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Il Covile - N.o 57 (18.3.2002) Comune sentire

COMUNE SENTIRE (Riccardo Zucconi e Graziano Grazzini)


È stato Riccardo Zucconi a segnalarmi, proponendo di farlo conoscere agli amici, il bell’articolo di Socci su Benigni a San Remo. L’avrei fatto subito, ma non sapevo come procurami il testo: Il Giornale non ha un’edizione on-line dalla quale catturare gli articoli. Ecco che mi arriva questa e-mail da Graziano Grazzini, con allegato il testo cercato. Quando le cose si aggiustano da sole.
Caro Stefano,
l'aspetto che più ho apprezzato dell'amicizia di quel gruppetto (Vincenzo, tuo fratello Andrea, Riccardo etc.) che, pur nella sua modestia numerica, ha caratterizzato le vostre vite ed un po’ anche quella pubblica e civile della nostra città, è stato quello del tener sempre aperta una domanda sul significato di sé. Non credo che necessiti esser cristiani per constatare che non siamo risposta a noi stessi e che siamo tutti dentro un Mistero più grande di noi. Chi ha incontrato un'esperienza che soddisfa il suo bisogno di destino, chi prova solo la sete di significato: per i primi sarebbe un delitto credere di aver risolto il proprio dramma esistenziale, per i secondi dar per scontato che non si incontrerà mai un' esperienza (non un discorso od una teoria) che corrisponde al proprio desiderio. Il livello dell'umano è contraddistinto dal tener desta questa domanda. Conosco personalmente Antonio Socci e la compagnia di amici che frequenta perché ci sono dentro anch'io: sono grato a questa compagnia di amici perché, ormai adulto, a questa sana inquietudine mi ha educato: Trovo un'analogia con la vostra amicizia perché entrambe hanno questa pretesa: si è amici veri se ci si aiuta a farci sazi di queste risposte (satis factum). Ti allego questo articolo di Antonio perché, al di là della sua incontenibile vis polemica, traspare un po’ di questo animus.
La prossima volta, per non mescolare argomenti diversi vorrei chiederti un commento al carattere "mistico" dei girotondi in quanto esorcismi contro il Male assoluto, incarnatosi anch'esso nella storia degli uomini...
Ciao e grazie.
Graziano

Fra Benigni e Dio
(di Antonio Socci, dal Giornale di Giovedì 14 marzo)


Bigotta, repressa, censoria com'è, la Cultura italiana (quella con la "C" maiuscola per sua pretesa e per boria) è rimasta profondamente scandalizzata e imbarazzata dalla performance di Roberto Benigni a Sanremo. C'era una volta il sesso, il sapore della trasgressione, il fascino del proibito. Oggi non c'è più. Il sesso è servito in televisione, nelle edicole, sui manifesti pubblicitari, al cinema e su internet in tutte le salse e a tutte le ore: un'indigestione. I nostri figli ne sanno più di un ginecologo. Non a caso ieri Cristiano Gatti sul Giornale raccontava della crisi di Playboy, in decadenza "per mancanza di tabù".
 
Se l' "osceno" è letteralmente ciò che sta "fuori della scena", il sesso è oggi la cosa meno oscena che ci sia. Infatti non fa più scandalo. Solo i pretini di un certo "settimanale cattolico" potevano ritenere la loro recente campagna pubblicitaria "provocatoria" perché mostrava un fondoschiena femminile in jeans. Sai che scandalo! Ben più "scandalosi" e "provocatori" sarebbero stati se avessero rappresentato sui cartelloni Gesù (magari con il volto che gli dà Caravaggio). Già, perché proprio Lui è diventato oggi il nome imbarazzante, ciò di cui tutti hanno nostalgia e desiderio, che tutti commuove, ma di cui non si parla, di cui nei salotti, sui giornali, è imbarazzante parlare mettendosi in gioco personalmente.
 
Lo ha dimostrato la clamorosa performance di Benigni a Sanremo. Ovvio, normale, del tutto scontato finché ha parlato di sesso, ha cercato di entrare sotto la sottana dell'Arcuri e ha toccato il pirulino a Baudo (del resto l'hanno fatto tutti, da Fiorello alla Ferilli). Scioccante quando ha recitato la bellissima preghiera alla Vergine di Dante. Diciamolo: gli intellettuali dei girotondi e dei palavobis sono profondamente delusi perché Benigni non ha fatto a pezzi Berlusconi, ma anche molto seccati per tutto quel suo gran parlare di Dio, di sant'Agostino e della Vergine Maria (quel parlarne - si noti - con emozione personale e affetto).
 
Imbarazzo che Dario Fo ha cercato di dissimulare dicendo che "lo scarto è stato troppo forte" e che Bernardo Bertolucci ha confessato: "in fondo la cosa più 'scandalosa' che ha detto sono stati proprio quei versi di Dante".
 
La nostra, anche quella giornalistica, è un'intellighentsia bigotta, repressa, censoria e ha reagito come i preti di una volta reagivano quando c'era qualche allusione al sesso. Censurando. Ho atteso per tre giorni di trovare qualcuno sui giornali che s'interrogasse su quella preghiera che Benigni ha voluto recitare (emozionatissimo) e sul brivido che ha attraversato 20 milioni di persone, ma nulla. Neanche ci si è interrogati sull'abissale diversità fra il Benigni dell'"Inno al corpo sciolto", goliardo da Casa del popolo, e il Benigni (cristiano?) che da tempo si sta proponendo, con discrezione, ma che sabato sera si è clamorosamente esposto, con vero, grande coraggio, quando si è messo a parlare della Vergine Maria come la donna più meravigliosa e dolce.
 
Non so se Benigni si sia "convertito", se sia semplicemente "tornato" alla fede che respirava da bambino nelle campagne toscane, ma è difficile non restare toccati quando gli senti dire - quasi di sfuggita, sottovoce - "l'amore è la mano di Dio sulla spalla dell'uomo". Così scandaloso che nessuno ha voluto interrogarsi su quello che vuol dirci di sé, sul suo personale cammino di uomo. Fanno finta di nulla. Una trovata poetica o comica, dicono. Parlano d'altro. Per esempio di Berlusconi (e chi altro?).
 
Il fastidio è evidente. L'irritazione traspare dal silenzio. Ma immagino la faccia di Paolo Flores d'Arcais, di Eugenio Scalfari, di Giorgio Bocca, di Furio Colombo e di Antonio Tabucchi in quei lunghi tre minuti di silenzio teso in cui risuonava la più grande poesia italiana: "umile e alta più che creatura". Immagino la faccia di Dario Fo. Si aspettavano una cascata di volgari sberleffi a Berlusconi e hanno sentito una preghiera. Fa trasalire l'allegria e la commozione di questo Benigni, a confronto della tristezza funerea e del settarismo dei Moretti e del morettismo. La "differenza" è proprio in quell'allegria e in quell'emozione positiva da innamorato.
 
Certo, sui giornali si pontifica di religione, ma come se si parlasse di giardinaggio, di una cosa. Quello che invece colpisce, commuove, apre dentro di noi voragini di nostalgia, è quando "accade" qualcosa, quando si parla di "qualcuno". Capita nelle conversioni. Anni fa - con la vulnerabilità dei bambini - Giovanni Testori, un grande scrittore, un poeta "scandaloso", raccontò sul Corriere della sera come aveva abbracciato lo scandalo supremo, la croce di Gesù Cristo, il segno dell'amore più grande.
 
Nei prossimi giorni uscirà un libro che riproporrà questo scandalo: Conversione. Un libro intervista di Vittorio Messori con Leonardo Mondadori, il simbolo della casa editrice laica più importante della storia italiana, che è approdato infine al porto di cui parlava Agostino quando scriveva: "hai fatto il nostro cuore inquieto finché non riposi in Te".
 
Lo stesso intervento di Oriana Fallaci - diventato un best-seller - contiene una sua personalissima confessione totalmente censurata nella discussione pubblica che se n'è fatta. Eppure è impossibile non restare colpiti dalle sue parole quando confida: "bando alle chiacchiere. la gente come me ha un bel dire: io-con-la-chiesa-cattolica-non-c'entro. C'entro, ahimè, c'entro. Che mi piaccia o no. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica delle campane. Le campane di Santa Maria del Fiore. E' attraverso quella musica, quel paesaggio che ho imparato cos'è l'architettura, cos'è la scultura, cos'è la pittura, cos'è l'arte. E' attraverso quella chiesa (poi rifiutata) che ho incominciato a chiedermi cos'è il Bene, cos'è il Male. Con tutto il mio laicismo, il mio ateismo, sono così intrisa di cultura cattolica che essa fa addirittura parte del mio modo di esprimermi. E poi. la musica delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei Cristi e quelle Madonne e quei Santi. Infatti ho la mania delle icone".
 
E poi racconta della cappellina che c'è nella sua casa di campagna, in Toscana, e di come lei stessa la pulisce: "nonostante la mia educazione laica mi ci trovo a mio agio. Nonostante il mio mangiapretismo mi ci muovo con disinvoltura. E credo che la stragrande maggioranza degli italiani ti confesserebbe la medesima cosa (a me la confessò Berlinguer)".
 
In privato. Ecco, questo è il punto. Finito l'ateismo militante riscopriamo il cristianesimo di cui siamo imbevuti, ma non abbiamo il carattere e la serenità (che invece c'è, per esempio, negli Stati Uniti), di parlarne, innanzitutto a noi stessi. Gianni Vattimo, che un po' s'inventa un cristianesimo a suo uso e consumo, nel suo recente libro, Dopo la cristianità, una cosa interessante e provocatoria la dice: "il silenzio della filosofia su Dio sembra oggi privo di ragioni filosoficamente rilevanti". Eppure tramontata la critica positivista alla fede e quelle hegeliana e marxista - osserva Vattimo - "una filosofia che ha preso atto del venir meno delle ragioni dell'ateismo, può davvero allearsi con la nuova religiosità popolare". Invece i filosofi eludono la questione semplicemente "non parlando di Dio", e continuano a ritenersi irreligiosi o atei "per pura abitudine, quasi per una sorta di inerzia".
 
E' anche questa censura che rende terribilmente asfittica, triste, sterile la cultura italiana. Ma soprattutto la vita.
 
Antonio Socci