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Il Covile - N.o 1 (24.8.2001) Timido inizio

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Poiché ogni tanto mi trovo a segnalare materiale e indirizzi interessanti che trovo in rete, ho deciso di creare una mia News Letter.
Sarà rigorosamente aperiodica e la invierò a tutti gli amici ogni qualvolta lo riterrò necessario.
Se avete amici interessati, comunicatemelo.
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Repubblica
Venerdì 24 Agosto 2001
 
Immagine e identità delle forze dell’ordine
IL MALESSERE CON LA DIVISA
di SERGIO ROMANO
 
Ciò che maggiormente mi colpì quando feci il mio primo viaggio a Londra dopo la guerra fu la stima di cui godevano i poliziotti inglesi. I bobby , come vengono chiamati familiarmente, suscitavano una simpatia a cui non ero abituato. Da noi invece, per una parte dell’opinione pubblica, i poliziotti erano sbirri, i carabinieri ottusi e i finanzieri corruttibili. Al nord, soprattutto, il mestiere di «tutore dell’ordine» era visto come l’unica prospettiva di lavoro per una piccola borghesia meridionale, incolta e, appena rivestita di una uniforme, arrogante. Agli occhi della sinistra, non soltanto comunista, le polizie erano repressive e «scelbiane», se non addirittura «golpiste». Vi fu un lungo momento in cui la tuta dell’operaio fu contrapposta, nella mitologia della classe operaia, alla divisa del poliziotto. E poiché neppure le forze armate, dopo una guerra perduta, godevano allora di grande considerazione, l’Italia, fra le democrazie europee, era quella in cui l’uniforme dello Stato veniva guardata con maggiore diffidenza. Lascio ai sociologi il compito di spiegare le cause di questo fenomeno e osservo che il giudizio è andato progressivamente cambiando. Nelle grandi emergenze degli ultimi trent’anni - terrorismo, mafia, Tangentopoli, lotta contro gli «scafisti» in Adriatico - i corpi di polizia sono riusciti a stabilire con il Paese un rapporto diverso. Vi è riuscita la guardia di finanza, che all’epoca di Mani pulite era parsa coinvolta e vulnerabile. Vi sono riuscite le forze armate, che nelle operazioni per il mantenimento della pace (da oggi sono anche in Macedonia) hanno conquistato, dopo qualche infortunio somalo, la stima dei colleghi stranieri. Il fenomeno si spiega in parte con la formazione dei governi di centrosinistra dopo il 1996. Una volta al potere la sinistra ex comunista ha capito che l’ordine e la difesa sono beni nazionali, che i poliziotti e i soldati non sono strumenti della lotta di classe. Lo ha capito Massimo D’Alema, presidente del Consiglio durante la guerra del Kosovo; lo ha capito meglio di altri Giorgio Napolitano quando fu ministro degli Interni.
Ma ci si accorge dell’importanza di un bene, purtroppo, nel momento in cui si comincia a perderlo. I fatti di Genova e il loro seguito giudiziario stanno modificando l’immagine delle forze dell’ordine. Alcuni poliziotti hanno perduto la testa e la polizia, nel suo insieme, si è dimostrata impreparata, tecnicamente e culturalmente, ad affrontare la nuova contestazione. La magistratura inquirente ha dato la sensazione di trattare un intero corpo alla stregua di un potenziale colpevole. Alcuni sindacati delle forze dell’ordine hanno dimenticato la delicatezza della loro funzione e parlano come una qualsiasi lobby corporativa, minacciando scioperi e picchettaggi. Altri sindacati vogliono dialogare con i manifestanti, come se la polizia avesse il diritto di fare la propria politica anziché il dovere di obbedire al governo e al Parlamento. Una parte della sinistra rispolvera i suoi vecchi pregiudizi classisti. Una parte della destra cerca di sfruttare il malessere degli uomini in uniforme. Qualcuno torna a pensare, come negli anni 70, che le uniche divise veramente democratiche siano le tute, le magliette e i passamontagna. E qualcuno sembra convinto che la contestazione sia sempre lecita, anche quando è violenta, mentre la difesa dell’ordine pubblico è sempre repressiva, fascista, cilena.
Anziché punire i colpevoli e correggere gli errori, stiamo buttando via, per leggerezza e stupidità, un capitale nazionale - la rispettabilità delle forze dell’ordine confermata dai larghissimi consensi dei sondaggi - che abbiamo impiegato trent’anni ad accumulare. Possiamo ancora fermarci e riflettere.
 
Vogliamo, per favore, provarci?