Leonardo Tirabassi
Il Sole che non ride più


Da Ideazione, Settembre - Ottobre 2002




Una riflessione sul movimento dei Verdi in Italia non può altro che prender spunto dalla pochezza dei risultati elettorali raggiunti, compreso l’ultimo clamoroso insuccesso; degno coronamento di un fallimento che parte da lontano. Le acrobazie elettorali a cui ha costretto il sistema elettorale maggioritario con la stranissima unione con lo SDI, segno di una confusione schizofrenica tra realpolitik dettata da logiche di sopravvivenza, tipiche dell’ “arte da arrangiarsi”, e idealismi angelici della, allora, segretaria Grazia Francescano, non possono da sole spiegare la crisi, o meglio l’implosione, in cui versano i Verdi.

Quando si analizzano organizzazioni politiche non si può far altro che strizzarle in una specie di setaccio che cerchi di separare temi trattati, gruppi dirigenti, militanti, movimenti ed elettorato sperando di rendere giustizia a percezioni diverse di attori ed osservatori, a volte opposte, a seconda non solo delle personali simpatie, ma anche determinate dalla considerazione dei diversi momenti storici. Osservazione tanto più rilevante quanto più essa contrasta con la giovinezza di quel movimento e con la sua, fino ad oggi, disomogeneità che, appunto, fino ai tempi attuali era considerata una ricchezza. Non a caso anche la data di nascita che la versione ufficiale accredita – il 16 novembre 1986 a Finale Ligure – è il risultato anch’essa di interpretazione: con quel giorno si vuole indicare la nascita ufficiale della Federazione delle Liste Verdi, cioè essa serve ad indicare l’inizio della fase istituzionale e nazionale di tale movimento.

Il fatto è che la diversità è insita nel fondamento dei verdi e non può essere altro che così. Innanzi tutto, la nascita delle tematiche ambientaliste è radicata all’interno della storia politica e culturale dell’occidente. Cioè, i verdi rappresentano il tentativo di incarnare politicamente ciò che a livello sociale e culturale si muove in difesa della terra, dell’ambiente, del paesaggio. Questo punto è l’aspetto incontrovertibile, nobile e pieno di contraddizioni da cui iniziare a ragionare. E’una sorta di afflato nostalgico e conservatore, ideale pre o metapolitico, da cui iniziare a ragionare.

Appena un bene diventa scarso, allora nasce la coscienza della sua finitezza, del suo valore sia sul piano simbolico che nell’accettazione economica; un processo di crescente attenzione e considerazione sta accompagnando tutto ciò che è legato alla terra: sole, aria pulita, campagna, cibi naturali, la difesa della biodiversità, la nascita dell’animalismo compresa la difesa delle specie in via di estinzione. Più che in ogni altro movimento politico, non si può separare la diffusione di stili di vita sensibili alle tematiche ecologiste dal movimento politico, ma allo stesso tempo non si possono confondere. Se si vuole, la politica rappresenta un di più; sta ad essa sapersi rapportare a quei soggetti, ma sta anche alla situazione storica specifica far sì che venga sentita la necessità che simili temi riescano a politicizzarsi. La conseguenza è che comunque non c’è nessun rapporto immediato tra sensibilità culturale e organizzazione politica, né tanto meno tra rimpianto e le ideologie politiche contemporanee, tutte nate dalla più grande frattura epocale dei tempi moderni, la rivoluzione industriale.

Il dato quindi incontrovertibile è che, in teoria, sul piano ideologico, non su quello mondano dei comportamenti e degli stili di vita sociali, su quello cioè della elaborazione teorica, il pensiero ecologista dovrebbe rappresentare una rottura alla radice con tutta la cultura del modernismo ed in primo luogo con il marxismo e con la sua concezione dello sviluppo delle forze produttive. Se si vuole affrontare l’argomento da un piano di funzionalismo sociologico, si potrebbe dire che l’ambientalismo è un anticorpo generato dal tessuto sociale per mitigare i disastri da questo creati.

Ma in Italia il movimento dei verdi è nato strabico. Da questa osservazione discendono subito due questioni: c’è stata e c’è questa consapevolezza teorica e se sì come si rappresenta in politica?

Alla prima domanda si può rispondere che al di là di qualche lodevole eccezione, che diremo, non ce ne è traccia per due motivi. Il primo, in Italia i verdi nascono da una costola della sinistra; essi emergono agli inizi degli anni 80 dalla fine del mondo variegato della sinistra extraparlamentare. Rappresentano il modo in cui una parte non maggioritaria di quella esperienza esce dal tunnel degli anni 70, dalla sconfitta politico esistenziale che ha segnato una generazione di militanti. A questo fatto di per sé positivo - si allude al recupero civile, non violento, al riemergere da una marginalità sociale di migliaia di giovani, a quei tempi - non si accompagna una riflessione ampia e matura sulla modernità. Fa eccezione una piccola minoranza che si riconosce nelle posizioni reazionarie, nel senso pieno e vero della parola, di Giannozzo Pucci e del gruppo che si crea intorno a lui a Firenze.

Sul piano politico questa debolezza si dimostra tutta in uno schierarsi alla sinistra del PCI , ma con due piccole e notevoli eccezioni; ci si riferisce ai militanti di provenienza radicale e a qualcuno di sinistra extraparlamentare sì, ma dal gruppo più originale e fantasioso di quell’area, cioè Lotta Continua. Adeaide Aglietta, Alex Langer, Marco Boato furono i rappresentanti di quella stagione. Ma la maggioranza della leadership dei verdi e dei suoi quadri non si riconosce in quelle posizioni; sono invece tutti dentro una mentalità antagonista e collaterale al “sistema” ed alla sinistra, anche a quella comunista Sull’esempio dei Grunen tedeschi, forte è la mobilitazione per la pace, a partire dalle manifestazioni contro l’installazione dei missili a Comiso. E qui si deve notare che la caratteristica della storia italiana si unisce ad una peculiarità di tutti i movimenti ambientalisti: essi cioè non solo sono antimoderni ma sono il frutto della modernità non solo a livello di sociale ma anche su quello culturale. Sono il risultato dell’esplosione della mentalità individualistica dei “diritti”, lesi da qualche centro di potere, che si salda con la protesta movimentista di origine sessantottina. La difesa del “popolo inquinato” si sposa bene ugualmente sia con la sinistra protestatoria e antagonista che con l’individualismo dei radicali.

Questo mosaico di tessere, spesso paradossale, di gruppi eterogenei per un periodo di tempo è riuscito a convivere grazie ad una pregevole formula organizzativa che vedeva nel federalismo non solo la soluzione tecnica, ma anche il risultato di una riflessione teorica che sanciva così la fine di qualsiasi predominio di qualsiasi parrocchia ideologica. Il prezzo da pagare è stata una mancanza di coesione del gruppo dirigente e una sorta di nomadismo con le formazioni attigue, si vedano le vicende di Rutelli dai radicali ai verdi all’Ulivo, di Manconi dall’area PCI ai Verdi all’area DS, a Ripa di Meana dallo PSI ai Verdi a Rifondazione ecc. per finire alla stessa Grazia Francescano che con la sua provenienza dalla segreteria del WWF è espressione del mito della società civile in salsa ambientalista. Anche l’ultimo segretario proviene dalle esperienze radicali. E’ vero che questi travasi sono abbastanza tipici della Seconda Repubblica, ma per i verdi sembra trattarsi di qualcosa di diverso e strutturale da attribuire, da una parte, ad una mancanza di identità precisa per cui ogni volta la missione di questa formazione si deve sposare con qualche altro tema contingentemente forte; dall’altra, sembra che i verdi non riescano a selezionare al proprio interno una vera e propria classe dirigente per cui sono in balia di ogni moda esterna. Prima il PCI-PdS-Ds ora il giustizialismo populista di Pecorario Scanio che si ispira a Di Pietro e chiude indegnamente una stagione.

Si diceva delle istanze antagoniste. Il nodo teorico di confronto/scontro per un decennio è stata l’idea di governabilità, la possibilità cioè che dai presupposti ambientalisti fosse possibile far discendere azioni positive di governo e non solo iniziative di lotta “contro”, ma non sembra che l’esperienza di alcuni sia stata metabolizzata. La stessa produzione legislativa, nazionale e regionale, in campo ambientale è solo in parte il risultato del superamento, sempre non definitivo, di posizioni semplicemente protestatarie; spesso rappresenta un’idea burocratico-statalista di gestione della cosa pubblica o l’ammiccamento all’ambientalismo da posizioni lontane se non opposte.

Oggi i verdi pagano il prezzo di non aver voluto e potuto fare i conti con per lo meno tre grandi questioni. L’ambientalismo come critica ai fondamenti dello sviluppo che scaturisce dalla introduzione all’interno del dibattito politico culturale del concetto di limite inteso come fondamento materiale e antropologico da cui partire per impostare una critica radicale della modernità e della tecnica da cui, in secondo luogo, far discendere una ragionevole ipotesi politica con obiettivi perseguibili e capaci di raccogliere consenso. In secondo luogo, la questione del pacifismo non più “quinta colonna” e infine la questione delle alleanze politiche nel nuovo sistema elettorale.

Per quanto riguarda il primo punto, un ragionamento conseguente, lineare e profondo sulla questione dell’ambiente aveva introdotto nel dibattito politico già a partire dall’inizio degli anni 80 la riflessione sulla nozione del “limite”, tematica del tutto estranea a qualsiasi pensiero di origine marxista. Una cultura della finitezza, infatti, che parta dal rifiuto dell’omologazione dei due termini “sviluppo tecnico uguale progresso umano” non solo non appartiene alla sinistra ma tanto meno appartiene allo sviluppismo liberale. Il secondo passaggio era rappresentato dall’estensione di quel concetto dal rapporto uomo-ambiente all’ambito morale e sociale; qui veramente si era a distanze siderali nei confronti di qualsiasi cultura politica inserita nell’alveo del pensiero politico che in un qualche modo ha a che fare con la Rivoluzione Francese. Questa riflessione è però rimasta all’interno del pensiero verde e di tutta la sinistra lettera morta: se fosse stata effettuata essa avrebbe significato sul piano politico la fine della contrapposizione ideologica tra destra e sinistra e avrebbe permesso ai verdi di sganciarsi da una sudditanza pericolosa. Non solo, il provincialismo della cultura italiana non volle riconoscere in esso nessuna dignità filosofica propria, bollandolo come ripresa reazionaria; come al solito c’è stato bisogno di reimportare il dibattito sotto altre sembianze, c’è stato bisogno di McIntyre, di Etzioni, della Weil. Sul piano dei movimenti politici, tali problematiche sono esplose in modo ben più efficace solo quando la Lega Nord ha portato sulla scena nazionale il dibattito sul valore delle comunità locali.

Il fatto è che in verità il movimento verde non è “contro lo sviluppo”, come spesso si dice; esso è invece la manifestazione dell’insoddisfazione di alcuni strati sociali precisi, contraddistinti da alta scolarità, benestanti e abitanti delle grandi città del centro nord. Per estremizzare: il popolo verde è contro il traffico, perché abita in centro e non ha bisogno della macchina per andare a lavoro; è contro la caccia perché i polli sono confezionati. Ne è un esempio l’assoluta ignoranza e mancanza di idee dei verdi sull’agricoltura, sulle politiche della comunità europea. Solo ultimamente si è assistito a qualche iniziativa ma a partire dal fenomeno della “mucca pazza”.

Un’altra sconfitta storica e dolorosa dei verdi è rappresentata dalla questione della pace ed il punto di non ritorno lo si è raggiunto nella questione della guerre Jugoslave. Si sa quale sia stata l’origine del pacifismo italiano negli anni 80, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. I verdi hanno provato a inserire una riflessione propria a partire da una esperienza tutta italiana che faceva tesoro dei successi nell’ambito della convivenza tra popoli ottenuti da quel movimento in Trentino Alto Adige su iniziativa del compianto Alex Langer; successi che si erano ampiamente trasferiti sul piano elettorale con percentuali vicine alle due cifre. Nonostante le nobili e sincere intenzioni, i rischi fisici corsi da molti di loro, il tentativo di mobilitare delle Brigate della pace che si frapponessero tra i contendenti nella Guerra Bosniaca è fallito e tuttavia si è rimasti impotenti davanti a questo fallimento, senza trasformarlo in una nuova strategia politica, magari proponendo forme di intervento alternative. Così i Verdi hanno perso anche in questo caso l’iniziativa e l’autonomia di giudizio tornando ad un pacifismo antagonista poco interessato alla soluzione possibile dei conflitti.

Per concludere, il nuovo sistema elettorale costringe ad una logica spietata e spinge i verdi a fare i conti con tutti i nodi mai sciolti, li costringe a guardarsi allo specchio in un’operazione chiarificatrice mai fatta anche, anche contro la loro volontà e a loro insaputa. La fine scelta davanti ad insuccessi elettorali ripetuti sembra quella di una deriva paradossale radical giustizialista che coniuga manette, libertà sessuale e “familismo amorale” ,tipico delle formazioni politiche con classi dirigenti radicate in alcune zone del sud Italia. Ma non è detto che il peregrinare dei verdi si fermi presso i fan di Di Pietro. Sulla strada dell’antagonismo sociale si sono presentati nell’ultimo anno nuovi attori con un bagaglio teorico più ricco e coerente di quel guazzabuglio; il movimento noglobal sembra dotato di un’articolazione di temi che comprendono anche le tematiche ecologiste ma ridisegnate entro un quadro di riferimento non facilmente riducibile ad un ambientalismo di maniera.

Forse meglio così perché anche questo implosione del movimento organizzato è il segno della fine delle ideologie, non a caso mi sembra che alcune temi dell’ambientalismo più profondo stiano cominciando a rompere gli steccati tra destra e sinistra e passare anche in modo visibile e non marginale nello schieramento di centro destra. Mi riferisco ad alcune posizioni di Cardini o alla sensibilità nei confronti dell’agricoltura biologica del nuovo Ministro dell’Ambiente.