“questo articolo intelligente e stimolante”. L’argomento mi tocca troppo da vicino e mi trattengo dal fare commenti.
«ammira tanto», definitivamente Sofri marcisca nel carcere di Pisa
«per difendere la democrazia calpestata». Dia retta e non si faccia liberare da questi liberatori
«perché questa volta ne vale la pena». E Vattimo persino minaccia col dito alzato:
«Per quello che sei e rappresenti ne hai quasi un imperativo dovere». Vattimo capirebbe infatti se Sofri scappasse, come il conte di Montecristo; dice d’essersi addirittura augurato che Sofri finisse con
«l’ammettere una colpevolezza che sapeva non appartenergli».
«severa regola etica e politica»: la prigione di Sofri diventi il patibolo di Berlusconi. Così, nelle salde mani di Vattimo e di Pancho Pardi, che firma sullo stesso numero de l’Unità un lungo articolo d’appoggio, anch’egli intonando con passione un inno alla galera (altrui), la detenzione di Sofri diventa necessaria per
«resistere a Berlusconi, al suo giornalista di servizio Giuliano Ferrara»,
«a questa intollerabile immondizia». Vattimo non sopporta che l’iniziativa di Berlusconi a favore di Sofri passi attraverso una lettera scritta al Foglio , che è il giornale appunto diretto da quel Giuliano Ferrara verso il quale
«un po’ di razzismo delle idee e delle convinzioni politiche mi sembra indispensabile: non sono Dio e ho giustamente paura di contaminarmi». E qui, scoprendo la sua natura umana a chi lo aveva confuso con Dio, Vattimo mostra chiaramente dove portano l’indignazione e l’invettiva; e quanto abbassi il tasso di civiltà questa letteratura politica, questo trasloco della ragione dalla testa allo stomaco, dal cervello alle viscere.
«per ammirazione e per affetto»mentre denuncia che la Lega lo vuole dentro
«per idiozia»e Fini
«per faziosità». E chissà la differenza tra un calcio alle gengive ricevuto per affetto e uno ricevuto per idiozia o per faziosità. E’ vero che come attenuante (aggravante?) Vattimo, senza volerlo, confessa di non sapere di che cosa parla, visto che in prigione non c’è stato mai, professore di una materia che non professa, cavaliere che suona la carica stando a cavallo di un cavallo a dondolo, viso truce e spada di carta:
«Io certo non lo saprei fare, confesso che al tuo posto avrei ammesso qualunque cosa».
«che Previti abbia assaggiato almeno un giorno di galera». Intanto, nell’attesa, noi, liberi e belli, apriremo un gran dibattito politico, culturale ed etico, appassionato e indignato, sul fenomeno Berlusconi, e se siano o no regime
«tutte le turpitudini che ci fanno digerire e che ci fanno vergognare di essere italiani».