Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 31 (13.12.2001) Un diluvio: Riccardo, Galimberti, il Papa, Ferrara

QUESTO NUMERO


Calma. Nessuno vi obbliga a leggere tutto questo pacco; mi raccomando però: NON STAMPATELO se non siete VERAMENTE interessati. La carta è preziosa e le foreste in pericolo…
 
Potete però dare una veloce scorsa alla presentazione di Riccardo per arrivare, sull'onda, alle considerazioni di Galimberti sull'amore. Confesso che, da vari anni, e sarà anche l'età, sono apprendista aristotelico e quindi più interessato all'aspetto "produttivo" dell'amore, e non solo nel senso della prole (sarebbe d'obbligo la lettura del fondamentale De Rougemont, ma, stante la vostra pigrizia, ve ne esento); nondimeno le osservazione di Galimberti le ho trovate acute e pertinenti.
 
Segue il lungo documento del Papa sulla pace e la guerra, con relativo commento di Giuliano Ferrara, materiale che Il Foglio ha pubblicato due giorni fa e che a qualcuno potrebbe essere sfuggito: io considero molto buoni sia il documento che il commento.
 
E' per questo che vi ingombro la casella con tutta questa roba, perché così l'avete a disposizione: se vi va la leggete, altrimenti no. Com'è bella la libertà. Saluti.
 
P.S.
Vi ricordo che domani, indipendentemente dalla vostra a/religione, sarebbe giorno di digiuno per la pace…
 

RICCARDO ZUCCONI


Cari amici,
 
come diceva quella vecchia canzone francese: "Parlez moi d'amour et ditez moi des choses tendres..." vorrei sollevare il tema dell'amore, segnalandoVi un articolo di Umberto Galimberti che mi sembra particolarmente chiaro e riuscito.
Riccardo Zucconi
 

UMBERTO GALIMBERTI


"Allo scenario della complessità appartiene anche l’amore perché in esso vi confluiscono almeno tre componenti: il sesso, l’erotica e il destino.
 
Il sesso è la pulsione animale che ci percorre, in preda alla quale non ci rapportiamo alla persona amata, ma all’indistinta e universale natura che si esprime come forza torrentizia e indiscriminata, come un bagliore accecante che consuma la coscienza con la sua energia travolgente. Non conoscendo la specificità di un "tu", il sesso è poligamo e ci trattiene nella nostra matrice animale.
 
L’erotica invece fa assurgere l’altro a dignità inconfondibile di fine, e rinuncia a impiegarlo come mezzo, per fonderci con quell’oscura e notturna entità che possiamo chiamare la notte dell’indifferenziato. Nell’erotica , infatti, uno non è senza l’altro, ma i due realizzano quel che Platone aveva descritto nel Simposio: "Forse è questo che volete: diventare la medesima cosa l’uno con l’altro, in modo che non vi dobbiate lasciare né giorno né notte".
 
Al di là dell’erotica c’è l’amore-destino, qui inteso non come forza cosmica, ma come ciò che vi è in noi di più singolare, ciò che ci rende unici, inconfondibili. L’amore-destino non rinnega il sesso e l’erotica, ma li fa ruotare intorno a quel "tu" che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, sente come un "tu-destino". Questo sentimento della destinazione reciproca non può essere compreso dall’esterno e sfugge anche a chi ne è coinvolto e che più non riesce a distinguere sé da quel sentimento che lo costituisce."
 

IL PAPA


TERRORISMO, UN CRIMINE FANATICO CHE NIENTE PUÒ GIUSTIFICARE


Il Papa per il diritto a difendere l’ordine mondiale (e poi perdonare)


 
Quest’anno la Giornata Mondiale della Pace viene celebrata sullo sfondo dei drammatici eventi dell’11 settembre scorso
 
In quel giorno, fu perpetrato un crimine di terribile gravità: nel giro di pochi minuti migliaia di persone innocenti, di varie provenienze etniche, furono orrendamente massacrate. Da allora, la gente in tutto il mondo ha sperimentato con intensità nuova la consapevolezza della vulnerabilità personale ed ha cominciato a guardare al futuro con un senso fino ad allora ignoto di intima paura. Di fronte a questi stati d’animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l’ultima parola nelle vicende umane. La storia della salvezza, delineata nella Sacra Scrittura, proietta grande luce sull’intera storia del mondo, mostrando come questa sia sempre accompagnata dalla sollecitudine misericordiosa e provvida di Dio, che conosce le vie per toccare gli stessi cuori più induriti e trarre frutti buoni anche da un terreno arido e infecondo
 
E’ questa la speranza che sostiene la Chiesa all’inizio del 2002: con la grazia di Dio il mondo, in cui il potere del male sembra ancora una volta avere la meglio, sarà realmente trasformato in un mondo in cui le aspirazioni più nobili del cuore umano potranno essere soddisfatte, un mondo nel quale prevarrà la vera pace
 
La pace: opera di giustizia e di amore
2. Quanto è recentemente avvenuto, con i terribili fatti di sangue appena ricordati, mi ha stimolato a riprendere una riflessione che spesso sgorga dal profondo del mio cuore, al ricordo di eventi storici che hanno segnato la mia vita, specialmente negli anni della mia giovinezza
 
Le immani sofferenze dei popoli e dei singoli, tra i quali anche non pochi miei amici e conoscenti, causate dai totalitarismi nazista e comunista, hanno sempre interpellato il mio animo e stimolato la mia preghiera. Molte volte mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono
 
3. Ma come parlare, nelle circostanze attuali, di giustizia e insieme di perdono quali fonti e condizioni della pace? La mia risposta è che si può e si deve parlarne, nonostante la difficoltà che questo discorso comporta, anche perché si tende a pensare alla giustizia e al perdono in termini alternativi
 
Ma il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. La vera pace, in realtà, è "opera della giustizia" (Is 32, 17). Come ha affermato il Concilio Vaticano II, la pace è "il frutto dell’ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta" (Costituzione pastorale Gaudium et spes, 78). Da oltre quindici secoli, nella Chiesa cattolica risuona l’insegnamento di Agostino di Ippona, il quale ci ha ricordato che la pace, a cui mirare con l’apporto di tutti, consiste nella tranquillitas ordinis, nella tranquillità dell’ordine (cfr De civitate Dei, 19, 13)
 
La vera pace, pertanto, è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e doveri e sull’equa distribuzione di benefici e oneri
 
Ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com’è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati
 
Ciò vale tanto nelle tensioni che coinvolgono i singoli quanto in quelle di portata più generale ed anche internazionale. Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nel soprassedere alle legittime esigenze di riparazione dell’ordine leso. Il perdono mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine, la quale è ben più che una fragile e temporanea cessazione delle ostilità, ma è risanamento in profondità delle ferite che sanguinano negli animi. Per un tale risanamento la giustizia e il perdono sono ambedue essenziali
 
Sono queste le due dimensioni della pace che desidero esplorare in questo messaggio
 
La Giornata Mondiale offre, quest’anno, a tutta l’umanità, e in particolar modo ai Capi delle Nazioni, l’opportunità di riflettere sulle esigenze della giustizia e sulla chiamata al perdono di fronte ai gravi problemi che continuano ad affliggere il mondo, non ultimo dei quali è il nuovo livello di violenza introdotto dal terrorismo organizzato
 
Il fenomeno del terrorismo
 
4. E’ proprio la pace fondata sulla giustizia e sul perdono che oggi è attaccata dal terrorismo internazionale. In questi ultimi anni, specialmente dopo la fine della guerra fredda, il terrorismo si è trasformato in una rete sofisticata di connivenze politiche, tecniche ed economiche, che travalica i confini nazionali e si allarga fino ad avvolgere il mondo intero. Si tratta di vere organizzazioni dotate spesso di ingenti risorse finanziarie, che elaborano strategie su vasta scala, colpendo persone innocenti, per nulla coinvolte nelle prospettive che i terroristi perseguono
 
Adoperando i loro stessi seguaci come armi da lanciare contro inermi persone inconsapevoli, queste organizzazioni terroristiche manifestano in modo sconvolgente l’istinto di morte che le alimenta. Il terrorismo nasce dall’odio ed ingenera isolamento, diffidenza e chiusura. Violenza si aggiunge a violenza, in una tragica spirale che coinvolge anche le nuove generazioni, le quali ereditano così l’odio che ha diviso quelle precedenti. Il terrorismo si fonda sul disprezzo della vita dell’uomo. Proprio per questo esso non dà solo origine a crimini intollerabili, ma costituisce esso stesso, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un vero crimine contro l’umanità
 
5. Esiste perciò un diritto a difendersi dal terrorismo. E un diritto che deve, come ogni altro, rispondere a regole morali e giuridiche nella scelta sia degli obiettivi che dei mezzi. L’identificazione dei colpevoli va debitamente provata, perché la responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni, alle quali appartengono i terroristi. La collaborazione internazionale nella lotta contro l’attività terroristica deve comportare anche un particolare impegno sul piano politico, diplomatico ed economico per risolvere con coraggio e determinazione le eventuali situazioni di oppressione e di emarginazione che fossero all’origine dei disegni terroristici. Il reclutamento dei terroristi, infatti, è più facile nei contesti sociali in cui i diritti vengono conculcati e le ingiustizie troppo a lungo tollerate.
 
Occorre, tuttavia, affermare con chiarezza che le ingiustizie esistenti nel mondo non possono mai essere usate come scusa per giustificare gli attentati terroristici. Si deve rilevare, inoltre, che tra le vittime del crollo radicale dell’ordine, ricercato dai terroristi, sono da includere in primo luogo i milioni di uomini e di donne meno attrezzati per resistere al collasso della solidarietà internazionale. Alludo specificamente ai popoli del mondo in via di sviluppo, i quali già vivono in margini ristretti di sopravvivenza e che sarebbero i più dolorosamente colpiti dal caos globale economico e politico. La pretesa del terrorismo di agire in nome dei poveri è una palese falsità.
 
Non si uccide in nome di Dio!
 
6. Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l’umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro: tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto. Il terrorista ritiene che la verità in cui crede o la sofferenza patita siano talmente assolute da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti. Talora il terrorismo è figlio di un fondamentalismo fanatico,
 
che nasce dalla convinzione di poter imporre a tutti l’accettazione della propria visione della verità. La verità, invece, anche quando la si è raggiunta – e ciò avviene sempre in modo limitato e perfettibile – non può mai essere imposta. Il rispetto della coscienza altrui, nella quale si riflette l’immagine stessa di Dio (cfr Gn 1, 26-27), consente solo di proporre la verità all’altro, al quale spetta poi di responsabilmente accoglierla. Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell’essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine. Per questo il fanatismo fondamentalista è un atteggiamento radicalmente contrario alla fede in Dio.
 
A ben guardare il terrorismo strumentalizza non solo l’uomo, ma anche Dio, finendo per farne un idolo di cui si serve per i propri scopi.
 
7. Nessun responsabile delle religioni, pertanto, può avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare. E’ profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio, far violenza all’uomo in nome di Dio. La violenza terrorista è contraria alla fede in Dio Creatore dell’uomo, in Dio che si prende cura dell’uomo e lo ama. In particolare, essa è totalmente contraria alla fede in Cristo Signore, che ha insegnato ai suoi discepoli a pregare: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori" (Mt 6, 12).
 
Seguendo l’insegnamento e l’esempio di Gesù, i cristiani sono convinti che dimostrare misericordia significhi vivere pienamente la verità della nostra vita: possiamo e dobbiamo essere misericordiosi, perché ci è stata mostrata misericordia da un Dio che è Amore misericordioso (cfr 1 Gv 4, 7- 12).
 
Il Dio che ci redime mediante il suo ingresso nella storia e attraverso il dramma del Venerdì Santo prepara la vittoria del giorno di Pasqua, è un Dio di misericordia e di perdono (cfr Sal 103 [102], 3-4.10-13). Gesù, nei confronti di quanti lo contestavano per il fatto che mangiava con i peccatori, così si è espresso: "Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9, 13). I seguaci di Cristo, battezzati nella sua morte e nella sua risurrezione, devono essere sempre uomini e donne di misericordia e di perdono.
 
La necessità del perdono
 
8. Ma che cosa significa, in concreto, perdonare? E perché perdonare? Un discorso sul perdono non può eludere questi interrogativi
 
Riprendendo una riflessione che ebbi già modo di offrire per la Giornata Mondiale della Pace 1997 ("Offri il perdono, ricevi la pace"), desidero ricordare che il perdono ha la sua sede nel cuore di ciascuno, prima di essere un fatto sociale. Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una "politica del perdono", espressa in atteggiamenti sociali ed istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano.
 
In realtà, il perdono è innanzitutto una scelta personale, una opzione del cuore che va contro l’istinto spontaneo di ripagare il male col male. Tale opzione ha il suo termine di confronto nell’amore di Dio, che ci accoglie nonostante il nostro peccato, e ha il suo modello supremo nel perdono di Cristo che sulla croce ha pregato: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34).
 
Il perdono ha dunque una radice e una misura divine. Questo tuttavia non esclude che se ne possa cogliere il valore anche alla luce di considerazioni di umana ragionevolezza.
 
Prima fra tutte, quella relativa all’esperienza che l’essere umano vive in se stesso quando commette il male. Egli si rende allora conto della sua fragilità e desidera che gli altri siano indulgenti con lui.
 
Perché dunque non fare agli altri ciò che ciascuno desidera sia fatto a se stesso? Ogni essere umano coltiva in sé la speranza di poter ricominciare un percorso di vita e di non rimanere prigioniero per sempre dei propri errori e delle proprie colpe. Sogna di poter tornare a sollevare lo sguardo verso il futuro, per scoprire ancora una prospettiva di fiducia e di impegno.
 
9. In quanto atto umano, il perdono è innanzitutto un’iniziativa del singolo soggetto nel suo rapporto con gli altri suoi simili. La persona, tuttavia, ha un’essenziale dimensione sociale, in virtù della quale intreccia una rete di rapporti in cui esprime se stessa: non solo nel bene, purtroppo, ma anche nel male. Conseguenza di ciò è che il perdono si rende necessario anche a livello sociale.
 
Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale
 
Il perdono mancato, al contrario, specialmente quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono così a mancare le disponibilità finanziarie necessarie per produrre sviluppo, pace, giustizia. Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono
 
Il perdono, strada maestra
 
10. La proposta del perdono non è di immediata comprensione né di facile accettazione; è un messaggio per certi versi paradossale
 
Il perdono infatti comporta sempre un’apparente perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine. La violenza è l’esatto opposto: opta per un guadagno a scadenza ravvicinata, ma prepara a distanza una perdita reale e permanente. Il perdono potrebbe sembrare una debolezza; in realtà, sia per essere concesso che per essere accettato, suppone una grande forza spirituale e un coraggio morale a tutta prova. Lungi dallo sminuire la persona, il perdono la conduce ad una umanità più piena e più ricca, capace di riflettere in sé un raggio dello splendore del Creatore
 
Il ministero che svolgo al servizio del Vangelo mi fa sentire vivamente il dovere, e mi dà al tempo stesso la forza, di insistere sulla necessità del perdono. Lo faccio anche oggi, sorretto dalla speranza di poter suscitare riflessioni serene e mature in vista di un generale rinnovamento, nei cuori delle persone e nelle relazioni tra i popoli della terra.
 
11. Meditando sul tema del perdono, non si possono non ricordare alcune tragiche situazioni di conflitto, che da troppo tempo alimentano odi profondi e laceranti, con la conseguente spirale inarrestabile di tragedie personali e collettive. Mi riferisco, in particolare, a quanto avviene nella Terra Santa, luogo benedetto e sacro dell’incontro di Dio con gli uomini, luogo della vita, morte e risurrezione di Gesù, il Principe della pace.
 
La delicata situazione internazionale sollecita a sottolineare con forza rinnovata l’urgenza della risoluzione del conflitto arabo-israeliano, che dura ormai da più di cinquant’anni, con un’alternanza di fasi più o meno acute. Il continuo ricorso ad atti terroristici o di guerra, che aggravano per tutti la situazione e incupiscono le prospettive, deve lasciare finalmente il posto ad un negoziato risolutore. I diritti e le esigenze di ciascuno potranno essere tenuti in debito conto e contemperati in modo equo, se e quando prevarrà in tutti la volontà di giustizia e di riconciliazione. A quegli amati popoli rivolgo nuovamente l’invito accorato ad adoperarsi per un’era nuova di rispetto mutuo e di accordo costruttivo.
 
Comprensione e cooperazione interreligiosa
 
12. In questo grande sforzo, i leader religiosi hanno una loro specifica responsabilità.
 
Le confessioni cristiane e le grandi religioni dell’umanità devono collaborare tra loro per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona e diffondendo una maggiore consapevolezza dell’unità del genere umano. Si tratta di un preciso campo del dialogo e della collaborazione ecumenica ed interreligiosa, per un urgente servizio delle religioni alla pace tra i popoli. In particolare, sono convinto che i leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani debbano prendere l’iniziativa mediante la condanna pubblica del terrorismo, rifiutando a chi se ne rende partecipe ogni forma di legittimazione religiosa o morale
 
13. Nel dare comune testimonianza alla verità morale secondo cui l’assassinio deliberato dell’innocente è sempre un grave peccato, dappertutto e senza eccezioni, i leader religiosi del mondo favoriranno la formazione di una pubblica opinione moralmente corretta. E’ questo il presupposto necessario per l’edificazione di una società internazionale capace di perseguire la tranquillità dell’ordine nella giustizia e nella libertà. Un impegno di questo tipo da parte delle religioni non potrà non introdursi sulla via del perdono, che porta alla comprensione reciproca, al rispetto e alla fiducia. Il servizio che le religioni possono dare per la pace e contro il terrorismo consiste proprio nella pedagogia del perdono, perché l’uomo che perdona o chiede perdono capisce che c’è una Verità più grande di lui, accogliendo la quale egli può trascendere se stesso
 
Preghiera per la pace
 
14. Proprio per questa ragione, la preghiera per la pace non è un elemento che "viene dopo" l’impegno per la pace. Al contrario, essa sta al cuore dello sforzo per l’edificazione di una pace nell’ordine, nella giustizia e nella libertà. Pregare per la pace significa aprire il cuore umano all’irruzione della potenza rinnovatrice di Dio
 
Dio, con la forza vivificante della sua grazia, può creare aperture per la pace là dove sembra che vi siano soltanto ostacoli e chiusure; può rafforzare e allargare la solidarietà della famiglia umana, nonostante lunghe storie di divisioni e di lotte. Pregare per la pace significa pregare per la giustizia, per un adeguato ordinamento all’interno delle Nazioni e nelle relazioni fra di loro. Vuol dire anche pregare per la libertà, specialmente per la libertà religiosa, che è un diritto fondamentale umano e civile di ogni individuo. Pregare per la pace significa pregare per ottenere il perdono di Dio e per crescere al tempo stesso nel coraggio che è necessario a chi vuole a propria volta perdonare le offese subite
 
Per tutti questi motivi ho invitato i rappresentanti delle religioni del mondo a venire ad Assisi, la città di san Francesco, il prossimo 24 gennaio, a pregare per la pace
 
Vogliamo con ciò mostrare che il genuino sentimento religioso è una sorgente inesauribile di mutuo rispetto e di armonia tra i popoli: in esso, anzi, risiede il principale antidoto contro la violenza ed i conflitti. In questo tempo di grave preoccupazione, l’umana famiglia ha bisogno di sentirsi ricordare le sicure ragioni della nostra speranza
 
Proprio questo noi intendiamo proclamare ad Assisi, pregando Dio Onnipotente — secondo la suggestiva espressione attribuita allo stesso san Francesco — di fare di noi uno strumento della sua pace
 
15. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: ecco ciò che voglio annunciare in questo Messaggio a credenti e non credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, che hanno a cuore il bene della famiglia umana e il suo futuro. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo voglio ricordare a quanti detengono le sorti delle comunità umane, affinché si lascino sempre guidare, nelle loro scelte gravi e difficili, dalla luce del vero bene dell’uomo, nella prospettiva del bene comune
 
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo monito non mi stancherò di ripetere a quanti, per una ragione o per l’altra, coltivano dentro di sé odio, desiderio di vendetta, bramosia di distruzione
 
In questa Giornata della Pace, salga dal cuore di ogni credente più intensa la preghiera per ciascuna delle vittime del terrorismo, per le loro famiglie tragicamente colpite, e per tutti i popoli che il terrorismo e la guerra continuano a ferire e a sconvolgere. Non restino fuori del raggio di luce della nostra preghiera coloro stessi che offendono gravemente Dio e l’uomo mediante questi atti senza pietà: sia loro concesso di rientrare in se stessi e di rendersi conto del male che compiono, così che siano spinti ad abbandonare ogni proposito di violenza e a cercare il perdono. In questi tempi burrascosi, possa l’umana famiglia trovare pace vera e duratura, quella pace che solo può nascere dall’incontro della giustizia con la misericordia!
 
Giovanni Paolo II
 

GIULIANO FERRARA


Wojtyla per la guerra giusta e contro l’Apocalisse di Martini


 
Il capo della Chiesa cattolica ha parlato con linguaggio chiaro e semplice: inequivocabile. La Chiesa di Giovanni Paolo II è contro il terrorismo e, senza smarrire l’orizzonte d’amore del perdono cristiano al quale vincola innanzitutto la coscienza dei credenti, ne denuncia con inusitata durezza il retroterra ideologico fatto di fanatismo e di profanazione del nome di Dio. Per capire, basta leggere il testo integrale del messaggio pontificio per la celebrazione della giornata mondiale della pace, che pubblichiamo festosi e lieti in questa pagina
 
Il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, la cui diocesi organizza per il 14 dicembre l’ennesima manifestazione di ambiguo pacifismo militante in piazza Duomo, ha parlato per Sant’Ambrogio in modo spiritualmente opposto. Il gesuita ha dato voce a una Chiesa di sinistra, a una Chiesa ideologica la quale perora valori schiettamente politici sotto il manto dell’evangelizzazione universale e all’ombra di una visione in cui uno spirito apocalittico alla Jerry Falwell, il predicatore della moral majority integrista americana, si combina con una denuncia ipocrita, priva di sbocchi morali e di afflato religioso, del capitalismo (specie nella sua versione americana). Per capire, basta leggere il testo dell’omelia del cardinale, pubblicato da Repubblica venerdì 7 dicembre sotto il titolo: "Le nostre complicità"
 
Il fulcro del discorso di Martini è la denuncia di una "dismisura" nella risposta della coalizione agli attentati dell’11 settembre
 
L’arcivescovo si schiera (naturalmente) contro il terrorismo e ammette il principio della legittima difesa, ma questa affermazione preliminare, per chi sappia leggere con animo sgombro da pregiudizi, è un codicillo retorico privo di peso e di sostanza, che occupa poco spazio nella pagina nervosa e nella visione così avara del predicatore ambrosiano, mentre è assolutamente centrale nel discorso del Papa e lo nutre di una grande energia politica e religiosa
 
Ciò che sta a cuore al cardinale, invece, è ben altro che la denuncia del terrorismo
 
Il terrorismo, anzi, è da lui inteso come un accidente che cela la sostanza del momento "apocalittico" vissuto oggi dal mondo. Apocalisse è disvelamento, e gli attentati dell’11 settembre, chiamando la reazione "smisurata" degli americani e portando allo "scavalcamento" della legittima difesa in un’ansia di vendetta e di ritorsione, rivelano un mondo che Martini rifiuta con disprezzo. L’Apocalisse è la "rivelazione del male in cui siamo immersi, dell’assurdità di una società il cui Dio è il denaro, la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari di apertura delle Borse mondiali. Una società che giunge quasi al ridicolo nella sua ricerca affannosa di investimenti virtuali, di transazioni puramente mediatiche e che pretende di esportare messianicamente questo modo di vedere in tutto il mondo"
 
La pace di Martini è, seguendo il filo della sua omelia, il bene di una "umanità nuova" (formule rozze da propaganda cominternista latinoamericana, altro che Nuova Alleanza), che si definisce in opposizione ai beni della "famiglia, del clan, della tribù, della razza, dell’etnia, del movimento, del partito, della nazione". Niente come questo mettere sullo stesso piano nazione e tribù, famiglia e razza, dimostra le difficoltà, le aporie e il nullismo di una pedagogia che non ti spiega come si difenda la "nuova umanità" dagli agguati dei nemici della pace e dell’umanità stessa. Il Papa definisce "crimini contro l’umanità" le azioni terroristiche, nega che esse possano spiegarsi, se non con atto blasfemo, attraverso le ingiustizie del mondo, e loda apertamente le azioni umane che impongono un "risarcimento", che portano anche con la guerra giusta una "pace nella giustizia" (ricordate lo slogan della manifestazione del 10 novembre, cari amici novembristi?); il cardinal Martini, invece, vede il male, l’incomprensione, l’aggressività, il disconoscimento dei valori dell’umanità nella vita ordinaria del mondo occidentale, nelle vite di coloro che al World Trade Center vivevano l’11 settembre una "giornata scandita dall’orario di apertura delle Borse", per procacciarsi il pane e per finanziare con le loro "transazioni mediatiche" il più gigantesco, per quanto squilibrato e riformabile, programma di sviluppo del mondo (chiamato "globalizzazione")
 
Martini, con i suoi corifei laici, non si rende conto delle cose semplici che il Papa indica a dito con parole di cristallo. La Pace non è solo una "superstoria", formula martiniana, e dunque una visione della salvezza, è bensì anche, come dice Agostino "tranquillitas ordinis", è "frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto dei diritti e dei doveri e sull’equa distribuzione di benefici ed oneri". La giustizia umana è un valore dalla parte del quale la Chiesa di Giovanni Paolo II milita, al contrario di quella del cardinal Martini, ed essendo imperfetta implica di essere "completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati"
 
Questa sì che è una predica universale, questo sì che è il posto nel mondo di una grande Chiesa capace di messaggio, ma al tempo stesso in grado di contribuire, contro le ipocrisie politicamente corrette, a una via d’uscita per le nazioni e gli Stati, per chi ha la dolorosa responsabilità del governo e della decisione politica. Anche il Papa dubita del capitalismo come sistema e come orizzonte della storia, e meno male; ma non confonde il giudizio di valore sulla società con la denuncia del "messianesimo" imperiale degli americani che, secondo Martini, scristianizzerebbero il mondo per imporgli il loro modello con una guerra ingiusta
 
Follia nullista, che avrà la sua replica il 14 dicembre sul povero sagrato del Duomo di Ambrogio
 
Giuliano Ferrara