Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 21 (7.11.2001) Graziano Grazzini - Giannozzo Pucci - Baudrillard

Questo numero


Abbiamo un intervento interno al circolo e due documenti. L'intervento è dell'amico Graziano Grazzini che riesce a mantenere caldo il dibattito.
Non avevo distribuito il documento, che trovate più sotto, di Giannozzo Pucci sulla guerra perché credevo che fosse riservato per una imminente pubblicazione sulla rivista "Il Governo delle cose". Avendo poi visto che era già in rete, nel sito di Morganti-Cardini, ho deciso di rompere gli indugi.
Il testo di Giannozzo è seguito da quello di Jean Baudrillard comparso sulla Stampa il 5 novembre. Baudrillard è spesso estremo e, direi, quasi mai condivisibile, ma sempre molto interessante. Ho una particolare riconoscenza nei suoi confronti perché fu proprio il suo Per una critica della economia politica del segno, nel lontano 1976, a farmi fare i conti in maniera definitiva con Marx.
 

Buonisti e cattivisti (di Graziano Grazzini)


Esiste un modo per riconoscere l’appartenenza politica dal censo, da atteggiamenti ricorrenti, da un modo di vestire o di parlare, o, ancor più significativamente, di immaginare il proprio futuro?
 
Questo mi domandavo leggendo su una news la conversazione tra Miniati e Borselli, ricollegandola al Pasolini del dopoguerra che si doleva dell’impossibilità di riconoscere, affacciandosi alla finestra, un fascista da un antifascista. L’incipiente omologazione aveva già fatto allora tabula rasa dei segni esteriori. Restano ovviamente i luoghi comuni e l’immaginario collettivo, peraltro collegati tra loro.
 
Solo un paio di decenni fa il prototipo dell’uomo di sinistra era un operaio un po’ incolto, ma con una fede cieca nel partito e nel mondo che aveva da venire; oggi è un insegnante od impiegato che legge Eugenio Scalfari e non crede e non spera più in niente. Ai trinariciuti di Guareschi si sono sostituiti i cultori del "politically correct".
 
Anche a destra la letteratura non scherza : molta approssimazione culturale, invocazioni frequenti di politiche e uomini forti, qualche liberale vero quanto raro.
 
Oggi la fase ideologica è tramontata e siamo diventati tutti non solo liberali ma federalisti, europeisti, ambientalisti etc. etc. Cosa resta allora di discriminante politica ? Qualcosa bisognerà pur invocare per continuare a credere, disperatamente e religiosamente, che il bene è di qua e il male di là ! Far assurgere appunto il bene, o meglio il "buonismo" a categoria politica ed oplà il gioco è fatto.
 
Altro che confrontare cultura politica di destra e sinistra, molto meglio brandire solidarietà e liberismo, equità ed egoismi, giustizia sociale e globalizzazione e via di seguito. Inutile aggiungere, sempre per l’immaginario collettivo, dove sta l’una e dove l’altra.
 
Oggi, e ne trovavo un’indiretta conferma anche dalla conversazione di cui sopra, un inconscio rischio per uomini che hanno dato molto di sé alla storia della sinistra italiana è usare questa scorciatoia per evitare dolorosi pedaggi da pagare, come Ciliberto e Borselli, in articoli diversi ammettono essere l’unica via intellettualmente onesta.
 
Confrontando modelli concreti di socialdemocrazia con quelli liberaldemocratici, teorizzare più o meno presenza statale nell’economia attagliati alla specificità italiana, questo vorrei sentir appassionatamente propugnare dagli amici di chiara connotazione di sinistra. Se invece la motivazione è solo l’evocare buoni sentimenti è bene per il paese che il centrodestra ne abbia la guida per diversi anni.
 

Per un nuovo ordine internazionale (di Giannozzo Pucci )


Prima della caduta del muro di Berlino l’equilibrio internazionale si reggeva su due blocchi contrapposti. Quando gli USA erano schierati da una parte, l’altra tendeva a cercare appoggi in URSS e viceversa, ma ambedue le superpotenze si muovevano con circospezione, per non provocare reazioni che avvantaggiassero l’avversario. A quell’epoca che l’America parteggiasse per Israele, che desse la precedenza ai propri interessi nazionali, di cui tutti i paesi occidentali si sentivano partecipi, era ovvio, l’URSS faceva altrettanto.
 
Dopo il 1989 gli USA sono rimasti la sola superpotenza ma la scomparsa dell’URSS ha lasciato un vuoto di potere che l’America non ha ancora colmato.
 
Infatti il ruolo guida di uno solo è completamente diverso: mentre prima bastava la bandiera della libertà, della democrazia rappresentativa, del benessere, adesso le possibilità e i traguardi sono più ampi e complessi.
 
Un solo capo, per esser tale, deve esserlo di tutti, deve interagire col mondo come una comunità di popoli, comportandosi da buon padre di famiglia, con un occhio di riguardo ai figli più sfavoriti, e la comprensione che i popoli hanno diritto di seguire percorsi diversi dal suo, cioè dall’industrializzazione e dal progresso occidentale.
 
Quando l’unica superpotenza non riesce a mettere a fuoco la nuova era di ordine pacifico finalmente possibile, coniugando libertà e benessere con la giustizia e un uso costruttivo del pianeta, allora il vuoto di potere aumenta, al vecchio equilibrio bipolare, fondato sulla minaccia atomica, non se ne sostituisce un altro e nella storia può aprirsi un’ansa di violenze anarchiche, che rischia di diffondere un disastro di civiltà a livello planetario.
 
L’America ha raggiunto dei grandi traguardi in molti campi, ma bisogna guardare ora a quei limiti che le rendono difficile assolvere al meglio il compito di "caput mundi": è essenziale infatti rendere più autorevole e solida possibile la guida del mondo, così necessaria e ciò non si può fare solo annuendo alle scelte dell’amministrazione USA.
 
La storia americana è legata strettamente all’Europa anche se il paese è stato costruito soprattutto sull’etica protestante e sulle utopie illuministe, le quali rappresentano la rottura con le radici della tradizione europea classica ed ebraico-cristiana. Proprio questa rottura, sia fisica che culturale, dei padri pellegrini con il continente d’origine ha aperto una delle due bocche perennemente affamate dell’America: quella per le sue radici tagliate, per le opere dell’arte, dell’architettura, della filosofia europea, per il rinascimento.
 
L’altra bocca affamata dell’America è quella per la Frontiera e la conquista.
 
E’ impossibile ignorare la somiglianza fra la storia della Terra Promessa del popolo d’Israele e il movimento verso ovest della Frontiera americana. Nella terra di Canaàn come in America i conquistatori agirono con la concezione più ampia possibile di idolatria e con l’idea più ottusa di giustizia, conquistando con la stessa ferocia e volontà genocida, ma con un’importante differenza. Là dove la cupidigia e violenza della frontiera americana ha prodotto un’etica dell’avidità che ha giustificato l’industrializzazione, la ferocia della conquista di Canaàn fu accompagnata fin dall’inizio dall’elaborazione di un sistema morale antitetico ad essa, il quale si fonda sull’idea della terra come dono non meritato, vincolato a rigorose condizioni. Gli uomini non devono assumere un’autorità divina e usare il mondo come se lo avessero creato loro, altrimenti li aspettano terribili conseguenze.
 
In buona parte la modernità si è costruita sul rifiuto di quelle condizioni, sulla libertà individuale illuminista e sull’assunzione, come modello, del successo e della felicità individuali.
 
La guida americana ha posto al vertice dell’occidente la retorica patriottica dei "conquistadores", con quel misto di cupidigia e utopia che ha accompagnato il movimento di invasione di terre straniere verso ovest in cerca dell’oro, fino alla conquista del petrolio, dell’atomo, della luna, del DNA. La stessa potenza occidentale si basa da almeno 60 anni su un’economia di consumo esasperato, cioè di distruzione, cioè di guerra.
 
La teoria keynesiana che è stata il detonatore del sogno americano sostiene che quando la gente compra più beni di consumo, aumenta i profitti e fa espandere le imprese. L’espansione industriale fa crescere l’occupazione e la circolazione della moneta aumenta il potere d’acquisto della gente, il che provoca un’ulteriore espansione dei profitti, degli investimenti, dei posti di lavoro e avanti così. All’uomo della strada questa teoria dei benefici del consumismo sembra solida, ma per chi ha un po’ di studi di economia essa nasconde tre principali debolezze.
 
La prima debolezza è che in un mondo limitato l’espansione dei consumi e della crescita non può durare all’infinito, a un certo punto i bisogni umani dovranno piegarsi al rispetto dei limiti delle risorse, alla stabilità economica, alla pace, e prima lo faranno e meglio sarà per tutti.
 
La seconda è che in un libero mercato la crescita continua aumenta la concentrazione dei capitali, cioè la distanza fra ricchi e poveri.
 
La terza è che le concentrazioni finanziarie diventano così potenti (la globalizzazione) da superare la capacità di governo degli stati e perciò tendono a far saltare i benefici dell’economia keynesiana che si esplicano al meglio in presenza di frontiere nazionali, con l’intervento dello stato e per fronteggiare le necessità di una ricostruzione postbellica o del passaggio da un ordine economico ad un altro.
 
La Grande Depressione del ’29, provocata dalla prima economia di guerra mondiale, in realtà non è mai finita, è stata sommersa dalla seconda guerra mondiale che creò nuovi posti di lavoro e una nuova espansione della produttività industriale, e successivamente da un’immensa utopia pubblicitaria: il nuovo stile di vita americano fondato sulle vendite a rate, sul consumismo, sull’espansione continua.
 
Ciò ha posto le basi di una forma più virulenta della vecchia depressione che rischia di trascinare l’intero occidente in una spirale il cui trionfo coincide con la sua catastrofe.
 
Il Nuovo Mondo è stato fin dalle origini un mercato in continua espansione, cioè in guerra di conquista, con cui è riuscito ad invadere ed aggregare a se stesso il sistema industriale europeo e ad estendere lo sfruttamento tecnologico della natura al di là di sempre nuove frontiere materiali. Ciò ha determinato in occidente cambiamenti così veloci da impedire che la cultura li adeguasse ai suoi valori. E ogni corruzione culturale produce crolli morali, di integrità comunitaria e di personalità. Lo sviluppo ha prodotto una società senza etica, dove la crescita del benessere materiale e dell’innovazione tecnologica, proprio nelle società più opulente, travolge qualsiasi argine morale o materiale.
 
Alla fine della seconda guerra mondiale agli occhi delle popolazioni italiane, cresciute, anche negli strati più ricchi, con l’etica della parsimonia, lo spettacolo degli americani dediti a manifestazioni di abbondanza materiale (un esempio fra mille: mandare le fortezze volanti B29 in alta quota per raffreddare la birra per gli ufficiali) assolutamente inconcepibili in un’economia di rispetto delle risorse limitate della terra, ha prodotto un generale inginocchiamento adorante verso simile sovrabbondnza e una perdita di identità del nostro paese che non ha avuto eguali in nessuna invasione precedente.
 
Da prima di Annibale fino a dopo Napoleone, ogni popolo invasore è stato sempre o più povero di noi o come noi, anche se più forte militarmente. Gli americani per primi hanno portato una disponibilità materiale e uno stile di spreco di cui l’unico precedente erano le fiabe medioevali sul paese di cuccagna. L’invasione è stata più economico-culturale che militare, e il romanticismo materialista dei film e delle musiche d’oltreoceano accompagnato dall’instaurarsi della società dei consumi ha, in pochi decenni, fatto piazza pulita di millenarie virtù personali e comunitarie e delle loro difese nella chiesa cattolica.
 
Anche la laicissima Fallaci, nella sua rappresentazione dell’identità italiana, girando e rigirando fra Omero e la minigonna alla ricerca del punto chiave, non può fare a meno di posarsi lì: il paesaggio di chiese, il suono delle nostre campane, i santi, le madonne, i monasteri, i conventi, le nostre cattedrali, il "puzzo dell’incenso", la minuscola cappella. E’ la parte commovente del suo articolo, in cui sembra di percepire l’eco lontana delle parole dell’ispirato sindaco di Firenze Giorgio La Pira "La rivelazione cristiana e la teologia cristiana hanno avuto in Firenze la trascrizione urbanistica, culturale e storica in certo modo più alta, più omogenea e più ordinata". "Ma l’Italia di oggi, godereccia, furbetta e volgare" "senz’anima", "vigliacca" non è anche quello che ne resta dopo l’invasione consumista, dopo l’invasione laicista, dopo il suo identificarsi con una provincia dell’America? Non c’era proprio altro modo per eliminare la fame e la miseria nel nostro paese?
 
Quattro giorni prima dell’attentato alle Torri Gemelle di New York i giornali riportavano le dichiarazioni del primate cattolico d’Inghilterra, cardinale Murphy - O’Connor, secondo cui "Nei paesi occidentali il cristianesimo, inteso come una sorta di fondale alla vita e alle decisioni morali della gente, nonché al governo e alla società, è stato quasi sconfitto".
 
Questa sconfitta non è dovuta a una sorta di ubriacatura tecnologica di libertà individuali, a un’orgia collettiva di benessere e di libero mercato che ha fatto perdere ogni legame con la civiltà europea e ci ha resi concause della fame nel mondo e della devastazione ecologica del pianeta?
 
Un popolo italiano grasso che non fa più figli perché "costano troppo", che ha abbandonato l’intelligenza, le virtù e abilità dei mestieri artigiani e contadini da cui sono usciti gran parte dei più grandi geni di cui andiamo fieri, che sa solo sentirsi indietro rispetto all’impero americano, come fa a esprimersi con onore davanti all’invasione dei diseredati, come fa a tessere adeguatamente il disegno di civiltà che gli compete e a non diventare razzista, avendo perso il senso della propria identità, avendo sviluppato il complesso d’inferiorità rispetto ai potenti della terra? Ricorderò sempre il caso, raro ma emblematico, di quel padre di famiglia albanese che, venuto in Italia a cercare lavoro, davanti alla degradazione morale incontrata nella nostra società, preferì tornarsene a casa.
 
Eppure mai come ora l’occidente, alla ricerca di un nuovo ordine, ha bisogno di ritrovare le radici della tradizione europea che ha nel rinascimento il suo apogeo. E a questo proposito non si può solo sciorinare, come guide turistiche, i nomi di Giotto, Masaccio, Botticelli, Leonardo o Michelangelo, bisogna arrivare all’essenza della ricerca che li ha animati.
 
Il "De hominis dignitate" di Pico della Mirandola è considerato unanimemente il Manifesto del Rinascimento, perché in esso ha trovato l’espressione più alta l’idea vertice dell’identità occidentale: che la dignità umana non sta nel dominio del cosmo, né in una libertà indifferenziata, ma consiste in un compito che dall’assenza di identità, passa attraverso la contemplazione di molte immagini per arrivare alla identità con Colui che sta al di là di ogni cosa creata.
 
Questo itinerario giustifica l’asserzione su cui convergono sia la tradizione ellenistica sia quella arabo islamica: "grande miracolo è l’uomo". La libertà umana non è licenza indifferenziata, ma cresce se orientata al divino. Tale visione sfociò a Firenze nella profezia di Savonarola e nella ricerca di un ordine socio-politico orientato, attraverso la bellezza e il servizio ai più deboli, alla contemplazione delle verità ultraterrene.
 
La morte del "profeta disarmato di Firenze" è la rappresentazione del rifiuto a riformare la società e la Chiesa secondo l’architettura etica del Rinascimento, rifiuto che ha poi prodotto la separazione protestante e la moderna società materialista.
 
L’attentato di New York interroga l’occidente in profondità su tutti i piani: religioso, culturale, politico, economico, militare, e lo sollecita a tornare a meditare sui propri errori e sulle radici represse della sua storia, in particolare sulla profezia del Rinascimento.
 
E’ ovvio che bisogna rispondere al terrorismo, come alla delinquenza, ma rispondere al terrorismo politico con la guerra tecnologica, al di là dell’apparente dimostrazione di potenza, è un atto di debolezza che mette a repentaglio la cultura e i valori fondanti dell’occidente.
 
Militarmente è come contrapporre a David con la fionda, Golia con la spada. Senza contare che l’occidente e in particolare l’America, avendo favorito al massimo le libertà individuali contro quelle comunitarie, sono pieni anche di altre tendenze terroristiche, di altre follie individuali, e dipendenti da grandi protesi tecnologiche che rendono il sistema tanto più fragile quanto più centralizzato.
 
La caduta delle Torri Gemelle di New York potrebbe rappresentare per il liberismo occidentale quello che la caduta del muro di Berlino ha rappresentato per il marxismo dell’est.
 
L’altissima vulnerabilità della società tecnologica, già sottolineata da Sartori negli anni ’70, è stata uno degli argomenti avanzati, nell’ultimo decennio, dai critici più lucidi della globalizzazione specie dei prodotti agricoli strategici.
 
L’attentato sta dimostrando a tutto il mondo l’impraticabilità delle concezioni liberiste fondate esclusivamente sul dominio tecnologico e l’importanza del ruolo tradizionale di governo per la tutela dei più deboli cioè del bene comune. Al terrorismo che mira a diffondere il terrore, si risponde diffondendo sicurezza in tutto il mondo, anche se per farlo occorre rivoluzionare il sistema. Perciò credo sarebbe necessario convocare in ogni campo (dall’energia, all’agricoltura, all’edilizia, ai trasporti, all’inquinamento ecc.) i responsabili delle esperienze più avanzate del pianeta per affrettare il più possibile la trasformazione.
 
Quanto ad assicurare alla giustizia la rete dei colpevoli dell’attentato specifico e di altri che potranno avvenire, vista l’amplissima solidarietà dimostratasi fra tanti paesi, non dovrebbe essere impossibile mettere in piedi una rete mondiale di provvedimenti finanziari e di intelligence che possa arrivare a dei risultati, prendendosi il tempo necessario, mentre contribuire consistentemente all’alleanza del nord dell’Afganistan ha un senso diverso dai bombardamenti di questi giorni che di intelligente rischiano di avere solo il nome.
 
La fretta di trovare un colpevole ed eliminarlo potrebbe essere nutrita dall’illusione che, una volta raggiunto l’obbiettivo, tutto possa tornare come prima…
 
Caduti i fascismi, il marxismo, il liberismo, dove possiamo ispirarci per costruire un nuovo ordine politico-sociale che avvii a soluzione il problema della fame con il rispetto della sovranità alimentare e culturale delle popolazioni, che sostituisca lo sviluppo e la crescita con un’economia della stabilità, che ponga fine alla guerra contro la natura e le sue risorse e orienti la ricerca scientifica alle grandi trasformazioni che questi nuovi obbiettivi comportano?
 
Le radici del futuro sono sempre nel passato: l’etica delle arti medioevali e rinascimentali offre indicazioni importanti per la modernizzazione di una società fondata sulla rinascita del lavoro indipendente, non proletarizzato, ma con limiti di mercato che armonizzino i bisogni con le risorse rinnovabili.
 
Giorgio La Pira, in un’intervista a La Stampa nel gennaio 1959 diceva "Come si può pensare di risolvere la questione di Israele e dei popoli arabi con le piccole tattiche del petrolio? I problemi umani sono assai più vasti. Venti anni fa’ gli arabi non avevano peso: è bastata la creazione dello stato di Israele per risvegliare il nazionalismo arabo e spostare l’equilibrio del mondo". Oggi al problema della Palestina si è aggiunto quello dei soldati americani in terra araba e della popolazione innocente dell’Irak. Avviare a soluzione questi problemi può essere più difficile ma anche infinitamente più efficace contro il continuo rinascere del terrorismo islamico degli inutili e tragici bombardamenti sull’Afganistan.
 
Nella stessa intervista La Pira diceva ancora: "I popoli affacciati sul Mediterraneo possono trovare la via dell’accordo incontrandosi su un punto di comune credenza religiosa e gli arabi avranno un peso determinante nell’equilibrio del mondo perché sanno ancora pregare e non si può ignorare l’efficacia ella preghiera". Il che suona da monito per l’occidente di oggi a ritrovare la via della sua coscienza spirituale.
 
Giannozzo Pucci
 

Lo spirito del terrorismo (di Jean Baudrillard)


Fonte: LA STAMPA 5 novembre 2001

Eventi mondiali ne abbiamo avuti, dalla morte di Diana ai campionati di calcio. Eventi violenti e reali anche, dalle guerre ai genocidi. Mai però avevamo avuto un evento di portata mondiale, cioè non solo di diffusione mondiale sul piano simbolico, ma capace di mettere a repentaglio la globalizzazione stessa. Con gli attentati di New York e del World Trade Center siamo alle prese con l'evento assoluto, l'evento puro che concentra in sé tutti quelli mai accaduti. Tutto il gioco della storia e del potere ne sono stati sconvolti, come pure le condizioni dell'analisi.
 
Tutti i discorsi e i commenti tradiscono una gigantesca abreazione all'evento stesso e al fascino che emana. La condanna morale e l'alleanza sacra contro il terrorismo sono commisurate alla gioia prodigiosa di veder distruggere questa superpotenza mondiale o, meglio ancora, vederla in qualche modo autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è stata proprio lei, con la sua insopportabile potenza, a fomentare tutta questa violenza infusa nel mondo e l'immaginazione terrorista che (senza saperlo) si annida in tutti noi. Il fatto che noi abbiamo sognato questo evento, che tutto il mondo senza eccezione l’abbia sognato - perché nessuno non può non sognare la distruzione di qualsiasi potenza diventata egemonica fino a questo punto - è inaccettabile per la coscienza morale dell'Occidente.
 
Ma è comunque un dato di fatto, che si misura per l’appunto con la violenza patetica di tutti i discorsi che cercano di cancellarlo \[...\] Senza questa complicità profonda, l'evento non avrebbe avuto tanta risonanza. Nella loro strategia simbolica i terroristi sanno sicuramente di poter contare su questa complicità inconfessabile. Tutto ciò va oltre l'odio verso la potenza mondiale dominante che provano i diseredati e gli sfruttati, coloro che sono capitati nella parte sbagliata dell'ordine mondiale. Questo desiderio maligno cova nel cuore anche di coloro che condividono i benefici. L'allergia a ogni ordine definitivo, a ogni potenza definitiva è fortunatamente universale, e le due torri del World Trade Center incarnavano alla perfezione, nella loro immagine gemellare, questo ordine definitivo.
 
Non c'è bisogno di una pulsione di morte o di distruzione né di un effetto perverso. Capita logicamente ma inesorabilmente che la crescita della potenza esacerbi la volontà di distruggerla. La potenza diventa complice della sua stessa distruzione. Quando le due torri sono precipitate si è avuta l'impressione che volessero rispondere suicidandosi al suicidio dei piloti kamikaze. \[...\] In un certo senso è stata la fragilità interna all'intero sistema a dare manforte all'azione iniziale. Più un sistema si addensa a livello mondiale diventando una sola rete, più diventa vulnerabile in un unico punto. Quando lo scenario è monopolizzato da una potenza mondiale e assistiamo alla formidabile condensazione di tutte le funzioni nel macchinario tecnocratico e nel pensiero unico, non rimane altra via che un mutamento terroristico della situazione.
 
E’ stato il sistema stesso a creare le condizioni oggettive di questa ritorsione brutale. Nel prendere per sé tutte le carte del mazzo, ha costretto l'Altro a cambiare le regole del gioco. E le nuove regole sono feroci perché feroce è la posta in gioco. A un sistema messo con le spalle al muro dal suo stesso eccesso di potere i terroristi rispondono con un atto definitivo dove lo scambio non è possibile. Il terrorismo è l'atto che restituisce una singolarità irriducibile al cuore di un sistema di scambi generalizzato. Tutte le singolarità (le specie, gli individui, le culture) che hanno pagato con la propria vita l'installazione di una circolazione mondiale orchestrata da una sola potenza oggi si vendicano attraverso questa mutazione terroristica della situazione.
 
Terrore contro terrore: dietro non c'è nessuna ideologia. Siamo ben oltre l'ideologia e la politica. Nessuna ideologia, nessuna causa, nemmeno quella islamica, può rendere conto dell'energia che alimenta il terrore e non punta più a trasformare il mondo bensì (come le eresie di altri tempi) a radicalizzarlo attraverso il sacrificio, mentre il sistema cercava di farlo con la forza. Il terrorismo, come i virus, è ovunque. C'è una perfusione mondiale del terrorismo, che agisce come se fosse l'ombra del sistema di dominio e appare pronto a risvegliarsi come un doppio agente. Non c'è più nessuna linea di demarcazione che consenta di accerchiarlo, esso è nel cuore stesso della cultura che lo combatte. La frattura visibile, l'odio che sul piano mondiale contrappone gli sfruttati e i sottosviluppati al mondo occidentale, raggiunge in segreto la frattura interna del sistema dominante. Il quale può far fronte a qualsiasi antagonismo visibile ma è del tutto impotente verso questa struttura virale, questa forma di regressione quasi automatica della propria potenza.
 
Non c'è quindi uno scontro fra civiltà o religioni. Siamo di gran lunga oltre l'Islam e l'America, sui quali si tenta di focalizzare il conflitto per alimentare l'illusione di uno scontro visibile e di una soluzione di forza. L'antagonismo fondamentale ci mostra attraverso lo spettro dell'America (che è forse l'epicentro ma non l'unica incarnazione della globalizzazione) e quello dell'Islam (che a sua volta non è l'incarnazione del terrorismo), la globalizzazione trionfante alle prese con se stessa. In questo senso possiamo parlare di guerra mondiale, ma non di terza bensì di quarta e unica vera guerra mondiale, perché la posta in gioco è proprio la globalizzazione \[...\] Ogni volta siamo andati più lontano sulla strada verso un ordine mondiale unico. Oggi quest'ordine è virtualmente giunto alla fine e si trova alle prese con le forze antagoniste presenti in ciascuna delle convulsioni che agitano il pianeta. Scontro talmente inafferrabile che ogni tanto occorre preservare l'idea di guerra attraverso delle messe in scena spettacolari come quelle del Golfo o, oggi, dell'Afghanistan.
 
Ma la quarta guerra mondiale è altrove. Essa è una minaccia per qualsiasi ordine mondiale, qualsiasi dominazione egemonica. Se l'Islam dominasse il mondo, il terrorismo si rivolterebbe contro I'islam. Il mondo oppone resistenza alla mondializzazione. Il terrorismo è immorale. La sfida simbolica del World Trade Center è immorale e risponde a una globalizzazione che a sua volta è immorale. Allora diventiamo pure noi immorali e per arrivare a capire qualcosa, andiamo a guardare aldilà del Bene e del Male. Visto che per una volta siamo di fronte a un evento che sfida non soltanto la morale ma anche ogni forma di interpretazione, proviamo a ragionare con l'intelligenza del Male. Il punto cruciale è proprio qui, nel totale controsenso con cui la filosofia dei Lumi affronta il rapporto fra il Bene e il Male.
 
Noi crediamo ingenuamente che il progresso del Bene, la sua crescita in ogni campo (le scienze, la tecnica, la democrazia, i diritti dell'uomo) corrisponda a una sconfitta del Male. Nessuno sembra aver capito che il Bene e il Male crescono di pari passo e con lo stesso ritmo. Il trionfo dell'uno non implica la scomparsa dell'altro, anzi. Consideriamo un po' metafisicamente che il Male sia una sorta di sbavatura accidentale. Ma questa è un’illusione. Il Bene non riduce il Male né succede il contrario: l'uno e l'altro sono irriducibili e il rapporto che li unisce è inestricabile. In fondo il Bene non può sconfiggere il Male se non rinunciando a essere il Bene, perché appropriandosi del monopolio mondiale della potenza esso provoca un ritorno di fiamma dalla violenza proporzionale.
 
Nell'universo tradizionale il Bene e il Male si mantenevano in bilico in un rapporto dialettico che assicurava alla meno peggio la tensione e il riequilibrio dell'universo morale, un po' come il faccia a faccia tra le due potenze durante la guerra fredda assicurava l'equilibrio del terrore. Nessuna supremazia dell'uno sull'altro. Questo equilibrio si è rotto a partire dal momento in cui avvenne l'estrapolazione totale del Bene, l'egemonia del positivo su qualsiasi forma di negatività, ivi compresi l'esclusione della morte e di ogni forma potenzialmente avversa e il trionfo dei valori del Bene su tutta la linea.
 
E quando l'equilibrio si è rotto, è stato come se il Male riguadagnasse un’autonomia invisibile e cominciasse a crescere a un ritmo esponenziale. Con le dovute proporzioni, è quello che avvenne nell'ordine politico dopo la scomparsa del comunismo e il trionfo mondiale della potenza liberale. Fu allora che un nemico fantomatico si diffuse in tutto il pianeta infiltrandosi ovunque come un virus e penetrando in ogni interstizio della potenza: l'Islam. Ma l'Islam non è che il fronte mobile di cristallizzazione di un antagonismo che è ovunque, anche dentro a ciascuno di noi. Terrore contro terrore, quindi. Ma terrore asimmetrico. Proprio questa asimmetria lascia completamente disarmata l'iperpotenza mondiale, la quale, alle prese con se stessa, non può che sprofondare nella sua logica di rapporti di forza e si dimostra incapace di giocare sul terreno della sfida simbolica e della morte perché, avendole da tempo allontanate dalla propria cultura, non è più in grado di riconoscerle.
 
Fin qui questa potenza integratrice è ampiamente riuscita ad assorbire e riassorbire ogni crisi e ogni negatività, creando una situazione profondamente disperante non soltanto per i dannati della Terra ma anche per i ricchi e i privilegiati che vivono nel comfort radicale. L'evento fondamentale è che i terroristi abbiano smesso di suicidarsi da perdenti, che abbiano messo in gioco la propria morte in maniera offensiva ed efficace secondo un’intuizione strategica che è semplicemente quella dell'immensa fragilità dell'avversario, un sistema giunto alla quasi-perfezione e proprio per questo vulnerabile alla minima scintilla.
 
I terroristi sono riusciti a fare della propria morte un'arma assoluta contro un sistema che vive sull'esclusione della morte e il cui ideale è avere "zero morti". Ogni sistema con "zero morti" è a somma zero. E nessun mezzo di dissuasione o di distruzione può fare nulla contro un nemico deciso ad adoperare la propria morte come arma controffensiva. Tutto si gioca quindi sulla morte, non tanto per l'irruzione brutale della morte in diretta e in tempo reale ma per l'irruzione di un avvenimento assoluto e senza appello: la morte simbolica e sacrificale, diventata ben più che reale. Ecco lo spirito del terrorismo \[...\]. La tattica del modello terroristico è quella di provocare nel sistema un eccesso di realtà in grado di schiacciare il sistema stesso.
 
Tutto il ridicolo della situazione e la violenza mobilitata dal potere si ritorcono contro il sistema perché gli atti terroristici sono al tempo stesso lo specchio esorbitante della violenza del sistema e il modello dell'unica violenza simbolica che il sistema non può esercitare: quella della propria morte. Ecco perché tutta la potenza visibile vale niente contro la morte infima ma simbolica di un pugno di individui. Dobbiamo arrenderci all'evidenza che è nato un terrorismo nuovo, una nuova forma di azione che sta al gioco e s'impossessa delle regole per meglio sbaragliarle. Questi terroristi non si limitano a non giocare ad armi pari e a mettere in gioco la propria morte, alla quale non c'è risposta possibile.
 
Essi si sono appropriati di tutte le armi della potenza dominante: i soldi, la speculazione finanziaria, le tecnologie informatiche ed aeronautiche, la dimensione spettacolare e le reti mediatiche. Hanno assimilato tutto della modernità e della mondialità senza rinunciare all'obiettivo di distruggere il sistema. Sono arrivati al punto di mascherarsi nella banalità della vita quotidiana americana per fare il doppio gioco \[...\]. La differenza radicale sta nel fatto che oltre che di armi del sistema i terroristi dispongono di un’arma fatale: la propria morte. Se si accontentassero di combattere il sistema con le sue armi verrebbero immediatamente eliminati.
 
Se non affrontassero il sistema con la loro morte sparirebbero rapidamente in un sacrificio inutile, che è ciò che i terroristi (compresi gli attentatori suicidi palestinesi) hanno quasi sempre fatto e li ha portati alla sconfitta. Tutto cambia dal momento in cui essi coniugano tutti i mezzi moderni disponibili con quest’arma altamente simbolica, che moltiplica all'infinito il potenziale di distruzione. E’ questa moltiplicazione di fattori che a noi sembrano inconciliabili a dare loro una tale superiorità. La strategia del nessun morto, della guerra "pulita", tecnologica, passa precisamente attraverso questa trasfigurazione della potenza "reale" in potenza simbolica. \[...\] I terroristi non hanno sottoscritto un contratto di lavoro ma un patto e un obbligo sacrificale esente da ogni forma di defezione o corruzione. Il miracolo consiste nell'essersi adattati alla rete mondiale, al protocollo tecnico senza perdere nulla di questa complicità fra la vita e la morte.
 
Il risultato ottenuto dai terroristi nell'attentato di Manhattan potrebbe illustrare abbastanza bene la teoria del caos: lo choc iniziale provoca delle conseguenze incalcolabili, mentre lo spiegamento gigantesco degli americani ("tempesta nel deserto") non ottiene che effetti ridicoli, come un uragano che finisce per mettere in moto le ali di una farfalla. Il terrorismo suicida era un terrorismo dei poveri. Questo è un terrorismo da ricchi. Il fatto ci fa molta paura: loro sono diventati ricchi (hanno a disposizione ogni mezzo) senza aver smesso di volerci distruggere. Secondo il nostro punto di vista, barano: nel gioco non vale mettere in gioco la propria morte. Ma loro non se ne curano e le nuove regole del gioco non ci appartengono più.\[...\]
 
Non esiste soluzione alcuna a questa situazione estrema. Soprattutto non lo è la guerra, la quale ci restituisce un déjà-vu di forze militari, informazioni fantasma, discorsi furbi e patetici, dispiegamenti tecnologici e ubriacature varie. Come la guerra del Golfo, un non-avvenimento, una guerra che veramente non si farà mai. La guerra come prolungamento dell'assenza di politica per altri mezzi.
 
Jean Baudrillard