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Il Covile - N.o 72 (13.6.2002) L'Ultimo Uomo: Leopardi, Nietzsche, Eliot

Questo numero


Vi avevo avvertito che sul tema dell’Ultimo Uomo avrei mantenuto una costante attenzione; intanto invio il materiale originario: il brano dello Zarathustra con la lucida e anticipatrice visione di Nietzsche. Essendo anche un entusiasta lettore sia di Eliot che di Leopardi mi è sembrato giusto aggiungere anche la poesia sugli Uomini Vuoti ed un piccolo brano dalla Palinodia.
Qui sotto ho voluto sottolineare alcune più forti, e note, corrispondenze tra i nostri tre autori:
Felicità a buon mercato
“a ricercar si diero / Una comun felicitade; e quella / Trovata agevolmente” Leopardi
“Noi abbiamo inventato la felicità’ — dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio.” Nietzsche
Tutti vicini
“Si ama anche il vicino e a lui ci si strofina: perché ci vuole calore” Nietzsche
“Siamo gli uomini impagliati / Che appoggiano l’un l’altro / La testa piena di paglia” Eliot

 

Friedrich Nietzsche (Così parlò Zarathustra, 1883-85)


Guardate! Io vi mostro l’ultimo uomo.
“Che cos’è l’amore? e la creazione? e il desiderio? che cos’è una stella?”: così chiede l’ultimo uomo, e strizza l’occhio.
La terra allora sarà diventata piccola e su di essa saltellerà l’ultimo uomo, quegli che tutto rimpicciolisce. La sua genia è indistruttibile, come la pulce di terra; l’ultimo uomo campa più a lungo di tutti.
“Noi abbiamo inventato la felicità” — dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio.
Essi hanno lasciato le contrade dove la vita era dura: giacché si ha bisogno di calore. Si ama anche il vicino e a lui ci si strofina: perché ci vuole calore.
Ammalarsi e essere diffidenti è ai loro occhi una colpa: guardiamo dove si mettono i piedi. Folle chi ancora inciampa nelle pietre e negli uomini!
Un po’ di veleno qui, un po’ di veleno là; ciò dona dei sogni gradevoli. E molto veleno infine per morire piacevolmente.
Si lavora ancora poiché il lavoro è uno svago. Ma si ha cura che lo svago non affatichi troppo.
Non si diventa più né poveri né ricchi, sono delle cose troppo penose.
Chi vuole ancora regnare? Chi ancora ubbidire? Entrambe queste cose sono troppo penose.
Nessun pastore e un solo gregge! Tutti vogliono la stessa cosa, tutti sono uguali: chi sente altrimenti va da sé al manicomio.
“Una volta erano tutti pazzi” dicono i più astuti, e strizzano l’occhio.
Ora la gente ha gli occhi aperti, e sa bene tutto ciò che accade: se non ne ha di motivi da ridere! Ci si bisticcia ancora, ma subito ci si riconcilia, altrimenti ci si rovina lo stomaco.
Ci sono piccoli piaceri per il giorno e piccoli piaceri per la notte: ma sempre badando alla salute.
“Noi abbiamo inventato la felicità” — dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio.
 

Giacomo Leopardi (Palinodia al Marchese Gino Capponi)


Ma novo e quasi
Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi
Spirti del secol mio: che, non potendo
Felice in terra far persona alcuna,
L’uomo obbliando, a ricercar si diero
Una comun felicitade; e quella
Trovata agevolmente, essi di molti
Tristi e miseri tutti, un popol fanno
Lieto e felice: e tal portento, ancora
Da pamphlets, da riviste e da gazzette
Non dichiarato, il civil gregge ammira.
 

Thomas Stearns Eliot (Gli uomini vuoti, 1925)


Un penny per il vecchio Guy

I


Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina
 
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
 
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano — se pure lo fanno — non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati..
 

II


Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta
 
Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.
 
Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino —
 
Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo
 

III


Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
È proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.
 

IV


Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti.
 

V


Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.

 
Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra
 
Perché Tuo è il Regno
 
Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione
Cade l’Ombra
 
La vita è molto lunga
 
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra
 
Perché Tuo è il Regno
 
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il
È questo il modo in cui finisce il mondo
È questo il modo in cui finisce il mondo
È questo il modo in cui finisce il mondo
Non già con uno schianto ma con un piagnucolio.