Il tributo mancato (ad un altro non-riconciliato vero)


Mi aveva colpito l’assenza, nella kermesse veneziana dedicata al situazionismo, di ogni riferimento alla figura di Giorgio Cesarano. Eppure sembrava d’obbligo. Scorrendo la breve biografia che presento sotto tutti potranno vedere la quantità di legami che esistono tra Cesarano e Debord: stesso coté critico, cinematografia, stessa tragica fine.
Anche l’importante rapporto tra Cesarano e Luciano Bianciardi, che di per sé apre interessanti prospettive di indagine, avrebbe spinto ad utilizzare l’occasione per un ricordo.
Allora perché Cesarano al festival di Venezia è stato del tutto ignorato?
Ho cercato di verificare ed ecco la probabile spiegazione: Cesarano è un boccone troppo indigesto anche per gli onnivori intellettuali della sinistra istituzionale. Leggete l’articolo sull’antifascismo e capirete perché.
Per completezza, e come invito alla lettura, propongo anche l’intelligente recensione di "Apocalisse e rivoluzione" di Maria Lina Veca, che ho trovato in rete.
 
Per chi volesse approfondire (cliccare sull'immagine):
 

Guardarono troppo a lungo l'abisso


Non posso però esimermi da un brevissimo commento sia al testo di Giorgio Cesarano che alla recensione di Maria Lina Veca. Commento non tanto ai contenuti quanto ai sentimenti che i brani esprimono. Sentimenti forti, anche di odio, inevitabilmente provocati dalla materia trattata (la domesticazione dell'uomo), ma dei quali bisogna sempre diffidare.
 
Al riguardo voglio solo ricordare due osservazioni, la prima, in negativo, di Nietzsche:
"Se guarderai troppo a lungo dentro l'abisso, alla fine sarà l'abisso a guardare dentro di te"

la seconda, in positivo, di Gesù:
"Questa specie di demoni non esce se non per mezzo della preghiera e del digiuno " (Mc 9,29, Matteo 17:19-21).
Qualcuno si chiederà come mai, nonostante l'età avanzata e le posizioni moderate, mi occupi ancora, con insistenza, di queste tematiche. La prima risposta è che difficilmente chi incontra il pensiero critico-critico da giovane riesce a liberarsene da adulto. La seconda è che in quelle posizioni estreme, proprio per la loro radicalità, ho incontrato tante verità.
Da parte mia ho già fatto alcuni osservazioni critiche sul marxismo radicale in L'illusione della modernità
 
Mi pare infatti che nell'analisi marxiana del meccanismo alienante e di come esso, al pari delle forme tumorali, tenda a fagocitare l'intero vita, manchi la consapevolezza del fatto che la vita sociale stessa, il suo meccanismo immunitario, combatte, e a volte vince, contro la degenerazione. Senza questa consapevolezza non si riesce a produrre (meglio, a sostenere) l'opposizione reale. La fine di Debord e Cesarano ricorda quella, terribile, dei malati di tumore che a volte si suicidano appena informati, invece di combattere il male fino alla fine e, a volte, con l'aiuto di Dio e della medicina, di vincerlo.
 

58a Mostra del cinema di Venezia

"Il programma della Mostra comprende un tributo a Guy Debord che sarà curato da Enrico Ghezzi e Roberto Turigliatto. Un altro tributo ad Andrzej Munk. Debord e il Situazionismo: a orecchio, tema non proprio familiare a tutti, forse, e cosa ci sarebbe stato a fare Ghezzi, sennò? Ma è un pezzo di storia, del cinema e non. Un rivoluzionario del secondo Novecento (suo il libro "La società dello Spettacolo" (1967)), contro una società mediatica sopraffattrice dell'uomo. Nato nel 1932, Debord fondò l’Internazionale Situazionista, movimento intellettuale protestatario che fiorì nel Maggio francese. Morì suicida a Parigi, il 30 novembre 1994." fonte: www.mostradelcinemadivenezia.tv

FESTIVAL E PASSERELLE di Goffredo Fofi

"Cambiano i governi ma Venezia non muta. Ecumenica, democratica e per tutti i gusti, senza scelta che non sia quella di non scontentare nessuno che conti molto. […] Dentro questo balletto, ci sono produttori, funzionari, cineasti, ma c’è anche la cinefilia filistea dei direttori, il sindacato dei critici e perfino gli eversivi-di-regime (alla Ghezzi, che con scarso senso del limite ha curato un’ottima rassegna dei film di un non-riconciliato vero, Guy Debord)." Goffredo Fofi (Lo straniero N° 18 / ottobre 2001)

 

NOTIZIA BIOGRAFICA


Giorgio Cesarano (1928-1975) nasce a Milano da una famiglia dell'aristocrazia meridionale. Si arruola giovanissimo nella X MAS dove i genitori riescono a sottrarlo a un plotone di esecuzione partigiano. A causa della tubercolosi studia da autodidatta e attraverso il marxismo riconsidera criticamente l'esperienza bellica. S'iscrive al PCI e lavora come cronista a "L'Unità", "Il Tempo", il "Corriere Lombardo". Viene espulso dal PCI nel 1946. Nel 1959, pubblica "L'erba bianca", una raccolta di poesie con prefazione di Franco Fortini, col quale stringe amicizia così come con altri del mondo letterario lombardo (Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Giancarlo Majorino). Nel 1963 pubblica per Mondadori La pura verità, che riceve il premio Alte Ceccato. Partecipa alle riviste "Questo e altro", "Aut aut", "Palatina", "Nuovi Argomenti", "Quaderni Piacentini" e "Classe Operaia". Con Raboni e Majorino tiene una rubrica su "Paragone". Stringe amicizia con Vittorio Sereni, Renato Guttuso, Andrea Zanzotto, Luciano Bianciardi.
 
Nel 1966 esce presso Mondadori, nella collana "Lo specchio" la raccolta di poesie La tartaruga di Jastov, per cui riceverà il premio Vann'antò. Collabora con l'amico Roberto Roversi e la sua rivista "Rendiconti". L'anno seguente scrive Il mestiere di vincere, sceneggiato televisivo per la RAI.
 
Nel 1968 lavora con Luciano Bianciardi allo sceneggiato televisivo I Nicotera; scrive Il soggetto, dramma politico sulla morte di Che Guevara, pubblicato su "Rendiconti". Partecipa all'occupazione della Triennale di Milano. Scrive su "Nuovi Argomenti" la cronaca degli scontri di Milano La notte del Corriere e su "Paragone" un diario sui fatti della primavera milanese che Mondadori riprende in un volume dal titolo I giorni del dissenso. Dopo il '68, cambia modo di pensare e di vivere, identificandosi con le manifestazioni più radicali del movimento rivoluzionario.
 
Nel marzo 1969 tiene la relazione Preliminari a un comitato d'azione nell'ambito dell'industria culturale al Comitato Mondadori-Saggiatore, ciclostilata presso la libreria Palmaverde di Bologna. A seguito degli attentati dinamitardi alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano, viene portato a San Vittore con l'accusa di tentata strage assieme agli anarchici Gianoberto Gallieri, Joe Fallisi e Franco Bertoli. Dopo tre giorni in isolamento vengono tutti rilasciati per mancanza d'indizi. Stringe amicizia con lo psichiatra Piero Coppo. Insieme a Fallisi, Eddie Ginosa ed altri forma il nucleo milanese del gruppo "Ludd - Consigli Proletari", che durerà fino al 1971. Immediata comprensione e denuncia della matrice e degli scopi della strage di piazza Fontana nel volantino Bombe, sangue, capitale.
 
Con Joe Fallisi, Gianoberto Gallieri e Eddie Ginosa scrive Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linee di tendenza.
 
Nel 1970 finisce la stesura dello sceneggiato RAI Con rabbia e con dolore.
 
Si trasferisce a Pieve di Compito (LU). Incontro-convivenza con Riccardo d'Este dell'Organizzazione Consiliare che si conclude dopo pochi mesi senza rancori. Comincia la stesura di Per la critica dell'utopia capitalista, che sarebbe divenuta poi Critica dell'utopia capitale e il suo principale impegno e scopo negli ultimi anni di vita. Immenso dolore per il suicidio dell'amico Eddie Ginosa. Con Raboni, che ha affittato una casa vicino, scrive lo sceneggiato televisivo per la RAI La carriera.
 
Nel 1972 incontra Jacques Camatte, che si trattiene per qualche tempo a casa sua e che apporta un altro stimolo al suo pensiero, soprattutto riguardo al concetto di antropomorfosi del capitale.
 
Nel 1973 compare Apocalisse e rivoluzione, firmato con Gianni Collu, e l'anno seguente il Manuale di sopravvivenza, entrambi per Dedalo. Traduzione e prefazione delle Confessioni di Rousseau uscite per Garzanti. Rivede dei testi poetici inediti per la rivista "Paragone" accompagnandoli con Introduzione a un commiato, in cui formalizza l'abbandono della dimensione poetico-letteraria. Con Coppo e Fallisi scrive il pamphlet Cronaca di un ballo mascherato, che suscita una violenta reazione di Gianni-Emilio Simonetti. In risposta a quest'attacco stende, con Paolo Faccioli, Ciò che non si può tacere, pubblicato sulla rivista a fumetti "Puzz" curata da Max Capa.
 
Nel 1975 scrive Provocazione per presentare il nucleo informale omonimo.
 
Si suicida il 9 maggio nella sua casa di Milano sparandosi un colpo di pistola al cuore.
 
Usciranno postumi l'imprescindibile Critica dell'utopia capitale e la raccolta di opere poetiche Romanzi naturali nella collana diretta da Giovanni Raboni per Guanda.
fonte
 

LA CONTRORIVOLUZIONE ANTIFASCISTA di Joe Fallisi e Francesco Santini


[NOTA del 23.1.2004 - Nella newsletter originale l'articolo era erroneamente attribuito a Giorgio Cesarano, fu in realtà redatto da Fallisi e Santini, ma l'ambiente era quello. Vedi precisazione nella NL n°185]
"L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo." (Amadeo Bordiga)

1 Tra il 1917 e il 1923 il proletariato rivoluzionario tentò di realizzare nuovamente e per l’ultima volta il suo progetto storico di dittatura di classe sulla società per una trasformazione socialista e quindi comunista (transizione anti-mercantile al comunismo attraverso il socialismo inferiore) del modo di produzione e di vita. Questo movimento su scala europea, e in prospettiva mondiale, indebolito all’interno dall’ideologia gestionaria, se riuscì inizialmente ad affermarsi in Russia, rovesciando l’autocrazia zarista, venne represso in modo implacabile dagli altri Stati, tutti capitalistici, borghesi e democratici. In Germania e in Italia, il tentativo rivoluzionario fu stroncato in prima persona rispettivamente dal governo operaio socialdemocratico di Ebert-Scheidemann, e da quello illuminato e liberale di Giovanni Giolitti, con la collaborazione attiva in entrambi i casi delle grandi centrali sindacali.
 
2 Con l’enorme slancio produttivo ricevuto dalla Prima Guerra mondiale, la società capitalistica si avviava a sostituire in maniera definitiva i propri presupposti (verso la realizzazione del dominio reale del capitale: passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo; trasformazione della legge del valore nella legge dei prezzi di produzione; concentrazione e centralizzazione dei capitali e delle aziende; sviluppo del capitale monetario finanziario e fittizio e generalizzazione del sistema del credito; scomparsa del borghese-capitalista in quanto personaggio storico, sostituito dal funzionario-capitalista; mistificazione del proletariato nelle classi medie; distruzione delle antiche classi medie e produzione delle nuove; formazione della comunità materiale; definitiva conquista dello Stato da parte del capitale e sua metamorfosi da semplice "comitato d’affari della classe dominante" a impresa capitalistica, funzionario di enormi monopoli ed esso stesso monopolio-racket; statalizzazione dei sindacati, che si trasformano in apparati polizieschi di controllo sul lavoro e di gestione dell’economia; predominio del lavoro morto sul lavoro vivo in tutti gli aspetti della "vita" associata e all’interno dell’individuo stesso; "antropomorfosi" del capitale (1).
 
3 A questo punto, la prima forma di democrazia rappresentativa, modo specifico di gestione nel periodo di dominio formale, e la sua politica, che mediava il conflitto costitutivo della società borghese tra interessi individuali e interessi generali, diventano inadeguate. Ora è il capitale stesso che direttamente unifica gli uomini per sottoporli al suo dominio; la politica, da suo strumento per affermarsi contro il modo di produzione precedente (e proprio in questa lotta, era ancora possibile, nel quadro della democrazia, un qualche intervento autonomo della classe oppressa), diviene suo prodotto immediato per la mistificazione e l’oppressione diretta.
 
La comunità popolare (Gemeinshaft) nazi-fascista, orrendo sostituto della Gemeinwesen, realizzò, attraverso il corporativismo e l’apologia del lavoro, in quanto accessorio del capitale (unità armonica capitale-lavoro), la mistificazione democratica (democrazia = potere del popolo) (2).
 
Se nel fascismo il principio democratico sembra annullarsi, è perché in realtà esso si invera.
 
4 "[Il fascismo] non è altro che la generalizzazione del dispotismo di fabbrica all’intera società capitalista. Le vere unità riconosciute come operanti non sono più gli individui, ma le imprese, con la loro dualità democratica padroni-operai, o capitale-lavoro. Con ciò stesso, il capitale vuol mettere in rilievo un aspetto di cooperazione al fine di negare la lotta delle classi. In fondo il fascismo può essere definito come una forma politica che gestisce una società e tende a negare il comunismo nel momento stesso in cui lo genera. Si tratta del potere politico del capitale. In questo senso, il fascismo non distrugge il dualismo; ma al contrario lo materializza e lo costituisce. Non è, come si vorrebbe, la distruzione della democrazia, ma piuttosto il suo affinamento in forma di democrazia sociale. Infine, è il mezzo atto a conciliare l’antagonismo tra capitale sociale e capitale particolare." (3)
 
Fascismo, nazismo, stalinismo, Fronti Popolari e New Deal organizzano, a diversi livelli, la fase centrale del passaggio, nell’area euro-nord-americana, dal dominio formale al dominio reale del capitale.
 
"È attraverso il fascismo che il capitale ha realizzato il proprio accesso al dominio reale, in cui esso domina il suo aspetto lavoro. Il fascismo fu il movimento necessario al capitale per distruggere la forza del proletariato in quanto negazione del capitale e far trionfare il proletariato come essere di cui il capitale ha bisogno per realizzare il suo progetto vitale: di qui l’esaltazione del proletariato e la glorificazione del lavoro da parte dei fascisti ("Il lavoro rende liberi", era scritto all’ingresso di Auschwitz). Ecco perché il linguaggio fascista si è generalizzato; sebbene il fascismo sia ormai un fatto del passato. [Il fascismo] si presentò come l’artefice, l’operatore, di una trasformazione sociale che doveva condurre l’umanità al di là del capitalismo; così pure esso si levò (per lo meno ai suoi inizi [Sansepolcristi e sa] contro il capitalismo come fenomeno mondiale [la lotta alle potenze plutocratiche]." (4) Di fatto, rese possibile la perfetta realizzazione del dominio reale del capitale e fu uno degli elementi essenziali della sua generalizzazione a livello mondiale.
 
5 Il fascismo, sintesi arcaico-avveniristica dell’"irrazionale" accumulato e compresso nella storia e dell’inesorabile "ratio" totalitaria della moderna macchina produttiva (5), può e deve realizzare la mistificazione democratica e la "comunità del lavoro" là dove la negatività operaia era andata vicina alla propria affermazione (Italia e Germania): contro la democrazia e il lavoro salariato, per la vera comunità umana. In ciò esso fu un movimento controrivoluzionario, e annientò, col massiccio e incondizionato appoggio degli apparati statali democratici, l’autentica resistenza del proletariato, riuscendo a distruggere, per un arco storico che va ben oltre il quadro angusto del regime, le potenzialità di superamento antiborghese proprie del movimento operaio tradizionale. Le "organizzazioni storiche" di quest’ultimo furono all’altezza dei tempi: mentre in Italia il "patto di pacificazione" stabilito dai "socialisti" non bastava a impedire un’accanita autodifesa, per alcuni anni, del proletariato, in Germania invece, nella ben diversa atmosfera degli anni Trenta, l’opera ancor più micidiale dello stalinismo avrebbe consegnato la vittoria ai nazisti quasi senza colpo ferire (6).
 
6 Il potere al fascismo implicava però l’assorbimento totalitario di tutte le rappresentazioni politiche nello specchio deformante dello Stato del capitale, ed escluse quindi i politicanti borghesi, liberali cattolici e socialdemocratici. Dopo il conflitto del ‘39-’45, l’araba fenice della "nuova democrazia" saprà a sua volta far proprie le tecniche dell’organizzazione, propaganda e pubblicità fasciste dello spettacolo sociale e politico, ma alla fragile rigidità dell’unico specchio (o con me o contro di me), riuscirà a sostituire un "libero" sistema labirintico di identificazioni prestabilite (o con me o "contro di me", ma sempre con me).
 
7 L’affermarsi, all’interno, del fascismo, portò con sé all’esterno, nella crisi socio-economica mondiale, la realizzazione delle necessità espansionistiche dei capitalismi soffocati dalla "pace" di Versailles (Germania, Italia, Giappone), e cioè la guerra alle democrazie occidentali. Nel quadro generale ormai controrivoluzionario, la guerra (genocidio il cui "senso" è racchiuso nella repressione di Varsavia, condotta insieme da nazisti e stalinisti) non poteva costituire l’occasione per rompere, com’era avvenuto vent’anni prima, l’incatenamento dei lavoratori. L’opera dello stalinismo, dopo il banco di prova spagnolo, trionfava. La classe operaia si schierò dalla parte dello "Stato socialista", in lotta a fianco dei due più mostruosi colossi capitalistici, Gran Bretagna e America (l’asse Mosca-Washington eredita la funzione storica della Santa Alleanza ottocentesca Londra-Pietroburgo).
 
8 In tutta Europa le organizzazioni "socialiste" e "comuniste" si impegnarono poi fino in fondo nella guerriglia partigiana (dopo averla iniziata solo al seguito dell’aggressione statunitense), sacrificando le forze del proletariato nella "Liberazione" del territorio nazionale, in stretto collegamento con la propria borghesia "progressista" e con gli eserciti alleati (metodo di lotta condannato fin dal 1848 da Marx, secondo cui i proletari rivoluzionari non hanno patria e sanno di lottare, soli, contro il capitalismo della propria nazione, senza sperare o richiedere l’aiuto di altri Stati). La "Resistenza" che aveva visto nel fascismo, seguendo Gramsci, non il fenomeno storico mondiale d’avanguardia, ma la riscossa della piccola borghesia e dei "baroni agrari", espressione dell’"arretratezza" italiana e del suo "insufficiente" sviluppo capitalistico, identificò la propria lotta con un nuovo Risorgimento, come se l’Italia, sede di un antichissimo capitalismo commerciale e anche manifatturiero, non avesse compiuto la propria rivoluzione democratico-borghese già da ottant’anni, e "raccolse" a tutto pro’ dei padroni nazionali e degli invasori anglo-americani, il "tricolore lasciato cadere nel fango dalla borghesia" (Togliatti). Il 25 aprile gli operai salvarono le fabbriche dal sabotaggio dei nazisti per consegnarle agli sfruttatori di sempre. L’insurrezione armata finì nella "caccia all’uomo", al contempo, in Francia, la parola d’ordine dei "comunisti" era: "A chacun son boche" (7), il cui simbolo "festoso" fu la macabra messa in scena conclusiva di piazzale Loreto. Insieme si compì il massacro delle opposizioni allo stalinismo non integrabili nell’"ordine nuovo". Caddero così sotto le calunnie e il piombo dei partigiani democratici "le quinte colonne di Hitler" (8), cioè quei pochi internazionalisti e quei pochissimi anarchici che avevano avuto il disperato coraggio di opporsi alle SS al di fuori del CLN e contro i convertiti dell’ultima ora, e poi di sabotare e denunciare apertamente l’avvento della Repubblica della sua Costituzione e delle sue Camere come il ritorno sotto altra forma del dominio precedente, mascherato di qualche illusoria libertà.
 
9 Dopo la crisi, e nella continuità reale di regime, la mistificazione e sconfitta del proletariato avvenuta in modo completo, le forme di terrore scoperto proprie del fascismo vengono dislocate nel museo degli orrori del capitale, sempre adatte, all’occorrenza, a tornare operanti.
 
Alla temperie tragica del nazifascismo può succedere la farsa "permissiva" della democrazia cristiana e socialista.
 
La Repubblica "nata dalla Resistenza" cercò infine di portare a compimento il contenuto del programma socioeconomico fascista, ma rivestendolo di un involucro politico-spettacolare ancora più complesso e perfezionato. Oggi più di ieri il connubio operai-capitale si realizza attraverso il sindacato, la cogestione e l’apologia controrivoluzionaria del lavoro.
 
10 Nella presente atmosfera cupa si apprestano nell’ombra le bande degli sfondatori di teste. Fascisti e "antifascisti" raffinano le spranghe. All’aperto, crepita la grancassa dei vecchi e nuovi partigiani: "W la Resistenza, W l’Unità Nazionale, W Garibaldi, De Gasperi e Togliatti!"; "W Badoglio e il coraggioso Emanuele!", urla stralunato Sogno; "W don Minzoni!", tuona la vipera Fanfani; "Secchia, Secchia!", ringhiano ottusi Capanna e Corvisieri; "Curiel, Curiel!", ribatte Berlinguer. Persino Almirante, il fucilatore, arringando nuovi plotoni, sentenzia che: "La Liberazione è patrimonio della coscienza democratica di tutti i veri Italiani". C’è una disputa accanita sui colori: chi giura sui martiri capitalizzati che ve n’era uno di fondamentale; il rosso; chi, più "lucido", spergiura, anche sulle tombe di famiglia, che i colori erano e sono tre, senza possibilità di sottrazione: il bianco, il rosso e il verde.
 
11 Alla turpe "credibilità" dei mediocri attori, nella maggior parte ex fascisti essi stessi, attualmente (o fra non molto) al potere, fa da supporto la liturgia mortifera degli acefali spaccateste "neo-partigiani". Il vero nemico sarebbero dunque i guastatori del msi e dei suoi gruppuscoli, o i rottami del naufragio democristiano, e non la reale dittatura anonima del capitale e del suo Stato, non i sindacati e tutti i partiti, guardiani del lager sociale, non l’interiorizzazione degli imperativi dell’economia politica, non la struttura carceraria della vita quotidiana. La ripetizione in chiave se possibile peggiorata della tragedia dei loro "eroi", la "guerra per bande", mentre all’orizzonte si profila inequivocabile la crisi definitiva del sistema, realizza l’attuale progetto capitalistico della guerra civile in vitro (9) (cfr. Irlanda del Nord), pilotata dalla classe dominante e da tutti i suoi falsi oppositori "di sinistra" e "di destra" per deviare su obiettivi illusori la rabbia proletaria, recuperandone il potere di negazione, con lo scopo di prevenire e arginare la vera guerra, finalmente possibile e sempre più necessaria, dopo il risveglio gioioso del Maggio francese. Tutti i contro-poliziotti, torvi segugi e persecutori allucinati delle varie "trame", combattono l’"eversione fascista" per stroncare sul nascere l’eversione rivoluzionaria.
 
12 "È ancora necessario dilungarsi in commenti sull’abbandono, da parte di tutte le varianti del marxismo attuale, del progetto di Marx? In Urss, in Cina, a Cuba, cosa c’è di comune con la costruzione dell’uomo totale? Poiché la miseria in cui si alimentava la volontà rivoluzionaria di un superamento e di un cambiamento reale si è attenuata, una nuova miseria è arrivata, fatta di rinunce e di compromissioni. Abbandono della miseria e miseria dell’abbandono. Non è forse il sentimento di aver lasciato che il suo progetto si frammentasse e si realizzasse a brani che giustifica il motto arguto di disinganno di Marx: "Io non sono marxista"?
 
Perfino il fascismo immondo è una volontà di vivere negata, ritorta, come la carne di una unghia incarnata, una volontà di vivere divenuta volontà di potenza, una volontà di potenza divenuta volontà di obbedienza passiva, una volontà di obbedienza passiva divenuta volontà di morte. Perché cedere di un pollice sul qualitativo è cedere sulla totalità di esso. Bruciare il fascismo e sia, ma che la stessa fiamma dia fuoco alle ideologie senza eccezione e ai loro valletti." (10)
 
fonte: /www.left-dis.nl/i/lacontro.htm
 
Note
 
(1) Cfr. Jacques Camatte, Il capitolo VI inedito del Capitale e l’opera economica di Karl Marx, Edizioni International, Savona, 1972.
 
(2) Cfr. György Lukács, Amadeo Bordiga, Jacques Camatte, La mistificazione democratica, Edizioni La vecchia Talpa, Napoli, 1974.
 
(3) Jacques Camatte, Il capitolo VI inedito del Capitale e l’opera economica di Karl Marx, cit., p. 178.
 
(4) Ibidem, continuazione della nota a p. 154.
 
(5) Cfr. Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, Mondadori, Milano 1974, e parallelamente le analisi della Scuola di Francoforte e della Sinistra comunista d’Italia.
 
(6) In realtà, in Germania, dopo gli anni rivoluzionari (1918-’23), continuò fino all’avvento del Terzo Reich a manifestarsi una capillare insubordinazione contro l’ordine capitalistico, ma l’opera congiunta di socialdemocrazia, stalinismo e nazismo (le repressioni parallele di Mussolini impallidiscono di fronte all’implacabile e metodica eliminazione fisica di qualunque avversario politico di sinistra, da parte di Hitler: circa un milione di morti) rese impossibili, alla presa del potere (1933), episodi di resistenza proletaria aperta, di massa e organizzata, come invece era avvenuto in Italia. […]
 
(7) "A ciascuno il suo crucco!".
 
(8) La reale alternativa rivoluzionaria si manifestò allora debolmente (p. es. in lotte chiaramente anticapitaliste oltre che antifasciste come alcuni scioperi nel Nord Italia). A causa dello spietato regime di occupazione nazista, della propaganda e della pratica bassamente nazionaliste dei partigiani mancarono allora in modo totale le condizioni dell’emergere dei contenuti rivoluzionari: disfattismo contro e dentro gli eserciti, fraternizzazione tra soldati nemici e tra soldati e popolazione in rivolta (nella gran parte della Russia occupata dagli Imperi Centrali nel 1917, il partito bolscevico e le altre correnti rivoluzionarie non proclamarono alcuna "resistenza" ma la disfatta dell’esercito russo e la fraternizzazione col "nemico", che infatti riportò in patria la rivoluzione); le uniche eccezioni di cui siamo a conoscenza furono il gruppo Arbeiter und Soldaten sorto in Francia tra le truppe tedesche, e la limitatissima azione del Partito Comunista Internazionalista in Italia.
 
(9) Con relativa produzione del "tipo" sub-umano, carogna neutra automatizzata adatto a combatterla.
 
(10) Raoul Vaneigem, Saper vivere. Trattato ad uso delle giovani generazioni, seguìto da Terrorismo o rivoluzione e altri scritti, cicl., Genova, maggio 1973.
 

APOCALISSE E RIVOLUZIONE di Maria Lina Veca


fonte
 
"...dalla democrazia dell'impotenza e servitù per tutti, alla Signoria senza servitù. Quindi nessuna Filosofia della Vita, di triste memoria, ma vera "guerra" e la vittoria."
G. Cesarano - G. Collu "Apocalisse e rivoluzione"
 

Nel 1973 Giorgio Cesarano e Gianni Collu - "situazionisti" (se questa definizione può essere utilizzata), non classificabili nei "normali"schieramenti destra/sinistra, difficilmente definibili come filosofi, come politici, come economisti (il primo morì suicida mentre stava scrivendo la sua ponderosa "Critica dell'utopia capitalista") - pubblicarono "Apocalisse e rivoluzione", un testo tuttora assolutamente non "datato", che contiene alcune rivoluzionarie e devastanti verità, sostenendo la tesi - all'epoca ancora "profetica" - del progressivo affermarsi di un "dominio reale del capitale" nel senso di "colonizzazione integrale dell'esistente".
 
Il capitale "soggioga la creatività residua di una specie giunta alla soglia della liberazione o della morte, incatenandola all'ideologia della sopravvivenza", definisce le sue condizioni di esistenza realizzando, nel presente, sull'intero pianeta, come sull'intera specie, come sulla vita di ciascun uomo, un DOMINIO TOTALE DELL'ESISTENZA: questo crudele dominio si traduce nell'immagine della comunità umana che diviene "in tutto e per tutto simile al termitaio e al formicaio, laddove il centro operativo cibernetico sta in luogo della termite o della formica regina."
 
OGNI FORMA DI VITA E' "CATTURATA" NELLA FORMA DI MERCE, così che oggi si può discutere di "qualità della vita", dopo che la vita stessa è stata "devalorizzata", avvilita e snaturata: questa è la conquista di quello che Cesarano e Collu, già negli anni 70, chiamavano il "capitale antropomorfo", quel "mostro" che ha colonizzato al "valore" ogni tratto della convivenza sociale, dopo essersi ricomposto al di là della soglia di esplosione dei suoi vizi organici nella composizione organica del "capitale - vita"...
 
A distanza di oltre ventisette anni dalla sua comparsa, questo libro "strano", frutto del lavoro di due autori "maledetti", non integrati e non integrabili in nessun sistema conosciuto e tranquillizzante, non viene ristampato - per quanto da tempo esaurito e per quanto divenuto "icona", punto di riferimento di chi si chiede - come scrive Viviane Forrester ne "L'orrore economico"- "Quando prenderemo coscienza che non è in atto una crisi, né delle crisi, ma una mutazione? Non quella di una società, ma quella, assai brutale, di una civiltà?"
 
E non desta stupore che i grandi editori , sempre pronti a pubblicare illuminazioni di falsi filosofi, filosofie di vita di prostitute, nani, e ballerine, best - sellers "spazzatura", oracoli di santoni televisivi - il tutto mescolato in un insopportabile tritume pseudo - culturale - si ritraggano inorriditi di fronte a questo testo effettivamente "rivoluzionario", "insostenibile", non edulcorabile, che indica la strada dell'insorgenza bruciante e folgorante della vita contro la morte, della volontà di essere contro l'obbligo di sopravvivere.
 
Il capitale ( o come oggi lo si voglia - in termini più attuali- chiamare...) deve, per sua stessa natura, mercificare gli uomini, ridurli a merci fra le merci: "in questo consiste l'alienazione , nell'essere ognuno un attributo della merce, nel viversi negato nella propria soggettività... Il capitale non fa che reinvestirsi nella soggettività di ciascuno, subordinando la produzione di merci - cose alla propria sopravvivenza, anziché subordinare la sopravvivenza di ciascuno alla produzione delle merci."
 
Alla totalizzazione del mercato - dominio realmente assoluto- si risponde solamente con la totalizzazione organica della rivolta: "il contrario della morte per tutti o della sopravvivenza della morte nella non-vita di tutti, è la rivendicazione ultimativa della vita liberata dalla protesi inorganica, della vita resa per sempre organica alla libertà di tutti..."
 
Un dominio spietato, capillare, senza volto realizza per tutti la Civiltà della Carestia e della Schiavitù : "...capitale illuminista e capitale terrorista, confondendo tutte le carte, si scontreranno in un sgomentante confusione anche nei nostri stessi corpi, nelle nostre stesse vite.
 
I partigiani della vita non si lasceranno "pacificamente" uccidere, non consentiranno alla morte di impadronirsi della loro passione."
 
Maria Lina Veca