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Il Covile - N.o 59 (3.4.2002) Clifford Stoll contrario ai computer

QUESTO NUMERO


Voglio segnalarvi un'interessante recensione trovata nel sito trentino per la promozione di Linux nella didattica . Il recensore ha riportato anche il titolo in lingua originale a causa della pessima traduzione italiana.
Una dozzina di anni fa cercai, con totale insuccesso, di diffondere le opinioni critiche di Weizenbaum(*) sulla idiozia del linguaggio LOGO. Tentai anche con la maestra, peraltro bravissima, di mio figlio, ma i tempi non erano maturi; evidentemente l'osservazione di Victor Hugo "Niente, nemmeno tutti gli eserciti del mondo, potranno mai fermare un’idea se è giunto il suo momento" vale anche per le idee balzane.
Ora a quella di Weizenbaum si è aggiunta l'autorevole voce di Stoll; speriamo…
 
(*) Joseph Weizenbaum, Il BASIC intossica il cervello, Pendo Verlag, Zurigo, 1985; Il potere del computer e la ragione umana, Gruppo Abele, 1987; vedi anche: http://s.huet.free.fr/paideia/diaphorai/comput.htm
 

Perché i computer nelle scuole non servono e altre considerazioni sulle nuove tecnologie (di Clifford Stoll)


 
Recensione tratta da http://194.105.50.179/stoll/eretico.html
 
Clifford Stoll, Confessioni di un eretico high-tech (Reflections of a Computer Contrarian) con una postfazione di Raffaele Simone, Ed. Garzanti, L. 29.000
 
Il pirotecnico sottotitolo, "perché i computer nelle scuole non servono e altre considerazioni sulle nuove tecnologie", mette in chiaro da subito, senza riserve né pudori, quale sia la considerazione che Clifford Stoll nutre per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione applicate al mondo della formazione. "Cliff" Stoll non è per niente uno sprovveduto: astronomo di formazione, ma programmatore di computer e amministratore di sistema per necessità, prima di diventare docente a Berkeley ha acquisito grande esperienza nella creazione di software didattico e nella definizione di sistemi informatici destinati all'educazione. Pioniere di Internet, ama e usa i computer parecchie ore al giorno ed è un forte utilizzatore professionale della grande Rete. Insomma, uno che di computer e di reti informatiche ne sa parecchio, sicuramente più dei tecnocrati di tendenza. La lettura del libro lascia basiti per la semplicità con la quale le argomentazioni di Stoll smontano pezzo per pezzo e senza pietà il castello ideologico che faticosamente molti formatori si sono costruiti nel tentare di esplorare le potenzialità dell'informatica e della telematica nella didattica.
 
Affermando come "una buona scuola non abbia bisogno dei computer e che una scuola mediocre non possa trarre vantaggio dal più veloce dei collegamenti a Internet" Stoll dichiara senza indugi guerra agli sterili cliché di chi vede nell'alfabetizzazione digitale di massa la soluzione dei secolari problemi della formazione (o del problema della formazione). Ancora, citando Koblitz, "… anziché chiedersi se la tecnologia possa o meno sostenere il curriculum, gli educatori cercano di adattarlo in modo tale che non vi siano difficoltà nell'utilizzare computer e calcolatrici". L'informatica viene spesso introdotta a scuola per far "apprendere divertendo": ma, prosegue Stoll, "di solito studiare non è divertente, studiare richiede impegno, disciplina, dedizione". Ancora: "nutriti a base di gratificazione immediata e interattiva, gli studenti sviluppano avversione verso perseveranza […], verso l'attenzione e la pazienza". C'è n'è per tutti dunque, ma soprattutto verso quei sostenitori acritici delle nuove tecnologie a scuola (politici, dirigenti e insegnanti) che nulla ricordano dei fallimenti di tante tecnologie innovative che da ormai più di un secolo promettono rivoluzioni nei processi di insegnamento/apprendimento. Clifford Stoll stoppa gli entusiasmi e ci fa riflettere: come educatori, abbiamo sufficientemente ragionato in tutti questi anni o semplicemente abbiamo fatto un atto di fede nei confronti di gruppi che hanno solo un interesse economico nel riempirci di computer, nel "connetterci", nel cablare ogni recesso del sistema in cui viviamo? Partendo dall'analisi di progetti fallimentari nel sistema formativo americano (il "faro" dei tecnocrati), lo scrittore si interroga intelligentemente su "quanto costa dotare di computer le scuole". Quali saranno i prezzi occulti sul lungo periodo dell'informatizzazione scolastica, in termini di risorse umane e finanziarie sottratte ad altri aspetti della vita della scuola? I commenti sul web poi, non sono per niente teneri: l'ipertesto è per sua natura, tecnologica e di non linearità intrinseca, semplificativo e quindi di scarsa qualità narrativa. Esso quindi definirà in "brevità e poco sapore […] gli elementi del prossimo stile letterario". Insomma, coniugando economicità e velocità, ma non qualità, il web si configura come il "McDonald's dell'informazione". Dal punto di vista sociale poi, gli effetti dell'utilizzo pesante di Internet sono nefasti. Citando i dati ottenuti da studi seri (pochi purtroppo) come quello di Kraut e Lundmark della Carnegie Mellon University, pubblicato nel 1998 su "American Psychologist", Stoll (così come un crescente numero di studiosi), è convinto che "Internet è una tecnologia sociale usata per comunicare, ma paradossalmente conduce a una diminuzione del coinvolgimento sociale e del benessere psicologico". Anche la ricerca di un equilibrio nell'utilizzo del mezzo, è una battaglia perduta in partenza. Soprattutto considerando che le proposte di soluzione al problema della degenerazione delle interazioni sociali, causate dall'eccessivo utilizzo della messaggistica sincrona e asincrona, vengono date dagli stessi tecnocrati che hanno come unico scopo vendere o piazzare per altri hardware e software: ma come dice Jacques Ellul "quando parlano di democrazia, ecologia, cultura, terzo mondo o politica, i tecnocrati sono spaventosamente banali e fastidiosamente arroganti". Tutti i luoghi comuni vengono smantellati con argomentazioni spesso semplici e inoppugnabili. A costo di apparire luddisti o trogloditi, secondo l'Autore dobbiamo attivare il senso critico nei confronti di affermazioni quali "informazione è potere", "introdurre i computer a scuola, perché i computer sono dappertutto" e tanti altri falsi cliché che costituiscono l'armamentario ideologico a sfondo economico di chi nella scuola non vive, soprattutto politici, burocrati e sostenitori ipocriti del mondo digitale. Come è possibile fondare la società moderna sull'informatica, quindi su hardware e software, due elementi attualmente inaffidabili per stabilità e eccesso di ritmo di crescita? Il libro ci conduce inesorabilmente, grazie ad una lettura piana e divertente, verso una sorta di tabula rasa dalla quale siamo costretti a risalire ricercando un senso realistico e sinceramente utile dell'uso didattico delle nuove tecnologie. Come afferma Raffaele Simone nella postfazione, su "temi tanto delicati ci piacerebbe qualche argomento in più, e magari una maggiore posatezza. Ma le idee ci sono ugualmente, e sono chiare".