"1. Il rifiuto della neutralità morale della scienza e della tecnica e perciò l'affermazione dell'immoralità in sé di alcuni mezzi tecnici, indipendentemente dai fini; 2. Il rifiuto della delega a esperti (medici, biologi, ecc.), alla tecnica o all'uomo come soggetti donatori di vita e di morte su comando. Perché «nessun uomo può pretendere di decidere l'origine e il destino degli uomini»; 3. Il riconoscimento che «attraverso il corpo viene raggiunta la persona stessa» e perciò quello che tocca il corpo tocca anche la persona; 4. L'implicita affermazione del senso del limite come essenziale a uno sviluppo non distruttivo ma equilibrato delle possibilità umane".Il nostro documento proseguiva estendendo il ragionamento anche al mondo animale e vegetale e diceva
"Queste motivazioni ci portano non solo a condividere dal profondo delle nostre coscienze il rifiuto di qualsiasi manipolazione genetica dell'uomo, ma anche ad estendere questo rifiuto ad ogni intervento simile nei confronti di animali e vegetali, ed a qualsiasi azione che danneggi irreversibilmente l'ambiente naturale".Su questo tema intendo ritornare. Alla luce dell'accelerazione delle biotecniche e del fatto che anche la legge 40 del 2004 prevede la FIVET (fecondazione in vitro e trasferimento dell'embrione) omologa, cioè tra coniugi, converrà citare anche un passo dell'Istruzione che dirime a monte ogni incertezza evitando un labirinto di casisitiche in cui si smarrirebbe la libertà delle persone.
«La fecondazione artificiale omologa, perseguendo una procreazione che non è frutto di un atto specifico di unione coniugale, opera obiettivamente una separazione [...] tra i beni e i significati del matrimonio. Pertanto la fecondazione è voluta lecitamente quando è il termine di un atto coniugale per sé idoneo alla generazione della prole [...]. Il valore morale dell'intimo legame esistente fra i beni del matrimonio e fra i significati dell'atto coniugale si fonda sull'unità dell'essere umano, unità risultante di corpo e anima spirituale. L'atto coniugale, con il quale gli sposi si manifestano reciprocamente il dono di sé, esprime simultaneamente l'apertura al dono della vita: è un atto inscindibilmente corporale e spirituale. È nel loro corpo e per mezzo del loro corpo che gli sposi consumano il matrimonio e possono diventare padre e madre. [...] Una fecondazione ottenuta fuori del corpo degli sposi rimane per ciò stesso privata dei significati e dei valori che si esprimono nel linguaggio del corpo e nell'unione delle persone umane».Queste parole - ce ne sono altre ancor più luminose di Giovanni Paolo 2° - accantonano tanta sessuofobia e perbenismo con cui ci veniva presentata la morale cattolica. Non c'è nulla in queste parole che non debba essere condiviso da un non credente. È facile obiettare che la condivisione non è altro che subalternità alla sedimentazione del cristianesimo nella storia e nelle menti, come se modernità volesse dire rifiuto del cristianesimo e regressione alle peggiori immoralità del paganesimo precristiano (il pensiero cosiddetto libero è da qualche secolo che ci prova, cogli esiti che conosciamo).
"l'unica profonda rivoluzione nella storia") che il cristianesimo consegnò alla storia fu la centralità della persona umana, con tutte le libertà che col tempo hanno resa concreta quella centralità. Senza l'idea cristiana di persona crollerebbe la nostra civiltà. Dovremmo rendercene conto quando veniamo minacciati dal fondamentalismo di un'altra civiltà: se apriamo gli occhi, si vede in quale conto vengano tenute le persone, anche in condizioni di normalità, all'interno di quello stesso mondo, per non dire delle aggressioni all'Occidente.
«Da parte degli sposi il desiderio di un figlio è naturale: esprime la vocazione alla paternità e alla maternità inscritta nell'amore coniugale. Questo desiderio può essere ancora più forte se la coppia è affetta da sterilità che appaia incurabile. Tuttavia il matrimonio non conferisce agli sposi il diritto ad avere un figlio, ma soltanto il diritto a porre quegli atti naturali che di per sé sono ordinati alla procreazione. Un vero e proprio diritto al figlio sarebbe contrario alla sua dignità e alla sua natura. Il figlio non è un qualche cosa di dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà: è piuttosto un dono, 'il più grande' e il più gratuito del matrimonio [...]. A questo titolo il figlio ha il diritto [...] di essere il frutto dell'atto specifico dell'amore coniugale dei suoi genitori e ha anche il diritto a essere rispettato come persona dal momento del suo concepimento».Abbiamo in questi anni visto un crescente proliferare di diritti. Qualcuno ha detto che abbiamo trasformato in diritti le pulsioni, i desideri più occasionali, più superficiali, più indotti, più innaturali, con la sicumera degli sbandati che efficacemente diagnosticano Aldo e Lamberto Sacchetti nel libro La democrazia degli erranti , del 1996. Quella che don Giussani chiamava la dittatura dei desideri. In questa nostra umanità (è difficilissimo non cascarci) la tendenza è a non avere un centro solido, ad avere un super-io malformato, a essere disponibili a tutto, a non avere tabù, pronti a ogni cambiamento. Spesso mi chiedo se anche diritti ovvi e da sempre impliciti non nascano come ripiego perché è venuto meno il senso del dovere e i doveri.