Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 19 (4.11.2001) Leopardi e Pitigrilli

UN AMICO CI DELIZIA


 
Caro Stefano, consultando il tuo sito ho avuto modo di mettermi in pari con le tue vecchie news. Ho trovato particolarmente esilarante il falso saggio su Pascoli e mi ha fatto venire in mente un vecchio racconto del 1955, ormai introvabile, di Pitigrilli, uno scrittore umoristico dell'epoca che, dopo avere goduto di grande fortuna letteraria, concluse la sua carriera nella vergogna in quanto fu scoperto spia dell'OVRA. Non si capisce perché lo avrebbe fatto, essendo ricco, famoso e per di più ebreo, tuttavia i carteggi e le testimonianze parrebbero inchiodarlo. Emilio Lussu garantiva sulla sua luridità morale, e questo non è poco. Ma l'abiezione morale, direbbe Croce, non inficia l'arte. Questo raccontino, che ti allego, è una delle tante perle di questo diabolico scrittore.
 
Ciao
 
Stefano Miniati
 

 

GILET FANTASIA


 

La mia segretaria mi annunciò:
 
-Avvegnaché.
 
Posai la penna a metà parola e gli andai incontro. Il professor Avvegnaché entrò preceduto dal mio assistente e seguito dall’infermiere, e senza liberarsi del paracqua e senza guardarmi esaminò in silenzio le tre riproduzioni di quadri famosi che ornavano le tre pareti del mio studio: il ritratto di Pasteur nel laboratorio. Una lezione del prof.Charcot alla Salpetriere e la Lezione di Anatomia del dottor Tulp, di Rembrandt. La quarta parete era un’invetriata aperta sull’anfiteatro della città, come per confessare al mondo che in quella grande sala di dove dirigevo l’Istituto, si recitava uno dei drammi dell’umanità sui quali non cala mai il sipario, la lotta contro la follia.
 
Poi venne a sedersi lentamente accanto alla mia tavola, diede un’occhiata interrogativa al mio assistente e all’infermiere, che con un cenno allontanai.
 
- Vi ho conosciuto - cominciò l’insigne studioso - un mese fa. Ho ancora in tasca il vostro biglietto di visita. Voi siete - disse leggendo - il dottor Osvaldo Hirschlaff, direttore dell’Istituto di Psichiatria Kraft-Ebing, docente di psicopatologia alla Regia Università di Ravenna. Non so perché usiate l’espressione psichiatrico, dal greco iatreia, cura e psuké, anima, avendo a portata di mano la parola manicomio, che é anche di etimologia greca, se questo vi diverte: mania significa pazzia, e comèo curo. Forse che voi curate l’anima? L’anima non é inferma; la pazzia é una infermità. Ma il vostro mestiere consiste nell’incollare etichette un pò ermetiche, ermetiche per gli illetterati, sui fenomeni che non sapete spiegare, etichette che fanno ridere un ex studente di liceo al quale rimanga qualche reminiscenza di greco. Non potete far niente contro la follia, le manie, le fobie, e ciò é un bene, perché sono i grandi fissati quelli che dirigono i destini del mondo e, perciò trastullate la vostra impotenza con l’inventare dei nomi di una grottesca ingenuità: belenofobia, paura degli spilli, rupofobia, della sporcizia, aichmofobia, degli oggetti aguzzi, agorafobia, dei luoghi elevati, cremnofobia, dei precipizi, oichofobia, della propria casa, amaxofobia, delle carrozze, cheimofobia, del tuono, brontofobia, del lambo, astrapephobia, delle montagne, orofobia, dei declivi, clinofobia, del vuoto, kenofobia, della notte, tricofobia, dei peli, efidrofobia, del sudore, urinofobia, del fare pipì, enduofobia, del vestirsi, galefobia, ginofobia, oclofobia, la paura dei gatti, della donna e della moltitudine. Potrei citarvene qualche centinaio, ma voi mi taccereste di elencofilia, dal greco elenkos, catalogo.
 
Di tutte queste infermità così elegantemente battezzate, sareste riuscito a guarirne una sola? Nella vostra squallida e pretenziosa incapacità, siete arrivati a inventare le parole più comiche: poiché nell’Atene di Alcibiade non c’erano le ferrovie, e dovevate dare un nome alla paura di andare in treno, avete grecizzato il francese "chemin de fer": sideros, ferro e dromos corsa, e avete coniato la siderodromofobia.
 
Non si può essere più eruditamente cafoni di così. Se una sola volta nella storia dell’umanità, dalla creazione del mondo al giudizio finale, si presentasse il caso di un signore che avesse paura della palla d’avorio tinta di rosso che si usa nel gioco della carambola, mettereste insieme erutros, rosso, sfaira che vuol dire palla, eboreus che vuol dire d’avorio, e lancereste il neologismo eritrosfaireboreofobia, stampereste un libro su questa psicosi, illustrereste il caso in uno di quei congressi, che sarebbero del tutto inconcludenti se non si concludessero con un banchetto finale. D’accordo?
 

 
Feci un molle movimento della mano, che era una tiepida ammissione con le dovute riserve.
 
- Ci siamo conosciuti - riprese- in casa della signora Opoponaz. Giacomina Opoponax. Fu mia alunna. Intelligente, vivace, esuberante e povera. Muy temperamental, come si dice in Spagna di quelle ragazze borghesi che fin dalla pubertà pongono i genitori di fronte al problema di cercare alla svelta un fesso prima che arrivi un furbo. Lo trovarono nella persona del finanziere Opoponax; sebbene l’uomo le ripugnasse e fosse carico di denaro, la ragazza passò sopra a questi due piccoli inconvenienti e lo sposò. Ora é ciò che si dice una signora per bene, in altre parole una moglie che va a letto anche col proprio marito. Il marito le rende la vita comoda, senza preoccupazioni, perché finora non é stato in carcere.
 
Mentre il pazzo parlava di questi personaggi, io guardavo ora il rocchetto del Webster che mi registrava la sua voce sul filo metallico, grazie al quale oggi posso trascrivere testualmente le sue parole, e ora leggevo a distanza, qua e là, nel suo fascicolo, il rapporto del medico curante e della famiglia. Il caso era nuovo. Avevo letto nei libri il caso di un insegnante di greco che aveva perso la conoscenza del greco per la caduta di un mattone sulla testa, e sebbene non distinguesse più un omicron da un omega, tutti gli altri ricordi e le conoscenze che non riguardavano il greco e la Grecia erano rimasti intatti. Sapevo di Van den Steen al quale la caduta di una pietra sul cranio aveva fatto scaturire il misticismo, ma quest’avventura di Cornelio a Lapide mi pare che sia stata smentita dalla storia e passata sotto silenzio della Chiesa.
 
L’uomo che mi stava di fronte non apparteneva alla leggenda. La signora Opoponax della quale egli mi aveva parlato con così umana ingratitudine, trovandosi in viaggio col marito in Irlanda, gli aveva mandato un biglietto della lotteria di Dublino, e un mese dopo il professore riceveva un giornale con un numero segnato: aveva vinto il secondo premio di 100.000 sterline. Choc psichico. Collasso. Quando si riprese, il suo mondo mentale risultò scisso in due parti: conservava intatto il senso critico, la memoria di opere, commenti, edizioni, date, autori della letteratura italiana del ‘300 e del ‘400, ma le idee si deformavano sul secolo decimosesto e decimosettimo, erano sbiadite nel decimottavo, e dell’ultimo secolo e mezzo non sapeva né un autore né un libro, come se una di quelle 100.000 sterline gli avesse ostruito l’arteria che nutre il centro sensoriale di Wernicke, nel ripostiglio degli ultimi 150 anni della letteratura. Sapeva Dante a memoria, ricordava giorno per giorno la biografia del Tasso e dell’Ariosto, ma attribuiva all’Ariosto gli amori con Eleonora d’Este vissuta cento anni prima e i sette anni di carcere, e raccontava che Torquato Tasso, caduto nelle mani dei briganti, se la cavò declamando alcuni canti del "suo" Orlando Furioso, composto cento anni dopo.
 
Scambiava il Metastasio col Machiavelli, il Goldoni con l’Alfieri, e interrogato sul Monti, sul Foscolo, sul Leopardi, increspava le labbra in una smorfia che significava "mai sentiti nominare". Non so se prima della lotteria di Dublino usasse quella schiettezza di linguaggio di cui mi aveva dato un campione, ma il suo senso critico su qualsiasi argomento era splendidamente sveglio, pieno di reazioni, di ribellioni, di sentenze decisive e taglienti.
 
A un tratto si levò. Mentre guardava attraverso i cristalli il panorama placido di Ravenna, io scelsi un libro dalla mia biblioteca e dissi in polacco alla signorina Choleva, mia segretaria:
 
- Mi copi a macchina fin qui.
 

 
Quando il professore, pochi minuti dopo, tornò a sedersi a lato della mia scrivania, gli dissi:
 
- Professor Avvegnaché, mi occorre un suo giudizio. Un giudizio sereno, spassionato, senza precauzioni oratorie e senza eufemismi. Io mi diletto a scrivere versi, e vorrei partecipare a un concorso per mezzo di un breve componimento. Ditemi con la più franca brutalità la vostra opinione.
 
- Giovanotto, vi debbo mettere in guardia contro la pretesa sincerità di coloro che dicono ciò che pensano, non hanno peli sulla lingua, non guarderebbero in faccia neanche il Re e declamano amicus Plato, sed magis amica veritas, cioè se hanno qualche cosa da dire a qualcuno, non glielo mandano a dire. La sincerità è un gilet fantasia a colori insolenti e impudichi, che i cosiddetti sinceri ostentano in presenza di coloro dai quali non hanno nulla da perdere; ma quando hanno qualcosa da guadagnare si abbottonano a doppio petto la giubba sopra l’oltracotante gilet fantasia della sincerità, e tornano ad essere bugiardi, ipocriti, opportunisti come gli altri. Ma questo non c’entra: vediamo il poema.
 
Si collocò gravemente gli occhiali e lesse ad alta voce:
 
Sempre caro mi fu quest’ermo colle
 
E da questa siepe, che da tanta parte
 
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
 
Ma sedendo e mirando, interminati
 
Spazi di là da quella, e sovrumani
 
Silenzi, e profondissima quiete
 
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
 
Il cor non si spaura.
 

Lo osservavo. Non un muscoletto che si increspasse sul suo viso. Non una parola che ridestasse in lui una parvenza di ricordo. Prese un lapis bicolore sulla mia scrivania e sottolineò in rosso certe parole e in azzurro certe altre. Continuò.
 
- E come il vento
 
Odo stormir tra queste piante, io quello
 
Infinito silenzio a questa voce
 
Vo comparando; e mi sovvien l’eterno,
 
E le morte stagioni, e la presente
 
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
 
Immensità s’annega il pensier mio:
 
E il naufragar m’è dolce in questo Mare.
 

Mi restituì il foglio, chiuse nell’astuccio gli occhiali come per congedare un esaminando bocciato, lo infilò nella tasca e disse:
 
- Zero.
 
- Come sarebbe a dire, professore?
 
- Astenetevi dal concorrere. Rimarreste fra gli ultimi.
 
- E perché?
 
- Cotesti versi non valgono un vecchio biglietto del tram.
 
Riprese il foglio, si inforcò gli occhiali:
 
- Analizziamoli insieme –disse- : la prima frase é piatta e volgare: "Sempre caro mi fu quest’ermo colle" non é un parlare poetico: é prosastico. Come chi declamasse: "Sempre mi piacque andare in ascensore". In quel "fu" c’è un grossolano errore di grammatica, perché fu é un verbo al singolare, che qui regge due soggetti: "Questo colle e questa siepe sempre mi fu caro". Mi furono, intendeva dire, ma evidentemente furono ha due sillabe di troppo per il suo fabbisogno, ossia per il suo endecasillabo. Le necessità’ della metrica, caro giovanotto, non giustificato gli strappi alla sintassi.
 
- Credevo che fosse una figura, professore.
 
- Deve sapere che tropi e figure sono nomi che i pedanti hanno servilmente inventato, come gli psichiatri, per giustificare le balordaggini irreparabili dei classici; voi inventate la lipemania, la cleptomania, la ninfomania e l’erotomania, e i grammatici inventano l’ipallage, l’iperbato, lo seugma, la sillessi per rilasciare una lettera di credito alla disattenzioni grammaticali e alle stramberie stilistiche delle glorie consacrate e inattaccabili. Andiamo avanti. In quattro e quattr’otto e quattro dodici e tre quindici endecasillabi ci sono due "quelle" e sei "questo" il che non é tollerabile nemmeno nelle lettere commerciali di un vinattiere, e potrebbe appena appena passare nel processo verbale di una guardia campestre. Non solo, ma la poesia deve essere composta di parole che scatenino stati d’animo, sveglino immagini, e il pronome "questo" e il pronome "quello" sono fredde, sbiadite, spelacchiate contromarche. Noto poi cinque enjambements. Sa che cos’è un enjambement?
 
- No, professore.
 
- Si dice enjambement una costruzione viziosa frequente nei cattivi versificatori e nei grandi poeti che per un momento si lasciano andare, buttano giù, non hanno trovato di meglio, non sapevano come cavarsela. Si dice che un verso enjambe su quello che segue quando il pensiero, invece di essere concluso in un verso, si esaurisce nel successivo per mezzo di una parola o due. Come se io dicessi, per esempio: un cucchiaino di bicarbonato, a capo, di sodio; oppure: il signor presidente della corte, a capo, d’appello. Licenze perdonabili in un giornaletto satirico, nella cabaletta di un melodramma o nella poesia reclame di un cinto erniario. Ha capito che cos’è un enjambement?
 
- Sì, professore: il sottosegretario delle poste, a capo, e telegrafi.
 
- Benissimo; e allora, perché avete scritto "che da tanta parte, a capo, dell’ultimo orizzonte?" Perché avete scritto "io quello, a capo, infinito silenzio"? Non sente com’è forzato quel "così tra questa, a capo, immensità?"
 
- Non sapevo ancora che cos’è l’….
 
- L’enjambement. Ora lo sapete. Nel secondo verso la siepe é vicina a chi parla, infatti dice: "questa siepe". Questo indica persona o cosa vicina a chi parla, cotesto, vicina a chi ascolta, e quella lontana da chi parla e da chi ascolta. Lo si apprende in terza elementare. Ebbene voi, dopo aver detto "questa" siepe, tre versi dopo dite di là da "quella". O prima o poi avete preso male le misure. Ci sono dei buoni oculisti a Ravenna. La fisionomia della crosta terrestre…
 
Fece il mezzo sorriso pieno di sottintesi dei professori, quando si preparano a dire una di quelle frasi dense di malizia che da trent’anni ripetono per scatenare l’ilarità tra i primi della classe, e parlando in tono pacato riprese:
 
- La fisionomia della crosta terrestre, secondo i geologi, é in continua trasformazione e in perfetto rinnovamento, ma se la siepe era vicina nel secondo verso, e nel frattempo non si é verificata una di quelle convulsioni vulcaniche che inghiottirono l’Atlantide e formarono la Cordigliera delle Ande, non é verosimile che la suddetta siepe si sia allontanata nel quinto verso.
 
Ormai io ero entrato nel mio personaggio, e, deciso a difendere le mie posizioni di autore come uno scolaro che contenda al professore un discutibile errore per estorcere un sei invece di un cinque, feci mia l’interpretazione di certi autorevoli commentatori.
 
- "Quello" non è la siepe. É la parte dell’ultimo orizzonte, della quale parlo due versi più sopra.
 
- E allora chiarite, perdio! Come si può appoggiare su un pronome, uno slavatissimo pronome così staccato, un concetto del quale il lettore, a tale distanza, ha il diritto di non ricordarsi più? La poesia deve essere fluida, scorrevole, travolgente; non deve essere un rebus. E qui che cos’avete voluto dire? "E la presente e viva e il suon di lei". Chi è lei? Una donna, io immagino, una donna che suona, perché se alludeste al suono della voce, direste di essa. Ma se questa donna che suona finora non l’avete nominata, nessuno può immaginare di chi si tratti.
 
- Lo so io.
 
- Non basta. Si scrive per il lettore. Ciò che non è comprensibile manca allo scopo dell’arte. Nel penultimo verso vedo "il pensier mio s’annega". Annegamento, dunque. Nell’ultimo si parla di naufragare. Dov’è questo vascello fantasma apparso all’ultimo momento? Decidiamoci: annegamento o naufragio? Inoltre, caro dottore, si annega in, e non si annega tra. Ci sono poi quei gerundi "sedendo e mirando", per i quali dovete aver preso a modello la canzone che cantava mio padre all’epoca di Re Umberto, per celebrare le vertigini della bicicletta: "sempre correndo, fantasticando…"C’è un "io nel pensier mi fingo"; mi fingo vuol dire mi raffiguro, s’intende, mentalmente: quel "nel pensier" è un di più; dove può fingersi un’immagine? Nelle capsule surrenali? Nell’omoplata? "Nel pensier" è dunque una zeppa. Sapete che è una zeppa?
 
- Vagamente.
 
- Ciò che i francesi chiamano "cheville", gli spagnuoli "ripio". É la parola o il gruppo di parole che il facitore di versi è costretto ad aggiungere allo strettamente necessario per arrivare a completare il verso. Non troveremo mai una zeppa in Dante, nel Petrarca, nel…
 
Lo interruppi:
 
- Professore, non vorrei che vi stancaste. Ora vedremo insieme l’appartamento che vi è stato assegnato. Vi occorrono alcuni giorni di riposo…
 
E continuando su questo tono lo accompagnai. Nel corridoio la signorina Chelewa mi porse la penna e la scheda del professore. Firmai l’ordine di internamento nel Manicomio.
 
Migliorò rapidamente. Tre mesi dopo era guarito. A questa conclusione erano giunti i miei assistenti. Poteva andarsene. Non mancava che la mia firma. Lo invitai nel mio studio, e dopo una breve conversazione su argomenti qualsiasi, gli porsi quel certo foglio a macchina, che avevo unito al suo fascicolo.
 
- Professore - gli dissi, - che ne pensate di questa poesia?
 
Egli lesse il primo verso:
 
- Sempre caro mi fu quest’ermo colle..
 
Mi guardò. Lesse l’ultimo:
 
- E il naufragar m’è dolce in questo mare.
 
Nel restituirmi il foglio, disse:
 
- Giacomo Leopardi, l’Infinito. É il più perfetto di forma e il più sublime di contenuto fra i componimenti poetici della letteratura italiana.
 
Sono passati alcuni anni da quel giorno. Io insegno psichiatria all’università di Lodz, in Polonia, ho sposato la mia segretaria polacca, ricevo ogni tanto una cartolina dalla signora Opoponax, senza la firma del marito, e non ho notizie del professore. Non so se egli sia quell’Avvegnaché, ministro della Pubblica Istruzione al suo Paese, o se si sia ritirato dall’insegnamento, dopo aver riscosso il biglietto dello sweep-stake di Dublino. Con centomila sterline in conto corrente ci si può permettere di ostentare il "gilet fantasia" della sincerità, del quale mi aveva parlato nel nostro primo colloquio. Oppure riterrà opportuno abbottonarsi a doppio petto, per circolare indisturbato e riverito nel mondo degli eruditi e dei conformisti, che indossano abiti fatti su misure-standard con stoffe di catalogo? Chi lo sa! Comunque, dopo che mi ebbe dato quella risposta sensata, io avevo posto senz’altro la mia firma sotto l’ordine di rilasciarlo, perché così esprimendosi mi aveva dato la prova di essere veramente guarito.