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Il Covile - N.o 81 (9.9.2002) Un'amicizia: Roberto Silvi e Paolo Persichetti

Questo numero


È di oggi questa bellissima lettera di Roberto Silvi che ci racconta la storia sua e del suo amico Paolo Persichetti.
 

La lettera di Roberto Silvi


 
Caro Stefano,
 
Sono Roberto Silvi, e come ricorderai mi hai fatto l'onore di ospitare un mio scritto sulla nonviolenza nella tua newsletter irregolarmente, ma frequentemente, periodica. Da allora ho avuto modo di apprezzare la varietà, la serietà e l'interesse degli argomenti da te trattati e di assaporare il clima familiare della cerchia di amici a cui ti rivolgi. Voglio quindi innanzitutto salutare voi tutti e vorrei farvi partecipi di qualche considerazione personale in più sulla recente estradizione verso l'Italia del mio amico Paolo Persichetti, sulla quale siete senz'altro già informati a causa del clamore suscitato in Italia.
 

Colgo l'occasione anche per presentarmi meglio di quanto ho già sommariamente fatto nel mio articolo, nel quale comunque dichiaravo che, in passato, avevo fatto parte di quella variegata nebulosa che fu il movimento della lotta armata in Italia degli anni '70, movimento che ebbe degli strascichi fino al 1987. Gli ultimi fatti di cronaca, rivendicati alle "BR", D'Antona e Biagi, non credo che abbiano alcuna attinenza con quanto è successo negli anni '70, se non formale, e non mi sento di riconoscere loro alcuna giustificazione politica, morale o razionale. D'altra parte il mio articolo sulla scelta della non violenza attiva chiarisce le mie attuali posizioni. Ciò però, evidentemente, non cambia il mio passato, passato che non ho mai voluto modificare, e tanto meno rinnegare, con letture posteriori addomesticate.
 

Di questo passato, in qualche modo, faceva parte anche Paolo. Dico in qualche modo perché Paolo è molto più giovane di me, ha appena 40 anni, ed è stato accusato nel 1987, da un pentito, di far parte delle UCC, una costola delle BR nata tardivamente dopo la fine di quest'organizzazione. Ma per quanto riguarda la sua biografia vi invito a leggere la scheda che ho scritto insieme ad altri per il sito:
http://ventiannidopo.lautre.net.
 

Era arrivato a Parigi alla fine del 1991 dopo alcuni anni passati nelle prigioni italiane dove vi era entrato, come ho detto, nel 1987 e poi ne era uscito per scadenza dei termini dopo quattro anni di carcerazione preventiva. Era infatti in attesa dell'appello. In primo grado aveva avuto circa sei anni per la partecipazione alla banda armata, ma vi era stato un ricorso per la partecipazione all'omicidio Giorgieri, un generale dell'aeronautica che in quel periodo si trovò malauguratamente nel mirino dell'ultimo nucleo dei nostalgici del giustizialismo armato convinto di poter risolvere i mali del mondo ammazzando quella che di volta in volta era considerata "un'articolazione strategica del potere". In questo appello Paolo Persichetti fu condannato a 22 anni e sei mesi per la sua partecipazione "morale" all'omicidio nonostante lo stesso pentito escludesse la sua partecipazione a quell'azione. Paolo giunse a Parigi per sottrarsi a questa condanna e arrivò quando io ero già sulla via del ritorno. Nel gennaio del 1992, infatti, mi consegnai alla polizia italiana per scontare il residuo di tre anni che mi restava della condanna a cinque anni e qualche mese avuta per la costituzione della banda in cui avevo militato. Una malattia grave, la sclerosi multipla, mi aveva colpito e mi aveva indotto ad abbandonare l'esilio francese. Volevo affrontare le patrie galere, per chiudere finalmente questa lunga parentesi della mia vita e poter più serenamente pensare a curarmi.
 

Paolo quindi l'ho conosciuto dopo qualche anno, da quando, libero d'obbligazioni, sono potuto tornare a Parigi a ritrovare i miei amici fino a due anni fa quando sono tornato a vivere qui a Parigi a casa di una donna che ho avuto la fortuna di incontrare. Paolo l'ho frequentato in quest'ultimo periodo, il tempo di affezionarmi, di confrontarmi e, il più delle volte, scontrarmi sui nostri diversi modi di vedere le faccende del mondo.
 

Poi due settimane fa lo hanno arrestato tornando a trascinarlo verso un passato lontano a cui era sfuggito ricostruendo a fatica equilibri, affetti e finanche una brillante carriera di studioso che lo aveva portato ad avere un incarico come assistente all'Università di Paris VIII.
 

Di questa storia vorrei denunciare l'assurdità; a rischio di urtare la sensibilità di qualcuno e anzi per provocarne la reazione.
 

Mi chiedo, innanzitutto: ma dopo venti anni chi si condanna? Si colpisce ancora la stessa persona che ha commesso il reato vent'anni prima? È pensabile poterla mettere in prigione o si esercita soltanto un inutile e ingiusto atto di vendetta?
 

Nel caso di Paolo si tratta di un po' meno di vent'anni, ma per lui c'è l'aggravante che la sua condanna è stata emessa per complicità psichica, morale, un delitto che credo esista solo tra le leggi emergenziali italiane. E come lui sono in tanti nella sua situazione. Ovviamente non voglio dire che i rifugiati in Francia sono tutti innocenti, ma è vero che la maggioranza di quelli che hanno fatto più danni, che hanno ucciso di più, sono fuori da tempo perché si sono pentiti mandando in galera altri, magari quelli che li hanno aiutati a cavarsela, medici, avvocati, amici, oppure si sono dissociati assoggettandosi al mercato delle pene.
 

Questo bisognerebbe ricordare ai parenti delle vittime, interpellati sadicamente dai giornalisti come se fossero i depositari della giustizia e non le parti maggiormente lese e perciò oggetto di un ben più decoroso rispetto e meritevoli di silenzio ed oblio. E questo ogni qualvolta qualche deputato sprovveduto o anche Cossiga parli della necessità di fermare questo assurdo stillicidio e di varare un'amnistia...
 

Che cosa potrebbe dire la vedova di Giorgieri: che perdona chi gli ha ucciso il marito? Sarebbe inumano, bisognerebbe essere vicini alla santità per farlo. E allora i giornalisti di ogni inclinazione politica, si precipitano subito lì per registrare le sue dichiarazioni di felicitazione per l'arresto di Paolo: "I conti con la giustizia devono essere saldati, chi ha deliberatamente ucciso una persona non può essere perdonato!". (Repubblica del 26/08/02).
 

Ma questa signora si è chiesta chi è stato arrestato? Il ministro Pisanu e Berlusconi cosa hanno tanto da sfregarsi le mani?
 

Hanno portato a termine la brillante operazione di arrestare uno che insegnava in un'università e che più pubblicamente non poteva vivere, uno che dopo dieci anni è ancora perseguito per una condanna di "complicità morale" che solo un prete potrebbe giudicare e non una legge.
 

Ma in Italia questo è possibile in ragione di una legislazione "d'emergenza" tuttora vigente e che ha finito per informare l'intera impalcatura del sistema giudiziario e divenire norma.
 
Secondo me sono due le ragioni che impediscono di discutere, in questo paese, di un qualsiasi provvedimento che chiuda anche dal punto di vista penale un periodo storico ormai finito.
 

Primo perché lo stato ha varato le leggi d'emergenza, ma contemporaneamente ha preferito criminalizzare il fenomeno della lotta armata non riconoscendovi alcun fondamento politico e riducendolo alla "devianza" criminale di alcune migliaia di giovani. Ha finto di ignorare che l'emergenza c'era perché, per quanto piccola, esisteva una guerra civile interna. Tutte le guerre finiscono con dei trattati e delle amnistie e non con questa infinita vendetta persecutoria dei governi italiani che ha impedito a tutti di affrontare il problema con spirito più sereno. La paura di essere considerati coloro che abbassavano la guardia, li ha portati al risultato di ritrovarsi ancora adesso a fare i conti con delle azioni isolate che si richiamano agli anni '70, contro le quali sono oggi impotenti militarmente quanto in precedenza lo sono stati politicamente.
 

Secondo, e questo non è un fattore secondario nella società dello spettacolo in cui viviamo, fa comodo avere una specie di riserva naturale dove ogni tanto agitare le acque, o andare a pescare per meglio potersi pavoneggiare sciacquandosi la bocca con l'inflessibilità del proprio governo.
 

Il brillante arresto di Persichetti dovrebbe finalmente aprire la via a nuovi arresti, ma di chi? Di pericolosi terroristi armati, magari in collegamento con Al Quaida? No! Di uomini che dopo vent'anni sono impiegati, operai, falegnami, idraulici, vendono salami, scarpe di marca, hanno aperto attività, ristoranti o sono affermati scrittori o grafici riconosciuti. Giocare con le vite di queste persone, con le vite dei loro figli, spesso piccoli, non ha nessuna importanza rispetto ad un titolo sul giornale, alla possibilità di dire che la lotta al terrorismo continua. E così mercoledì 11 settembre, data simbolica, ecco due impavidi ministri, Castelli e Perben e chissà quanti sottosegretari, commissari e poliziotti di due grandi paesi, l'Italia e la Francia, riuniti in un importante vertice per decidere la sorte di 15, per cominciare, di questi pericolosi terroristi che finora l'hanno fatta franca, e la cui pericolosità non è in alcun modo in dubbio. Tutto questo mi disgusta e sarebbe ridicolo e magari divertente se in gioco non vi fosse la vita di esseri umani che, per quanto abbiano potuto sbagliare nel loro passato, restano pur sempre tali