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Il Covile - N.o 36 (1.1.2002) Buon Anno

Buon Anno Nuovo


Affinché non pensiate di iniziare l'anno nuovo all'insegna della pigrizia mentale ecco che Omar Wisyam interviene criticamente.
"Mi ha incuriosito l'articolo di Socci, che ho cercato di capire. Ho scritto due righe su quest'articolo, che sembrano polemiche ma vorrebbero invece ricevere qualche risposta."
Le trovate qui sotto. Sulla parte finale, la questione del perdono, mi ha inviato un ulteriore chiarimento, che sono tentato di condividere:
"chi commette peccato deve maturare il bisogno del perdono, se intendo bene la cosa. Se viene "perdonato" chi sta commettendo un omicidio, mentre lo commette, il perdono non è un perdono ma una vendetta e solo una vendetta."
Il confronto è aperto, chi vuole dica la sua.
 

Omar su Socci


Ho letto l'articolo di Socci e non mi pare che sia facile reggerlo, per cui le mie osservazioni non riusciranno ad essere più sgradevoli, neppure volendolo.
Il contenuto dell'articolo nuota tra diverse citazioni: oltre alla Bibbia ci sono Péguy, Rilke, Heidegger, Ortega y Gasset, Fornari, Pasternak e Giussani. Tanta abbondanza è sospetta per un articolo giornalistico. Tanti autori sono costretti a sostenere le intenzioni di Socci, la cui tesi è che ci sarebbe una grandezza nascosta nella tragedia di Novi Ligure e questa sarebbe una cristiana grandezza.
Prima di tutto bisogna difendere le famiglie dall'eroismo che gli attribuisce Socci, che è falso, perché fortunatamente si tratta di un comportamento sufficientemente diffuso da privarlo dell'attributo di Socci.
Ma l'intenzione di Socci era chiaramente un'altra: difendere l'ideologia del perbenismo e toglierle le virgolette.
Il senso dell'articolo si trova nei dettagli, dove il giornalista polemizza con il narcisismo di alcuni ecclesiastici e quando ne accusa altri (probabilmente sempre gli stessi) di "sproloqui no-global". Ma su questo aspetto non voglio insistere, perché Socci, in buona fede, può cercare di revisionare la dottrina della fede.
Nello smarrimento generale della società i più smarriti sono i giovani, secondo Socci; e, in questo quadro il Grande Fratello è assunto, in positivo, come metafora della nostra condizione di incertezza, la nostra metafora "di noi tutti", e i giovani okkupanti assurgono ad emblema della stupidità, ancora pre-omicida.
La citazione di Rilke mi sembra poco chiara nel contesto, e chi ne ha colto il senso potrebbe insegnarmelo.
La gettatezza nel nostro mondo è assunta con il termine heideggeriano di deiezione. Qui è più chiaro il senso: siamo fango, nasciamo nel fango, siamo una deiezione, perché così le nostre madri ci hanno aperto al mondo. Nulla di strano.
Tralascio le questioni dell'Eden prenatale e della misericordia uterina, su cui non sono in grado di ragionare.
Socci sostiene che la madre morente ha perdonato Erika: io non credo che sia andata così e le due sole persone che possono raccontarlo possono mentire.
Ma se la madre avesse veramente "perdonato" Erika, si tratterebbe di perdono?
Una madre disarmata viene uccisa dalla figlia che ucciderà anche il fratello. Alle ferite della figlia matricida la madre può ricambiare con un'altra ferita non rimarginabile: il perdono. L'atto non era perdonabile; il perdono, se c'è stato, non era un perdono, ma la via di una espiazione insostenibile. Se c'era un modo per vendicare l'offesa che la figlia le infieriva era di perdonarla.
 
Omar Wisyam