Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 26 (26.11.2001) Alfredo Barbetti - Franco Cardini

Questo numero


L'amico Alfredo Barbetti mi ha inviato delle corpose considerazioni sulla globalizzazione e come sempre (avete digerito l'operaTirabassiana, sopravviverete anche a quella del Barbetti) le distribuisco immediatamente.
Caro Stefano, ti invio queste mie riflessioni buttate giù sicuramente in modo disordinato.
Ci sono due motivi a questo disordine: il primo legato al fatto che dopo un lungo silenzio le idee mi uscivano con fatica, il secondo legato alla difficoltà di esprimere critiche a vecchi amici.
Gradirei un tuo giudizio …
P.S. Ti invio l'articolo di Franco Cardini che ho citato.
L'articolo di Cardini è in allegato. È interessante (perché credo che non finirà qui) che Alfredo riprenda, fornendoci anche opportuna bibliografia, il tema di Curitiba. Quella città è stata introdotta in questa NL qualche tempo fa da Davide Dell'Aquila. Davide certamente era inconsapevole di quello che stava scatenando: non poteva infatti sapere che del nostro cenacolo telematico fanno parte i forse più grandi esperti di cose, e donne, brasiliane. Riccardo Zucconi, ad esempio, del sindaco di Curitiba è quasi parente.
 

Alfredo Barbetti su globalizzazione e dintorni


Ho ripensato a lungo, in questi mesi, ad alcuni termini che vengono usati comunemente ed alle costruzioni ideologiche che intorno ad esse sono state elaborate. Si tratta di Globalizzazione, Pensiero Unico, Omologazione del mondo all’imperativo tecnologico. Più ci penso e più dubbi mi sorgono.
Debbo dire che alcune volte sono tentato di buttare a mare tutte le sofisticate ed erudite elucubrazioni temendo che dietro tali difficili e articolate riflessioni si celino ancora delle semplificazioni inadatte ed errate. Dallo schematismo materialista e della lotta di classe si è passati ad un altro pensiero nichilista che definisco per semplicità neo-gnostico.
Per quel che mi riguarda sono sicuro che nel profondo dei miei pensieri nessuna delle due ideologie ha fatto presa, ma mi hanno sicuramente irretito ed hanno scelto alcune frequentazioni e simpatie. Dico questo perché sono certo che anche nei momenti delle più aspre e crude considerazioni su questa nostra vita sia prevalso in me un atteggiamento volto alla riparazione, alla ricostituzione, al ripristino dei presupposti atti a porre rimedio a quelle che consideravo le aberrazioni, le deviazioni, le applicazioni ribaltate (demoniache) dei valori fondanti la nostra civiltà (naturalmente per quello che io posso arrivare a capire).
L’appassionata lettura di Guenon, Nasr, Schuon, Coomaraswamy, Burckardt, Lings (usati da Adelphi con fini anticristiani, o scoperti da alcuni verdi ed ecologisti ultimamente {Nasr} anch’essi con atteggiamento orientaleggiante ed antioccidentale) non mi aveva mai allontanato dal convincimento di usare gli insegnamenti tratti da quelle letture per trasferirli nella storia e nella vita a cui appartengo.
E’ di fatto un invito che lo stesso Guenon fa continuamente ai suoi lettori. È, anche l’esortazione che il Dalai Lama ha fatto nella sua ultima visita in Italia agli europei convertiti al Buddismo, spiegando loro che le tradizioni religiose e non, non sono frutto del caso, ma si attagliano alle caratteristiche diverse dei popoli della terra. Nei momenti storici in cui è possibile e fra persone ‘giuste’ è questa "l’amicizia" fra le civiltà, che è umiltà sottomessa all’Unico Dio, ma è anche orgogliosa e virile affermazione delle proprie specificità avendo ben presente che il mantenimento ha bisogno di regole terrene necessarie a salvaguardare la coesione della propria civiltà. Regole terrene che sono normalmente pacifiche (perché la pace piace a tutti), all’occasione non lo sono. Queste regole sono valide anche in quei momenti in cui l’aspetto degenerativo della civiltà sembra prendere il sopravvento. L’aspetto degenerativo è quello che chiamiamo materializzazione del mondo con l’affermarsi di una società delle macchine e tecnologica. Ma credo che siamo consapevoli che questo aspetto, ancorché così terribilmente invadente, non appartenga ai principi fondanti la nostra civiltà e che la difesa che noi facciamo è la difesa di quei valori che precedono questi tempi ed in qualche modo sono anche quei presupposti che hanno consentito questa attuale erronea applicazione.

Cito Samuel Huntington (1) così spesso polemicamente nominato da Franco Cardini:
"Quali erano dunque le caratteristiche distintive della società occidentale nelle centinaia di anni che precedettero la sua modernizzazione? Vari studiosi hanno fornito risposte che… concordano nell’individuare un certo numero di istituzioni, consuetudini e credenze che possono legittimamente essere identificate come il fulcro della civiltà occidentale.
 
Esse sono (solo il titolo):
 
L’eredità classica
Cattolicesimo e protestantesimo
Lingua europea
Separazione tra autorità spirituale e temporale
Stato di diritto
Pluralismo sociale
Corpi rappresentativi
Individualismo"
Mi soffermo solo sull’ultimo punto poiché l’individualismo consideriamo essere, nell’accezione comunemente utilizzate uno degli aspetti più degenerati dei nostri giorni.
Più precisamente il Cristianesimo afferma che ogni persona è una entità irripetibile. Sicuramente questa fu novità dirompente. Forse proprio per questo motivo nell’Evento Cristiano, la morte e la resurrezione del Figlio di Dio, sono presenti e testimoni chi, nella società di quel tempo, non aveva nessun valore, delle donne. Come dice Messori nel suo "Dicono che è risorto"(2) questa è "storia di donne " e figura centrale è Maria di Magdala donna "infestata da sette demoni".
Mi domando allora se la degenerazione attuale della proliferazione dell’individualismo e della moltiplicazione indefinita dei diritti non sia che l’aspetto negativo di questa novità e caratteristica della nostra civiltà.

In una delle newsletter di Stefano Borselli veniva riportato uno scritto di Dario Fo di elogio della capitale del Paranà, Curitiba (Sicuramente le scelte urbanistiche del sindaco-urbanista, Jaime Lerner, sono interessanti e da approfondire seriamente ma, sarebbero inutilizzabili da noi perché bisognose di grandi spazi di territorio libero da colonizzare e per quanto riguarda le forme di lavoro utilizzate che in Brasile vengono definite di aiuto ai ceti più poveri, da noi verrebbero considerate come una reintroduzione di lavoro schiavistico).(3)
Stefano Borselli osservava:
I Fo, se vivessero a Curitiba sarebbero degli oppositori distruttivi, come sono stati e continuano ad essere in Italia, dove in nome di paradossi lontani hanno combattuto tutte le mille piccole e grandi Curitiba reali che sono esistite ed esistono nel nostro paese.

Pochi giorni dopo i tragici fatti dell11 settembre Franco Cardini diffondeva un breve testo intitolato: Europa, "Occidente", Islam, profilo storico e prospettive
In questo scritto mi sembra di vedere chiaramente un atteggiamento pacato e comprensivo verso l’Islam che manifesta queste forme di estremismo a causa di "frustrazioni profonde" e come reazione ai "ripetuti inganni, tradimenti e umiliazioni patite dall’Occidente". A sostegno dell’indole pacifica di questi popoli si afferma che: "…E questo leninismo politico applicato alla fede contrasta con i principi religiosi-culturali che spronano a uniformarsi con intimo consenso alla volontà di Dio".
Come contrasto, più avanti, il prof. Cardini afferma che l’Occidente è "di fronte ad un nuovo, inatteso totalitarismo, ha identificato il nuovo nemico metafisico." Dopo il ‘borghese’ per il comunismo, e ‘l’ebreo’ per il nazismo, il pensiero liberal-liberista Europeo, ma soprattutto quello degli Stati Uniti, non si è sentito del tutto a proprio agio finché non ha individuato un nuovo mortale nemico nell’Islam".
E quell’Occidente cattivo che ha visto solo e sempre guerra e scontro tra le due civiltà si dimentica che: "A questo rapporto dobbiamo la rinascita dei commerci e della civiltà urbana dopo la stasi alto medievale, gli dobbiamo la nascita del sistema monetario e creditizio moderno; gli dobbiamo la stessa nascita scientifica e culturale della teologia, della filosofia, dell’astronomia, della fisica, della chimica, della medicina, della matematica, della tecnologia moderna. Senza l’apporto dell’Islam, riciclatore della cultura ellenistica e divulgatore di quella persiana, indiana e cinese altrimenti sconosciuta all’Europa, non sarebbe mai nata la splendida Europa delle cattedrali e delle università, l’Europa dalla quale è scaturita quella stessa modernità di cui tanto andiamo fieri. Gloria e riconoscenza eterna, diciamolo da Europei e da moderni all’Islam di Avicenna, di Averroè, di Ibn Khaldun: senza i quali non avremmo avuto né Abelardo, né Tommaso d’Aquino, né Dante, né Machiavelli, né Galileo".
Tornando a Curitiba prendo un’altra delle affermazioni fatte da Stefano Borselli:
ovviamente chiunque andasse davvero a Curitiba senza le fette di prosciutto sugli occhi (ho conosciuto personalmente fior di intellettuali che visitarono la Cina negli anni 70 e non videro (cioè non seppero-vollero vedere) assolutamente nulla per scriverne le mille meraviglie su libri, riviste, giornali) troverebbero una realtà leggermente diversa: certamente in trent’anni ci saranno stati una massa di casi di corruzione, privilegi, abusi di posizioni di potere, nepotismo e quant’altro.
Non può valere questo anche per le posizioni di Franco Cardini? E non può capitare che mettendo insieme tante verità con un intento errato risulti alla fine una grande menzogna ?

E che dire poi dell’intervento di Giannozzo Pucci
Lo schema e lo stile è simile a quello di Cardini, anzi lo completa. Nel primo c’è soprattutto un elogio dei valori positivi della civiltà islamica, nel secondo si elencano le perversioni dell’Occidente.
Infatti, la nostra, è una civiltà malata e perversa, arrogante e aggressiva, deliberata nella sua ferocia distruttiva. Centinaia di milioni di abitanti dell’occidente sono prigionieri di mammona, idolatri della ricchezza terrena.
Sempre secondo lo scritto siamo gli unici responsabili di quanto avviene sul pianeta ed anche quando cerca di proporre soluzioni radicalmente innovative per instaurare "un nuovo ordine internazionale" immagina trasformazioni prese solo dall’occidente. Gli altri popoli Cinesi, Indiani, Mussulmani, Africani, Russi subiscono passivamente e supini le decisioni e i danni della nostra superbia tecnologica ( su questo parleremo più avanti).
Considerando, inoltre, che questo documento è sicuramente riflessione dei fatti dell’11 Settembre colpisce che sull’evento si dedichino di sfuggita 5 o 6 righe, ma non per condannare e stigmatizzare, per dirci come considera e che valore dà a quel gesto criminale e sanguinoso, ma per ammonire, ancora una volta l’occidente a "interrogarsi in profondità su tutti i piani: religioso, culturale, politico, economica, militare…".

Ma prima di affrontare l’altro punto importante (l’irrilevanza o la mancanza di una autonomo progetto del proprio destino degli altri popoli) che mi pare di rilevare nel documento di Giannozzo Pucci, ho bisogno di fare, anche in una forma un po’ brutale e grossolana, alcune considerazioni sul "profeta disarmato". Conosciamo la sua storia, le opere, la sua idea di società, il suo governo di Firenze.
La Regione Toscana in occasione del V° centenario della morte di Girolamo Savonarola pubblicò due volumi(4). Uno di questi saggi è di Giovanni Cappelli ed è intitolato "il Carnevale di Savonarola" che descrive atti di vita concreta a Firenze.
Da qui tiro fuori ‘a casaccio’ alcuni pezzi a proposito della "riforma dei fanciulli" affidata a Fra Domenico da Pescia e sugli "statuti".
"Gli Statuti insistevano in positivo, sull’osservanza dei precetti cristiani, in negativo su una serie assai lunga di cose e di comportamenti. Ai fanciulli erano proibite le vesti complicate, i capelli lunghi, il gioco d’azzardo, i libri "dishonesti", i "pubblici spettacoli dei pagani", le "gite", le "rappresentazioni o altre feste", i "balli o ..suoni,o….musiche"
 
"…Vigilava una ronda cittadina volta a reprimere i comportamenti a loro giudizio offensivi della moralità: il gioco di azzardo praticato in pubblico e gli eccessivi ornamenti delle donne".
 
"…Fra Domenico da Pescia aveva promosso una campagna contro i libri "lascivi e disonesti" sia latini che volgari e contro le immagini peccaminose, affidando ai fanciulli il compito di recarsi di casa in casa a chiederne la consegna in quanto cose "scomunicate e maledette da Dio e dà canoni di Santa Chiesa…".

 
Debbo dire che leggendo questo sono sempre inorridito e mi sono sempre venuti alla mente paragoni "orribili e indecenti" sul tipo della Cambogia di Pol Pot. Penso anche ai Taleban e alle loro barbe (il taglio della barba dopo la sconfitta non è un gesto banale), barbe finte e bugiarde perché imposte. E mi viene da dire che grazie al cielo i fiorentini scelsero di preoccuparsi anche dei peli degli altri e vivaddio soprattutto dei peli delle altre.

Quel gruppo di persone negli anni ’80 costituiva i Verdi di Firenze aveva ben compreso che, parallelamente al dispiegarsi, in forma sempre più vasta, della internazionalizzazione dei mercati e dei modelli di vita ad essi legati, sarebbe cresciuto un movimento parallelo con propositi esattamente opposti. E questi andavano dai movimenti politici, a gruppi religiosi, ad associazioni ed enti a difesa delle specificità alimentari ed agricole, associazioni a difesa di ambienti ed ecosistemi a rischio, ecc.
Avevamo studiato e individuato i presupposti che avevano scatenato il dominio delle macchine, avevamo individuato le vittime, i costi, le propagande utilizzate.
Quando distribuimmo il volantone "Sogniamo insieme un’Europa delle Regioni" molti furono colti impreparati. Fu un tentativo di indicare, anche a noi stessi, un percorso, fatto anche di suggerimenti concreti per cominciare a gettare quei semi che germogliando lentamente avrebbero testimoniato la possibilità e la legittimità di altri sistemi di vita e di società. Ho sempre creduto che quell’appello fosse rivolto a noi, al nostro mondo.
Quando centravamo l’attenzione sulla guerra mortale condotta alla civiltà contadina fatta dai giacobini, dai piemontesi, dai regimi totalitari dell’est Europa credevo che ci fosse anche consapevolezza che, insieme a questa denuncia, senza reticenze, di fatti che avevano cambiato il nostro mondo, l’intento fosse ispirato alla difesa, al ripristino, al riemergere dei valori fondanti la nostra civiltà. Non ho mai pensato o desiderato eventi catartici ( ben sapendo, poi, che molte volte questo è accaduto).
Purtroppo la stragrande maggioranza dei sostenitori di queste posizioni, ‘cattolici’, ex estremisti di sinistra e di destra, autonomisti, animalisti… un po’ perché travolti da eventi internazionali che esigevano letture più ampie ma soprattutto perché rimasti orfani delle loro ideologie dirigiste hanno reagito ampliando a dismisura la lettura catastrofista del mondo, manifestando una attrazione-repulsione verso modelli globali di governo del mondo.

Pongo ora delle domande, con l’intento di sottolineare il travisamento ed il ribaltamento degli obiettivi di questi movimenti neo-gnostici.
E’ indubitabile che vi sia, almeno fino ad ora, un comando del processo di modernizzazione del mondo, un supremazia militare dell’Occidente e che questo abbia consentito , almeno nel XIX e parte del XX secolo, predomini territoriali ed imposizioni economiche e culturali.
Ma è possibile che la Cina e l’India che insieme hanno 2,5 miliardi di abitanti e che sono, ormai da molti anni, in una fase di sviluppo economico, industriale, tecnologico, …. che non ha eguali nel mondo facciano questo solo perché succubi dell’occidente?
 

Non può essere che, come dice anche Samuel Huntington, abbiano intrapreso deliberatamente la strada del progresso economico al fine di rafforzarsi economicamente e militarmente con l’obiettivo di salvaguardare e proteggere le loro civiltà rompendo l’equazione modernità-omologazione?
Non è forse un errore, o è riduttivo, considerare l’aspetto tecnologico e lo scientismo, civiltà?
Lo sviluppo industriale della Cina avviene in un sistema non democratico, autoritario, di clan. Non contraddice questo molte convinzioni o luoghi comuni; cioè che progresso industriale e democratizzazione viaggino di pari passo? (Anche la globalizzazione sostenibile, dei diritti e menate simili sostengono questo)
Com’è possibile che civiltà così antiche non abbiano élite in grado di scegliere liberamente?
Allora è eurocentrica l’analisi fatta dagli antiglobal. Non sono loro (o anche loro) che vogliono "un nuovo ordine internazionale" fatto a immagine e somiglianza della loro utopia?
Ma allora Vandana Shiva, che si appella all’occidente denunciando le grandi trasformazioni che riguardano centinaia di milioni di contadini indiani ( sono attualmente oltre il 70% della popolazione) che giudizio dà delle élite della sua nazione? Sono tutte succubi delle multinazionali e della Monsanto? Non sarà che lei è una Grazia Francescato indiana estranea al divenire della sua nazione?
Non è forse vero che in tutti i paesi islamici c’è una fortissima rinascita di identità che si esplica attraverso una applicazione sempre più letterale (non dico che è un male, per carità) dei precetti religiosi?
Non è forse vero che la separazione tra autorità spirituale e temporale, punto fondante della nostra civiltà, là non esiste? Non è forse vero che la dimensione collettiva ha una preponderanza schiacciante sulla dimensione personale? Come mai i nostrani paladini dei diritti e della sua indefinita estensione sono così morbosamente attratti dal suo contrario?
Non è forse vero che dietro l’apparenza unificante e globalizzante della tecnologia si celi un ricrearsi di aree di civiltà come non avveniva da molto tempo?
Prendere atto di questa tendenza, studiarne i motivi, cercare di prevedere gli esiti, prepararsi ad eventuali contromisure, salvaguardare i nostri principi è chiusura razzista ed egoista?
E che dire dei nostrani movimenti pacifisti, anticapitalisti, antiglobal, antimilitaristi,… (naturalmente generalizzo ed estremizzo)? Non è che sono il frutto più compiuto delle società benestanti, iperprotette, super assistite che possono permettersi di fare gli "anti" perché tanto ci sono quegli "stronzi" degli americani che con i loro Cruise e i loro B52 gli parano il culo? Gente che sputa nel piatto dove mangia? (ripeto, estremizzo, il dubbio è una benedizione. Già il Gran Sinedrio non poteva condannare all’unanimità, ma occorreva che almeno un giudice parlasse in favore dell’Imputato).(5)
 

NOTE


1) Samuel P. Huntington - Lo scontro delle civiltà – Garzanti
2) Vittorio Messori - Dicono che è risorto - Sei
3) Rabinovitch-Leitman - Pianificazione Urbana a Curitiba - Le Scienze n°334
4) AA.VV - Studi Savonaroliani - Edizioni del Galluzzo
5) Giuseppe Ricciotti - Vita di Gesù Cristo – Rizzoli
 

Europa, "Occidente", Islam. Profilo storico e prospettive (di Franco Cardini)


Due fondamentalismi da smascherare


Esiste senza dubbio un "fondamentalismo" islamico: è ormai così che siamo abituati e definire - con un termine preso a prestito dal lessico delle sette cristiane statunitensi - l'atteggiamento di una quantità di gruppi e di scuole (peraltro differenti e sovente in conflitto tra loro), nati intorno agli Anni Venti e sviluppatisi soprattutto nei Sessanta-Settanta del XX secolo, alcuni dei quali postulano un'applicazione della normativa giuridica emergente dal Corano e dalla Tradizione (sunna) letteralmente accettati e senz'alcuna elaborazione esegetica, mentre altri sostengono di voler reinterpretare l'Islam nel suo complesso per ricondurlo alla purezza delle origini. Atteggiamenti del genere, com'è noto, sono stati e in qualche misura sono propri anche di alcune sètte o Chiese cristiane che, dal medioevo alla Riforma fino ai giorni nostri, hanno proposto un impossibile "ritorno alle origini" della "Chiesa primitiva", quella "degli Apostoli"
Nel mondo islamico, le pretese accampate da questi gruppi fondamentalisti possono in realtà, in qualche misura, rifarsi alle tesi di movimenti religioso-politici del passato (si sono di recente chiamati in causa, un po' impropriamente, gli sciiti ismailiti della cosiddetta "Setta degli Assassini", fra XI e XIII secolo). Ma nell'insieme si tratta di istanze nuove, che ben si potrebbero qualificare come "moderniste": anche - e soprattutto - quando pretendono di rifarsi a un passato remoto. La loro nascita e il loro sviluppo di situano significativamente tra l'indomani della prima guerra mondiale e la sconfitta araba nella "Guerra dei Sei Giorni" del giugno 1967: dinanzi alla frustrazione profonda del mondo arabo-islamico e islamico ingenerale, che alla fine del Settecento aveva accolto con quasi unanime entusiasmo le proposte di modernizzazione che gli provenivano dall'Occidente ma che ormai si sentiva da esso ripetutamente ingannato, tradito e umiliato (inganni, tradimenti e umiliazioni che non erano affatto solo immaginari), nasceva quasi spontanea l'idea di tornare alla purezza della tradizione musulmana come unico rifugio e unica base per una nuova partenza spirituale, sociale e politica. Ma l'implausibilità delle tesi fondamentaliste - respinte difatti dalla stragrande maggioranza del mondo islamico - consiste tanto nell'impossibilità obiettiva d'un'applicazione letterale e normativa di Corano e di Tradizione come fondatrice d'una vera convivenza civile, quanto nell'arbitrarietà di tale strada mai proposta finora e quanto, infine, nel carattere non religioso bensì politico della tesi secondo cui il dovere principale del musulmano sia la lotta contro il "satana occidentale". Questa tesi è una sorta di leninismo politico applicato alla fede, che sostituisce la lotta di classe con la lotta religioso-culturale: dovere del musulmano è, semplicemente, uniformarsi con intimo consenso alla volontà di Dio. Tale il significato della parola Islam, la radice della quale è la stessa della parola Salam ("pace"). Sarebbe bene non confondere quindi il sostantivo "Islam" e l'aggettivo "islamico" (o, meglio, "musulmano", che rispetta di più il termine originario), che indica il fedele dell'Islam, con i brutti neologismi "islamismo" e "islamista", che tuttavia potrebbero venir usati per indicare le idee e i sostenitori della sciagurata riduzione dell'Islam a ideologia politica. Una manovra, questa, che si autodefinisce antioccidentale: mentre al contrario - accettando proprio uno dei peggiori prodotti della cultura occidentale, l'ideologismo politico - denunzia proprio una perniciosa dipendenza dall'Occidente nei suoi aspetti meno positivi. Esiste d'altronde, com'è noto, anche un "fondamentalismo" occidentalistico: figlio della caratteristica intolleranza illuminista, che usa com'è noto travestirsi da tolleranza ma che al contrario è profondamente convinta che il mondo delle democrazie liberali e del liberismo economico sia il migliore dei mondi possibili e l'unico, finale e necessario traguardo possibile di qualunque umana cultura. Questo disprezzo per l' "Altro-da-sé", capace di tollerare culture differenti dalla sua solo nella misura in cui le ritiene fasi transitorie da percorrere per giungere alla "maturità" occidentale e che in ultima analisi non concepisce niente che nella breve o nella lunga durata possa sfuggire al suo Pensiero Unico e ai modi di vita e di produzione da esso proposti, sembra aver di recente guadagnato anche alcuni ambienti cattolici, magari d'origine "tradizionalista"
Siamo dinanzi a un nuovo, inatteso totalitarismo. E difatti, ne ha i connotati. Annah Arendt sosteneva che il totalitarismo, in quanto tale, ha bisogna di un "nemico metafisico": ed ecco il "borghese" per il comunismo, l' "ebreo" per il nazismo. Ma alla luce dello sviluppo di parte del pensiero liberal-liberista in Europa e nel resto dell'Occidente, segnatamente negli Stati Uniti, nell'ultimo mezzo secolo, si direbbe che anch'esso sia o stia diventando un totalitarismo - pur non avendone i segni espliciti esteriori e apparenti: l'organizzazione del consenso, il controllo delle masse eccetera - perché, sperimentalmente anche se non teoricamente, non sembra poter fare a sua volta a meno di un "nemico metafisico". Tale è stato e rimane per sempre il nazismo; tale è stato, dopo la sconfitta di esso, il comunismo (o quanto meno, come riduttivamente qualcuno preferisce sostenere, lo stalinismo e i suoi postumi). Spariti questi due mostri, rispettivamente del tutto nel 1945 e in una certa misura nel 1989, sembra che i liberal-liberisti non si siano sentiti comunque del tutto a loro agio finché non hanno individuato un nuovo mortale avversario nell'Islam. A tale scopo, naturalmente, una manovra riduzionistica era necessaria: ed ecco che i fondamentalisti nostrani - con la pretesa di monopolizzare l'intero pensiero democratico e di rappresentare il Bene e il Giusto - hanno decretato che tutto l'Islam è per sua natura fondamentalista o suscettibile di divenirlo; e che tutti i gruppi fondamentalisti sono filoterroristi o potenzialmente fiancheggiatori e simpatizzanti del terrorismo. E, con una caratteristica manovra ricattatorio-intimidatoria tipica di tutte le Cacce alle Streghe che si rispettino, gli studiosi, i politici e i pubblicisti che si oppongono a questa manipolazione livellatrice e fanatica della realtà, sono accusati di essere filoislamici (quindi, si sotintende, filofondamentalisti e filoterrorisii) essi stessi. E' un comportamento identico a quello tenuto, tra Quattro e Cinquecento, dai teologi e dai giuristi fautori della realtà dei poteri stregonici: chi non ci credeva, veniva segnato letteralmente a dito come stregone o protettore di streghe egli stesso
Diciamo la verità. Siamo dinanzi al pericolo di un vero contagio intellettuale e massmediale, che potrebbe dar luogo a un nuovo fenomeno maccartista. D'altronde, l'immagine dell'Islam come "millenario avversario" del nostro Occidente ha largo corso in un mondo disinformato, dotato di scarsa e superficiale conoscenza della storia, abituato agli schemi scolastico-bignameschi, poco abituato a pensare per categorie religiose incline quindi a sottovalutarle e a considerare semplicisticamente i fenomeni che le riguardano, senza far le dovute distinzioni) e infine profondamente scosso dopo i tragici fatti dell'11 settembre del 2001
Bisogna dire che questo errore di prospettiva, irresponsabilmente avallato da alcuni mass media e opinion makers, riceve purtroppo un'apparente conferma indiretta nel comportamento di alcuni ambienti musulmani, essi stessi molto poco informati sia della sostanza della loro fede, sia della - del resto molto complessa - realtà politica e culturale del nostro mondo, nel quale essi magari si trovano per esigenze di lavoro o di sopravvivenza, che credono di conoscere sufficientemente perché ne parlano un po' le lingue e ne guardano i programmi televisivi, ma che nel nucleo profondo sfugge loro tragicamente. In questo modo, i fondamentalisti nostrani e quelli islamici, magari entrambi in buona fede, fanno entrambi il gioco degli agenti terroristi il fine dei quali è, appunto, tradurre in pratica l'infausta profezia di Samuel Hungtington e giungere allo scontro fra civiltà
Esiste un antidoto? Sì: ma va assunto subito, e in massicce dosi, prima che sia troppo tardi. Non è verso il melting pot multiculturale che bisogna andare, bensì verso il salad bowl della convivenza entro uno stesso quadro pubblico e istituzionale, nel rispetto delle medesime leggi e nel mantenimento di quelle tradizioni proprie a ciascuna cultura che con tali leggi non siano in contrasto. Bisogna moltiplicare - a cominciare dalle istituzioni, dai posti di lavoro, dalle scuole - le occasioni d'incontro, approfondire le nostre rispettive identità e al tempo stesso studiare e conoscere meglio e più da vicino quelle altrui. Io non credo nella tolleranza astratta: valore debole e retorico, che vacilla al primo soffiar del vento della retorica e del fanatismo, che crolla alla prima ingiusta violenza di cui si sia vittime o spettatori e che non si riesca a razionalizzare e ad analizzare nella sua struttura storica. Io credo nell'incontro, nell'interesse e nella simpatìa reciproci che ne nascono, nel confronto tra le tradizioni e le culture condotto nel rispetto reciproco e nel desiderio di rafforzare la propria identità attraverso l'accettazione di quel che è accettabile nelle culture altrui e l'arricchimento che ne deriva. A chi è più vicino un credente cattolico occidentale: a un ateo occidentale o a un ebreo o a un musulmano che condividono la sua fede nel Dio d'Abramo e nella Rivelazione, nel dialogo tra Dio e l'uomo? A chi è più vicino un euro-meridionale: a un arabo-mediterraneo o a un baltico? Occidente e Islam: le sei fasi di un confronto storico
Un primo nemico da battere è proprio il pregiudizio psuedostorico, l'aberrante - e a prima vista del tutto naturale, verosimile e fededegna - presupposto della tesi di Samuel Hungtington. Che potrebbe essere anche buon profeta, dal momento che il futuro storico è inipotecabile, che la storia non ha alcun senso immanente e che non c'è futurologia che tenga; ma senza dubbio è un cattivo storico, un incompetente nelle questioni del nostro passato
L'aberrante presupposto di Hungtington è che quattordici secoli di storia dimostrano che fra Occidente e Islam la guerra è stata continua: da tale presupposto errato egli fa derivare - con sconcertante semplicismo deterministico - la conseguenza che così sarà anche in futuro. La grottesca fragilità di tale inconsistente ragionamento è palese. Tuttavia, anche se esso fosse rigorosamente corretto, il presupposto resterebbe errato
L'arabo, l'arabo-musulmano, il musulmano tout court come nemici costanti dell'Occidente (e lasciamo perdere il fatto che tra Europa e Occidente è ormai molto discutibile esista una perfetta e totale identità dopo il XVI secolo). Diciamolo chiaro. Questa della guerra costante e della continua inimicizia tra Occidente e Islam è una balla che può esser bevuta solo dagli ohimè troppi nipotini del benemerito garibaldino ed editore Enrico Bignami (*), inventore del sapere scolastico ridotto in pillole. I molti pacifisti che ieri accusavano di "revisionismo" gli storici i quali si ostinavano a sostenere che la crociata era qualcosa di molto differente da quella guerra di religione ispirata dal fanatismo che essi credevano (Voltaire ridotto appunto in bignamesche pillole...) e che oggi invece si fanno fautori di nuove necessarie crociate per la difesa della libertà, del progresso e magari anche della Borsa, debbono rassegnarsi a tornare a scuola. E arrendersi all'evidenza che la storia, quella vera, insegna. Che cioè i lunghi secoli del confronto tra Europa e Islam furono certo caratterizzati da crociate e controcrociate, e non certo senza episodi violenti e sanguinosi; ma che la crociata non era affatto, non fu mai guerra "totale"; che in quei lunghi secoli - nei quali le guerre guerreggiate furono nel complesso endemiche, ma brevi e quasi sempre poco cruente - quel che di gran lunga prevalse fu il costante, continuo, profondo rapporto amichevole fra cristiani e musulmani nel teatro del mare Mediterraneo
Un'amicizia che si riscontra continua: a livello economico, diplomatico, culturale
A questo rapporto dobbiamo la rinascita dei commerci e della civiltà urbana dopo la stasi altomedievale; gli dobbiamo la nascita del sistema monetario e creditizio moderno; gli dobbiamo - grazie a uno stuolo d'instancabili traduttori arabi, ebrei e cristiani che lavoravano di comune accordo, soprattutto in Spagna - la stessa nascita scientifica e culturale della teologia, della filosofia, dell'astronomia, della fisica, della chimica, della medicina, della matematica, della tecnologia moderne. Senza l'apporto dell'Islam - riciclatore della cultura ellenistica e divulgatore di quelle persiana, indiana e cinese altrimenti sconosciute all'Europa - non sarebbe mai nata la splendida Europa delle cattedrali e delle università, l'Europa dalla quale è scaturita quella stessa modernità di cui tanto andiamo fieri
Gloria e riconoscenza eterna, diciamolo da europei e da moderni, all'Islam di Avicenna, di Averroè, di Ibn Khaldun: senza i quali non avremmo avuto né Abelardo, né Tommaso d'Aquino, né Dante, né Machiavelli, né Galileo
Certo, l'Islam di oggi non è più quello di allora. Ma anche su ciò, bisogna intenderci. Europa e Islam hanno potuto trattare da pari a pari finché sono stati più o meno sullo stesso piano. Cerchiamo di distinguere i loro rapporti in sei specifiche fasi
Prima fase. Fino all'XI secolo, musulmani e bizantini erano incommensurabilmente più colti, più civili, più ricchi dei rozzi euro-occidentali scaturiti dalla decadenza della pars Occidentis dell'impero romano e dall'incontro - del resto fecondissimo - con le culture eurasiatiche
Seconda fase.Tra XIII e XVI secolo europei occidentali e musulmano poterono trattare su un sostanziale piede di parità. Si facero crociate e controcrociate, si affermarono una letteratura, un diritto, una finanza della crociata. Intanto, però, gli scambi economici, diplomatici e culturali properavano. A metà del XII secolo si organizzò a Toledo la prima traduzione del Corano. Dante usò un libro mistico-allegorico arabo-iberico come testo ispiratore della Divina Commedia. Abelardo, Raimondo Lullo e Nicola Cusano scrissero trattati per dimostrare che le tre fedi nate dal ceppo di Abramo erano sorelle e sostanzialmente convergenti sui grandi temai del primato dell'uomo nel creato e dell'irruzione di Dio nella storia, la Rivelazione Terza fase. A partire dalla seconda metà del Cinquecento - grosso modo all'indomani della morte di Solimano il Magnifico, nel 1566 - l'Occidente, nonostante la dura crisi economico-finanziaria che stava affrontando, cominciò a distanziarsi decisamente da qualunque altra cultura. Le invenzioni, le scoperte geografiche e soprattutto la navigazione oceanica costituirono l'autentica , irripetibile e irreversibile "eccezione occidentale" nella storia del mondo. Fino ad allora le differenti culture sparse nell'ecumène avevano comunicato tra loro in modo rapsodico, spesso casuale: ora, le navi e i cannoni occidentali travolsero questo mondo a "compartimenti stagno" e avviarono quell' "economia-mondo" ch'è la prima fase di quel processo di globalizzazione che solo ai giorni nostri sembra giungere alla sua fase più matura e alle sue conseguenze (forse perfino alla sua conclusione, qualunque essa sia: ed è ancora presto per dire quale)
La culture islamiche (e bisogna tener presente che l'Islam è unico e unito nella sua comunità religiosa, l'umma: diviso però in una pluralità di culture, si stati, di scuole, di gruppi confraternali) non furono da allora più in grado di dialogare e di competere con l'Occidente. Tra XII e XVI secolo, esse avevano funto da tramite temporale e spaziale: avevano passato all'Europa la cultura ellenistica antica da essa dimenticata o sconosciuta, avevano svolto una funzione di tramite delle ricche merci estremo -asiatiche verso il Mediterraneo sia per terra (la "Via della Seta"), sia per mare (le rotte monsoniche dell'Oceano Indiano). Ma ora, gli europei padroni degli strumenti e delle rotte che circumnavigavano il mondo potevano aggirare i tra grandi imperi musulmani esistenti nel continente eurasiatico moderno, cioè il turco ottomano, il persiano safawide, il turco-mondolo-indiano moghul. Ed essi, aggirati, cominciarono prima a decadere progressivamente sul piano economico e commerciale, poi a chiudersi su se stessi e a sclerotizzarsi su quello spirituale e culturale (gli arabi erano già entrati in crisi almeno a partire dal primo Trecento). Quella che agli occidentali è sembrata la "seconda ondata" dell'immaginario "assalto islamico all'Europa", dopo la fase espansionistica dei secoli VII-X, cioè l'insieme delle guerre combattute dai turchi ottomani nel Mediterraneo e nella penisola balcanica, è stata in realtà una sorta di partita di giro con le differenti potenze europee, in cui le alleanze cristiano-musulmane si allacciavano e si scioglievano di continuo. E' noto che la corona francese tra Cinque e Settecento fu costantemente un' alleata occulta - ma non troppo - della Sublime Porta: e che il lavoro dei pubblicisti e degli eruditi francesi di quel tempo, che inventarono l'epopea delle crociate come gloria europea ma soprattutto francese costruendo così la trappola nella quale sarebbero caduti i nipotini dell'editore Bignami, nacque proprio per fornire al Re Cristianissimo, costante alleato del Turco, un alibi come scudo e spada della Cristianità. E' non meno noto che i principi protestanti, l'Inghilterra e a turno Venezia e l'imperatore romano-germanico si allearono con gli ottomani contro i loro fratelli in Cristo. E' risaputo che dietro il massacro turco degli otrantini, nel 1480. Non c'era la volontà del sultano, bensì la diplomazia di Venezia (e forse quella di Firenze) tesa a creare guai al re aragonese di Napoli e a contendergli la supremazia sullo sbocco dell'Adriatico. E' notissimo che il Sacro Romano Imperatore non concedette né un soldo né un soldato per la "splendida vittoria cristiana" di Lepanto del 1571 (della quale certi fondamentalisti cattolici vanno tanto fieri), e che il solo a rallegrarsi sul serio di essa fu lo shah di Persia, musulmano sì, ma sciita e nemico giurato del sultano sunnita di Istanbul. E' cosa detta e ridetta che i francesi e i protestanti (e, nel primo caso, perfino il papa, allora in guerra con Carlo V) furono lietissimi dei due assedi di Vienna, quello del 1529 e quello del 1683. E' arcinoto e facilmente verificabile che tra musulmani e cristiani ci sono state molte meno guerre, e molto meno gravi, che non fra tedeschi e francesi o tra spagnoli e inglesi. Lo sanno o dovrebbero saperlo tutti i mediocri conoscitori di storia che le vere guerre di religione combattute nella nostra storia sono state quelle fra cattolici e protestanti dalla Germania del primo Cinquecento alla Francia della seconda parte di quel medesimo secolo all'Inghilterra, alla Scozia, all'Irlanda e a tutta l'Europa della prima metà del Seicento. Lì sì che c'erano odio e fanatismo
Quinta fase. Fino al Settecento, il mondo islamico rimase sostanzialmente - a parte la sua periferia sud-orientale, tra Giava, Sumatra e Borneo, e alcune zone dell'India - non toccato dagli interessi e dagli appetiti colonialistici degli occidentali. La Spagna cercò ripetutamente d'impadronirsi di alcune zone dell'Africa settentrionale arabizzata e islamizzata, i portoghesi e più tardi gli inglesi mangiucchiarono qualche frangia dell'islam estremo-asiatico: e fu tutto. Ma col Sette -Ottocento le cose cambiarono. Francesi e inglesi si misurarono in India durante la "Guerra dei Sette Anni"; nel 1798 il generale Bonaparte sbarcò in Egitto, cercò di sollevare i musulmani di quel paese contro il loro sovrano turco nel nome del trinomio rivoluzionario Liberté-Egalité-Fraternité ch'egli presentò magistralmente come l'essenza dello stesso Islam
E i musulmani ci credettero. Così francesi e inglesi si apprestarono a conquistare Africa settentrionale - e non solo - e Vicino Oriente asiatico, spartendosi l'immensa regione tra Caucaso e Golfo di Aden; intanto inglesi e russi, tra Mar Caspio e Himalaya, si misurarono nel Great Game tanto ben descritto da Rudyard Kipling per spartirsi l'area centro-meridionale dello sterminato continente asiatico; e lo czar, ora in accordo ora in lotta con l'impero austriaco, cercò di appropriarsi di quelle parti dell'impero turco che gli avrebbero altrimenti impedito di affacciarsi sul Mar Nero e sull'Adriatico. Mentre gli europei suscitavano e appoggiavano in funzione antiturca i nazionalismi serbo, greco e armeno, s'immettevano cultura e modo di vivere occidentali fra le borghesie sirolibanesi ed egiziane esportando fra loro anche un'idea nuova per il mondo musulmano, quella di patria, e inducendole a credere che grazie all'appoggio dell'Occidente il mondo arabo sarebbe pervenuto alla nahda ("rinnovamento", "rinascita"), liberandosi progressivamente dallo sclerotico e oppressivo giogo turco e godendo dei frutti del progresso europeo. E i musulmani in genere, gli arabo-musulmani, ci caddero in pieno. I figli degli sceicchi e dei ricchi mercanti accorsero a studiare a Oxford, a Cambridge, a Parigi (dove purtroppo credettero alla triste fiaba romantica delle crociate come guerre coloniali avant la lettre: e diffusero quell'idea nel mondo musulmano, gettando le basi per l'inizio del risentimento "secolare"). Da istanbul a Damasco ad Alessandria si diffusero le logge massoniche musulmane, all'interno delle quali si approfondiva il tema del rapporto tra razionalismo e umanitarismo occidentale da una parte, etica islamica dall'altra. Nella prima guerra mondiale, il mondo arabo partecipò alla "rivolta nel deserto" raccontata da Thomas E. Lawrence contro i turchi: in cambio, francesi e inglesi avevano promesso al Guardiano dei Luoghi Sacri della Mecca, lo sharif ("nobile", "discendente del profeta") Hussein l'unità e l'indipendenza di una "grande Arabia" dall'Oronte al Nilo al all'Eufrate al Golfo di Aden da sottoporre al suo scettro. Nulla di ciò avvenne
Inglesi e francesi, al contrario, frazionarono dopo la guerra il mondo arabo in piccoli stati cui imposero una veste vagamente occidentalizzante, affidarono l'Arabia intera alla tribù fondamentalista dei wahabiti guidati dalla dinastia dei Beni Saud (i "sauditi") e favorirono l'insediamento dei coloni sionisti in Palestina, curando intanto di far imn modo di gestire direttamente o indirettamente la nuova fondamentale ricchezza dell'Oriente della quale l'Occidente era ghiotto: il petrolio. Tra 1918 e 1967, tra Versailles e la Guerra dei sei Giorni, arabi e musulmani passarono, nei confronti dell'Occidente, da una delusione e da una frustrazione all'altra
Sesta fase. Dopo l'ondata della conquista dei secoli VII-X e quella della intermittente guerra turco-ottomana contro l'Europa, ecco quella che qualcuno chiama la "terza ondata" dell' immaginario assalto musulmano all'Europa. Quello degli extracomunitari e dei clandestini. Quello ancora privo di armi nel senso vero del termine, ma tuttavia "armato" di aggressività culturale e di vitalità demografica e sostenuto dalla propaganda fondamentalista che mina con l'immigrazione dall'interno quel "Satana occidentale" che vuol colpire con il terrorismo all'esterno. E' un'interpretazione folle: che tuttavia è condivisa tanto da alcuni estremisti islamici ("islamisti", appunto, come si dovrebbero più propriamente chiamare: e nelle ragioni dei quali la religione ha ben poco posto) quanto da alcuni fanatici occidentalisti che hanno bisogno d'identificare nell'Islam il nuovo "nemico metafisico"
Diagnosi e possibili terapìe
E' fondamentale gestire la sesta fase dei rapporti tra Occidente e Islam, nella quale attualmente ci troviamo, con saggezza e moderazione
Tagliando l'erba sotto i piedi alla velenosa campagna demagogica dei fondamentalisti islamici: vale a dire distinguendo nettamente gli ambienti, i filoni e i fini dei differenti ambienti musulmani; stringendo sempre più i rapporti con la stragrande maggioranza islamica che desidera articolare un rapporto di convivenza tra modernità e Islam; collaborando a risolvere alcuni problemi cruciali - come quello israeliano-palestinese o quello dell'inutile e vergognoso embargo all'Iraq che non intacca il potere di Saddam Hussein e causa sofferenze indicibili al suo popolo - che, irrisolti, procurano al fondamentalismo e forse allo stesso terrorismo simpatìe e connivenze mentre, se fossero risolti, contribuirebbero straordinariamente a rasserenare gli animi. Bisogna colpire il terrorismo non solo nei suoi "santuari" politico-militari, ma anche nelle sue prospettive propagandistiche, combattendo le "sacche di disperazione" che nel mondo musulmano alimentano la folle speranza che quella infame forma di lotta possa condurre a una qualunque redenzione politica e sociale. E' necessario rivedere la politica censoria e sanzionistica contro i cosiddetti "stati-canaglia", una definizione diplomaticamente imprudente e politicamente oltraggiosa, e favorire un loro riavvicinamento al mondo occidentale. E' importante alleviare in ogni modo l'ingiustizia e la sperequazione nel mondo, perché i popoli poveri questo aspettavano dall'Occidente e questo gli rimproverano di non aver fatto: Perché senza giustizia non può esserci - come ha ricordato giovanni paolo II - vera pace. E' fondamentale, nel caso sia assolutamente inevitabile ricorrere alla forza militare contro i terroristi, accertare e dimostrare prima le loro responsabilità e non coinvolgere in rappresaglie di sorta nessun innocente: il contrario, fornirebbe ai terroristi quello che cercano, nuovi martiri seme di nuovi adepti
E' inoltre indispensabile che i nostri mass media abbandonino una volta per tutte quell'infame oltre che pericolosa pratica che consiste nel dar ragione ai terroristi dipingendo continuamente l'Islam come non è ma come essi vorrebbero ridurlo ad essere: una fede guerriera e sanguinaria, che ha come scopo l'assoggettamento del mondo e la lotta alla libertà di religione e di coscienza. A tale riguardo, non mancano purtroppo i politici e i pubblicisti semicolti che prestano orecchio ai seminatori nostrani di menzogne o di mezze verità. Dev'esser chiaro che non corrisponde al vero, e che non giova a nessuno, distribuire spezzoni di teologia o di diritto musulmani e sparare raffica di citazioni coraniche avulse dal loro contesto e prive di qualunque sistemazione critica per dimostrare che la fede coranica è violenta e sanguinaria. A colpi di estrapolazioni, di citazioni manipolate, di confusione fra teorie teologiche e avvenimenti storici a loro volta decontestualizzati, si potrebbero provare anche la natura violenta e sanguinaria della Bibbia, perfino del Vangelo ("non sono venuto a portare la pace, ma la spada", Matteo, 10,34) ; si potrebbe sostenere il carattere feroce e liberticida anche dell'ebraismo e del cristianesimo, perfino di certi ambienti buddhisti, per non parlare dalle varie ideologie occidentali rezionaliste e laiciste, a cominciare dall'illuminismo (e stendiamo un velo sui pensatori dei liberi Stati Uniti, dal "padre" Cotton Mathers fino a Jefferson e a Monroe)
Se faremo tutto questo, riusciremo a spezzare la spirale di violenza che ci sta avvolgendo, e della quale siamo certo in parte vittime - ma non siamo i soli ad esserlo - , in parte tuttavia anche coprotagonisti. Se cercheremo di alimentare nuove crociate, sia pure per replicare agli sconsiderati jihad scatenati contro di noi da minoranze irresponsabili che pretendono di agire nel nome di tutto l'Islam, forse vinceremo molte battaglie. Ma la guerra sarà dura, lunga, dolorosa: e finiremo - non illudiamoci - col perderla tutti.
 
Franco Cardini
 

(*) [Nota del febbraio 2004 - Su Enrico Bignami vedi la precisazione nel n° 195 ]