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Il Covile - N.o 84 (24.9.2002) Roberto Silvi risponde

Questo numero


Dopo la lettera di Riccardo ho ricevuto questa breve da Gabriella Antonini: "anche se ho solo un minuto voglio dire "grazie" e "bravo" a Riccardo Zucconi. Non sempre oggi vedo il coraggio di esprimere opinioni che sembrano ovvie se staccate dal contesto e che diventano invece coraggiose se dette oggi" e poi l'articolata risposta di Roberto Silvi che trovate sotto.
 
Rinvio ancora il mio promesso intervento perché mi aspetto che il dialogo continui; faccio solo questa osservazione: mi sembra che grazie al franco confronto, nonostante qualche inevitabile attrito, stia delineandosi un terreno comune più vasto di quello che sembrava all'inizio, non perché le posizioni mutino, ma perché ci si spiega e capisce un poco di più.
 
Nel frattempo, stante la produttività degli amici, si sta accumulando altro materiale su vari temi e rischiate una vera alluvione di newsletter. Mal voluto...

 

ROBERTO RISPONDE


Sui due commenti che sinora ci sono stati alla mia lettera comparsa nella newsletter n° 81 vorrei fare qualche annotazione.
 
Comincio con quello di Claudio Marcello, e mi dispiace di essere un po’ aspro rispondendogli, ma alla supponenza non riesco ancora a contrapporre una semplice, e serena indifferenza.
 
Vale la pena forse riprodurre il suo breve commento per meglio confutarlo:
 

"si può dissentire? Ecco, non trovo cosa ci sia di bellissimo (questo il termine usato nella presentazione) nella lettera del n° 81 della tua "rivista" e-mail. Non la forma, corretta, ma comune; non certo la sostanza, da cui emerge, in fin dei conti, un chi ha avuto, ha avuto. Il che non brilla certo per altezza di pensiero.

E' vero comunque: durante la vita di ogni uomo, tutta la vita, molte cose tristi, sbagliate ed ingiuste, tante, finiscono per sparire da sole nella prospettiva del tempo e nella più che comprensibile incapacità degli uomini stessi di produrre nuovi equilibri (giustizia). Ma ciò è una condizione dell'esistenza, invero triste perché lascia il ricordo, il dolore e non restituisce la verginità desiderata. Si vuole chiedere alla legge la verginità?

Ci sono già istituti di legge che contemplano la non-continuazione della punibilità (indulto, amnistia, grazia). Allora si citi chiaramente questa strada, civilmente, senza insultare non solo le vittime, ma il sentimento collettivo di un popolo che, in cuor suo, le vede comunque e solo tali. Anche quelle recentissime.

Si vuole invece proprio la verginità? Realmente imperscrutabile il panorama che si aprirebbe, laddove secoli e biblioteche intere di pensieri, opere e trattati dovrebbero azzerarsi cercando di ridisegnare senso, utilità ed inutilità dell'etica. Ne uscirebbe ancora una figura umana?"

 
Nel suo stringato commento, grammaticalmente corretto, lo concedo, ma confuso nella forma e inaccettabile nel contenuto, Claudio Marcello usa toni da assertore di verità indiscusse basandosi su un’interpretazione faziosa e menzognera di quanto ho sostenuto nella mia lettera.
 
Forse crede di essere portatore di un pensiero che raggiunge vette vertiginose (in genere si parla piuttosto di "profondità di pensiero", ma voglio restare nella sua stessa metafora), in realtà usa i soliti cliché della più comune vulgata che a colpi di un maglio mediatico sono stati conficcati nella testa degli italiani.
 
Dovrebbe spiegarmi innanzitutto gli insulti che avrei rivolto alle vittime e al popolo italiano tutto.
 
Ho solo fatto notare che la signora Giorgieri non avrebbe potuto che fare le dichiarazioni riportate poi sui giornali. Tra l’altro, ho saputo che successivamente la stessa signora avrebbe criticato il governo per aver arrestato con gran clamore una persona che non c’entra con l’omicidio del marito e che viveva tranquillamente in Francia.
 
Dall’alto poi della sua saggezza valuta ridicola la filosofia del "chi ha avuto, ha avuto", ma la frase della canzone napoletana a cui lui fa riferimento, "chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha rato ha rato, ha rato, scurdammece ‘o ppassato simme ‘e Napule paisa’", nasconde un problema vero quello del rapporto che deve stabilirsi tra memoria ed oblio.
 
Per poter andare avanti nella vita bisogna saper perdonare e perdonarsi per poter dimenticare.
 
Anche nella vita quotidiana sarebbe impossibile vivere se non potessimo mai perdonarci e quindi dimenticare le piccole o grandi ingiustizie che commettiamo, le vigliaccherie, le meschinità, gli errori di giudizio, che spesso superiamo dicendoci un consolatorio "nessuno è perfetto" e ingoiando l’idiozia che abbiamo fatto. Solo così riusciamo ad andare avanti promettendoci che non ci ricascheremo più, che la prossima volta ci comporteremo diversamente.
 
Il problema sorge se ci troviamo a ripetere, inconsapevolmente, o peggio consapevolmente, gli stessi errori. Il nostro oblio deve essere perciò capace di essere parziale: saper ricordare le nostre azioni per non ripeterle, ma tale da disinnescarne la carica penalizzante.
 
E ciò vale ancor più quando a sbagliare sono persone i cui errori cadono sulle spalle di altri, come è nel caso dei giornalisti, dei giudici o dei medici, ma tutti costoro hanno corporazioni forti che li difendono: per loro già è stata trovata in anticipo l’assoluzione.
 
Quando l’errore è collettivo e di massa, la necessità del perdono diventa un obbligo. Un perdono etico, morale, spirituale che riguarderà la coscienza di ognuno, ma anche un perdono razionale, politico, altrettanto collettivo dettato dalla comprensione delle cause che ne sono alla base. Un perdono che sappia far dimenticare le ragioni di un conflitto offrendo una soluzione.
 
Nel caso di coloro che per ragioni ideologiche hanno causato danni anche irreparabili agli altri, disconoscere le cause che li hanno mossi, ridurli a semplici devianti criminali, ma allo stesso tempo chiedere per loro una iperpenalizzazione, è quantomeno miope e va contro ogni logica di recupero dell’essere umano, oltre che del buon senso comune che vorrebbe dimenticare e non vivere in un perenne rancore.
 
Claudio Marcello dovrebbe poi spiegarmi dove ha letto mai una sola mia riga che richiedesse per me o per altri una nuova verginità, non ho capito se allude a quella politica o penale. E dirmi come mai gli è sfuggita la mia richiesta di un auspicato ma mai concesso indulto o amnistia, visto, tra l’altro, che lui stesso li invoca come la sola via legale di superamento di questo stato di cose. Quasi metà del mio scritto è dedicato a questo problema e alle ragioni che ne hanno impedito l’approvazione.
 
Forse però Claudio Marcello aveva troppa fretta di cestinare nella sua icona elettronica un testo infetto che per la sua sola presenza rischiava di mandargli in tilt il computer.
 
Vorrei poi dire qualche parola anche a Riccardo Zucconi , a cui do del tu, se permetti, come è consuetudine sul web, che nel suo "commento", sofferto e sincero, mi fa alcuni appunti:
 
1 – non so come mai hai trovato tanto geniale lo scritto di Claudio Marcello: "Poche righe. Chiare, logiche, inoppugnabili.".
 
2 - anche tu, naturalmente mi parli del dolore delle vittime che nessuno, né io né tutti i miei amici rifugiati, ha mai disconosciuto. Sembra che io cinicamente mi faccia beffa della loro sofferenza o me ne dimentichi (cosa che d’altronde sarebbe impossibile visto che non si può affrontare il problema del superamento di questo periodo storico senza che venga sollevato questo problema anche nel più insignificante articolo di giornale). Personalmente ho fatto solo una considerazione sull’inopportunità, di nascondersi puntualmente dietro il dolore delle vittime, anche perché io ho sempre presente anche il dolore dei parenti delle altrettanto, anzi più, numerose vittime di questa straziante guerra civile degli anni settanta. E penso ai parenti di Pinelli, di Lo Russo, di Giorgiana Masi, delle decine di altri compagni morti per mano della polizia durante le manifestazioni, dei morti di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia, della stazione di Bologna, e di quanti altri non riesco più neanche a ricordare. Ecco io anche di queste vittime sento il dolore.
 
3 – la vendetta non è, non deve e non può essere confusa con la giustizia, anzi quest’ultima ne è l’antitesi. La giustizia, nel senso del codice penale o anche civile, dei tribunali, e della polizia che dovrebbe farla rispettare (ma questo è già molto controverso e oggetto, purtroppo di numerose eccezioni), nasce proprio per contrastarla. Una terza persona, il giudice, che sulla base di leggi (e bisognerebbe ancora vedere quanto giuste!) stabilisce i torti e le ragioni, è necessaria. Altrimenti bisognerebbe affidarsi alla giustizia sommaria che si praticava nel farwest dove primeggiava chi sparava più veloce e dove il furto di una vacca veniva punito con l’impiccagione del presunto colpevole, al ramo del primo albero disponibile, per poi magari scoprire che il colpevole era un altro. Ecco io penso che quando si parla di giustizia si parla d’altro.
 
4 – Dici che il periodo storico legato alla lotta armata degli anni ’70 non è finito e che "Non passa anno che le bande armate non uccidano qualcuno". Ma la decisione di chiudere un conflitto deve essere, in questo caso unilaterale da parte dei vincitori.
 
Sharon non vuole chiudere la guerra in Palestina ed aspetta che Hamas gli offra il pretesto per invadere di nuovo, ogni volta, i territori.
 
Quando Mitterrand decise di dare ospitalità ai rifugiati italiani non lo fece per connivenza con i "terroristi" d’oltr’alpe, né per difendere il principio della Francia terra d’asilo, come dice Mario Pirani nel suo insulso articolo sulla Repubblica del 23 settembre. Lo fece per un calcolo politico ben preciso: offrire una seconda opportunità a persone che palesemente volevano uscire dalla spirale della violenza politica, dalla clandestinità, per disinnescare la minaccia che rappresentavano. Presentati come pericolosi assassini e inveterati rapinatori, la cosa migliore era saperli sotto controllo e non dispersi nella natura (vedi in proposito l’articolo che è uscito ieri su Libération dove il magistrato Lois Joinet consigliere di Mitterrand spiega la politica dei governi di allora).
 
In questo modo prefigurava anche una soluzione politica che avrebbe potuto funzionare anche in Italia. E fu quanto dichiarò pubblicamente nella famosa dichiarazione alla Ligue des droits de l’homme e che poi ripeté ad ogni capo di governo italiano che reclamava le estradizioni compreso Bettino Craxi, socialista come lui.
 
La storia gli ha dato ragione perché quei rifugiati, che non erano pericolosi criminali, in vent’anni non hanno mai tradito il loro impegno di rispettare il paese che li ospitava.
 
Gli attentati omicidi che ci sono in Italia, omai, per fortuna, solo sporadicamente, sono anche il frutto di questa mancata operazione di azzeramento dei conti che fa sì che alcuni, pochi, più giovani si sentano ancora legittimati a raccogliere la bandiera di una battaglia persa in nome anche di chi da 25-30 anni è ancora in galera ad espiare una colpa che non gli sarà mai perdonata. Di questo passo un ergastolo (che in Italia prevede un massimo di trent’anni di carcere), non basterà e bisognerà chiedere a questi signori di vivere almeno 150 anni per poter restare ancora un centinaio d’anni in galera.