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Il Covile - N.o 47 (7.2.2002) Giampiero Mughini antropologo della sinistra

QUESTO NUMERO


Ogni tanto dobbiamo anche occuparci dell'attualità. Ho ritenuto che fossero da non perdere questi due articoli, tra loro collegati, da IL FOGLIO QUOTIDIANO MARTEDÌ 5 FEBBRAIO 2002.
Il secondo, di Antonio Socci, mostra quanto si possa ancora ricavare dai giacimenti auriferi del nostro Gómez Dávila.
 

Antropologia mughinesca della sinistra rabbiosa di Piazza Navona


Signor direttore - A Piazza Navona sabato sera, ero stato e avevo sostato un po’: giusto il tempo di ascoltare il ringhio rabbioso che dalla folla striminzita ma compatta prorompeva appena Francesco Rutelli civilmente accennava a possibili civili intese fra maggioranza e opposizione in tema di conflitto d’interessi, e ovviamente sto dicendo del conflitto (che c’è) fra gli interessi del Silvio Berlusconi grande imprenditore e il suo ruolo di capo politico degli italiani
 
Subito ho capito che tra la sinistra di Piazza Navona – una specie antropologica di cui sono forse il maggior esperto al mondo – e il civile Rutelli (e con lui i civili Massimo D’Alema e Piero Fassino) non sarebbe corso buon sangue. Mai però avrei immaginato che sarebbero stati messi alla gogna da Nanni Moretti e da un simpatico professore fiorentino che come tratto distintivo del suo curriculum ha quello di essere nato il 25 aprile 1945. Mai avrei pensato che umori tanto risentiti quanto politicamente imberbi, che lo spirito adolescenziale della presunta superiorità razziale della sinistra, che una cultura che non sa bene se ricorrere alle manette dei carabinieri o alle truppe di Fausto Bertinotti pur di mettere in ginocchio il Polo, che l’atteggiamento di chi vorrebbe in politica mettere le mani al collo dell’avversario e stringere forte, che un tale atteggiamento diventasse stemma e anima della sinistra più risonante e visibile. Lo dicono le e-mail inviate alla Repubblica
 
Lo dicono i nuovi maître-à-penser della sinistra, quelli che hanno sostituito i Pietro Ingrao e i Giorgio Amendola, sto dicendo i Fabio Fazio e i Piero Chiambretti (a me simpaticissimi). Sto aspettando le dichiarazioni di Sabrina Ferilli, che certo arriveranno e che andranno nella stessa direzione
 
Sono costernato che un professionista della politica di sinistra come Piero Fassino ammicchi a Moretti e a quelli di Piazza Navona. Siamo alla farsa
 
Di Moretti sono il massimo esperto al mondo. Gli voglio bene come un fratello
 
Ho scritto anche sul Foglio quanto lo reputi un regista originale e geniale, sino a questo suo ultimo capolavoro. C’è stato un tempo della nostra vita in cui ci vedevamo quasi tutte le sere. Sempre i Moretti erano due: geniale quando parlava di cinema e amava il cinema e lasciava trapelare come in lui nascesse il meccanismo della creazione artistica, bambinesco quando ripeteva le ragioni del suo stare a sinistra. Non dimentichiamo che è il suo cinema (da me frequentatissimo) quello dove vennero proiettati i raccapriccianti spot elettorali che dipingevano i candidati di Forza Italia come potenziali molestatori di bambini
 
Una sinistra così, la sinistra di Piazza Navona, quelli che vanno in edicola e comprano (sotto i miei occhi) "Repubblica Manifesto l’Unità", quelli che si vantano di essere nati il 25 aprile 1945 (i giorni dell’odio fra italiani), una sinistra così può aspirare alla riscossa? Meglio ancora, una sinistra così può fare da pungolo democra- tico a una maggioranza che di un tale pungolo avrebbe ultrabisogno? Temo di no, con grave danno e deficit della nostra vita democratica, già così malcerta e zoppicante. Una sinistra così, che non sa dire se sì o no la scuola debba restare un gigantesco laboratorio della chiacchiera, se sì o no aiuta l’economia e lo sviluppo un prelievo fiscale sul ceto medio che va oltre il cinquanta per cento, e quali siano i limiti e le regole della nostra sacrosanta assimilazione delle altre etnie e delle altre culture, e come e dove tra noi italiani che la pensiamo in modo diverso debba esserci confronto ma anche convivenza, se sì o no si possa mandare in pensione e regalare al lavoro nero giovanottoni di cinquantotto anni, una sinistra così non fa il suo mestiere
 
E mentre quelli che hanno fatto la grandezza della storia della sinistra italiana, i Togliatti, gli Amendola, i Bufalini, i Pajetta, si stanno rivoltando nella tomba
 
Giampiero Mughini

 

Lo scudiscio di Gómez Dávila sull’intellettuale progressista


Primo impietoso flash: "Nelle truppe degli intellettuali di sinistra militano solo piccolo borghesi inaciditi". Seconda sciabolata: "Ogni individuo sgradito all’intellettuale di sinistra merita la morte". Terzo (colpo di grazia): "L’uomo di sinistra grida che la libertà è in pericolo quando le sue vittime si rifiutano di finanziare il proprio assassinio"
 
Questa raffica di atroci aforismi politicamente scorretti viene da un disincantato e coltissimo censore formatosi a Parigi e vissuto in America Latina: Nicolás Gómez Dávila li ha pubblicati – in aristocratiche edizioni per amici – fra il 1977 e il 1992 e nel 2001 Adelphi ne ha proposto un’opportuna edizione italiana, "In margine a un testo implicito". Viene da credere che il "testo" che fa da sfondo sia la nostra cronaca
 
"L’uomo di sinistra si crede generoso perché le sue mete sono confuse". Ma lo si deve alla genialità dell’Autore e all’universalità di certi "tipi"
 
"L’intelligenza del progressista è tutt’al più complice della sua carriera". Qualche bel nome in effetti viene in mente. "Beati quei rivoluzionari che non sono presenti al trionfo della rivoluzione": sarà il caso di Ernesto Che Guevara. A Bertinotti invece si addicono questi due aforismi: "Un lessico di dieci parole è sufficiente al marxista per spiegare la storia"; "Ogni ribellione totale si conclude in una filosofia da Rotary Club"
 
Ma il vero orizzonte di Gómez Dávila è filosofico
 
Fulmina il giacobinismo: "La virtù che non dubita di se stessa culmina in attentati contro il mondo". Perché sta nell’orizzonte di De Maistre: "Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che credono nel peccato originale e gli sciocchi"
 
E’ disincanto il suo o cinismo? In realtà ha dentro la consapevolezza tragica degli ultimi secoli. Per questo arriva fino alla provocazione più irritante: "Ogni individuo con ‘ideali’ è un potenziale assassino". Bersaglio privilegiato di questo straordinario pensatore colombiano sono gli ingenui, le anime belle, sotto la cui smaltata purezza sente l’odore del dente cariato. "Per castigare un’idea gli dèi la condannano a entusiasmare l’imbecille". Gli imbecilli sono per definizione una categoria trasversale e universale, di tutti i tempi, di tutti i luoghi e di tutti i partiti dello spirito. Tuttavia Gómez Dávila vede oggi una loro speciale concentrazione in una particolare regione del pensiero umano: "Oggi gli imbecilli sono fortunatamente progressisti". E’ un po’ ingeneroso (infatti se ne vedono anche altrove), ma più che la politica egli vuol castigare un certo pigro meccanismo mentale ed esistenziale. L’imbecillità gli appare un flagello: "Non c’è nulla al mondo che l’entusiasmo dell’imbecille non riesca a degradare"
 
Perfino il cristianesimo. E per Gómez Dávila – che afferma: "Il cattolicesimo è la mia patria" – è particolarmente irritante: "Un certo modo entusiasta di parlare della ‘morale evangelica’ denuncia immediatamente l’ateo"
 
Contro i Righeira della letteratura
 
Per chi in Italia è abituato a venerare le icone latinoamericane di Gabriel García Márquez e Luis Sepúlveda, i Righeira della letteratura tascabile, il "reazionario" Gómez Dávila con la sua sterminata erudizione e il suo ricercato isolamento, sarà una spiacevole sorpresa. Ma non c’entra nulla con i colonnelli argentini. Piuttosto il nostro spiegava: "I miei santi patroni: Montaigne e Burckhardt". Probabilmente anche altri (Pascal, per esempio) per questo filosofo- scrittore che "in uno stile impareggiabile – nota Franco Volpi – coltiva al tempo stesso l’eredità greca e lo spirito di Chartres"
 
E’ il suo cattolicesimo roccioso come le cattedrali che gli fa aborrire la degradazione della fede in umanitarismo sentimentale: "La religione non è nata dall’esigenza di assicurare solidarietà sociale, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo". La sua cattedrale ha la filosofia greca nelle fondamenta, ma innalza le sue guglie dopo Voltaire e Nietzsche. "Il cattolico autentico non sta al di qua, ma al di là della bestemmia". "Il miscredente si stupisce che i suoi argomenti non allarmino il cattolico, dimenticando che il cattolico è un miscredente sconfitto. Le sue obiezioni sono i fondamenti della nostra fede"
 
Una volta sperimentato il cristianesimo non ci si accontenta più. "Se una cosa non è miracolo mi annoia". Geniale questa sua intuizione: "Credo ut intelligam. Traduciamo così: credo per diventare intelligente"
 
Sarà forse ostico per salotti intellettuali che a lungo hanno starnazzato scioccamente sul cristianesimo senza capirne nulla. E Gómez Dávila da parte sua è davvero troppo feroce con chi diventa filosofo a causa del cattivo funzionamento della prostata: "L’imbecille scopre la radicale miseria della nostra condizione solo quando è malato, povero o vecchio"
 
Ma è vero che si preferisce sprofondare nella disperazione nichilista, piuttosto che lasciarsi lambire dall’umiltà: "La coscienza della nostra dipendenza, della nostra impotenza, della nostra insignificanza, la coscienza, insomma, della nostra condizione creaturale, ci salva dall’angoscia e dal tedio
 
Per chi si prostra, il mondo fluisce in una segreta primavera". "Dio non chiede la sottomissione dell’intelligenza, ma una sottomissione intelligente"
 
Ben più grande di Cioran, Gómez Dávila vola alto come l’aquila sul pollaio intellettuale dove zampettano perlopiù galline, galli e capponi. "Il cristianesimo non insegna che il problema ha soluzione, ma che l’invocazione trova risposta". "Solo per Dio siamo insostituibili"
 
Antonio Socci