«…egli non sapeva allora se la carriera ecclesiastica lo attirasse per la religione o piuttosto per la bellezza delle cose accessorie, delle ricche vesti, dei raggianti ostensori, dei candelabri alti e splendidi, delle rose e dei gigli il cui profumo si mescolava a quello dell’incenso…»
Mario Praz, La casa della vita
«a great Swinburnian»fu accolto in Inghilterra. In Italia, per via dell’interesse verso Joyce in anni in cui da noi suscitava solo frizzi e lazzi, fu collocato d’ufficio tra i sensibili alle novità, e per lo studio su La morte, la carne e il diavolo, questa panoplia di corpi afflitti, scambiato per un professorale surrealista. Perciò provarono a celebrarlo post mortem come uno zio eccentrico e, messa la sordina agli elzeviri passatisti che aveva scritto à rebours sul quotidiano romano Il Tempo, finì per essere rivendicato dagli avanguardisti come uno dei tanti patroni che si inventano a ogni passo (del resto, tutti i grandi della modernità sono automaticamente arruolati a sinistra per la pubblica opinione, spiritualmente sovversivi, eccetto il gruppetto male amalgamato Céline, Pound, Gentile; sarebbe opportuno magari far rifulgere la galleria dei conservatori: da Balzac a Hugo von Hofmannsthal, passando per insospettabili letterati e artisti). Ma a Joyce il nostro personaggio guardava casomai come a un manierista dell’Antirinascimento, e il giudizio finale suonava assai moderato, sottolineando nella sua ricezione gli effetti speciali della modernità:
«Un uomo che cogliamo in aspetti obliqui di bohème, di fuggitivo, di straniero, personaggio ambiguo e talora grottesco come il suo Bloom; un pedante, un maniaco, un poeta con molte caratteristiche del raté, le cui opere sarebbero rimaste quelle di un raté in ogni altro secolo fuor che nel Novecento, che si arrese al fascino della loro illeggibilità».Appunto, illeggibile, invisibile: così seduce la mistica moderna senza metafisica. Quanto al saggio che gli diede la celebrità internazionale, benché suonasse eccentrico tra i bigottismi crociani del tempo, presentava sì dettagli di surrealistica invadenza, ma questo sconcertava perché — come precisava l’autore nella seconda edizione —
«avvicinando una lente a un particolare di un quadro»si disturba la visione di insieme. L’erudito con la lente di ingrandimento, sicuramente dalla impugnatura pregiata, che si accosta ai contorcimenti libertini, più che a un compiaciuto seguace della setta di Breton, evoca un professore che conosce solo lo spazio della biblioteca.
«in un mondo che non era il suo»diceva Giovanni Macchia, che condivise la devozione per Baudelaire, aggiungendo che
«sentiva di non essere nato al momento giusto». Ricorse allora a uno stratagemma, cercò di ignorare quel mondo che
«non era il suo». Circondato da oggetti e figure che sembrano fuoriusciti dall’epoca eroica post-rivoluzionaria e imprigionati in anguste stanze Biedermeier, se ne andò alla ricerca di una dignità sublime (in fondo, le due Guerre mondiali, con i loro spaventosi sradicamenti, richiedevano come minimo una pausa Biedermeier, se nel XX secolo non ce ne furono, salvo veramente rare eccezioni, è perché ormai il mondo aveva perduto completamente i freni).
 Paul Maria and Filomena von Putzer 1870.jpg)
«giorni fa non ho potuto far lezione. Un piccolo gruppo di studenti riempiva di schiamazzi lo squallido e gelido piano nobile della Facoltà di Lettere dell’Ateneo romano, impedendo ai pochi volenterosi di sedersi sui banchi delle aule. […] Dissi agli attivisti, che erano poi studenti di ingegneria, che io la lezione la facevo e che, se volevano ricorrere alla forza, avrebbero offeso i più sani principi democratici. E chiusi la porta e cominciai a parlare a quattro signorine e due giovanotti».Ma gli scioperanti, dopo una eroicomica resistenza degli assediati, sfondarono la porta. Un
«incidente molto pittoresco — commentava senza rancore —, una di quelle manifestazioni della fantasia degl’Italiani che tanto piacciono agli stranieri». A lui magari un po’ meno, potendosi permettere di non soccombere al peccato di esterofilia:
«come è noioso l’estero»annotava una delle figure meno provinciali della cultura italiana, il letterato che la regina Elisabetta riconosceva nella folla delle occasioni mondane, e lo prendeva da parte per il piacere di parlarci.
«la nebbia del passato»è
«indugiata». Questo lo affascinò la prima volta nella Casa della vita. Nel palazzo usato da Henry James per una fosca location del suo Portrait of a Lady e abitato dagli aristocratici dei secoli aurei, lo spiantato professore abituato agli appartamenti ammobiliati di due stanze, leggermente claudicante per una infermità che divideva — come scrisse Bianca Riccio — con Talleyrand e con Byron, decise di ambientare la sua resistenza alla modernità.
«Nella mia casa in Italia — spiegava ai colleghi britannici — le notti come queste io siedo davanti a un caminetto all’antica, dove arde un fuoco di legna che non riscalda molto, come il vostro carbone, ma è bello a vedere».A scapito della praticità osannata negli anni in cui ci si poteva ancora permettere, almeno nell’Italia simil-arcaica, di prestar fede alle teorie del progresso, il Professore si preoccupava che tutto quello che lo circondava fosse
«bello a vedere».

«belli a vedere». Coltivò perfino la
«gaia scienza della cucina», studiando naturalmente sui libri prima di mettersi ai fornelli, dispiaciuto che l’arte culinaria fosse tenuta in così poco conto negli anni Cinquanta piuttosto affamati. Un
«malagottiano formidabile»secondo Emilio Cecchi, un discendente di quel Lorenzo Magalotti,
«odorista visionario», antesignano seicentesco delle sinestesie baudelairiane.

«un imparaticcio nietzscheano», lui si tenne al riparo dello scorrere del tempo accelerato, lontano dalla mischia; la pericolosità la pregustava nell’epoca scelta, nei giorni sanguinosi della Rivoluzione e nei tribolati anni successivi, quando la modernità fece il suo ingresso. La distanza dal primo Ottocento ci aveva soltanto privato delle ultime eleganze, ma la minaccia di fondo resisteva; Praz, che non era un apocalittico, lo diceva alla sua maniera, con grande sfoggio ironico di strumenti macabri:
«ci vorrà del tempo prima che cessiamo di notare il ghigno del teschio dietro ogni sorriso che ci viene offerto». Che tempi mai sono questi — si confessava — in cui non si può neppure poetizzare sulle città di una volta, le Toledo, Madrid, Atene, Venezia, Vienna, Napoli, Firenze e naturalmente Roma? Ecco infatti in che consisteva la minaccia moderna: perduta la bellezza e poi anche la sua esigenza, il suo desiderio, senza più gli eroi romantici che la rivendicavano confusamente, si doveva parlare di altro. Non restava che l’antiquariato per celiare sulla bellezza e celarla in qualche modo. Stabilì una consonanza tra i filologi (nei quali si poneva) e gli antiquari (di cui era membro d’onore).
«che cosa significava il nome di Chateaubriand a Hazlitt e quello di Hazlitt a Chateaubriand nel 1794». In modo da tenere
«la leva segreta del Fato»almeno per il passato, abbandonando al suo corso il futuro troppo sfuggente. Elémire Zolla, successore del Professore nella cattedra romana di Letteratura inglese, avrebbe censurato tutto questo almanaccare che, nella sua Storia del fantasticare, considerava
«un deliberato passatempo»derivato dal caos romantico, ma l’eccelso anglista non gli dava peso, sotto sotto sprezzava la scrittura del giovane brillante che lavorava nel suo istituto dilettandosi però di religioni in chiave sincretista, senz’anima.
«Oh, se per la storia si potesse creare un museo dei falsi come quello ideato una volta a Vienna dall’amico Planischig per le opere d’arte, un museo del cattivo gusto, del Kitsch, del ‘pošlost’. Un museo che fosse l’opposto di quello delle cere di Madame Tussaud, che conferiscono un’aria di autenticità ai più assurdi fantocci; un museo che mostrasse, non più attraverso la lente deformante della dabbenaggine e della follia collettiva, la vera essenza, la sinistra e grottesca essenza degli idoli delle folle, che sfrondasse gli allori dallo scettro dei tiranni. Museo del cattivo gusto nella storia politica, ben più formidabile del cattivo gusto in letteratura e in arte, di quel cattivo gusto che, come si sa, è manifestazione collettiva. Quei mostri, quei prodigi, sono il prodotto di una certa cultura, come i bacilli nelle epidemie mortali...».Subito dopo però, il disincantato conservatore aggiungeva qualche riga per annullare il progetto pedagogico, scettico sulle trovate divulgative che dovrebbero cambiare la testa della gente:
«Ma forse è un’illusione la nostra. […] Pur messo in guardia contro un fatale pericolo, l’uomo s’abbandona meno per questo alla venere pandemia o agli stupefacenti? L’uomo, questo semidivino incurabile idiota»(nella dimenticata raccolta Lettrice notturna). Risale al 1945 una tale giocosa proposta, nella stagione cioè in cui si tessevano le massime speranze e perfino gli intellettuali che se ne erano sempre stati nelle loro torri d’avorio o di mattoni uscivano nelle italiche piazze a credere in qualcosa e a scivolare su terreni sdrucciolevoli, addirittura un Savinio, per esempio, si illudeva che il liberalismo immaginario trasformasse tutto come una bacchetta magica, anche il comunismo (si legga in Sorti d’Europa). Ma il nostro professore aveva sciacquato i panni nel Tamigi, si era abituato alle ironie di laggiù e soprattutto non fece mai mostra di un’inflessione adirata — lo si è visto pure nei confronti della contestazione d’epoca —, come molti altri antimodernisti che prediligiamo, forse perché neppure da giovane si lasciò mai andare a comportamenti sovversivi e dunque nulla mantenne della cadenza militante, sia pure cambiata di segno o di direzione di marcia. Perciò nel 1945, mentre crollava un mondo, nel primo anno postbellico a Roma, quando ancora in varie parti d’Europa si combatteva la battaglia finale, Praz si limitava a fare un po’ colore su quanto di rumoroso accadeva nella sua piazzetta accanto al Tevere per poi tornare a immergersi nei suoi secoli preferiti. Perché anche
«i lodatori del passato sono degli illusi», lui rimpiangeva soltanto di non poter aprire il calendario dell’
«anno 1825». Si attorniava di orologi:
«tastare il polso del Tempo reso percettibile dai grandi e piccoli congegni che ne contavano i battiti», ma era un altro tempo, gli amati orologi di bronzo dorato venivano sincronizzati su altre date (strategie che Jünger passerà in rassegna e metterà in opera Al muro del tempo).
«il profumo delle antiche boiseries». Artigianale era questa sua memoria di legni, marmi, tessuti, visti anche una sola volta. Per lui la tradizione era anzitutto una serie di precise regole per vivere bene. Da modesti quadretti anonimi riusciva a ricavare, senza la prosopopea accademica ma sorretta dalla sua consueta sapienza, una messe di fantasie. Maestro del luttuoso, traduttore anni prima di Cristina Campo dei versi di John Donne, del suo supremo Death’s Duell, si dedicava pure all’ingegnoso nonsense dei Limerick di Edward Lear, un vittoriano pazzerellone che costringe a una forma intricata, a continue risposte per le rime. Da buon conservatore, insomma, sapeva ridere.
«Per me ogni viaggio è come un momento mori. L’incombente partenza, il sospetto che la prima volta che io vedo una nuova città sia insieme l’ultima, danno alle mie impressioni il senso definitivo delle cose postreme. (…) In ogni città io mi sento talora svanito come un fantasma. Sono il testimonio muto. (…) Forse perché viaggiare è un sentirsi morire a ogni passo, la vita appare al viaggiatore come un’esperienza estremamente eccitante, come un’avventura che di certo non si ripeterà di nuovo».Il Grand Tour era insomma trasformato in un vagare di morti viventi.
«gl’insegnava ad ammirare». Consacrato a Madonna Beltà,
«ora che si era creata una casa, d’istinto l’aveva adornata quasi a immagine d’una chiesa, e si passava di stanza in stanza come da una ad un’altra cappella (…). E sebbene non vi fossero quasi immagini sacre nella sua casa, v’era intorno una dignità di chiesa come di tempio spazzato e adorno».
«il nome di arte s’usa a questo proposito in difetto d’uno più calzante». Preferiva pensare si trattasse di una bieca faccenda economica, come tappezzare le pareti di titoli azionari, diceva, mentre gli scherzi avanguardisti si rivelavano appunto sorprendenti tesoretti per gli investitori. Metteva in guardia i suoi lettori sui
«sottili, ingegnosi e capziosi ragionamenti»della critica d’arte, e stava parlando dell’amico Cesare Brandi, dove la capziosità si accompagnava ancora a un’alta cultura e non era semplice gioco delle tre carte degli spacciatori del ‘contemporaneo’.
«nel campo della pittura è quel che Dostoevskij e Strindberg sono stati in quello della letteratura». Bizzarrissimo poi che l’amante di Canova, il sostenitore del gusto neoclassico in epoca assai scapricciate e poco consone a tale stile, si inoltrasse nel bosco espressionista, apprezzando addirittura Van Gogh contra Klimt.
«i pittori vi presentano un’asse crivellata di buchi, o una tela grezza con qualche grammo di colore e li chiamano quadri, e uno scultore prende il sedile di un cesso, lo combina con un tubo di stufa e lo chiama una statua».E in un saggio raccolto poi in I volti del tempo rispettava la
«perplessità del pubblico»che alla Biennale, di fronte agli oggetti estetici esposti, si chiedeva:
«Che cosa sono? A che servono?». Praz faceva sua e riproponeva la domanda del pubblico. Già a che cosa serve una installazione? Bella questione. Oggi irriderebbe le pagliacciate istituzionalizzate nei musei, i teppisti — come considerava i suoi odiati vicini di casa raccontati dal viscontiano film Gruppo di famiglia in un interno — rispettati come artisti, e forse, pure così tollerante, si sarebbe scandalizzato per l’inaccettabile ignoranza dei nuovi colti.
«ottusa e faziosa speculazione degl’intellettuali di sinistra»che
«vedevano la pagliuzza nell’occhio dell’America e si rifiutavano di vedere il trave nell’occhio della Russia. Il mostro per loro non era Stalin, ma quell’untorello di MacCarthy. Non credevano alla peste, ma rabbrividivano di religioso orrore al solo pensiero della varicella. Quos Deus vult perdere…».
«Maestà serenissima della Morte». (Non ci è dato sapere dei destini del film e del libro di quei due.)