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Il Covile - N.o 51 (17.2.2002) Intervengono gli italo-brasiliani

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO


Non senza un brevissimo commento: concordo pienamente con Riccardo nella sua difesa del grande Marques dalle stroncature di Socci, mentre farei proprio differenza per Sepulveda, che peraltro non conosco, ma che, perlomeno dal giudizio di mio figlio, pare davvero loffio. Dàvila però va lasciato stare sulle sue vette, e con gli squadroni della morte brasiliani non c'entra proprio per niente.

RICCARDO DIFENDE MARQUES


In tutt'altre faccende affaccendato commento con ritardo la newsletter 47: complimenti a Mughini, non credevo che un bieco juventino potesse scrivere un articolo così buono.
 
Su Gomez Dàvila, lo conosco pochissimo e quanto scritto sulla News non mi ha certo aiutato a conoscerlo meglio. Sarà che per principio diffido di aforismi e calembours. Li trovo un giochino furbo dell'intelligenza, una volgarizzazione dell'intelligenza, quasi sempre cinici. Sono d'accordo con Lawrence che disprezzava Bernard Shaw per questo uso spregiudicato e salottiero del suo talento
 
Quelli che invece conosco sono gli scrittori e veder definire Garcia Marques e Sepulveda "i Righeira della letteratura" proprio non lo posso passare.
 
Sepulveda è uno scrittore come tanti, ha un suo genere, può piacere e non piacere.
 
Vede il mondo da sinistra, ma ne ha passate tante, personalmente, in Cile, dove, non dimentichiamolo, fu sovvertito un governo legittimo e assassinato un presidente democraticamente eletto. Non mi sembra una cosa da poco. E che il governo agisse più o meno bene non è un motivo. Altrimenti quasi tutti i governi italiani della repubblica dovevano aver fatto la stessa fine.
 
Si deve stare attenti quando si giudicano situazioni di altre parti del mondo, e questo vale anche per Dàvila. Proprio ieri a Olinda in Brasile, gli squadroni della morte hanno giustiziato otto adolescenti incensurati. Non è che l'ultimo caso di una serie infinita. Io che mi occupo per Amnesty International del Brasile da venti anni lo posso testimoniare. Stragi regolarmente impunite.
 
Detto questo Garcia Marques è un genio, senza alcun dubbio. Cent'anni di solitudine il romanzo più bello del dopoguerra. Questo non vuol dire che debba piacere a tutti. Anche Guerra e Pace o I miserabili avranno trovato, specie tra i contemporanei alcuni detrattori, ma questo non toglie niente al valore assoluto di queste opere. Spiacente per chi non è d'accordo.
 
Riccardo Zucconi
 

CLAUDIO MARCELLO LEGGE PREVE


Letture & perplessità


Caro Stefano, seguendo il consiglio trovato nella NL n° 49 del 13 febbraio, sono andato a leggermi le riflessioni di Costanzo Preve, in link di tale numero. La fatica non è stata poca: mi sembrava di essere tornato su percorsi amazzonici già vissuti molti anni fa in Brasile quando, per fare un metro di avanzamento fra il verde, bisognava disboscare a colpi di machete, e poi ancora e via così fino ad intravedere un riferimento, una luce, un segno di arrivo che confortasse lo sforzo.
 
Frasi come "... il semplice fatto che era il capitalismo stesso nel suo anonimo ed impersonale meccanismo autoriproduttivo a premere per una deborghesizzazione controllata del costume in una direzione post-borghese, in vista di una individualizzazione ulteriore manipolatoria della figura del consumatore, resa finalmente astratta e flessibile, e non più vincolata a costumi borghesi parzialmente contraddittori con quella liberazione nichilistica e totalitaria. (Punto n° 3 delle Riflessioni)" non sono facili da attraversare e mi hanno acuito il desiderio di poter arrivare a dire: ho letto tutto, che sudata, ma ho capito le conclusioni e l'aspetto propositivo (implicito o esplicito) della Riflessione. Più volte mi è venuta in mente Palombella Rossa ed il Moretti che ivi grida e ceffona, sul bordo della piscina, la giornalista che usa parole intellettualmente di moda ("...ma cosa dice..., ma quali parole usa !!!").
 
Non entro nel merito dei singoli periodi e giudizi espressi in quel testo, di cui condivido comunque lo spirito e la "morale" complessiva (sempreché la foresta linguistica non mi abbia inconsapevolmente fatto prendere per dritto il rovescio). Dico solamente: nella scuola, come nel lavoro (aziende, magistratura, cinema, e qualsiasi altra attività) ciò che si fa va fatto bene. La dignità dell'uomo viene in grandissima parte dalla bontà della sua opera.
 
Insegniamo nella scuola questo principio-dovere. Fare e fare bene. Come? Niente di nuovo: con il metodo, la scienza e soprattutto l'etica. Sparirebbe l'atteggiamento del bidello che non raccoglie un pezzo di carta straccia nel corridoio della scuola perché questo è compito della ditta delle pulizie, appaltata, che arriva dopo le 16,30; sparirebbe la strumentale ottusità di portare gli alunni delle medie in cortei sindacali a sostegno di irrisorie differenze di valore di una pensione pagabile fra 50 anni (come sarà il mondo?); sparirebbe il linguaggio qualunquista su cui poggiare frasi e comportamenti vuoti, pericolosi perché falsamente evocatori di utopie, fonte di depauperamento del patrimonio della società nel suo complesso.
 
Le Riflessioni di Costanzo Preve, disponendo del vantaggio costituito dal titolo stesso - ovvero Riflessioni e non Proposte - affondano (giustamente) quanto malamente è stato impostato e seminato nella scuola in questi ultimi, molti anni. Ma mettono pure in guardia dalla riforma Moratti che porterebbe una deriva aziendalista nociva. Mentre è pienamente condivisibile l'analisi sul passato, mi incuriosirebbe l'analisi, che suppongo sottostante, sull'annunciato nuovo ordinamento. Particolarmente felice l'immagine di Costante Preve che ricorda il senso di disagio per i giovani che dicevano di non seguire un percorso scolastico umanitarista, classico, ma specialistico, orientato da subito al lavoro. Vero. Altrettanto vero, fino all'ovvio, il fatto che la potenzialità di istruirsi sull'insieme e non sullo specifico (studi classici) porti ad approccio e (oh parola demoniaca!) flessibilità migliore nei riguardi di professioni future, specie se di alto spessore.
 
Ma può finir qui l'analisi? Ecco, se lo stesso autore delle Riflessioni tornasse sul tema da questo punto, il suo contributo sarebbe utilizzabile anche dai giovani e non solo da noi che ci dilettiamo del sottile gioco del pensiero e della parola. Cosa diciamo loro? Che l'uno ha torto e l'altro pure? Chi gli pagherà il pranzo, noi, mentre loro ricorderanno - da adulti - altre varianti (applicate) di tecniche di okkupazione per via di altri incitamenti ricevuti? E se si ricominciasse, con umiltà e semplicità, a capire che bisogna insegnare a fare bene per vivere bene, al di là delle nostre ambizioni ideologiche ? Oggi il confronto - purtroppo - è ancora sul rinfacciarsi chi sta nel difetto, con l'arroganza di una parte nel vedere nelle conseguenze dello sbarco alleato ad Anzio la dimostrazione che Stalin aveva ragione.
 
La scuola sappia innanzitutto che deve insegnare formando, ossia istruire all'etica e all'educazione civica. Perché si evita di parlare di questo. Non è correct? Ciò che ho imparato a scuola e dalla mia famiglia - con tutte, e sono tante, le incolpevoli ed anche colpevoli manchevolezze dei miei istruttori - mi ha consentito di essere un elemento che, oggettivamente, ha portato il suo pezzettino di valore aggiunto alla società. E ciò non perché io avevo indovinato il percorso A o quello B , o quello C1 e C2, ma perché essendo stato istruito al "dovere" (al dovere inteso come obbligo al fare e fare bene) ho via, via adoperato lo scibile appreso secondo le necessità e le convenienze, partendo comunque da quel fattore che non è più insegnato e che non è una scelta: il dovere di far bene. Che la scuola lo insegni. Tempo per far male nella vita ce n'è poi a sufficienza per chi lo volesse fare liberamente. O per negligenza, come capita a tutti.
 
Claudio Marcello Rossi