprio con ampi margini di movimento, senza pagare nessun prezzo (anzi lucrandoci) e senza operare scelte draconiane.

In terzo luogo, la politica estera si è espressa entro la cornice di istituzioni collettive dall’ONU, alla NATO alle varie concretizzazioni storiche della Comunità Europea.

Con la caduta del muro di Berlino, questi tre pilastri o sono venuti a mancare o hanno cambiato fisionomia. Per dieci anni si è faticato a riconoscere trasformazioni politiche profonde anche perché esse si andavano a sommare e fondere con altri cambiamenti che nel frattempo si erano affacciati sulla scena mondiale. Si pensi alla globalizzazione, alla rivoluzione tecnologica, al boom della e-economy. Non è facile confrontarsi con il nuovo, riconoscerlo e dotarsi di strumenti di analisi e sintesi appropriati quando i parametri ed il punto di osservazione da cui si era soliti osservarlo non sono più gli stessi. Non si tratta soltanto di aprire la finestra e vedere che il tempo è cambiato; si tratta anche di riuscire a percepire ed elaborare, in un quadro radicalmente mutato, in un nuovo contesto geopolitico e strategico, trasformazioni sociali ed economiche di portata epocale.

In questo senso l’11 settembre rappresenta un trauma drammatico ai sogni della possibilità di un “nuovo ordine mondiale” scevro da minacce militari, raggiungibile con poco impegno e costi, magari attraverso lo sviluppo “naturale” della globalizzazione o l’incremento di procedure giuridiche sopranazionali. Al Qaida rappresenta la fine dell’illusione dell’occidente a considerare la propria visione del mondo, i propri valori al centro dell’universo; terrorismo, concezioni e sensibilità culturali diverse degli stati, eclatante a questo proposito è stata la conferenza ONU di Durbhan in Sud Africa con la condanna di Israele che ha dimostrato “l’inesistenza di una memoria collettiva” (Alessandro Colombo, Il contesto internazionale dopo l’11 settembre in L’Italia e la politica internazionale, pag. 23, Bologna 2002) e condivisa degli organismi internazionali, cambiamenti di scenario con conseguente, globalizzazione. Questi sono alcuni dei temi dell’agenda internazionale.

Ecco che, nel nostro paese, gli schemi passati producono letture stantie della realtà attuale e scelte non all’altezza del presente e di una logica della ricerca dell’interesse nazionale “bipartisan”, con il risultato di ridurre il dibattito sulla politica estera a una bega da cortile che impedisce il confronto su cosa significhi la fine della Guerra Fredda al ritmo accelerato degli avvenimenti del mondo moderno. Davanti ad iniziative brillanti e tempestive come la comprensione immediata della necessità di schierarsi a fianco della Nazione americana, l’apertura della Nato alla Russia portata avanti da Berlusconi e la proposta di un Piano Marshall per il Medio Oriente; davanti alla scelta di Ferrara, per parlare di posizioni spiazzanti a livello di eventi, di scendere in piazza per l’American Day (a cui bisogna aggiungere l’Israele day) si è assistito ad uno stentato dibattito pubblico e alla ripetizione di luoghi comuni.

Si potrebbe credere che questa miopia sia tipica della sinistra di origine comunista perché ancora fortemente segnata da una lettura ideologica delle cose del mondo e contraddistinta, oggi, da un anti americanismo poco politico e molto intriso di moralismo; si potrebbe credere che la difficoltà di adattamento sia anche caratteristica di un certo mondo cattolico ispirato ad un terzomondismo pauperisico (di derivazione ereticale?) anch’esso comunque lontano dalla “autonomia del politico”, ma non è solo questo. Fenomeni vecchi si accompagnano a sentimenti nuovi con il risultato di agitare le acque, confondere le idee ed inquinare le coscienze non solo di alcuni vecchi militanti ma anche di mezza Europa che non ha niente a che fare con l’ex PCI. Anche se in questo ultimo caso ai difetti citati si assomma una disinvoltura, ormai cieca e segnata da pure logiche interne che niente hanno a che fare con la “doppiezza” togliattiana, che rende le posizioni da esso assunte caricaturali: non si può invocare l’appoggio dell’ONU per una missione già votata dal parlamento italiano – si veda il recente dibattito parlamentare sull’invio degli alpini -quando non si è avuto nessun problema con D’Alema Presidente del Consiglio a bombardare Belgrado. “L’attacco delle forze Nato era stato compiuto in violazione sia degli art. 5 e 6 del trattato istitutivo del patto atlantico, sia in violazione della Carta dell’ONU, poiché era mancata qualsiasi autorizzazione all’uso della forza da parte dell’unico organo competente a fornirla, il Consiglio di sicurezza (art.24 e 42), così come era mancata una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali (art.1)” (Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni internazionali 1918-1999, Roma-Bari 2001, pag. 1376).

Il motivo centrale di queste contorsioni intellettuali è però tipico anche di raffinati burocrati europei e di scienziati della politica liberi da impegni e costrizioni politiche per il raggiungimento del consenso. Secondo le parole di Nicole Gnesotto, direttrice dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza (ISS), agenzia autonoma dell’Unione Europea con sede a Parigi, la differenza tra percezioni USA e quelle della maggioranza dell’opinione pubblica e degli opinion leaders dei paesi della Comunità Europea risiedono in un differente approccio ai problemi della sicurezza, ancorati secondo gli europei a tre fondamentali principi, dal sapore di fondamenti ontologici. La precedenza della politica sopra la sicurezza militare, la ricerca del negoziato e del compromesso come regole fondatorie del gioco internazionale e il rifiuto di permettere a qualsiasi stato di considerarsi e di agire sopra il diritto internazionale (Chaillot Paper 52 –Maggio 2002, Prefazione a Julian Lindley-French , Terms of Engagement – The paradox of American power and the transatlantic dilemma post 11 September, pag. 5). Da questi presupposti assunti come definitivi, e dalla forte connotazione di scelta morale, discende, a mo’ di conclusione, la percezione della recente politica USA come contraddistinta da unilateralismo e da super militarizzazione.

Non si tratta di esser d’accordo supinamente e sempre con le scelte dell’alleato di oltre oceano; non si tratta delle legittime osservazioni e differenze di analisi: è che le preoccupazioni per i comportamenti americani vengono nei critici europei prima dell’analisi della nuova situazione che si è aperta dopo l’11 settembre, cioè non avvengono alla luce delle conseguenze della caduta del muro. Il risultato è semplicemente distorto. Mentre gli europei hanno sotto le lenti del microscopio le scelte politiche della potenza USA, gli americani hanno nel mirino il terrorismo.

Con il documento del settembre 2002 dedicato a The National Security Strategy of the United States of America, la Casa Bianca disegna una strategia coerente e articolata della sua politica estera incentrata alla lotta al terrorismo; se a questo documento si assomma la riflessione sulla sicurezza militare – Quadriennal Defense Review Report del settembre del 2001” - dettante le linee d’azione della nuova politica militare, si ottiene la quadratura del cerchio: “un manifesto del nuovo potere globale” (Sergio Romano, Il Foglio, sabato 21 settembre 2002).

I punti salienti sono rintracciabili a partire dalle due formule retoriche usate da Bush all’indomani della strage: “guerra al terrorismo” e “colpire l’asse del male”. Con queste metafore si enunciavano due punti fondamentali: la riscoperta della dicotomia amico/nemico, riuscendo quindi a dare alla vischiosità difficilmente afferrabile del terrorismo un preciso centro territoriale. Troppe volte, dietro queste dichiarazioni, osservatori europei hanno voluto vedere solo il moralismo manicheo americano e non invece l’enunciazione popolare di una precisa strategia, svolta rilevata subito e giustamente da osservatori come Harvey Sicherman (Finding a Foreign Policy, Orbis, Spring 2002). Con l’attacco alle Torri Gemelle l’amministrazione Bush ha trovato una nuova mission che ispira la politica estera, allineando gli obiettivi secondo una precisa scala di priorità che crea nuove opportunità. Gli elementi chiave di questa politica vedono al centro l’obiettivo del terrorismo letto non in modo ideologico o religioso, ma come ciò che colpisce deliberatamente i civili e di conseguenza verrà considerato e trattato alla stregua di un nemico chiunque utilizzi questo metodo; il terrorismo è internazionale e non solo transnazionale, esso trova cioè alimento e sostegno all’interno di precisi stati cosiddetti “canaglia”; il fronte è dovunque e quindi politica estera ed interna si saldano; ogni paese deve essere costretto a scelte strategiche chiare. Queste posizioni partono dal presupposto, ben preciso e espresso in modo netto anche da Powell, che afferma essere la sicurezza dei cittadini degli Stati Uniti il primo dovere politico e morale di chi governa il paese; principio fondamentale da cui discende immediatamente un’altra conclusione. “Se gli altri paesi vogliono unirsi a noi è meglio; ma se le altre nazioni non ci stanno e per raggiungere questo scopo dobbiamo muoverci da soli, noi non deroghiamo dal principio per amore di consenso”. Cioè la sicurezza del proprio paese è un bene indivisibile e non trattabile. Davanti alla minaccia micidiale e concreta del terrorismo di Al Qaida, nel nuovo mondo unipolare e costretti a muoversi in un teatro estraneo alle alleanze militari formalizzate, istituzionalizzate e con meccanismi automatici di intervento, la Casa Bianca, considerata anche la propria assoluta capacità di muoversi autonomamente, ha dimostrato di voler seguire l’indicazione di Henry Kissinger secondo cui è tempo per gli USA di tornare a relazioni di sicurezza basate su interazioni tra stati e guidate da condizioni di interessi comuni.

Dalla natura della minaccia, il terrorismo internazionale, dai luoghi di provenienza del terrorismo a matrice fondamentalista islamica, dall’ importanza geopolitica degli stessi paesi asiatici, dalle caratteristiche distintive della propria potenza, dalla fine del bipolarismo, insomma dalla somma di tutti questi elementi gli USA hanno elaborato una politica estera ed una politica di sicurezza che si muove nell’epoca della globalizzazione e della rivoluzione informatica. Terrorismo, armi di distruzione di massa, stati canaglia, determinazione assoluta a sconfiggere il nemico, alleanze per obiettivi e a seconda delle aree sono tutti elementi che guidano la politica estera USA.

Concezione che arriva alla proposizione di un nuovo modello di impiego della potenza militare adeguato alle nuove crisi, sembra superando i limiti dell’uso della forza degli anni ’90. Il “modello Afgano” (Harvey Sicherman The Revival of Geopolitics, The Intercollegiate Review, Spring 2002) ha proposto un applicazione di quella strategia detta “Guerra virtuosa” (definizione di James Der Derian, Professore di Relazioni internazionali al Watson Institute for International Studies) elaborata in questi anni dagli strateghi del Pentagono come Cebrowski (capo ufficio dell’ Office for Force Trasformation al Naval War College) ed in grado di rispondere alla prima riflessione organica del pensiero strategico sulla guerra asimmetrica teorizzata e resa famosa dai Colonnelli Superiori dell’aviazione cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui in Guerre senza limiti (ora in traduzione italiana presso Libreria Editrice Goriziana, novembre 2001).

L’idea ispiratrice è che siamo davanti ad una nuova era segnata da una rivoluzione militare all’insegna dell’utilizzo delle nuove tecnologie che unite all’impiego di nuovi principi organizzativi producono trasformazioni profonde nel pensiero strategico; a questa conclusione sono arrivati sia il fondamentalismo islamico con Bin Laden, che i teorici militari delle potenze classiche come americani e cinesi, non a caso strateghi di quella cioè che attualmente è la super potenza e di quella che forse un domani vorrà insidiarla. Tale nuova dottrina della guerra e del potere, paragonabile alla rivoluzione napoleonica, si basa sull’accesso alle informazioni, sulla velocità del loro utilizzo, sulla sincronizzazione e velocizzazione della risposta e modelli organizzativi adeguati alla rivoluzione tecnologica e mutuati dai guru del management come Peter Drucker.

In un epoca di “guerre in tempo di pace”, per usare il felice ossimoro coniato da David Halberstam, caratterizzata dall’assenza quasi totale di guerre tra stati, la difficoltà per la superpotenza USA risiede proprio nell’impossibilità dell’impiego della sua immane forza in conflitti dove gli schieramenti sono diversi appunto per tecnologia disponibile, valori, culture strategiche, grado di accettabilità di perdite, di rischi e distruzioni (Generale Carlo Jean, Una Guerra asimmetrica, Ideazione.com, 25-1-02). La minaccia è appunto rappresentata dal possibile utilizzo di armi a basso volume, sia tecnologico che di costo, ma ad alto impatto in termini di vite umane, disponibili facilmente sul mercato; tutto il contrario di quanto avvenne con l’avvento dell’artiglieria, e in seguito dall’aviazione, che poteva essere posseduta solo dagli stati a causa degli altissimi costi.

Il “modello afghano” ha dimostrato la possibilità per gli USA (1) di saper costruire vaste alleanze internazionali; (2) di poter spostare in tempi rapidi forze ingenti in teatri lontani; (3) di riuscire a mobilitare ed impiegare forze locali a terra come l’Alleanza del Nord; (4) di disporre ed utilizzare contingenti di forze speciali addestrati in modo adeguato; (5) di poter impiegare in modo massiccio ma sempre più preciso l’aviazione. Sembra che per ora gli Stati Uniti siano riusciti a produrre interventi efficaci riducendo sia il rischio di elevate perdite tra la popolazione civile sia nell’ impresa di non subirne. Nella seconda Guerra Mondiale per colpire con il 90% di probabilità un obiettivo, occorrevano 9000 bombe, 1000 bombardieri con il rischio di colpire per lo meno 10.000 civili; oggi sono necessari un aeroplano, un uomo e una bomba (Steve Kettmann , “Tech Power Alters Wars Mission”). Insomma l’immagine della guerra afgana si potrebbe rappresentare come un mujadin a cavallo che guida per radio un bombardamento aereo da parte di un aereo senza pilota, comandato a sua volta da una qualche base americana. La nuova guerra afghana risulta essere una “guerra virtuosa , combinazione di nuove e vecchie forme di conflitto che includono: la retorica della guerra santa da entrambi lati; una guerra virtuale di network sia sui media che su internet; una guerra high tech di sorveglianza sui mari, negli aeroporti, nelle città e anche nelle nostre case; una sporca guerra di controterrorismo e contro insorgenze che usa campagne aeree e operazioni speciali limitate per eliminare la leadership ed intimidire i supporter del terrorismo” (James Der Derian, 19.11: Before, After and In Between, in Social Science Research Council / After Sept. 11, ww.infopeace.org). Il risultato raggiunto è tale da far pensare che gli USA siano riusciti ad articolare ed a graduare la forza, con azioni che comprendono anche azioni di state building e peace keeping superando le obiezioni sollevate più volte dagli europei (Lindley-French, in Chaillot Paper 52, op. cit, .pagg. 57-61). Il successo della Guerra afghana è evidente: si sono strette alleanze con i paesi dell’area Russia, Cina, India in prima linea contro il fondamentalismo islamico; il Pakistan è stato costretto a rompere i propri rapporti organici con Al Qaida e ha dovuto rinunciare ai suoi sogni di potenza locale; il conflitto Indo-pakistano ha subito, se non una ricomposizione, una brusca frenata.

Ma la Nuova Guerra costringe anche a rivedere gli assunti del diritto internazionale a causa delle necessità di offrire una risposta adeguata al dovere di difendere i propri cittadini in modo di essere in grado di far fronte alle nuove minacce. Ecco comparire la dottrina della pre emption, della risposta preventiva che parte da una considerazione intuitiva: siccome il terrorismo ha il vantaggio della scelta degli obiettivi, dei tempi e delle modalità dell’attacco, insomma ha dalla sua parte il vantaggio della sorpresa assoluta, anche noi dobbiamo attrezzarsi per questo e cioè vogliamo poter colpire quando “vediamo” il pericolo.

La conclusione che gli Stati Uniti ci mettono davanti al naso, con la proposizione di un nuovo “balance of power” , è per importanza forse uguale al disegno strategico elaborato negli anni ’50 da Paul Nitze con la fondazione generale della politica di contenimento strategico presentata nel famoso documento classificato “NSC – 68”, (Donald Kagan, Roles and Missions in America the Vulnerable. Our Military Problems and How to fix them pubblicata da Foreign Policy Research Institute, SIPRI 1999).

I circoli politici ed intellettuale liberal sia europei che oltre oceano hanno reagito alla nuova politica USA con difficoltà e affanno, stati d’animo che in Italia sono apparsi ancora più evidenti perché, come si diceva all’inizio, coperti da vecchie vernici ideologiche ormai scrostate. E quindi si sono sentiti, e ancora si sentono, i seguenti leit motiv. Nessun intervento al di fuori dell’ONU e del diritto internazionale! L’Europa infatti è portatrice di un principio diverso e più ampio di sicurezza, non ristretto alla sola sicurezza militare e non legato ad un singolo paese che si può riassumere nell’espressione sicurezza allargata e collettiva. Le uniche guerre possibili sono solo quelle che si ispirano a valori collettivi, e non meramente al bieco interesse nazionale, come appunto le cosiddette guerre umanitarie o meglio ancora gli interventi di peace keeping.

Non è difficile rispondere a queste obiezioni e l’hanno fatto egregiamente sia Robert Cooper (consigliere diplomatico di Tony Blair, di cui Ideazione ha pubblicato il saggio L’impero prossimo venturo) che Robert Kagan (si veda Potere e debolezza pubblicato a puntate sul Foglio a partire dall’8 agosto e adesso anche ripubblicato su Astenia, n° 18) in modo chiaro e intellettualmente stimolante. Ma si può ancora aggiungere qualcosa. Il punto saliente di debolezza delle posizioni europee risiede nel venire a ruota di quelle prodotte dalla Casa Bianca e quindi di non riuscire a disegnare una visone alternativa, e questa di per sé è una constatazione che in politica pesa come un macigno. Oltretutto, anche prese singolarmente, le posizioni del fronte europeo mostrano la corda.

L’ONU non è una fonte di principi morali che legittima la “guerra giusta”, novella Roma cristiana, né il luogo dove si definisce l’interesse generale del mondo; non si può confondere l’ideale con la realtà. Non si possono vedere le relazioni internazionali come il regno della morale e non più lo spazio amorale governato dagli interessi e dalle logiche di potere descritto e teorizzato da Hobbes, Machiavelli e Clausewitz. Sinceramente però non si può ritenere che la cinica Europa creda in questa marmellata di sentimenti e cada nel più bieco esibizionismo morale. Nel campo dell’uso della forza nelle relazioni internazionale e nel rapporto tra essa e diritto, vale quanto ha detto benissimo Cooper nel saggio Nel nome della Legge (Il Foglio, 12 e 13 settembre 2002). “La forza può essere legittima o illegittima; può essere saggia o folle; può essere o non essere al servizio degli interessi della comunità internazionale; ma le discussioni se essa sia legale oppure no..appaiono semplicemente una pedanteria accademica”.

Non solo, il mito dell’ONU sembra accogliere anche un’altra illusione: che sia cioè più importante, vero ed efficace il rispetto delle procedure – una deliberazione dell’Assemblea o del Consiglio di Sicurezza - che la sostanza, garantire la sicurezza. Quando gli USA vengono accusati di credere che la sicurezza sia solamente militare, gli europei cadono nell’errore opposto consistente nel ritenere che la sicurezza militare si possa diluire in quella allargata, con il risultato di confonder alleanze di “difesa collettiva” e alleanze di “sicurezza collettiva” (elemento notato con acume da John Hillen in un articolo dal titolo polemico e famoso Super Powers don’t Clean the Windows in America the Vulnerable, op. cit.). La prima è uno sforzo collettivo tra stati per difendersi contro minacce precise in una regione determinata con azioni prestabilite; le seconde prevedono la costituzione di un forum di discussione dove i partecipanti possono organizzare risposte cooperative ai vari problemi riguardanti la pace e la sicurezza. Mentre le missioni di sicurezza possono essere definite in modo ambiguo, di volta in volta, caso per caso, le missioni di difesa sono più coese, determinate e con obiettivi precisi e spesso, come insegna l’esempio della NATO, dispongono di meccanismi automatici di risposta; quest’ultime cioè descrivono in modo chiaro chi sia il nemico, cosa sia un’aggressione, quale siano le regole d’ingaggio e chi comanda. In Europa la sensibilità a questa differenza si è andata riducendo non solo nella opinione pubblica, ma anche nella cultura di governo e per due differenti motivi. In primo luogo, in accordo con Cooper, gli europei credono che il concetto di interesse nazionale post moderno, deciso tramite procedure democratiche, possa esser valido per tutto il quadro internazionale (Europe: the Post Modern State and World Order, New Perspectives Quarterly, Summer 1997). L’EU, in secondo luogo, non è più in grado di riconoscere e ragionare in termine di “interesse nazionale” perché abituata a considerare dato, fino a non vederlo più fino cioè all’ingratitudine, l’ombrello protettivo militare USA a partire dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra fredda; oggi l’Europa è un miracolo di convivenza pacifica grazie a sessanta anni di politica estera americana che, come afferma Robert Kagan in “Power and Weakness”, ha risolto per il vecchio continente il paradosso kantiano della pace assicurando la sicurezza dall’esterno.

Per quanto riguarda l’obiezione sull’inviolabilità della sovranità nazionale, si può controbattere, oltre a mettere sul tavolo le solite obiezioni sulla concezione della natura del diritto internazionale visto come qualcosa di definito storicamente e sulle trasformazioni e limitazioni che tale concetto ha subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che non si capisce perché se ad uno stato è lecito intervenire ex post, cioè dopo le stragi, in un’ altro stato straniero per salvare comunque delle vite non di propri cittadini, perché allora lo stesso stato non possa intervenire contro un altro stato per difendere dei propri cittadini prima che avvengano le annunciate e minacciate stragi di innocenti uccisi a tradimento!

La desolazione aumenta appena si guarda alla politica estera vera e propria della Comunità Europea, dove non si può far altro che constatarne il totale fallimento: Partenariato Euro Mediterraneo, intervento nei Balcani e relativa richiesta d’aiuto ai riluttanti americani, pace in Medio Oriente (Alessandro Colombo, op. cit.); se a tutto ciò si dovesse anche considerare l’impegno di spesa nel settore della difesa militare, non si potrebbe altro che constatare l’incoscienza e irresponsabilità dell’Europa della Terza Via e di Bruxelles.

Una volta fatta piazza pulita dalle velleità non realiste, si può e si devono segnalare alcuni pericoli che una politica di sicurezza affidata nelle mani di una sola super potenza comporta. Innanzitutto, il rischio di una sovra esposizione degli Stati Uniti agli occhi di pazzi, irrazionali e fanatici di tutte le risme, odio che si alimenta anche delle frustrazioni di diseredati ma anche di attori che pensano razionalmente di lucrare su questa continua messa in difficoltà degli USA. La percezione di doversi sempre e comunque difendere con la possibilità anche di essere da soli nella risposta, la consapevolezza della propria vulnerabilità, che dopo l’11 settembre è diventata di dominio pubblico a livello planetario, collegata alla detenzione di uno smisurato potere militare ed economico, sono tutti fattori che possono portare ad una gestione del potere che rischia di essere segnata dal sogno della “sicurezza assoluta” e dalla ricerca di infliggere il “colpo decisivo e risolutivo”; ansia che non può far altro che aumentare la possibilità di errori. Un’altra difficoltà deriva dal rapporto, di non facile soluzione, con le varie Organizzazioni internazionali. Mentre, da una parte, si produce un mondo dove la sovranità nazionale è sempre più debole a causa del rilasciamento continuo di poteri verso l’alto da parte dello stato nazionale (fino alla nuova Corte di Giustizia Internazionale) e che si ispira proprio agli ideali wilsoniani e kantiani, gli Stati Uniti si rifiutano di aderirvi consci della propria forza per la paura di un utilizzo dissennato del voto di maggioranza di quelle istituzioni internazionali, vedi esempi della FAO ecc. Contraddizione che si manifesta anche nella richiesta a tutti gi stati del mondo di sottostare alle regole del nuovo equilibrio e allo stesso tempo reclamare per sé il diritto ad una politica che si ispira al principio “delle mani libere”.

Sindrome di accerchiamento, sentimento di vulnerabilità, super potere militare sono tre fattori che mischiati assieme possono produrre una miscela esplosiva difficile da controllare.

Gli stati europei, e l’Italia tra essi, che per primi hanno compreso la nuova situazione possono aiutare non solo la politica estera degli Stati Uniti, ma l’intero ordine mondiale e quindi se stessi, attraverso una azione di continua pressione nei confronti dell’Unione Europea affinché inizi una elaborazione sulla politica di difesa e sicurezza europea partendo dalla constatazione della asimmetria abissale di potere tra Stati Uniti e UE; riconoscendo agli americani il fatto di essere l’unico centro effettivo del potere egemonico in grado di garantire sia il diritto all’esistenza, cioè la sicurezza, dei singoli stati (si veda il Kuwait), sia gli equilibri regionali sia, non sempre, il nuovo diritto all’autodeterminazione dei popoli. In questo momento solo gli Stati Uniti possono definire, perché lo garantiscono con la possibilità dell’uso della forza, certamente interpretandolo a modo loro, il “bene pubblico” dell’ordine internazionale.

Bisogna convincersi che, al di là di qualsiasi altra considerazione, una volta finito il bipolarismo non sono possibili posizioni più o meno autonome senza operare delle scelte e pagarne dei prezzi alti, che i margini di manovra presenti durante la guerra fredda sono finiti per tutti, che l’Europa non è più naturalmente al centro della scena mondiale come lo è stata per lo meno dalla prima guerra mondiale. Inoltre, in un mondo sempre più piccolo ogni nazione, ogni classe dirigente non ha più nessuna “sponda” con cui giocare. Se per i paesi arabi, ad esempio, tutto ciò significa la possibilità di fare i conti con la propria storia, finalmente da soli senza appoggiarsi a questa o quella potenza nemica dell’occidente passando con disinvoltura da Hitler a Stalin, per noi significa che ogni distacco dalle alleanze storiche verrà considerato per quello che è, che non ci possiamo più permettere di interporci come mediatori tra gli USA e i cosiddetti stati canaglia, intascando sia dagli uni che dagli altri.. Per usare un’espressione di Baget Bozzo: “è finita anche in campo internazionale la politica andreottiana dei due forni”.

L’Europa deve ammettere la realtà di un mondo dove convivono vecchie e nuove logiche; come ben ha descritto Cooper, viviamo in una situazione internazionale in cui convivono situazioni post moderne, dove gli stati sono riusciti a creare un sistema di convivenza al di fuori del principio del “balance of power”, si veda appunto L’Europa; medie potenze, che invece ancora si ispirano a logiche di potere e di interesse nazionale tipiche dell’epoca moderna, compreso il possesso delle armi di distruzione di massa il desiderio di nuove acquisizioni territoriali, e aspirano a egemonie locali anche a rischio di squilibrare l’intero sistema; la nuova situazione degli stati falliti, nati dalla disgregazione statale e ritornati ad una situazione pre-storica come ad esempio Afghanistan, Sudan, Sierra Leone, Somalia ecc., ricettacolo di ogni minaccia alla sicurezza mondiale.

Per superare il rischio di una frattura tra legittimità e situazione di quasi monopolio della forza da parte degli USA, i paesi europei più attenti alla nuova situazione devono cercare il più possibile di legittimare internazionalmente il super potere americano, riconoscendo de facto se non de jure la natura imperiale di quella nazione. Solo riconoscendo i nostri interessi, chi ci garantisce in ultima istanza la nostra difesa nazionale, solo ammettendo i nostri doveri di alleati leali con il compito anche di pensare a contribuire il più possibile alla sicurezza internazionale partendo dal nostra collocazione geografica, secondo una logica del principio di sussidiarietà valida anche in questo campo, si può superare la fase della partecipazione “prima e più degli altri alla spartizione della “pace comune” (Colombo, op. cit. pag. 34) e possiamo chiedere migliori e maggiori relazioni reciproche con gli Stati Uniti. Questa volta d’accordo con uno studioso europeo Lindley French (op. cit. pag. 65), “l’Europa non solo deve spendere meglio, ma deve spendere di più per la difesa”; solo così acquisterà diritto di parola.

“No taxation without rapresentation. No control without engagement”.