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Il Covile - N.o 83 (19.9.2002) Anche Riccardo dice la sua

Questo numero


A tamburo battente è arrivato questo contributo di Riccardo.
 

ANCHE RICCARDO COMMENTA LA LETTERA DI ROBERTO


Caro Stefano,
 
mi avevi chiesto di commentare l’intervento di Roberto Silvi per la nostra newsletter. Ti dissi per telefono che ci stavo provando, ma non trovavo il filo. Il tono della mia risposta mi suonava falso.
 
Stamani è arrivato lo scritto di Claudio Marcello. Poche righe. Chiare, logiche, inoppugnabili.
 
E allora ho capito perché non ci riuscivo. Perché anch’io, anche se molto più lontano di te e di altri amici che ci leggono, da quel periodo '68 e dintorni che purtroppo in Italia sembra non debba finire mai, anch’io, appunto, non riesco a dire le cose come stanno.
 
Per paura di offendere la sensibilità di Roberto, e non solo la sua. Per una sorta di complicità ideologica di cui non mi rendo neppure conto. Perché, comunque, per una cultura a cui anche noi ci siamo abbeverati per tanto tempo, il carcere è sempre "male" e chi è in carcere sempre "vittima", non importa cosa abbia commesso.
 
"Male non fare paura non avere" mi diceva sempre mio nonno, Armando Cantini, proletario, tipografo e socialista fin dal 1908. Che pure di carcere per la politica ne aveva fatto e tanto, nella guerra del 15-18 come agitatore e disertore, nel 32-33 come antifascista.
 
Ma aveva troppo rispetto per la povertà e per la sua classe sociale e non ammetteva che fosse una giustificazione per rubare, per delinquere. E quando qualcuno gli rammentava le tristi condizioni dei carcerati, rispondeva duro: "Un c’hanno a’ andare!"
 
Detto questo provo comunque a rispondere a Roberto.
 
Non si può pensare che una scelta sbagliata per quanto grave, delittuosa, commessa a vent’anni o poco più, debba restare irrimediabile per tutta la vita. E questo vale per tutto e tutti. Politica o non politica. Credo che sia alla base delle regole fondanti della nostra società e dei suoi ordinamenti. Società basata su una visione cristiana del mondo, di cui il perdono, la redenzione è parte così importante.
 
Quindi una persona, specie se giovane, ha tutto il tempo per compiere questo cammino di presa di coscienza, di espiazione, di rinascita. Ma questo deve passare per dei percorsi obbligati, non ci possono essere sconti né scorciatoie.
 
E’ una strada stretta che prevede, oltre al privato lavoro interiore, di affrontare riti pubblici. La giustizia e i suoi tribunali (anche se si pensa che siano prevenuti), il carcere se necessario.
 
Se si evitano con abilità e furbizia, affidandoci all’aiuto di familiari od amici compiacenti e rifugiandosi in paesi "ospitali", tutto il percorso ne viene inficiato.
 
Si cade allora nel grande gruppo dei delinquenti comuni, tipo i tre del delitto del Circeo, e non è questo che né noi né Roberto stiamo parlando.
 
Irrimediabile, questo sì! è il dolore e lo strazio delle vittime. Figli, mogli, padri, madri dei tanti morti ammazzati con assoluta leggerezza e cinismo. A questo dolore va tributato rispetto imperituro. E l’unico modo per farlo è che chi lo ha causato paghi il suo conto.
 
Bachelet, Tobagi, Galli, Alessandrini, Casalegno, l’amico Lando Conti a Firenze, e ne ricordo solo alcuni a caso, che colpa avevano? Quale la differenza con chi ha ucciso Falcone, Ambrosoli, Borsellino, Livatino? Moralmente nessuna. Anzi la mafia, nella sua logica criminale, elimina ostacoli reali che intralciano i suoi traffici e lo fa a malincuore, non certo per odio ideologico.
 
Fin qui i fatti e credo che sia difficile confutarli.
 
Non è mia intenzione polemizzare con Roberto Silvi, che conosco solo per i suoi due interventi, a cui auguro di tutto cuore di aver trovato la serenità e di mantenerla per il resto della sua vita. Ma alcune cose bisogna dirsele, altrimenti non ci si spiega.
 
Roberto dice che non cambia e non rinnega il suo passato. Disprezza i pentiti e disistima i dissociati.
 
Credo che nessuno di noi ami i pentiti. I soli pentiti credibili (moralmente) sarebbero quelli che spontaneamente si consegnano, e non ne ho ricordo, tutti si sono pentiti dopo l'arresto o comunque dopo essere stati identificati, tutti per pagare un conto meno salato. E, nonostante che siano stati utili alla giustizia, ripugna veder in giro fior di assassini, dopo qualche anno di pseudo affidamento ai servizi sociali.
 
I dissociati sono figure più degne, specie i primi che cominciarono il percorso assumendosi gravi rischi e conoscendone qualcuno, so che il rimorso è stato, ed è, vero e reale.
 
Se Paolo Persichetti non ha commesso reati di sangue quei quattro anni potevano bastare. Ma per far questo bisognava restare e riconoscere di aver partecipato ad un'organizzazione armata che aveva fra i suoi principali obbiettivi l'omicidio, era stato uno sbaglio grave. Chiedere scusa e dissociarsi.
 
Non si può invocare la clemenza dello Stato con la motivazione che adesso, dopo venti anni, uno è un'altra persona. Sarà anche vero ma non regge. Quanti criminali nazisti sono stati arrestati in Sud America, dove erano dei simpatici nonnetti?
 
Io credo che la soddisfazione della vendetta sia parte integrante dell'idea stessa di giustizia. Da sempre. Un torto va vendicato o riparato. Per non restare allo stato tribale ed evitare le faide che ancora oggi insanguinano per decenni alcuni paesini sardi o calabresi, la società si fa mediatrice e garante di questa vendetta. Infliggendo una pena. Che poi quasi sempre con il tempo viene ammorbidita nei processi di appello, quando, appunto, il dolore e il desiderio di vendetta delle vittime si presume indebolito.
 
Dice Roberto che bisogna chiudere un periodo storico con un provvedimento di amnistia. Finito? Non passa anno che le bande armate non uccidano qualcuno. C'è nel paese, specie dopo la vittoria di Berlusconi, un brutto clima. Basta sentire gli slogan delle manifestazioni.
 
Ci sono politici ed intellettuali che ancora incitano all'odio di classe, verso lo Stato, verso gli Stati Uniti, le multinazionali, l'imperialismo e tutto l'armamentario che conosciamo.
 
Nella nostra newsletter si affaccia sempre più spesso il tema della religione. Molti di noi sono convinti che, se non riscopriamo in noi stessi, e in tutto il nostro popolo, le radici profonde della fede, il suo messaggio di amore, lo scandalo della Croce di Cristo, non avremo speranza e non ci salveremo. Questo è un percorso davvero per tutti.
 
Riccardo Zucconi