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Il Covile - N.o 34 (22.12.2001) Auguri 2 - Antonio Socci

Auguri 2, il ritorno


Ero rimasto un po' scontento dell'ultima NL. Mancava infatti qualcosa sul Natale. Ha provveduto autonomamente, e lo ringrazio per questo, Graziano Grazzini.
Vedete come le cose, a volte, si aggiustano da sole?
Graziano, oltre ai suoi pensieri, ha inviato un articolo comparso giorni fa sul Giornale e che mi era già stato segnalato dalla lontana conoscente Antonietta Giordano. Buona lettura e di nuovo

BUON NATALE A TUTTI


 

UNA (tempestiva) RIFLESSIONE DI GRAZIANO GRAZZINI


Mi chiedo, alla luce anche degli ultimi spunti delle newsletter: cosa c’è alla radice della suggestione che il Papa trasmette a credenti e non?
 
Centotrentasette anni fa John Henry Newman scriveva
"Ad osservare il mondo in lungo ed in largo, le vicissitudini della sua storia, la molteplicità delle razze umane, i loro inizi, le sorti, la reciproca alienazione, i conflitti; le imprese, o il procedere senza meta; i progressi e gli acquisti casuali, la conclusione impotente di situazioni lungamente trascinate; la grandezza e la miseria dell’uomo, la vastità delle sue aspirazioni, la brevità della sua vita, il velame che copre il suo destino futuro, le delusioni dell’esistenza, la sconfitta del bene, il successo del male, il dolore fisico, l’angoscia morale, la prevalenza e la forza del peccato, si ha una visione che dà sgomento e vertigine, che opprime col senso di un mistero profondo, che è assolutamente al di là della soluzione umana" (Il cuore del mondo, Bur 94).
Se è vero che l’uomo è quel livello della natura che si interroga sul significato di sé, non si può eludere la domanda, provandone certo una sana vertigine. Di questi tempi poi lo smarrimento aumenta. Il Papa entra nella mischia come tutti, dentro le approssimazioni e le contraddizioni che toccano ogni situazione umana, non assume posizione di distacco, di non compromissione di fronte ai problemi: come se il giudizio che nasce dalla fede coincidesse con una svalutazione delle circostanze della vita, personale, sociale e politica. Ci testimonia che la fede muove l’uomo al realismo, non alla fuga utopica. Così come lo muove all’aprirsi ad una misura che trascende la propria: il gesto più ragionevole possibile di fronte al mistero profondo a cui accennava Newman.
 
Ragionevolezza e realismo anche a proposito del mistero dell’incarnazione. Mi è sembrato il miglior modo di farsi gli auguri di Natale nel rispetto di ciò che è nella nostra tradizione cristiana la nascita di quel bimbo: la pretesa di essere risposta al destino di tutti e di ciascuno.
 
Ciao Stefano, un saluto ad Andrea quando lo senti.
 
Graziano
 
P.S. Ti allego anche questo articolo di A. Socci, che mi è sembrato interessante.
 

Antonio Socci sul caso Erika


C’è qualcosa di immenso, vertiginoso in quel lungo abbraccio che – dicono le cronache di ieri – Francesco De Nardo ha regalato a sua figlia Erika. "Fatti coraggio", gli ha sussurrato col groppo alla gola. Eppure nessuno più di lui – pur scampato al massacro - è stato distrutto da quella ragazza. Il suo è un martirio che durerà tutta la vita. Due volte alla settimana porta fiori freschi sulla tomba della moglie e del figlio. Ma dove trova l’amore per sostenere e aiutare Erika? Eppure lo fa con la stessa compassione che ha illuminato la madre quando è arrivata a sussurrare "ti perdono" alla ragazza mentre veniva massacrata. Non hanno mai smesso di amare quella figlia.
 
Ci si perde di fronte a una cosa così grande. Solo Dostoevskij forse potrebbe raccontare due figure così immense. Un uomo e una donna normali, del nostro tempo capaci di un eroismo che noi dei giornali non sappiamo guardare in faccia. Alcuni meschini sono arrivati al punto di mettere sotto accusa quei due poveri esseri umani. Perché i De Nardo erano una famiglia "piccolo borghese" (come si dice con malcelato disprezzo) e per di più andavano a messa la domenica. Due colpe imperdonabili. Erano dunque un bersaglio ideale. Si è strologato sull’orrore che si nasconderebbe dietro il "perbenismo" di queste famiglie. Però non sappiamo vedere l’immensa grandezza che c’era e c’è dentro questa povera famiglia e che si è rivelata nel dolore. Se Erika – che difficilmente si può ritenere persona sana ed equilibrata di mente – un giorno sarà capace di riconoscere tutto il Male in cui è sprofondata, potrà farlo solo perché capirà che l’amore da cui è stata raggiunta tramite la madre e il padre è più grande perfino del suo enorme crimine. Un amore più grande di qualunque crimine sembrerebbe impossibile.
 
In effetti il male non è la vera notizia. Non sorprende. Perché ogni essere umano è capace di male oltre ogni immaginazione. Lo sappiamo. Quello che davvero dovrebbe stupire, nella tragedia di Novi Ligure, è la grandezza, l’amore e l’eroismo di quei genitori e che tiene insieme tante nostre famiglie normali. Pur provate, talora affaticate, in crisi, fragili esse sono – come diceva Péguy – l’impresa più eroica che uomini e donne compiono, la vera speranza del mondo.
 
Noi stessi padri e madri siamo grandi senza saperlo. Assistiamo spaesati agli smarrimenti dei nostri figli che crescono, feriti dalla loro paura di non essere amati nel mondo, di sentirsi ignorati, dimenticati. Un acuto osservatore ha notato che oggi il vero motore della nostra società non è il sesso, ma il narcisismo. Nell’incertezza di essere vivi, si cerca una continua, ossessiva conferma della propria esistenza nello "specchio" che sono gli altri o nello specchio per eccellenza che è la tv. Tutti tarantolati dall’apparire nel piccolo schermo dove render noto di esserci e convincere perfino noi stessi.
 
E non solo quelli del Grande Fratello – che sono una metafora di noi tutti – ma i vip, perfino certi ecclesiastici, i ragazzi che "okkupano" i licei senza neanche sapere perché, noi stessi, fino al giovanotto che si è inserito appunto nella vicenda di Erika. Nei volti dolci dei nostri figli c’è questa incertezza di esistere. La mentalità comune ordina loro di non avventurarsi in questo abisso inesplorato, di vivere sempre all’esterno, agitandosi (magari ripetendo slogan politici neanche capiti), perché laggiù, dentro quelle domande, ci si potrebbe perdere. "Tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace/ un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza/ ineffabile" (Rilke).
 
E’ vero che guardarsi dentro può essere pericoloso, ci si può perdere e neanche lo psicanalista alla fine è uno "stalker" adeguato all’impresa. Perché non basta la scienza dove si desidera amore. Nello slang giovanile si dice: "sentirsi cacati", "essere cacati". Suona volgare, ma in effetti la parola "deiezione" (termine tecnico con cui si indicano gli escrementi) in tedesco suona "Geworfenheit" ed è proprio il termine che usa Martin Heidegger, in Essere e tempo, quando definisce lo spaesamento dell’uomo, il suo stato di abbandono nel mondo.
 
Anche Ortega y Gasset rappresenta questa condizione: "Vivere non è entrare a nostro piacimento in un luogo previamente scelto, come si sceglie il teatro dopo cena, è invece trovarsi, improvvisamente e senza sapere come, gettati, immersi, proiettati in un mondo (…) questo mondo attuale. La nostra vita incomincia con la perpetua sorpresa di esistere senza nostro previo consenso, naufraghi in un universo non prescelto".
 
Tutti siamo "naufraghi", immersi in questa "ignoranza originaria".
 
Sembra una descrizione dell’atto del nascere quel sentirsi "gettati" nell’estraneità e infatti il neonato vive quell’evento come un trauma, uno sradicamento. Mentre la memoria conserva il ricordo della vita intrauterina come un appagante paradiso. Proprio in quell’Eden prenatale – ha spiegato Franco Fornari – nasce la nostra energia affettiva, il nostro "io" e perfino la sensibilità alla musica e l’esperienza del linguaggio. Nasce insomma la civiltà.
 
L’arte esprime questa nostalgia (etimologicamente "dolore del ritorno"), questo desiderio di tornare a casa. "Ecco che cos’era la vita, che cos’era l’esperienza, che cosa inseguivano coloro che andavano in cerca d’avventure, ecco a che cosa mirava l’arte: ritornare a casa propria, ai propri affetti, riprendere a vivere" (Pasternak).
 
Ma in quale dimora un uomo può dire finalmente "io" e sentirsi "a casa"? Scrive don Luigi Giussani: "La ‘casa’ nel senso più vero, è l’essere perdonati". E’ la misericordia. E’ la parola che definisce Dio, come si è fatto conoscere nella storia del popolo di Israele e poi nel cristianesimo. E non è un caso che l’etimologia ebraica della parola misericordia - rehem - significhi utero, matrice, cioè rimandi letteralmente alla sede dell’amore, dove è concepita, nutrita e custodita la vita, dove sorge l’ "io".
 
Nella Bibbia il Creatore dice: "Si dimentica forse una donna del suo bambino? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io non ti dimenticherò mai". "Come una madre carezza il suo bambino, così io vi consolerò e vi cullerò sulle ginocchia". "Il Signore raggrupperà gli agnellini e li stringerà al seno". Tutto questo che era annunciato nella Bibbia dicono che si sia realizzato in Gesù Cristo. Davvero un Dio è venuto a cercarci, davvero ha avuto pietà di me?
 
Sarebbe la cosa più grande che potrebbe capitare, ma molti ecclesiastici invece di parlarci di questo pensano che troviamo più interessanti i loro sproloqui no-global. Però poi quella misericordia umanamente inspiegabile ci raggiunge e ci colpisce per altre vie, anche tremende, di cronaca nera.
 
Come la tragedia di Novi Ligure. Dove la cosa davvero grande è la pietà straziata del padre e le parole sussurrate dalla madre di Erika mentre veniva massacrata: "ti perdono". E’ incredibile che siano passate così inosservate. Eppure sono immensamente più grandi del crimine che pure è così enorme. Quella madre mentre moriva partoriva di nuovo sua figlia, le donava una vita nuova che un giorno le permetterà di non soccombere sotto il peso dell’orrore di sé. E’ un gesto grandioso. Che non si ha il coraggio di guardare in faccia e di misurare. Un abisso luminoso. Con quel gesto di una donna normale di oggi ci ha raggiunti lo stesso gesto di Cristo sulla croce.
 
E’ tutto misterioso e inspiegabile. Ma venir sfiorati da una misericordia così grande è vertiginoso. Solo se si è amati così si riesce a dire "io" con verità e stupore e senza violenza. Certo, lo si può rifiutare quell’amore ed è questo il Male.
 
Antonio Socci