Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 61 (14.4.2002) Israele Day

Questo numero


Non posso esimermi dall'ingrato compito di dire qualcosa su ciò che sta accadendo in Medio oriente. Più sotto troverete un po' di materiale che ho raccolto in giro: sono pareri diversi e discordi, ma in tutti trovo parti di verità; non farò un discorso organico perché non ho le idee affatto chiare, ma elencherò una serie di osservazioni e di punti fermi.
Dico subito che se domani fossi a Roma andrei sicuramente a portare il mio sassolino alla Sinagoga, raccogliendo l'invito di una manifestazione che non sarà CONTRO Arafat, ma in ricordo dei morti negli attentati terroristici e per la difesa dell'esistenza dello Stato d'Israele.
 

Alcune osservazioni.


Tifo? No grazie(di Claudio Sabelli Fioretti)


Alcuni lobbisti mi hanno rimproverato perché nel dramma Palestina-Israele non riesco a prendere posizione. Ma come si fa? A partire dal macroproblema (è chiaro che la Palestina ha diritto di diventare Stato, ma è altrettanto chiaro che Israele ha diritto di rimanerlo, è chiaro che uccidere come uccidono i palestinesi non è sostanzialmente diverso da come uccidono gli israeliani, è chiaro che nella memoria storica di molti israeliani c’è un passato orrendo che però dimenticano quando hanno di fronte un palestinese) per arrivare ai microproblemi (perché i pacifisti maltrattati dagli israeliani all’aeroporto israeliano tornano in Italia e nell’aeroporto italiano maltrattano un italiano che difende le posizioni degli israeliani). Certo, si può entrare nella rissa e menare fendenti a destra e a sinistra prendendo le parti dei più simpatici. Ma serve a qualcosa? Io ritengo criminale la politica attuale dei falchi israeliani, ma non posso dimenticare che quando comandavano le colombe i palestinesi rifiutavano qualsiasi ipotesi di pacificazione, anche quelle a loro molto convenienti.

Insomma, capitemi se non partecipo al tifo da stadio. Ospito nel sito tutte le opinioni, anche quelle talora ripugnanti. Ma mi limito a questo.
 
Claudio Sabelli Fioretti
 

Qualche piega molto imbarazzante nella storia panaraba (di Carlo Panella)


L’incolpevole popolo palestinese": questa affermazione rituale è ormai un luogo comune: una forzatura europea risolve la questione ebraica dopo la Shoà e fa pagare ai palestinesi tutto il costo. Ne consegue che i palestinesi non hanno uno Stato per colpa dei governi israeliani: "L’identità nazionale palestinese è nata dagli errori di Onu e Israele", così Sergio Romano. Non è così, il popolo palestinese non è affatto "incolpevole", e la mancata fondazione dello Stato palestinese (sancito dall’Onu nel 1947) è da ascrivere innanzitutto al fatto che gli arabi non l’hanno voluto sino a tutto il 1974 e l’hanno reso impossibile sino a tutto il 1988, rendendo estremamente facile l’ovvia "resistenza passiva" di Israele. I due elementi, la "colpa dei palestinesi" e il ventennale rifiuto palestinese di un proprio Stato, si intrecciano nell’indiscussa leadership del gran Muftì di Gerusalemme Haji Hussein.

 
La "colpa dei palestinesi" è semplice, conosciuta, non confutata, ma oggi sottovalutata: tutta la classe dirigente araba antisionista nel 1940 si schiera col nazismo. Nel 1941 alcune centinaia di palestinesi che hanno guidato le rivolte anti ebraiche del 1929 e del 1935, si trasferiscono a Baghdad, e danno vita a un golpe filonazista di Rashid Alì Al Gailiani che punta a sottrarre all’Inghilterra il petrolio irakeno e consegnarlo a Hitler. Il ruolo dei palestinesi nel golpe nazista è centrale, tanto che il loro indiscusso leader militare, Fazi Al Qawuqgi, comanda tutta l’armata irakena, mentre il Gran Muftì proclama il Jihad filonazista. Sconfitti da un corpo di spedizione inglese, i palestinesi si spostano tutti in Germania (non senza aver effettuato un pogrom a Baghdad). Non è solo il Gran Muftì (che il 28 novembre 1941 incontra Hitler e poi organizza le Ss islamiche) a compiere la scelta di campo nazista, ma l’intera classe dirigente palestinese: Al Qawuqgi diventa responsabile delle emissioni radio naziste in arabo e centinaia di palestinesi si arruolano nel Sonderverband 287 della Wehrmacht che rastrella partigiani in Jugoslavia.

 
A nulla vale la compiacente tesi che vuole che queste siano scelte antiinglesi più che filonaziste. Opposta è infatti la scelta del più grande movimento antibritannico di quei decenni: il Mahatma Ghandi schiera l’India a fianco dell’Inghilterra, per una scelta strategica, di valori, non di tattiche, e così vince e costruisce una democrazia.

 
Quando il 28 novembre 1947 l’Onu delibera la nascita dei due Stati in Palestina, è chiara la ragione di fondo: gli israeliani (con 28.000 soldati) hanno combattuto negli eserciti alleati; i palestinesi hanno combattuto con i nazisti. Tutte le spartizioni territoriali dell’Onu discendono da questa valutazione di legittimità che ha nell’antinazismo il discrimine. Israele non nasce per un errore o per "risarcimento della Shoah" (tanto che l’Inghilterra, senza pudori di antisemitismo si oppone) ma per sanzionare la scelta filonazista dei palestinesi (non a caso Jugoslavia e Cecoslovacchia forniscono a Ben Gurion le armi indispensabili). Naturalmente nel 1948 quegli stessi palestinesi nazisti sono anche i capi della guerra che la Lega Araba dichiara a Israele.

 
Questa è la "colpa" dei palestinesi: hanno espresso tra il 1920 e il 1948 una classe dirigente nazista e l’hanno seguita, in un delirio gestito da una Lega Araba che nasce e vive (tutt’oggi) solo per negare legittimità al primo solenne atto della nuova legalità internazionale, la nascita dello Stato d’Israele. Un delirio revanscista panarabo che produce 4 disastrose guerre perse.

 
Ma c’è di più: gli uomini del Gran Muftì non puntano a uno Stato palestinese, sono panarabi, immersi nel confuso sogno nasseriano. Ancora: sconfitta la prima dirigenza nazista, si forma una seconda classe dirigente che è composta dal notabilato palestinese che vive in Giordania e in Egitto e anche questa non punta assolutamente a uno Stato, anzi. Il re di Giordania Abdallah annette la Cisgiordania nel 1950 e suo nipote Hussein ne rende disponibile la sovranità solo il 31 luglio 1988 . Nasser fa di peggio: rivendica la sovranità egiziana sulla Striscia di Gaza, ma non sui suoi abitanti. Anche l’Olp, che nasce nei primi anni 60, è asservita ai disegni nazionalisti egiziani. La seconda Olp, con leader Arafat dal 1968, viene riconosciuta dalla Lega Araba quale unico rappresentante palestinese solo nel 1974. Bisogna poi aspettare il 14 dicembre 1998 (sì: 1998) perché l’Olp abolisca la norma del suo Statuto che impegna i palestinesi alla distruzione dello Stato d’Israele.

 
Carlo Panella IL FOGLIO venerdì 12 aprile 2002
 

Considerazioni politicamente scorrette sulla Palestina - La pace effetto della forza (di Ulderico Nisticò)


I miei scarsissimi estimatori sanno che io non uso mai un linguaggio politicamente corretto, anzi piuttosto parole chiare e dure. Per me la guerra è la guerra e non un intervento umanitario; e la pace è pace, non un predicozzo buonista. In Terra Santa c’è guerra tra due popoli che dicono entrambi di volere la pace, ma in realtà sono felicissimi (poche anime belle a parte) di ammazzarsi a vicenda, come tutti quelli che si odiano: altro che invito al dialogo! Cinque milioni di Israeliani e tre di Palestinesi, totale otto, stanno mettendo il mondo, sei miliardi e mezzo di persone, a rischio di terza guerra mondiale, e in pericolo la mia sopravvivenza, alla quale, da fedele seguace del Vico, devo tenere più di quella degli altri 6.499.999.999.

 
Ma gli otto milioni di attuali o potenziali combattenti l’un contro l’altro, in linea di principio, sono come quei cagnetti rabbiosi, ma piccoli, che basta un urlaccio, un lieve calcio a calmarli; e invece li stiamo trattando tutti con il timoroso rispetto che si deve ai leoni e alle aquile. Per molto meno la cosiddetta comunità internazionale ha bombardato Belgrado.

 
La verità è che i Palestinesi, se non ricevono gli aiuti degli Arabi, non so come tireranno avanti una settimana; gli Israeliani, secondo me, devono averne le tasche piene in senso metaforico, e le tasche vuote in senso finanziario, con i loro trentamila uomini armati in prima linea, e infiniti altri a dover sorvegliare ogni faccia sospetta, cioè praticamente ogni passante: per capirci, come se l’Italia avesse un milione di persone sotto le armi, da mantenere, da alimentare, da sottrarre al lavoro e alla vita civile. Quanto può reggere, una piccolissima nazione che non ha agricoltura (a parte le fandonie propagandistiche), che non ha fiumi, che importa dall’estero ogni pallottola e ogni pagnotta, che è nemica di tutti i suoi vicini e scarsamente gode di simpatie, ed ha un solo amico, ma a settemila chilometri al di là dell’Oceano? Nemmeno tre giorni, se gli USA smettono di aiutarla. E allora, basta smettere con gli aiuti. Ecco cosa significa la pace imposta con la forza.

 
Ma deve toccare proprio al papa di ricordare al mondo le regole della realpolitik? Al papa, che per natura dovrebbe vivere con gli occhi rivolti al cielo, e, se mai, richiamare all’idealismo? E invece è stato Giovanni Paolo II, con un linguaggio per niente anche lui politicamente corretto, anzi nemmeno allusivo e teologale, bensì duro e spiccio, a dichiarare che è l’ora degli interventi concreti. E quali sono i possibili e agevoli interventi, oso io chiosare?

 
Una conferenza internazionale di Europa e Lega Araba, e che non preveda affatto la presenza di Israele e dei Palestinesi. Questi devono essere convocati solo a ricevere il comunicato finale, con la clausola del leggere e approvare, senza un fiato: un atto denso di simboli, da ribadire lo sdegno del mondo per il pericolo e il fastidio che stanno provocando.

 
Gli Stati Uniti, lo dico con dispiacere, dovranno per forza essere invitati, ma bisogna chiarire subito che non vengono a rappresentare Sharon e i suoi sogni di gloria pseudobiblica.

 
La conferenza imponga le sue condizioni, e, in attesa della loro esecuzione, vieti ogni rapporto politico, culturale, commerciale e con Israele e con i Palestinesi.

 
Le condizioni: proclamazione dello Stato di Palestina, definizione di confini certi, garanzie reciproche, truppe di osservazione e interposizione. Pertanto, ritiro degli insediamenti israeliani dalla Cisgiordania; aiuto ad Israele per l’assorbimento degli ex coloni nella vita civile. I coloni, alla fine, ringrazieranno, venendo liberati dalla folle utopia di dover fingere di produrre tisiche arance e magri pompelmi sedicenti dimagranti, e, atteso l’enorme consumo di acqua, a costi da fiori di Sanremo e Voghera.

 
Come assorbirli? Ma mi si permetta l’amara ironia di invitare una delegazione in Calabria a studiare come siamo maestri noi a inventare Ospedali fasulli e Comunità Montane con sede sulla spiaggia, il tutto a rigoroso scopo assistenziale!

 
Ma, l’abbiamo scritto già subito dopo l’11 settembre 2001, la premessa è culturale, ed è l’isolamento morale di entrambe le parti, una moratoria delle parole, con divieto assoluto di usare i seguenti termini e locuzioni: eroe, martire, civiltà occidentale, democrazia, diritti dei popoli, olocausto, terrorismo, fanatismo, ebreo, islamico e simili... e obbligo di usare sempre e solo le denominazioni Israele e Palestina.

 
Israele, cioè gli abitanti di un territorio, che si trova in Asia tra Libano, Egitto, Siria, Giordania e Stato di Palestina, con assoluta esclusione di ogni altra persona, etnia, associazione e cultura risiedente altrove, che anzi sono pregate di impicciarsi dei fatti loro; Palestina, cioè gli Arabi che abitano tra il Giordano e il mare, con esclusione di tutti gli altri Arabi del pianeta, e ancora più dei musulmani, che devono tenersi lontani dalla vicenda.

 
Dopo di che, imporre allo Stato di Palestina il mantenimento dell’ordine pubblico e della legalità internazionale.

 
O se no, siamo a rischio di conflitto mondiale, il che, per l’importanza effettiva della causa, mi secca non poco. Ma siamo anche in grado di imporre, con saggezza e con forza, una salda pace.

 
Ulderico Nisticò (Apparso sabato 6 aprile 2002 come editoriale del Quotidiano della Calabria.)
 

Ma la battaglia di Sharon non è come quella di Milosevic? (di Massimo Fini)


Fosse comuni riempite di civili morti ammazzati. Rastrellamenti a tappeto che somigliano tanto a una "pulizia etnica". Case rase al suolo, diritti fondamentali aboliti, stampa fatta girare al largo.

 
Quel che sta accadendo in Palestina mi fa orrore, come a tutti, ma non mi stupisce e nemmeno mi scandalizza. Quando uno Stato è costretto ad affrontare un indipendentismo che fa del terrorismo la sua arma, la risposta non può essere molto diversa da quella che sta dando Sharon.

 
Rivolgendosi polemicamente ai pacifisti di sinistra Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, chiede "perché un carro armato con la stella di Davide sia un criminale e il terrorista una vittima". Giusto. Per parte mia non considero moralmente riprovevoli né gli uni né gli altri: è la guerra di guerriglia, l'abbiamo accettata quando la facevano i partigiani, dobbiamo accettarla ora insieme alla legittimità della sua repressione.

 
Ma oltre a quella di Ostellino si pone un'altra domanda. Che ci fa Slobodan Milosevic all'Aja? La Jugoslavia non aveva un problema diverso da quello che ha oggi Israele. Ventimila uomini in armi stazionavano in Kosovo e, come tutti gli indipendentisti, costretti ad affrontare eserciti regolari molto più forti, facevano ampio uso del terrorismo. Per la verità la Serbia di Milosevic aveva qualche ragione in più rispetto all'Israele di Sharon, perché il Kosovo era terra storicamente serba, mentre i territori occupati palestinesi sono, appunto, occupati, anche se poi il terrorismo va a colpire nel cuore dello Stato ebraico. In un anno e mezzo di guerra all'indipendentismo kosovaro le forze paramilitari serbe fecero, in due distinti eccidi, 205 vittime civili (duecentocinque) che gettarono in fosse comuni.

 
Per questi fatti, ripresi ossessivamente dalle televisioni, ogni volta come nuovi, l'Occidente gridò all'orrore, ai diritti umani e, violando la sovranità nazionale Jugoslava, ogni norma di diritto internazionale e persino lo stesso patto costitutivo della Nato, bombardò la Serbia, fece cinquemila morti civili, consegnò il Kosovo all'Uck, decise che gli indipendentisti albanesi erano i ‘buoni' e i serbi i ‘cattivi', i terroristi di Stato e trascinò il loro capo, davanti al Tribunale penale internazionale dell'Aja.

 
Che c'importa, dirà il lettore, di quel vecchio arnese di Milosevic? Di Misolevic, in quanto tale, non importa nulla neanche a me. Ma il fatto è che in Palestina stanno accadendo cose assai più gravi di quelle che avvennero in Kosovo, ma l'Occidente non si sogna non dico di bombardare Israele e di imporre la pace con la forza delle armi, di trascinare Sharon davanti a un Tribunale, di condannarlo moralmente, ma non cerca nemmeno, seriamente, di imporre l'interposizione di una forza internazionale per far cessare il massacro. E' questa continua, evidentissima, politica dei due pesi e due misure che esaspera le popolazioni del terzo mondo e le riempie di una collera che un giorno potremmo non essere più in grado di controllare.

 
Massimo Fini (Da "La Nazione" )