L'acuto Enrico Salvatori, versiliano, mi ha segnalato questa "durissima" recensione di Dàvila, comparsa su Diario. L'autore è uno scrittore guatemalteco, nonché professore all'università di Milano, che evidentemente, come si capisce dall'articolo, deve aver passato la sua vita massacrandosi la schiena nelle campagne o prendendo la silicosi in qualche miniera. Tutto ciò, se giustifica il suo odio profondo per Gomez Dàvila, non gli darebbe il diritto di scrivere idiozie come questa:
"Non c'è da meravigliarsi, a questo punto, alla scoperta che il nostro autore ha scritto un bel libro dal coraggioso titolo: Il reazionario autentico."

Il "libro" lo avete avuto con lo scorso numero, così tutti voi quattordici potrete, oltre ad averlo letto, constatare che non è un libro.
 

Mamma mia, che aneddoto -Pensieri di un reazionario dedito all'ozio (di Dante Liano)


 
IN MARGINE A UN TESTO IMPLICITO di Nicolás Gómez Dávila, a cura di Franco Volpi Adelphi, pp. 192, 20.000 lire
 
Il signor Nicolás Gómez Dávila ebbe la sfortuna di nascere ricco, anzi ricchissimo figlio di un possidente terriero in Colombia, di vivere delle rendite di quelle terre e di aver accumulato una immensa cultura che si rifletteva nella ammirevole biblioteca di 30 mila volumi che ornavano la sua casa di Santa Fe di Bogotà.
Questo fece sì che il signor Nicolás Gómez Dávila avesse il triste destino di appartenere all'oligarchia colombiana e di vivere in un palazzo stile Tudor, dove ammazzava il tedio (anzi, come direbbe il suo Ovidio, "l'otium") leggendo qualcuno di quei suoi numerosissimi libri in lingua originale.
Peggio ancora, vista la triste situazione, papà lo portò insieme a tutta la famiglia a Parigi, dove il signor Nicolás Gómez Dávila, allora il giovane "Colacho" (eufonico nomignolo che soltanto gli amici più intimi potevano permettersi), entrò in un collegio retto dai padri benedettini per togliersi le scorie della rozzezza sudamericana e acquisire l'agognata formazione europea che gli permise la padronanza di lingue vive o morte (greco, latino, francese, inglese, tedesco e ahimè anche lo spagnolo natio). Finiti gli studi europei, dovette tornare in patria, dove si sposò, ebbe tre figli e non fece altro in vita sua, fedele a una profonda massima, ovviamente da lui stesso coniata: "La vita è un aneddoto che nasconde la nostra vera personalità".
Il problema si pone quando non c'è nemmeno l'aneddoto. Essendo l'America Latina terra popolata di meticci che si credono europei in esilio, il signor Nicolás Gómez Dávila non fece eccezione, e visse in Colombia esalando un profondo disprezzo per la terra che gli diede i natali, e per i suoi compatrioti, in modo particolare per gli scrittori. Il signor Nicolás Gómez Dávila si vantava di non aver letto i suoi connazionali, tranne l'amico Álvaro Mutis e Hernando Téllez. Nel suo delizioso snobismo, non leggeva neanche la letteratura ispanoamericana, con le eccezioni del caso: Borges e Octavio Paz. Del suo compaesano Gabriel García Márquez non possedeva nemmeno un libro. Temo, va detto, che, nell'invidia tipica provata dal borghese davanti all'aristocrazia, fosse ampiamente ricambiato. Il signor Nicolás Gómez Dávila era, per farla breve, uno spirito eletto e, nella sua magnifica generosità, volle condividere con i comuni mortali alcuni dei suoi pensieri, che raccolse in aforismi e pubblicò elitisticamente prima a sue spese e poi in case editrici di sicura fama, come la Editorial Voluntad, la Revista del Colegio Mayor de Nuestra Señora del Rosario, e a volte a spese dei contribuenti, come i due volumi dei Nuevos escolios a un texto implícito, stampate dalla Presidenza della Repubblica.
Sotto la magna protezione di Sancho Panza, di cui cita in epigrafe una chiaroveggente affermazione: "Non è meraviglia che le mie sentenze siano prese per sciocchezze", e sotto la protezione di Diogene Laerzio (citato in greco), di Shakespeare (citato in inglese) di Valéry (citato in francese), di Nietzsche (in tedesco), e di Petrarca (in italiano), il signor Nicolás Gómez Dávila ci regala una bella quantità di aforismi, che, come sappiamo, sono saggezza in pillole. Sono la punta di diamante di un sistema virtuale di pensiero che il lettore deve ricostruire pazientemente, sempre, ovviamente, che la sua cultura glielo permetta. Per esempio, quanta verità è concentrata in queste poche righe: "L'essere trasuda da tutti i pori del mondo"! Si veda l'eleganza della metafora, che equipara l'essenza profonda dell'uomo all'umile ascella, che apre i suoi pelosi pori per lasciar scorrere il liquido divino. Oppure, lo spirito aristocratico che non lo fa esitare a proclamare con elegante energia: "Questo secolo di pedagogia proletaria predica la dignità del lavoro, come uno schiavo che calunnia l'ozio intelligente e voluttuoso". Potremmo dedicare questo aforisma ai lavoratori dei possedimenti del signor Nicolás Gómez Dávila, con sottilissima ironia.
Non c'è da meravigliarsi, a questo punto, alla scoperta che il nostro autore ha scritto un bel libro dal coraggioso titolo: Il reazionario autentico.
Qualche animo invidioso potrebbe dire che non c'è merito nel dichiararsi reazionario in una regione del mondo dove ci sono stati campioni della stazza di un Pinochet o un Videla, di un Fujimori o di un Rojas Pinilla. Ma questo significa non capire che i veri reazionari non sono i rozzi dittatori sanguinari, ma gli spiriti raffinati che li supportano, ispirano e giustificano. Come il signor Nicolás Gómez Dávila che scrive in un raptus di autentico e sincero pathos antidemocratico: "Spasmi di vanità ferita e di brama repressa, le teorie democratiche inventano i mali che denunciano per giustificare il bene che proclamano".
 
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Fabrizio Gualco
Nicolás Gómes Dávila IN MARGINE A UN TESTO IMPLICITO


www.ragionpolitica.it

Perplesso ma non scettico, credente ma non fideista, colto ma non saccente né men che mai pedante, Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) è un pensatore e scrittore colombiano. "In margine a un testo implicito" (Adelphi, Milano 2001) accoglie parte dei suoi aforismi pubblicati in più volumi a Bogotà fra il 1977 e il 1992.
Le riflessioni di Dàvila toccano temi religiosi, filosofici, politici e si concretizzano non in forma di trattato sistematico (come ad esempio succede in Spinoza) ma in aforismi brevi ed ellittici, nitidi ed essenziali, nei quali emerge il primato dell'intuizione sull'intellettualismo.
 
Il testo implicito a cui il titolo si riferisce è il testo interiore, quello che ognuno porta dentro di sé. Quello di cui questi aforismi sono un commento. Il testo implicito è il testo non scritto da cui in ultima analisi dipende tutto ciò che si scrive; la parola non detta da cui prende vita ciò che si dice - anche quando ciò che si dice non viene detto a parole.
Infatti gli aforismi di Dávila appartengono non ad un bisogno di riduzione spirituale, ma al contrario a quello della prospettiva infinita. Egli aderisce in pieno alla dottrina cattolica: e sa che l'enigma dell'uomo si disvela nel mistero di Dio e non nell'assolutismo della razionalità. Per questo, spiritualmente e culturalmente, è tanto vicino allo spirito dei "Pensieri" di Pascal quanto lontano dalla soddisfazione razionalistica di Hegel.
Concordo con Franco Volpi, curatore del volume, laddove scrive che "Gómez Dávila è senz'altro uno dei più originali solitari del Novecento, che ha interpretato il ruolo del filosofo-scrittore nel mondo moderno in uno stile impareggiabile, coltivando al tempo stesso l'eredità greca e lo spirito di Chartres. Come tale egli non si sentiva né voce della sua epoca, né il proprio tempo colto in pensieri".
Come Montaigne, sceglie di affidare il suo tempo agli studi, alla riflessione e alla scrittura. La biblioteca di casa - il cui catalogo supera i trentamila volumi - è il suo luogo prediletto, lo spazio in cui trascorre gran parte del giorno e della notte. Pur non disdegnando la vita di società, Gómez Dávila appartiene alla genìa dei solitari, alla compagnia di coloro che in un modo o nell'altro scelgono la solitudine come loro condizione privilegiata.
La solitudine di Gómez Dávila perciò non va confusa con l'isolamento. L'isolato è solo, sempre e comunque: è nel deserto anche quando annega in bagno di folla. Il solitario non è mai solo: mai, anche quando lo è fisicamente.
Nella solitudine si vive, nell'isolamento si sopravvive. L'isolamento è una condizione esistenziale che la persona subisce, la solitudine può essere - e nel caso di Dávila, è - una condizione dell'anima in cui si esercita al meglio l'intelligenza e la libertà, attraverso il pensiero che si traduce in parola. La solitudine è un modo di essere che dà modo di fare. E di fare bene ciò che si fa.
Lo stile è personale, e la cultura su cui Dávila si è formato, di stampo cristiano-umanistico, gli permette una sostanziale autonomia di pensiero rispetto a determinati indirizzi ideologici. Sembra che per Dávila, in ultima analisi, l'unica "scuola" a cui vale la pena appartenere sia quella della verità, intesa come percorso inesauribile attraverso cui la pluralità del cammino umano converge verso una meta escatologica - anche quando alcuni sentieri appaiono interrotti: "le verità non stanno entro la circonferenza di un cerchio il cui centro è l'uomo. Le verità si stagliano in luoghi impervi: l'uomo si aggira seguendo i meandri di un sentiero sinuoso che le rivela, le occulta, e alla fine le mostra o le nasconde".
Intrisi di fede e ragione, di certezza e perplessità, realismo e speranza, estro e metodo, gli aforismi contenuti in questo volume lo dimostrano in modo eloquente. A tal riguardo voglio porne alcuni all'attenzione del lettore.
"Limitando il nostro uditorio limitiamo i nostri passi falsi. La solitudine è l'unico arbitro incorruttibile".
"La religione non è nata dall'esigenza di assicurare solidarietà sociale, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo".
"La più grande astuzie del male è travestirsi da dio domestico e discreto, familiare e rassicurante".
"Ogni verità è un rischio che ci pare valga la pena di correre".
 
"La saggezza consiste semplicemente nel non insegnare a Dio come si debbano fare le cose".
"Il cattolico autentico non sta al di qua ma al di là della bestemmia".
"Quando si è giovani si teme di passare per stupidi; nell'età matura si teme di esserlo".
"Nulla è più pericoloso che risolvere problemi transitori con soluzioni permanenti".
"La morte di Dio è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mente sapendo di mentire".
"Non c'è retorica che prolunghi l'amore tra le anime oltre l'istante in cui la carne si placa".
"La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora".
"Le categorie sociologiche autorizzano a circolare nella società senza curarsi dell'individualità insostituibile di ciascun uomo. La sociologia è l'ideologia della nostra indifferenza verso il prossimo".
"La libertà non è indispensabile perché l'uomo sappia cosa vuole e chi è, ma perché sappia chi è e che cosa vuole".
 
Fabrizio Gualco
gualco@ragionpolitica.it
 

Filippo Salatino
Glosse e aforismi di Nicolás Gómez Dávila
La cultura vera non è politicamente corretta


www.corrieredelsud.it/letterario/articolo2.htm
 
"Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne. Ogni fine diverso da Dio ci disonora. Quel che non è religioso non è interessante".
Chi oggi ha il coraggio di pronunciare e scrivere frasi del genere? Di tirarsi addosso gli strali dei tanti "tribunali del popolo" animati dagli epigoni "occidentali" di Andreij Zdanov (il "cekista del pensiero", custode dell'ideologia nell'Urss del 1930-'40), che pretendono di giudicare ed autorizzare ciò che è "corretto" appunto, dire, scrivere, persino pensare? Nicolás Gómez Dávila; un nome che non dirà nulla allla stragrande maggioranza dei lettori dato che solo da pochissimi anni viene proposto all'attenzione del pubblico. Nell'area geografica e culturale iberoamericana, il colombiano Nicolás Gómez Dávila, esponente a più titoli "monastico" della cultura cattolica, è senza dubbio uno dei più originali e, al tempo stesso "classico", dei pensatori. Nasce il 18 maggio 1913 a Cajicá, nel dipartimento di Cundinamarca, di cui è capoluogo la capitale Santa Fe de Bogotá, da una famiglia di coommercianti e proprietari terrieri e chiude la propria esistenza terrena il 17 maggio 1994 nella sua "fortezza-biblioteca" (oltre 40 mila volumi), in un quartiere tipico della città sull'altopiano. Finalmente è disponibile da marzo l'impegnativa traduzione italiana a Lucio Sessa il plauso di aver reso bene il senso del pensiero di Gómez - nella "Piccola Biblioteca", n° 459, di Adelphi, di "In margine a un testo implicito" (Milano, 192 pagine, L. 20.000, 10,33 euro) circa un migliaio di "escolios", cioè glosse, aforismi, commenti lampo, che rimandano ad un fantasmatico "testo maggiore" su cui è il caso di ritornare.
Curato in maniera egregia da uno dei suoi due "scopritori" italiani, Franco Volpi, "In margine a un testo implicito" raccoglie solo una minima parte degli escolios, usciti in più volumi in Colombia fra il 1977 e il 1992. Perché è dunque importante ed interessante l'opera di questo all'apparenza eccentrico, "gentiluomo vecchio stampo", vissuto come un "certosino" in città e che scaglia i suoi apodittici giudizi contro, e su, tutto e tutti? Accennavamo prima al prof. Volpi come uno dei soli due "esploratori" italiani" del vasto e misconosciuto, ma fertile "territorio", costituito dalle idee e dall'enciclopedica cultura del solitario signore ispanofono; infatti oltre ai contributi di taglio scientifico non privo di ammirazione, nella nostra lingua del Volpi stesso (nella rivista "surplus" n° 4, anno I° del 1999 e nel Dizionario delle opere filosofiche , Bruno Mondadori, Milano, 2000), vanno citati quelli di Giovanni Cantoni, molto più affine a Gómez Dávila per fede e impostazione ideale, che già ne presentava una scintillante antologia di anticonformistiche riflessioni, "Il vero reazionario" (Traduzione redazionale da El reaccionario auténtico. Un ensayo inédito, in Revista Universidad de Antioquia, n. 240, Medellín aprile-giugno 1995, pp. 16-19) nella rivista che dirige Cristianità, anno XXVIII, n° 287-288, marzo-aprile 1999; poi nel maggio 1999 ne scriveva sul Secolo d'Italia; a febbraio 2000 in Percorsi di politica, cultura, economia, anno IV, n. 26, Roma, pp. 45-48 con un'Antologia daviliana e una Bibliografia sommaria e nel marzo-aprile 2000 ancora su Cristianità, n° 298, anno XVIII, pagine 7-16, con l'approfondita analisi "Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano nell'età della Rivoluzione culturale: il "vero reazionario" postmoderno".
Questo il senso più vero e profondo di cos'è e cosa rappresenta - e perché è importante ed intrigante il "certosino" che trascorreva il tempo in "tertulias" (chiacchiere) coi pochi amici ed in letture delle opere fondamentali e non, del sapere tradizionale greco, latino, cristiano, medievale, contemporaneo.
Un modello di organizzazione e presentazione della cultura adatto alla condizione postmoderna, quindi rapida, "in frammenti"; pillole di saggezza millenaria ed ironia, pronti per esser compresi anche dalle generazioni cresciute con radio, tv, computer.
Con un solido ed esplicitato al massimo grado radicamento cattolico che lo porta a definirsi "reazionario" vero.
Nelle recensioni uscite sinora al testo dell'Adelphi, Emanuele Severino sul Corriere della Sera ha colto quest'aspetto cruciale quando afferma "Non mi sembra che vi siano dubbi: "In margine a un testo implicito" è la sua visione cattolica del mondo" (domenica 8 maggio 2001 pagina 31 "Cultura"). E d'altronde bastano poche - purtroppo lo spazio è tiranno - citazioni, per confermare pienamente la lettura cattolica e reazionaria "postmoderna" dell'erede della migliore tradizione iberica.
"Lo scrittore reazionario deve rassegnarsi a una celebrità discreta, dal momento che non si può ingraziare gl'imbecilli. Non appartengo a un mondo che perisce. Prolungo e trasmetto una verità che non muore. Contro lo svuotamento moderno del mistero affermiamo la sua presenza inglobante. Esser reazionario significa voler estirpare dall'anima perfino le ramificazioni più remote della promessa del serpente.
Quel che non è religioso non è interessante. La Reazione comincia a Delfi. La Reazione è cominciata con il primo pentimento, la reazione esplicita comincia alla fine del secolo XVIII; ma la reazione implicita comincia con l'espulsione del diavolo, essere reazionario significa capire che l'uomo è un problema senza soluzione umana. Verità è ciò che gli imbecilli rifiutano.
Il passato che il reazionario loda non è epoca storica ma norma concreta. Solo la sottomissione a Dio non è vile. L'unica precauzione sta nel pregare in tempo". E' questo il suo testo implicito.
 
Filippo Salatino
 

CONTRO LA MODERNITÀ


Il Tempo-30 GIUGNO 2001
 
Dalla testa di Nietzsche è balzato fuori il cattolicesimo mistico di Gòmez Dàvila
In un libro scritto per aforismi il filosofo colombiano si oppone al razionalismo
 
Un libro, per chi creda nell'assistenza del Cattolicesimo, come pensiero, che fa sussultare di gioia. Tanto più che questo libro, scritto con aforismi, da un autore sudamericano di rare pubblicazioni, genera l'impressione di trovarsi di fronte a un Nietzsche cattolico: un uomo che ha di fronte alla modernità il medesimo atteggiamento spirituale di Nietzsche, ma fondato in un Cattolicesimo di solida radice metafisica e mistica. La dottrina non è espressa come sistema di ragionamenti, ma come esperienza di pensieri. Il pensiero creativo è una ispirazione non una costruzione. Proprio in questa scrittura frammentaria sta la radicale antimodernità di Nietzsche e di Gòmez Dàvila. Si tratta infine in ambedue i casi, del pensiero mistico opposto al razionalismo di cui Spinoza è il fondatore ed il modello. E nella mistica e tanto parte l'assenza di Dio come nel pensatore tedesco, quanto la fede profonda nella Chiesa cattolica del pensatore colombiano. Egli sa di trovarsi di fronte ad un mondo cattolico pervaso dal moderno e che quindi porta in sé la piaga della defezione da sé stesso. "Pensando di aprire le braccia al mondo moderno, la Chiesa ha finito con aprirgli le gambe", scrive con durezza. Ma per aggiungere: "Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa dentro la Chiesa è privo di interesse".
È la posizione di un cattolico che crede alla metafisica ed alla mistica quando l'esegesi riduce Gesù ad un carpentiere di Nazareth e la teologia si accontenta di ciò che riesca a strappare dalla gola di Heidegger. Infine è pur vero che "la Chiesa contemporanea pratica di preferenza un cattolicesimo elettorale. Preferisce l'entusiasmo delle grandi masse alle convinzioni intellettuali". In Gòmez le affinità nicciane abbondano e questo è dovuto alla natura mistica ed antirazionalistica di ambedue i pensieri: l'uomo è un "problema senza soluzione umana. Il cristianesimo non insegna che il problema ha soluzione, ma che l'invocazione trova risposta. Solo per Dio siamo insostituibili". E, rovesciando "La gaia scienza": "la morte di Dio è una opinione interessante, ma non tocca Dio".
Anche se sa che "nell'oceano della fede si pesca con una rete piena di dubbi"; Gòmez non è un fideista: "il cattolicesimo non risolve tutti i problemi, ma è l'unica dottrina che li propone tutti". La vita mistica è viva e presente, "ogni grido è un semplice rumore se il dolore non lo strappa ad una gola divina". Gòmez sa che la via della tentazione è la via del cattolico: l'anima deve aprirsi all'invasione di ciò che è estraneo perché si mostri non come una fragile costruzione protetta dalla nostra timidezza, ma come la nostra rocca, il nostro granito incorruttibile".
Infine la verità è il frutto di una illuminazione, non di un ragionamento: il ragionamento costruisce sull'illuminazione. Ciò mostra che lo spazio di origine della verità sta oltre la ragione e che la ragione è fedele a sé stessa se sente in se la forza dell'ispirazione. Questa è la grande filosofia greca per Gòmez: "quando smetterà di essere la presenza della Grecia nell'anima cristiana, l'Occidente sarà morto", sono parole che colpiscono se si pensa che tutto il modernismo ed i progressismo cattolici sono una lotta contro l'anima platonica, l'anima che appassiona la "congoja" di Miguel de Unamuno, un autore che Gòmez ricorda.
Straordinaria questa rievocazione del tema delle idee divine operanti nella storia in questo aforisma: "La storia del pensiero non è evoluzione né processo dialettico, ma l'apparire contingente dei frammenti di una struttura in cui ciascuna verità trova la sua collocazione".
 
Metafisica e mistica si fondono in questa definizione di Dio, così lontano dal mito consolatorio e pauperista: "Dio non è inane compensazione della realtà perduta, ma l'orizzonte che cinge le cime di una realtà conquistata"; in qualche parte del pensiero i pensieri cattolici esistono ancora anche dopo la teologia postconciliare.