Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 3 (10.9.2001) Nicolàs Gomez Dàvila

Questo numero


Ad alcuni amici avevo già segnalato quello che, a mio avviso, è il miglior libro degli ultimi anni In margine a un testo implicito di Nicolàs Gomez Dàvila, edito quest'anno nella piccola Adelphi.
Allego a questa citazione, selezionata pensando agli informatici, un breve testo di Dàvila che può servire da assaggio e due recensioni del libro di parte opposta.
la citazione:
"Se Socrate davvero non sa nulla, perché non si limita ad accettare le proposte del suo interlocutore?
Spera, forse, che la verità scaturisca dalla congruenza di capricci?
Crede, chissà, che il 'bene' consista in ciò che i votanti approvano all'unanimità?
No!
Come ogni reazionario, Socrate sa che in democrazia non è permesso insegnare.
L'uomo democratico ha bisogno di credere che sta inventando ciò che altri suggeriscono."

Il vero reazionario


L’esistenza del vero reazionario di solito scandalizza il progressista.
La sua presenza in qualche modo lo disturba. Di fronte all’atteggiamento reazionario il progressista prova un leggero disprezzo, accompagnato da sorpresa e da inquietudine.
Per placare i propri timori, il progressista è solito interpretare questo atteggiamento inopportuno e urtante come travestimento d’interessi o come sintomo di stoltezza; ma soltanto il giornalista, il politico e lo stupido non si turbano, segretamente, di fronte alla tenacia con cui le più elevate intelligenze d’Occidente, da centocinquant’anni, accumulano obiezioni contro il mondo moderno. Infatti, un disprezzo di compiacenza non sembra la risposta adeguata a un atteggiamento nel quale un Goethe si può affratellare a un Dostoievski.
Ma se tutte le tesi del reazionario sorprendono il progressista, la semplice posizione reazionaria lo sconcerta. Gli sembra una posizione stravagante che il reazionario protesti contro la società progressista, la giudichi e la condanni, ma che si rassegni al suo attuale monopolio della storia.
Il progressista radicale, da un canto, non comprende come il reazionario condanni un fatto che ammette, e il progressista liberale, dall’altro, non capisce come ammetta un fatto che condanna. Il primo pretende che rinunci a condannare se riconosce che il fatto è necessario, e il secondo che non si limiti a rinunciare se confessa che il fatto è riprovevole. Quegli pretende da lui che si arrenda, questi che agisca. Entrambi condannano la sua passiva adesione alla sconfitta.
Infatti, il progressista radicale e il progressista liberale rimproverano il reazionario in modo diverso, perché l’uno sostiene che la necessità è ragione, mentre l’altro afferma che la ragione è libertà.
Una diversa visione della storia condiziona le loro critiche.
Per il progressista radicale necessità e ragione sono sinonimi: la ragione è la sostanza della necessità e la necessità il processo nel quale la ragione si realizza. Entrambe costituiscono un unico torrente di esistenze.
La storia del progressista radicale non è la somma di quanto è semplicemente accaduto, ma un’epifania della ragione. Anche quando insegna che il conflitto è il meccanismo vettore della storia, ogni superamento risulta da un atto necessario, e la serie discontinua degli atti è il sentiero tracciato dai passi della ragione inevitabile avanzando sulla carne vinta.
Il progressista radicale accetta solo l’idea cauzionata della storia, perché il profilo della necessità rivela i tratti della ragione nascente. Dal corso stesso della storia emerge la norma ideale che lo corona.
Convinto della razionalità della storia, il progressista radicale si assegna il compito di collaborare al suo successo. Il fondamento dell’imperativo etico sta, per lui, nella nostra possibilità di spingere la storia verso i suoi fini specifici. Il progressista radicale si piega sul fatto imminente per favorire la sua realizzazione, perché, agendo nel senso della storia, la ragione individuale coincide con la ragione del mondo.
Per il progressista radicale, quindi, condannare la storia non è soltanto un’impresa vana, ma anche un’impresa stolta. Impresa vana, perché la storia è necessità; impresa stolta, perché la storia è ragione.
Invece il progressista liberale si pone in una semplice contingenza. Per lui la libertà è sostanza della ragione e la storia è il processo in cui l’uomo realizza la sua libertà.
La storia del progressista liberale non è un processo necessario, ma l’ascesa della libertà umana verso il pieno possesso di sé stessa. L’uomo forgia la propria storia imponendo alla natura le decisioni della propria libera volontà.
Se l’odio e l’avidità trascinano l’uomo in labirinti sanguinosi, la lotta si realizza fra libertà pervertite e libertà rette. La necessità è semplicemente il peso opaco della nostra personale inerzia, e il progressista liberale pensa che la buona volontà possa riscattare l’uomo, in qualunque momento, dalle servitù che lo opprimono.
Il progressista liberale pretende che la storia si comporti in conformità con quanto postula la sua ragione, dal momento che la crea la libertà; e, siccome la sua libertà genera anche le cause che vieta, nessun fatto può aver la meglio sul diritto istituito dalla libertà.
Nell’atto rivoluzionario si condensa l’imperativo etico del progressista liberale, perché spezzare quanto l’ostacola è l’atto essenziale della libertà che si realizza. La storia è una materia inerte lavorata da una volontà sovrana.
Per il progressista liberale, dunque, rassegnarsi alla storia è un atteggiamento immorale e stolto. Stolto, perché la storia è libertà; immorale, perché la libertà è la nostra essenza.
Ma il reazionario è lo stolto che fa proprie la presunzione di con dannare la storia e l’immoralità di rassegnarsi a essa.
Progressismo radicale e progressismo liberale elaborano visioni parziali. La storia non è né necessità né libertà, ma la loro integrazione flessibile.
Infatti la storia non è un mostro divino. Non sembra che il polverone umano si sollevi come sotto l’alitare di una bestia sacra; non sembra che le epoche si ordinino come stadi nella nascita embrionale di un animale metafisico; i fatti non si dispongono gli uni rispetto agli altri come squame di un pesce celeste.
Ma, se la storia non è un sistema astratto che germina sulla base di leggi implacabili, non è neppure docile alimento della follia umana.
La capricciosa e gratuita volontà dell’uomo non è il suo rettore sommo. I fatti non si modellano come una pasta viscosa e plastica fra dita operose.
Infatti, la storia non deriva da una necessità impersonale, né dal capriccio umano, ma da una dialettica della volontà dalla quale l’opzione libera si svolge in conseguenze necessarie.
La storia non si sviluppa come un processo dialettico unico e autonomo, che prolunga in dialettica vitale la dialettica della natura inanimata, ma in un pluralità di processi dialettici, numerosi come gli atti liberi e adeguati alla diversità delle loro basi carnali.
Se la libertà è l’atto creatore della storia, se ogni atto libero genera una storia nuova, il libero atto creatore si proietta sul mondo in un processo irrevocabile. La libertà secerne la storia come un ragno metafisico la geometria della sua tela.
Infatti la libertà si aliena nello stesso gesto in cui si assume, perché l’atto libero possiede una struttura coerente, un’organizzazione interna, una proliferazione normale di conseguenze. L’atto si dispiega, si dilata, si espande in conseguenze necessarie, in conformità con il suo carattere interno e con la sua natura intelligibile. Ogni atto assoggetta una parte di mondo a una configurazione specifica.
Pertanto la storia è un incastro di libertà concretizzate in processi dialettici. Tanto più è profondo lo strato al quale nasce l’atto libero, tanto più sono varie le zone di attività determinate dal processo, e maggiore la sua durata. L’atto superficiale e periferico si esaurisce in episodi biografici, mentre l’atto centrale e profondo può creare un’epoca per una società intera.
Così la storia si articola in momenti e in epoche: in atti liberi e in processi dialettici. I momenti sono la sua anima fuggitiva, le epoche il suo corpo tangibile. Le epoche si estendono come intervalli fra due momenti: il suo momento germinale e il momento in cui la chiude l’atto iniziale di una nuova vita. Su gangheri di libertà girano porte di bronzo.
Le epoche non hanno una durata immutabile: l’incontro con processi sorti da una maggiore profondità le può interrompere, l’inerzia della volontà le può prolungare.
La conversione è possibile, la passività consueta. La storia è una necessità generata dalla libertà e strozzata dalla causalità.
Le epoche collettive sono il risultato di una comunione attiva in una decisione identica, o della contaminazione passiva di volontà inerti; ma, finché dura il processo dialettico in cui le libertà si sono trasformate, la libertà del non conformista si ritorce in una ribellione inefficace. La libertà sociale non è un’opzione permanente, ma allentamento improvviso nell’articolazione delle cose.
L’esercizio della libertà suppone un’intelligenza sensibile alla storia, perché davanti alla libertà alienata di tutta una società solo l’uomo può cogliere il rumore della necessità che si spezza. Ogni proposito fallisce se non s’inserisce nelle fessure principali di una vita.
Di fronte alla storia si leva solamente l’imperativo etico di operare quando la coscienza approva la finalità che al momento è dominante o quando le circostanze culminano in una congiuntura propizia alla nostra libertà.
L’uomo posto dal destino in un’epoca senza fine prevedibile, e il cui carattere ferisce le nervature più profonde del suo essere, non può sacrificare frettolosamente la sua ripugnanza ai suoi tratti gentili, né la sua intelligenza alla sua vanità. Il gesto spettacolare e vano merita il plauso pubblico, e il disprezzo di quanti la meditazione invoca. Nei momenti oscuri della storia l’uomo si deve rassegnare a rodere pazientemente le superbie umane.
Così l’uomo può condannare la necessità senza contraddirsi, anche se può operare solo quando la necessità crolla.
Se il reazionario ammette la sterilità attuale dei propri princìpi e l’inutilità delle sue condanne non è perché gli basta lo spettacolo delle confusioni umane. Il reazionario non si astiene dall’agire perché lo spaventa il rischio, ma perché pensa che attualmente le forze sociali si riversano rapide verso una meta che disdegna. Nell’attuale processo le forze sociali hanno scavato il proprio alveo nella roccia e niente muterà il loro corso finché non sboccheranno sul liscio di una pianura ignota. Il gesticolare dei naufraghi manda soltanto i loro corpi alla deriva parallelamente a una diversa spiaggia.
Ma se il reazionario è impotente nel nostro tempo, la sua condizione lo obbliga a testimoniare la sua ripugnanza. La libertà, per il reazionario, è soggezione a un ordine.
Infatti, anche quando non sia né necessità né capriccio, tuttavia la storia non è per il reazionario dialettica della volontà immanente, ma avventura temporale fra l’uomo e quanto lo trascende. Le sue opere sono tracce, sulla sabbia smossa, del corpo dell’uomo e del corpo dell’angelo. La storia del reazionario è un brandello, strappato dalla libertà dell’uomo, che sventola al soffio del destino.
Il reazionario non può tacere, perché la sua libertà non è solo l’asilo in cui l’uomo sfugge al traffico che lo stordisce e dove si rifugia per riprendere in mano sé stesso. Nell’atto libero il reazionario non prende soltanto possesso della propria essenza.
La libertà non è una possibilità astratta di scegliere fra beni noti, ma la condizione concreta all’interno della quale ci è concesso il possesso di nuovi beni. La libertà non è istanza che risolva contese fra istinti, ma la montagna dalla quale l’uomo contempla l’ascesa di nuove stelle, nella polvere luminosa del cielo stellato.
La libertà pone l’uomo fra divieti che non sono fisici e imperativi che non sono vitali. Il momento libero dissipa la vana chiarezza del giorno, perché si erga, sull’orizzonte dell’anima, l’immobile universo che fa scivolare i suoi lumi passeggeri sul tremore della nostra carne.
Se il progressista si volge al futuro, e il conservatore al passato, il reazionario non misura i propri desideri con la storia di ieri o con la storia di domani. Il reazionario non plaude a quanto porterà l’alba prossima, né si aggrappa alle ultime ombre della notte. La sua abitazione si leva nello spazio luminoso in cui le essenze lo chiamano con le loro presenze immortali.
Il reazionario sfugge alla schiavitù della storia perché ricerca nella selva umana l’orma di passi divini. Gli uomini e i fatti sono, per il reazionario, una carne servile e mortale animata da venti di tramontana.
Essere reazionario significa difendere cause che non girano sulla scacchiera della storia, cause che non importa perdere.
Essere reazionario significa che ci limitiamo a scoprire quanto crediamo d’inventare; significa ammettere che la nostra immaginazione non crea, ma svela corpi morbidi.
Essere reazionario non significa abbracciare determinate cause, né patrocinare determinati fini, ma assoggettare la nostra volontà alla necessità che ci costringe, arrendere la nostra libertà all’esigenza che ci spinge; significa trovare le evidenze che ci guidano addormentate sulla riva di stagni millenari.
Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne.
 
Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) El reaccionario auténtico. Un ensayo inédito, in Revista Universidad de Antioquia, n. 240, Medellín aprile-giugno 1995, pp. 1619. Traduzione redazionale.
tratto da: Cristianità N.287-288 marzo aprile
 

Geniale, quasi banale ( di Roberto Cotroneo )


L'Espresso online 03.05.2001
Fate attenzione all'aforisma. Temetelo, diffidatene. Più è intelligente più nasconde un tranello, più è folgorante più toglie coerenza al pensiero. L'aforisma è una pianta che si nutre di altre piante. E le spegne. E non c'è modo di liberarsene. In margine a un testo implicito è tutto questo. Il libro di un reazionario, Gómez Dávila, nato nel 1913, morto nel 1994. Che, parentesi parigina negli anni Trenta a parte, ha vissuto l'intera sua esistenza tessendo un corredo di straordinarie sentenze, a qualcosa che non è mai esistito. A un testo implicito che, come Moby Dick, non si riesce ad afferrare, perché non c'è, o forse è un miraggio. Mirabile gioco illusorio, questo libro, che rivela per la prima volta in italiano Gómez Dávila: non porta a nessun testo implicito, ma rimanda a migliaia di libri possibili di cui questi aforismi non sarebbero altro che note a margine, dettagli non inclusi, persino appunti di un libro infinito, di cui non si ha né inizio né termine. In questa illusione si svolge questa geniale impostura, che lascia sgomenti, perché è la reggia del cinismo più perfetto, dell'inconsistenza di ogni opera scritta a futura memoria, di ogni possibile idea positiva del mondo, dell'umanità.
 
L'antipatico Nicolás Gómez Dávila gioca ad armi impari con il suo lettore, non gli concede nulla, nascosto in una trincea inespugnabile, lo mitraglia senza sosta, colpo su colpo: «Il ventesimo secolo è un naufragio senza fine», «Nobile è solo ciò che dura», «I vizi ammirevoli sono solo virtù corrotte», «Il nulla è l'ombra di Dio», «Più che opinioni stupide ci sono stupidi che hanno opinioni». E via dicendo. Nella nostra cultura del frammento questo libro avrà successo, e non perché sia in margine a un testo implicito, ma perché diventa a sua volta un testo esplicito, l'unico possibile. Profeta di se stesso Gómez Dávila arriva a scrivere: «La verità è l'imprevista e misteriosa efflorescenza di una banalità». Forse come questo libro?
 

Il colombiano che sferzò il secolo (di Valenti Francesco)


TEMPI, Numero 19, 10 Maggio 2001
 
Si può scrivere un libro di 1.000 aforismi senza sfoggiare snobismo e scetticismo di maniera? Nicolas Gomez Davila, finora sconosciuto scrittore colombiano che possedeva tutti i libri del mondo tranne quelli di Gabriel Garcia Marquez, ci è riuscito. Sette anni dopo la sua morte diventa disponibile la traduzione italiana per i tipi di Adelphi, sotto il titolo In margine a un testo implicito
 
Il libro di questo ignorato scrittore colombiano è, semplicemente, un miracolo e un capolavoro. Miracolo, perché nella massa informe dei milioni di testi pubblicati in Italia, da Santa Fe de Bogotá, che per noi è solo il luogo dove nessuno esce più di casa per non rischiare di saltare in aria, è ancora possibile che ci raggiunga un tesoro, attraverso la selezione di un’editoria solitamente più proclive a censurare che a trasmettere. Capolavoro apparirà in modo immediato e semplice a chi lo legga. Sono circa mille aforismi che compongono il “commento a un testo implicito”. Da questi “pensieri improvvisi” emerge una tale chiarezza godibile, da assicurarne la scorrevolezza di lettura insieme alla permanenza nella memoria. In essi campeggia la solitudine e l’offerta di chi ha cercato di osservare, in sé e nel mondo, senza tradimenti, una verità sempre in agguato, anche tra le miserie. I pensieri si dipanano liberi, senza ingabbiarsi né in uno sdegnoso moralismo alla Marco Aurelio, né in quello scetticismo nichilistico, che pare spesso di maniera, alla Ceronetti, né in un vuoto esercizio di sputo sul mondo alla Arbasino. Lo stile è sempre carico di significato e profondo senza essere affettato, più simile allo stile poetico che a quello della satira. Talora sembra emergere la grazia di un pensiero fulmineo di Catullo, talora l’ira mordace di Dante o l’ironia sociale di Wilde e Flaiano.
 
Eliot, Dostoevskij e Leopardi. Ma niente Marquez
Come ci informa nella sua fedele nota il curatore Franco Volpi, questo coltissimo aristocratico colombiano, nato nel 1913 e morto nel 1994, ha raccolto una biblioteca di trentamila volumi, nella quale è presente tutta la letteratura del mondo, ma non è presente un solo libro del suo concittadino e premio nobel per la letteratura Garcìa Márquez. Muovendo dalle sue vaste letture, Gómez Dávila costruisce, attraverso qualche volume, un unico libro, del quale non ci fornisce il testo, ma le glosse, le note, i margini, gli scolii. Pertanto, il testo vero e proprio rimane implicito, e con questo lo scoliaste Gómez Dávila sfugge all’oltraggio oppressivo della filosofica del nostro tempo che ha costruito le sue fortune sul non detto. In questa direzione va intesa la sua dichiarazione di essere un “reazionario”. Dal momento che le parole sono definite dal contesto del mondo di cui vivono, lo scrittore colombiano le ricompone per assenza di contesto, e questo gli permette di dire ancora parole che affermano un mondo pieno di senso, senza indulgere né al sentimentalismo romantico né al disastrismo nietzschiano. Cattolico “contro la Chiesa, dentro la Chiesa”, Gómez Dávila osserva con dolore la trasformazione del pensiero tradizionale e dialoga attorno ad esso con gli antichi pagani, con gli scettici, con gli eretici e con i Pound, i Pascal, gli Eliot, i Dostoevskij, i Baudelaire, i Leopardi. Leggendo gli splendidi aforismi di Gómez Dávila si ripercorre perciò con perfetta precisione la storia del pensiero del XX secolo da un angolo di visuale acutamente latino-americano, se ne esaminano le terribili illusioni, le sanguinarie conseguenze e l’inesorabile vuoto finale. Il pensiero rivoluzionario borghese e il marxismo, la psicoanalisi e la teologia della liberazione, i linguaggi dell’errore moderni vengono sferzati con tale precisione da uscire per sempre dalla storia di un mondo che può ancora mutare.
 
di Valenti Francesco
 
(c) 2001 - Editoriale Tempi duri s.r.l.