Sessant’anni fa, in piena Guerra Fredda, uscivano a Londra le memorie del generale polacco Wladislaw Anders, l’eroe di Montecassino, colui che aveva guidato il II Corpo d’Armata polacco alla liberazione di Ancona (Luglio 1944) e di Bologna (aprile 1945). Si trattava di memorie scomode scritte da un uomo duro, un soldato tutto d’un pezzo che non era disposto a passare sopra il tradimento degli Alleati nei confronti della Polonia.
Le memorie di Anders parlano di questa incredibile avventura: e cioè di come venne effettivamente realizzato un esercito polacco in territorio sovietico, con i militari emaciati e stremati che convergevano da ogni campo di lavoro e di detenzione, da ogni isola del Gulag verso il luogo di raccolta costituito nel sud della Russia, a Buzuluk.
E con migliaia e migliaia di civili polacchi che, deportati in Siberia e Kazakistan nel 1941 (secondo i calcoli di Anders erano circa 1.500.000) accorrevano e si radunavano intorno al loro esercito, vedendo in esso l’unica loro possibilità di salvezza. E poi gli infiniti patteggiamenti del generale per dare ai suoi soldati la possibilità di combattere contro i Nazisti ma non, come volevano i sovietici, dispersi tra le fila dell’Armata Rossa, carne da macello nella mani del maresciallo Stalin, bensì come esercito polacco ben distinguibile, anticipo della nazione polacca restituita.
Una delle prime evidenze a cui Anders dovette arrendersi fu l’esiguo numero di ufficiali polacchi che provenivano dai campi sovietici. Ancor prima che fossero scoperte dai Tedeschi le fosse di Katyn nel 1943, Anders stabilì che mancavano all’appello almeno 11.000 ufficiali internati a Starobielsk. Nelle memorie compare distintamente la preoccupazione per stabilire la lista nominativa degli ufficiali “dispersi”, consegnarla ai sovietici, ottenere informazioni: compaiono anche i verbali dei diversi colloqui tra Anders e Stalin sulla sorte degli ufficiali polacchi, nonché la famosa menzogna di quest’ultimo “Saranno fuggiti in Manciuria”.
D’altro lato, le memorie documentano la progressiva capitolazione di Churchill e Roosevelt davanti all’aggressività di Stalin, il loro assenso al sacrificio della Polonia, il voltafaccia nei confronti del Governo polacco in esilio a Londra e il riconoscimento in sua vece del Governo fantoccio costituito da Stalin (il cosiddetto Governo di Lublino), l’assenso davanti alla politica del fatto compiuto che trasformò i Sovietici da liberatori in occupanti, fino all’assurdo riconoscimento da parte degli Alleati dei confini Sovietici tracciati dal Patto Molotov-Ribbentrop.
La logica conclusione fu che il II Corpo d’Armata polacco che aveva combattuto a fianco degli Alleati per liberare l’Europa dai Nazisti e aveva lasciato migliaia di morti a Montecassino, Ancona e Bologna (dove sono i grandi cimiteri militari polacchi), scoprì alla fine della guerra che la Polonia era passata sotto la sfera sovietica. Per i soldati che provenivano dai campi di lavoro in Siberia e che avevano le loro famiglie nel territorio che ora diventava Unione Sovietica, questo voleva dire una cosa sola: erano passati dall’inferno hitleriano a quello staliniano. “Il carattere del nostro esercito era diverso da quello degli eserciti alleati combattenti in Italia. Noi fummo non soltanto un esercito, ma una piccola Polonia in marcia per dare la libertà alla nazione polacca. Non è per colpa nostra se ciò non è ancora avvenuto”.
Nel febbraio del 1940 mi trovavo incarcerato alla Lubjanka, il carcere della Polizia politica (NKVD, poi KGB) al centro di Mosca. I carcerieri mi trovarono una Medaglia della Madonna Nera, me la tolsero e la calpestarono dicendo: “Vediamo un po’ se questa prostituta può esservi d’aiuto in un carcere sovietico!”. Molte volte in carcere feci sogni in relazione a questa medaglia. Continuavo a vedere il piccolo viso di Nostra Signora di Czestochowa, tanto simile a quella di Santa Teresa. Sentii la sua costante protezione su di me. Più udivo i sogghigni di quei senzadio attorno a me, più profonda si faceva la mia fede religiosa, fede che mi sostenne a superare le insufficienze umane di quei giorni spaventosi.
La fede nella Divina Provvidenza, che aveva fatto un miracolo simile a tanti di noi, che sembravamo ormai condannati a morire di morte lenta e terribile, diventò, con il profondo amore per la Patria, uno dei cardini principali del nostro morale.