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Il Covile - N.o 25 (22.11.01) Cristina Campo e la sprezzatura del Cristo

Claudio Marcello incoraggia


Caro Stefano, grazie dell’ospitalità ricevuta nella tua Rubrica. Non ho letto, riga per riga, tutto il sito ma mi sono disegnato, com’è mio uso e necessità mentale, il contorno “geografico” (dimensione, riferimenti, aree d’argomento, ecc.). Bello. Bellissima l’immagine della home page: la luce che illumina l’oscurità del capire, la fanciullezza che ne brama il disvelo, la stupefazione quale condizione prima per vivere. Bene: ho provveduto pure a compilare la “finestra” d’iscrizione, lasciandovi un leggero pensiero, come il form prevede e vuole. Il pensiero è nato spontaneamente di fronte alle tante righe, citazioni e passi del sito.
 
Mi sembra, corrispondendomi con te, di tornare al primo amore, il giornalismo. Allora — anni venti per me, veramente — con un accredito ufficiale, in mano, della maggiore Agenzia italiana presso Palazzo Chigi, quale corrispondente estero, assolutamente sproporzionata rispetto a ciò che potevo io dire. Ma tant’è: è servita non allora, ma oggi a farmi risentire la nostalgia per un mestiere che dovrebbe anche (polemico, eh !) far trovare e dimostrare attraverso lo scrivere il punto di forza della natura di chi fa questo mestiere.
 
Sii severo ( è consentito dirlo all’ultimo arrivato, come me ?) con i dialoganti: avvisa, disponi, comanda, imponi che non si indulga mai a far scivolare gli apporti alla newsletter in una “chat line”. Ovvero: che ognuno anteponga un titolo, un perché parla ancor prima di esprimersi, seppur genialmente. Anche una sola frase dovrebbe essere capita da chi la legge, prima ancora che nel suo significato, nel perché la si pronuncia. Altrimenti è una e-mail.
 
Bravo. Un abbraccio.
 
Claudio Marcello Rossi
 

Religiosamente scorretto 2


Della sprezzatura del Cristo non mi sembra si sia detto molto, ma non so come potremmo chiamare diversamente qualcosa che incontriamo in ogni pagina dei vangeli — nelle ultime soprattutto, là dove, appunto, l’umana agonia stringe il Verbo più da vicino —, qualcosa che incontriamo incessantemente nel tessuto stesso della vita, nelle sue superbe, ineffabili soluzioni, compensazioni, sanzioni, economie, ironie: scrittura segreta del Dio, specchio così evidente di una celeste pietà. Si è detto che il sorriso non sfiorò mai l’imperiosa bocca del Redentore, ma con quale altra sfumatura all’angolo delle labbra e tra i sopraccigli si sarebbe potuto lasciar cadere certe parole? Certe apostrofi, certi interrogativi ai nemici, agli amici?
“Anche voi ve ne volete andare?” (Gv., 6,68); “Ciò vi scandalizza?” (Gv. 6,62); “Per quale delle mie [buone] opere mi lapidate?” (Gv., 10,32); e il terribile: “Amico, a che sei venuto?” (Mt., 26,50).
Ovvero “Ma non erano dieci i mondati? E gli altri nove dove sono?” (Lc., 17,10). E quel remoto, astrale scrivere in terra, quel sollevarsi repentino di uno sguardo tutto clemente ironia: “Dove sono, donna, i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?” (Gv, 8, 11). E più sottilmente, più intimamente: “Marta, Marta, di tante cose ti dai pensiero e ti turbi…” (Lc, 10, 41), o: “Ma se uno vuol prenderti la tunica, e tu lasciagli anche il mantello; se uno ti angaria per un miglio, e tu vai con lui per due…” (Mt, 6, 41). La consegna spirituale più tipica (che nulla traspaia…) è in un ammonimento estetico: “Per apparire agli uomini digiunanti, [i tristi ipocriti] si sterminano la faccia. Ma tu, quando digiuni, ungiti i capelli e lavati la faccia, così che tu non appaia agli uomini digiunante, ma al padre tuo che è nel segreto…” (Mt, 6, 16).
 
Cristina Campo, Gli imperdonabili , p.110.