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Il Covile - N.o 37 (5.1.2002) Studi gattopardiani 2

Studi gattopardiani 2


Con questo pomposo titolo vi tengo informati circa l'indagine sui possibili prestiti Burnettiani da me riscontrati nel Gattopardo di cui alla NL n° 30 del 7 dicembre.
 
In quel numero, se vi ricordate, confrontando i due brani, domandavo:
"Giuseppe Tomasi di Lampedusa conosceva, ed aveva in mente, il capolavoro della Burnett? È piuttosto probabile, data la sua passione per la letteratura inglese, ma andrebbe fatto un controllo.
Questa analogia è già stata rilevata da qualcuno?"
Poiché nessuno dei lettori mi ha aiutato, anzi mi sono giunte addirittura voci di velato dissenso, ho dovuto provvedere di persona. Mi sono rivolto, non sto scherzando, alle maggiori autorità in materia esistenti in Italia.
 
Sul punto b) ho intervistato telefonicamente il Prof. Francesco Orlando. L'illustre studioso, non senza darmi una tirata d'orecchie per la mia mancata lettura del suo recente L'intimità e la storia, fondamentale al riguardo (ho provveduto oggi a comprarlo), molto gentilmente mi ha confermato che finora l'analogia non era stata rilevata, anche se si è mostrato molto scettico sulla sua esistenza ("come nella musica sono sempre le stesse note che si usano, i richiami sono spesso inconsapevoli…"), invitandomi comunque a controllare su Letteratura inglese di Lampedusa: "se il Giardino Segreto fosse citato allora…".
 
Per un chiarimento sul punto a) sono entrato in contatto con la Dottoressa Maria Luisa Dal Pozzo. Maria Luisa Dal Pozzo, laureata in Lettere moderne nell’anno accademico 1999/2000 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova, è autrice della voluminosa tesi "Letteratura inglese" di G. Tomasi di Lampedusa. Originalità e traduzione.
Quindi tra poco ne sapremo di più.
 
Più sotto trovate un profilo biografico di Francesco Orlando scritto da un suo allievo e la recensione del suo libro sul Gattopardo. Io vi consiglio vivamente il bellissimo Ricordo di Lampedusa. In ultimo, anche per variare, un articoletto dal Corriere su Rudolph Giuliani.
 

Francesco Orlando (di Paolo Squillacioti)


http://www.humnet.unipi.it/rogiolo/profili/orlando.html
 
Nato a Palermo il 2 luglio 1934, s'iscrive, seguendo le orme paterne, alla Facoltà di Giuriprudenza della sua città; ma nel 1953 inizia a ricevere da Giuseppe Tomasi di Lampedusa lezioni prima di lingua e poi di letteratura inglese e quindi di letteratura francese, avendo nel frattempo deciso di passare alla Facoltà di Lettere e di laurearsi in quest'ultima disciplina: ricambierà parzialmente battendo a macchina sotto dettatura del Principe gran parte del Gattopardo (di quegli anni di apprendistato resta un vivissimo Ricordo di Lampedusa, Milano, Scheiwiller 1963, oggi ristampato e arricchito di un séguito, Da distanze diverse, presso Bollati-Boringhieri, Torino 1996). Grazie alla moglie di Lampedusa, Alessandra Wolff-Stomersee, rigorosa analista freudiana, ha un primo contatto con la psicanalisi.
 
Non molto dopo la laurea, avvia una rapida e brillante carriera accademica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove, giovanissimo, insegna Lingua e letteratura francese. Dopo L'opera di Louis Ramond, Feltrinelli, Milano 1960, pubblica l'altra monografia Rotrou dalla tragicommedia alla tragedia, "La Bottega d'Erasmo", Torino 1963, e una serie di articoli confluiti poi ne Le costanti e le varianti. Studi di letteratura francese e di teatro musicale, Bologna, Il Mulino 1983. A metà degli anni Sessanta si avvicina al marxismo e a Freud (a quest'ultimo attraverso la mediazione di J. Lacan): del 1966 è il volume Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai Romantici (Padova, Liviana). Il progressivo superamento di Lacan, del quale tuttavia non dimenticherà l'interesse, sia pure asistematico, per una semiologia freudiana, il conseguente concentrarsi sull'opera stessa di Freud, l'approfondimento del pensiero marxiano, l'influsso dello strutturalismo soprattutto di marca francese sono alla base della riflessione teorica che intorno al Sessantotto porterà Orlando a elaborare i suoi lavori più originali e importanti.
 
Primo fra tutti il ciclo unitario intitolato Letteratura, ragione e represso e strutturato in quattro volumi, tutti pubblicati dall'editore Einaudi: Lettura freudiana della "Phèdre" (1971), saggio nato da un corso del 1969-70 alla Facoltà di Lingue e letterature straniere dell'Università di Pisa, dove nel frattempo era passato a insegnare; Per una teoria freudiana della letteraura (1973), oggi disponibile in edizione ampliata (1992: fra le aggiunte va ricordato almeno Il repertorio dei modelli freudiani praticabili, saggio del 1985); Lettura freudiana del "Misanthope" e due scritti teorici (1979), recentemente ristampato, insieme al primo saggio, col titolo Due letture freudiane: Fedra e il Misantropo (1990); e infine, Illuminismo e retorica freudiana (1982), ora ristampato sempre per Einaudi (1997) con l’aggiunta di alcuni saggi e il nuovo titolo di Illuminismo, barocco e retorica freudiana. Il ciclo è legato dall'idea di fondo che le opere di Freud più utili agli studi letterari sono quelle da cui si ricava la struttura semiotica dell'inconscio, ovvero l'Interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana, e soprattutto Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio: da quest'ultimo Orlando ricava il modello del ritorno del represso, di cui la letteratura è sede privilegiata, e la definizione in termini di figuralità della letteratura stessa (si veda il suo Saggio introduttivo all'edizione del Motto nel "Corpus freudiano minore", Torino, Boringhieri 1973: 15-29). Fra il secondo e il terzo libro interviene la decisiva lettura dell'opera dello psicanalista cileno Ignacio Matte Blanco, The Unconscious as Infinite Sets. An Essay in Bi-Logic, London, Duckworth 1975 (tradotta da Einaudi nel 1981), che riformulando in termini logico-matematici l'intera costruzione freudiana, offre la conferma delle intuizioni di Orlando e apre nuovi orizzonti di ricerca.
 
Agli anni della contestazione giovanile, e non senza rapporto con essi, risale anche il primo tassello di un'interpretazione globale, per lo più inedita e divulgata in densissimi corsi universitari, della Recherche proustiana: da un corso tenuto alla Scuola Normale nel 1968-69 ha origine "Proust dilettante mondano, e la sua opera" (relazione congressuale del 1971, pubblicata poi su Nuovi Argomenti, gen.-feb. 1972: 83-98); rielabora uno scritto del 1969 anche "Proust, Sainte-Beuve, e la ricerca in direzione sbagliata", pubblicato nel 1970, e poi nel 1974 come introduzione alla traduzione einaudiana del Contre Sainte-Beuve di Proust; più recenti sono il saggio "Logica falsa e prestigio vano: una lettera di M. de Charlus", in Studi di cultura francese ed europea in onore di Lorenza Maranini, Fasano, Schena 1983: 463-72; e gli Spunti introduttivi per la lettura di "La Recherche" di Proust in Il Romanzo. Origine e sviluppo delle strutture narrative nella letteratura occidentale, Pisa, ETS 1987: 233-241.
 
Un saggio del 1967, "Il recente e l'antico nel cap. I, 18 di Le Rouge et le Noir", pubblicato su Belfagor e un articolo nato da un seminario alla Scuola Normale nel 1967-68, "Le due facce dei simboli in un poema in prosa di Mallarmé" uscito su Strumenti critici, ottobre 1968: 378-412, entrambi raccolti ne Le costanti e le varianti, contengono nuove intuizioni relative a un tema di ricerca i cui primi, embrionali accenni risalivano al libro del 1966 sui ricordi d'infanzia, e che accompagnerà per più di vent'anni lo studioso, sino alla pubblicazione del suo libro più imponente: Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, Einaudi 1993 (2a ed. ampliata 1994). Un saggio che analizza, con centinaia di citazioni dai classici di tutte le epoche e in tutte le principali lingue europee, la fortuna del tema dell'oggetto materiale inutile, invecchiato, inconsueto, in altre parole non-funzionale, nella letteratura occidentale e in particolare in quella successiva alle rivoluzioni industriale e francese. Questo nella convinzione che la letteratura si fa carico di esprimere attraverso formazioni di compromesso, e non attraverso unilaterali prese di posizione ideologiche, le istanze di un represso in questo caso anti-funzionale. Al ritorno del represso irrazionale, o ritorno del superato, Orlando ha dedicato un'altra ricerca di lungo periodo sul soprannaturale in letteratura, anch'essa inedita e anch'essa offerta finora soltanto agli studenti dei suoi corsi (che dopo il '68 ha tenuto all'Università di Napoli, quindi di Venezia, e infine di nuovo di Pisa nel 1982, dove ha insegnato in séguito Teoria della letteraura, quindi di nuovo Letteratura francese e dal 1995-96 ancora Teoria della letteratura).
 
Non si può dimenticare la sua passione per la musica e il melodramma, e in particolare per Richard Wagner: oltre all'importante saggio del 1973 sul Leit-Motiv wagneriano raccolto nelle Costanti e le varianti (pp. 395-17), ha pubblicato "Mito e storia ne L'Anello del Nibelungo", Intersezioni, agosto 1983: 347-360 e "La fine della preistoria nella musica del Ring: figlie del Reno, valchirie, norne", Nuova Rivista Musicale Italiana, ott.-dic. 1988: 663-679.
 
I suoi ultimi libri sono l’Altro che è in noi. Arte e nazionalità, Torino, Bollati Boringhieri 1996 (testo della lezione durante la ‘Giornata Sapegno’, Aosta 11 maggio 1996) e L’intimità e la storia. Lettura del "Gattopardo", in corso di stampa per Einaudi.
 
La grande generosità didattica, la vastità delle letture e delle competenze, il rigore e la coerenza metodologica, il rispetto per l'opera letteraria, letta e analizzata sempre nella veste linguistica originaria, la ricerca caparbia del senso (ben definito o plurimo che sia, mai infinito o ineffabile) del testo, fanno di Orlando un intellettuale in sostanza non diverso dal filologo, inteso nel senso più ampio e alto del termine: un filologo del significato, beninteso (ma non solo, visto che ha curato la pubblicazione postuma del romanzo di Carmelo Samonà, Casa Landau, Milano, Garzanti 1990) la cui ricerca arrogandosi "incidentalmente una qualche capacità filologica [...] avrà contribuito a restaurare in un testo quel significato letterale non indefinito, che può corrompersi nel tempo come la lettera ben definita del significante" (Gli oggetti desueti, p. 33).
 
[Paolo Squillacioti, 12 marzo 1998]
 

IL GATTOPARDO SUL PIEDISTALLO (di REMO CESERANI)


Il Manifesto 21 Maggio 1998


 
NEL SUO ULTIMO intensissimo libro, L'intimità e la storia. Lettura del Gattopardo (Einaudi, pp. 195, L. . 24.000), dedicato a un'analisi tematica in profondo del romanzo di Tomasi di Lampedusa, Francesco Orlando sembra che abbia voluto, ancor più che nei libri precedenti - quelli della serie delle letture freudiane, quello sugli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, quello recente su arte e nazionalità, L'altro che è in noi - fissare alcuni rigidissimi, risolutamente semplificatori principi di metodo, compattare e ingigantire alcuni idoli polemici, darsi delle austere regole di astinenza, fra cui quella di evitare troppo frequenti confronti intertestuali (castigando così, di proposito, la sua vasta cultura letteraria).
 
Queste strategie e regole di comportamento credo che fossero per lui assolutamente necessarie. Soprattutto la prima, tanto più fortemente affermata quanto più sottilmente, ripetutamente, e quasi inevitabilmente, violata: quella di mantenersi fermo alla lezione proustiana (divenuta strutturalistica e poi, in una personale versione della critica psicanalitica, freudiano-orlandiana), e cioè di evitare di istituire anche il più piccolo rapporto fra l'opera letteraria e la biografia dell'autore. Il problema aveva questa volta una dimensione molto particolare (e molto jamesiana): si dava il caso che l'opera da analizzare fosse stata scritta da un autore conosciuto dal critico molto intimamente, addirittura di un'opera a suo tempo, mezzo secolo fa, "vista scrivere" dal critico, come testimone diretto della composizione e lettore in anteprima, in gran parte addirittura da lui battuta a macchina. Sull'autore il critico aveva, inoltre, a suo tempo scritto un penetrante, raffinato Ricordo e di recente, nel 1996, in un aureo libretto pubblicato da Bollati-Boringhieri, egli su quel Ricordo era ritornato e vi aveva aggiunto le splendide pagine intitolate "Da distanze diverse", per le quali era entrato ancora più a fondo nelle pieghe più segrete e tormentose dell'uomo Tomasi.
 
Non c'è da stupirsi, quindi, se Orlando fin dalla prima pagina di questo, che vuole essere solo un saggio di interpretazione e commento del romanzo Il gattopardo, dichiari l'imbarazzo della sua situazione, affermi che essa potrebbe addirittura metterlo in una posizione di svantaggio rispetto a interpreti più lontani e meno coinvolti, senta il bisogno al tempo stesso di riaffermare risolutamente le sue adesioni di principio al metodo proustiano che vuole separata nettamente la vita dall'opera, ma poi di fare qualche tentativo di revisione di questa posizione critica, senza peraltro lasciarsi trascinare dai movimenti alla moda e dai tanti "ritorni dell'autore" di marca post-strutturalistica.
 
La posizione è evidentemente molto scomoda, ma i possibili elementi di contraddittorietà che contiene (e che spingono Orlando a molte piccole violazioni della regola di base, nel corso del libro, soprattutto nelle note) sembrano uno stimolo intellettuale per lui, lo spingono a scendere, di tanto in tanto, e in modo abbastanza nuovo rispetto alle sue esperienze precedenti, nelle profondità del testo fino a toccare elementi e risvolti della vita dell'autore, della sua appartenenza di classe, della sua sicilianità (che aveva in comune con il critico), dei suoi gusti, umori e contraddizioni.
 
La seconda mossa strategica di Orlando è stata di riunire in un unico fronte compatto la critica italiana che secondo lui per quarant'anni ha per ragioni ideologiche, ipocrisie varie, innamoramenti dell'avanguardia (e della neo-avanguardia che, guarda caso, andò proprio a Palermo a celebrare la sua nascita pochi anni dopo la prima uscita del Gattopardo), si è rifiutata di riconoscere la natura di capolavoro del romanzo di Tomasi di Lampedusa. Fra i giudizi limitativi, alcuni pronunciati a caldo, altri ribaditi negli anni, uno di quelli che hanno bruciato di più, per Orlando, è stato il giudizio di Contini, che nel 1968 aveva sentenziato essere il Gattopardo "una gradevolissima opera d'intrattenimento in cui si rendono popolari alcuni valori", un "Proust popolarizzato" (sia Contini che Orlando, dopo tutto, hanno avuto come maestro di critica un analizzatore finissimo di capolavori come Leo Spitzer, ciascuno dei due, però, si ispirava a uno Spitzer diverso: lo Spitzer a cui si rifaceva Contini per proporre con piglio militante un suo canone della letteratura italiana anche contemporanea era lo studioso dell'espressionismo linguistico, mentre lo Spitzer di Orlando era piuttosto semantico, tematico e psicanalitico: lo studioso di Racine e di Proust).
 
E' evidente, comunque, che Orlando ha semplificato e radicalizzato la situazione: a parte il grande successo mondiale del romanzo e la sua canonizzazione nelle letture scolastiche, non sono mancati, soprattutto sull'orizzonte internazionale, critici che hanno trattato il Gattopardo con grande rispetto e totale adesione. Ma è proprio la confutazione dei giudizi limitativi (oltre a quello di Contini, quelli, pronunciati con prospettive diverse, da Montale, Fortini, Eco, Spinazzola) che ha stimolato Orlando a un lavoro intenso e accanito per dimostrare che quei critici avevano torto, che il libro ha la dignità e la perfezione di un classico, e questo gli ha ispirato pagine cariche di forza polemica e grande convinzione.
 
I principi a cui fa appello per sostenere, invece, che il Gattopardo è un grande capolavoro misconosciuto sono essenzialmente tre: 1) la coerenza interna, straordinaria, del libro (è questo un criterio molte volte sostenuto da lui nei suoi saggi, e che ha in comune con Spitzer e la critica strutturalistica); 2) il suo sperimentalismo, non linguistico ma tematico, non esibito ma reale e profondo (che si manifesta secondo Orlando nella struttura e nelle strategie narrative, nella concezione del personaggio di don Fabrizio, nella rappresentazione del tempo e della morte, in quella della storia, nel gioco dei punti di vista - fra cui quello, ormai lontano e quasi straniato, di uno dei figli del principe Fabrizio Solinas, Giovanni, andatosene ad abitare a Londra); 3) la originalità e addirittura unicità di Tomasi di Lampedusa nel trattare alcuni temi: è solo lui, fra i narratori moderni di tutto il mondo, secondo Orlando, che fa del suo protagonista un intellettuale inquieto ormai avanti negli anni e non, come avviene di norma, un giovane che si affaccia al mondo e lo aggredisce, un padre, insomma, e non un figlio; è solo lui che, nel Novecento, rappresenta il mondo dell'aristocrazia con uno sguardo critico dall'interno dell'aristocrazia stessa; è solo lui a misurarsi con il classico esempio della Morte di Ivan Ilic di Tolstoj e a portarlo arditamente ancora più avanti, mettendo in scena il monologo interiore e il graduale spegnersi del protagonista morente (mi permetto qui di dissentire: il racconto di Tolstoj, nel suo radicalismo conoscitivo e narrativo, rimane di una modernità insuperata e sconvolgente).
 
Mi pare che in tutti e tre i casi Orlando abbia fatto centro e colto un nodo essenziale nella complessa rete tematica del libro. Per poterlo fare ha dovuto, naturalmente, respingere o ignorare possibili modelli paralleli in tanti altri scrittori (o cercare conferma della loro estraneità alla cultura letteraria di Lampedusa nelle sue note e lezioni). In tutt'e tre i casi credo che si potrebbero fare nomi e indicare testi che lascerebbero il Gattopardo un po' meno solo. Faccio solo un esempio: per la rappresentazione dall'interno del mondo aristocratico in declino saltano subito alla mente i grandi romanzi di Faulkner sulla famiglia Sartoris e il suo tragico rapporto con la storia della modernità e con quell'angolo periferico del Sud degli Stati Uniti, oppure i romanzi (quasi paralleli nel tempo) di Evelyn Waugh, anche lui testimone dall'interno, con un'ironia che lo rende per certi versi affine a Tomasi di Lampedusa, della dissoluzione di un mondo aristocratico, tradizionale, a cui sentiva di appartenere. E molti altri esempi si potrebbero fare attingendo dall'area germanica e nordica, dai paesi dell'est, dal Sudamerica.
 
Ma per condurre le sue splendide analisi Orlando aveva bisogno di isolare il suo oggetto, prendere le distanze da ogni tentazione di analogia e ancora più di possibile intertestualità, mettere il suo libro su un grande piedistallo, analizzarlo pazientemente e a fondo. E' quello che ha fatto.
 

NY: i crimini in città prima e dopo Giuliani


CORRIERE DELLA SERA 2-1-2002


 

TOLLERANZA ZERO


La fortunata crociata anticrimine lanciata negli anni '90 dal sindaco uscente Rudolph Giuliani con il nome di "Tolleranza zero" continua a dare i suoi frutti. Secondo un rapporto stilato dal Dipartimento di Polizia di New York (NYPD), soltanto nell'ultimo anno il tasso dei delitti perpetrati nella Grande Mela (assassini, stupri, aggressioni, rapine, borseggi, furti d'auto) è sceso del 12,3%
 

CRIMINALITA'


Dai dati diffusi dall'NYPD risulta che gli omicidi sono calati del 4,6% (passando da 672 nel 2000 a 640 nel 2001: il record negativo era stato raggiunto nel 1990 con 2.260 assassini, ma era dagli anni '60 che la città non scendeva sotto i 700 omicidi l'anno). Il calo più significativo si è verificato nei furti d'auto (scesi del 16,7%); gli stupri sono scesi del 6,5%, le rapine del 13,6 %, le aggressioni dell'11,3%, i furti con scasso del 14,9%, il furto di cose di grande valore del 7,2%