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Il Covile - N.o 86 (30.9.2002) Facciamo il punto

Questo numero


Con questo sono ben sei numeri che stiamo parlando della soluzione politica agli anni di piombo. Qualche giovane lettore, beato lui, forse si è già stufato di vicende tanto lontane nel tempo, non così io che ritengo questo dibattito appassionato tra le cose più belle pubblicate nella newsletter.
Questa volta vi dovrete sorbire ben quattro contributi: quello di mio fratello, uno ultimativo di Claudio Marcello Rossi, il mio d'obbligo e, arrivato al momento giusto, quello molto bello di Graziano Grazzini,
Dal prossimo numero gli interventi, auspicati, su questo tema saranno intercalati da argomenti meno dolorosi. Promesso.
 

INTERVIENE ANDREA BORSELLI


Caro Stefano,
ho letto la newsletter con l'intervento di Roberto Silvi a proposito della vicenda di Paolo Persichetti e mi permetto di fare due brevi considerazioni, che si vanno ad aggiungere a quelle di Riccardo.
 
La questione, non sollevata nella lettera, che invece secondo me va affrontata per prima da chiunque proponga di chiudere con quegli anni tramite un'amnistia o un indulto, riguarda il riconoscimento pieno della legittimità dello Stato di emanare e far eseguire sentenze anche a suo tempo emesse. Dato il periodo in cui sono maturate, si può certo discutere il contesto e osservarne il collegamento con la situazione contingente, per arrivare a rivederle e correggerle, ma alla maggioranza degli Italiani appare inaccettabile che di fatto si voglia, con queste precisazioni, negare la legittimità dello Stato ad emettere le sentenze e farle eseguire. Solo a partire dalla loro accettazione si può rafforzare la possibilità di aprire un discorso tutto nuovo, come auspica anche il Presidente Cossiga.
 
In Italia non c'è mai stato un franco dibattito sulla nostra storia recente e sulla nascita del terrorismo. Spesso di fronte agli attacchi armati alla convivenza democratica, pur di non arrendersi di fronte all'evidenza, si è ricercato il mandante occulto, il Grande Vecchio, all'epoca richiamato continuamente dal Presidente Pertini, anziché interrogarci sulle vicende che hanno interessato frange non trascurabili (Secchia e compagni) della sinistra storica dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni ‘60 e quanto queste vicende abbiano influenzato la nascita del terrorismo di sinistra. La negazione di ogni continuità con la lotta armata clandestina del PCI non ci ha aiutato a comprendere la natura e l'origine del terrorismo degli anni '70.
Oggi è altrettanto sbagliato, sostenere, come fa Roberto, che:
"Gli ultimi fatti di cronaca, rivendicati alle "BR", D'Antona e Biagi, non credo che abbiano alcuna attinenza con quanto è successo negli anni '70, se non formale, e non mi sento di riconoscere loro alcuna giustificazione politica, morale o razionale."
Infatti tra i nuovi terroristi e quelli degli anni '70 c'è lo stesso legame che c'era tra i secondi e chi tentò di trasformare la lotta di liberazione in una insurrezione che avrebbe imposto il nuovo ordine comunista al mondo intero.
 
Non riconoscere questa continuità è un modo per rimuovere il problema, per non chiudere quella storia. Questa continuità era né più né meno l'ideologia del totalitarismo comunista: solo vedendola e rifiutandola si può dare un vero contributo alla pacificazione.
 
Un saluto a tutti gli amici, Andrea

Fatti, parole, altre parole


Caro Stefano,
dopo aver letto il tuo n° 84 credo sia arrivato il momento per te, come peraltro lasci intendere in una tua frase, di intervenire - con la conosciuta tua articolazione di pensiero e parola - su di una corrispondenza che sta iniziando ad aumentare in quantità e che, sembrando coinvolgere l'onore dell'intelligenza dei partecipanti, da ciascuno ovviamente ritenuta abbondante e sottile, non può essere più lasciata allo stillicidio di difesa delle proprie idee (in buona parte solo parole) in un contraddittorio a distanza; specie se qualcuno (io, per esempio) ritiene che certi fatti non abbiano molto spazio di opinabilità, salvo reinventarsi nuove categorie di pensiero. Il continuare questa modalità di corrispondenza sarebbe una storia infinita laddove il tema stesso posto all'inizio si perde, appunto, nel giuoco delle parole. Parlo della corrispondenza aperta dalla lettera di Roberto Silvi.
Ciò che addolora - su un piano unicamente intellettivo - è che ancora si voglia argomentare e tenere in vita una tematica (un significato, se non valore di una serie di atti distruttivi) che, appartenuta alle pulsioni giovanili di qualcuno (fatti che succedono, purtroppo come altri, nella vicenda umana), mai fu elemento di coinvolgimento di massa alcuna, nelle sue componenti di esternazione e di proposta. E lo si tocca con mano oggi, alla distanza, quando al setaccio della storia sono passati via i granelli della cronaca e sono rimasti, se ci sono, le pietre di concrete iniziative fondanti. Queste ultime, se frutto degli atti distruttivi, non ci sono. Di cosa si discute allora?
Sul piano personale poi, se non si ha la forza d'animo di confrontarsi con l'oggettività delle cose, prima ancora di disquisire con eleganza o meno di parole sul diritto a sentirsi parte di una comunità, accusandola di distrazione e negligenza (possibili), è necessario riconoscere i valori fondanti della comunità alla quale si vuol appartenere e che si era volutamente attaccato nel suo tessuto più esposto e debole: quello degli uomini ignari.
Claudio Marcello Rossi
 

FACCIAMO IL PUNTO


Claudio Marcello mi ha stanato: non posso più esimermi dall'intervenire nel dibattito aperto dalla prima lettera di Roberto Silvi; compito difficile perché già sono sorte incomprensioni ed inevitabili irrigidimenti. Proprio per questo, nel mio dire, farò affidamento solo sulla franchezza e lo condurrò in forma di lettera a Roberto.
 
Caro Roberto
a Gennaio mi aveva interessato, tanto da diffonderlo nella NL n° 42, il tuo articolo sulla nonviolenza (di te allora non sapevo niente) per due motivi: era intelligente e ben scritto, e perché, dato il luogo dove l'avevo trovato (il sito di Oreste Scalzone e Paolo Persichetti), faceva bene sperare.
Sullo stesso sito (me ne era giunta un'anteprima via e-mail) comparve poi una supponente e dottrinaria risposta di Persichetti che polemizzava con te e che mi guardai bene dal diffondere (credo che poi sia comparsa sul Manifesto).
Poi la notizia dell'arresto e la tua lettera, rivolta a tutti gli amici della newsletter, che raccontava di te e della tua amicizia. Ti scrissi: "forse sono in grado di capire qualcosa del tuo stato d'animo, ed è quello che ha reso per me molto bella la tua lettera: prima di un'analisi politica era la testimonianza di un'amicizia e di un cammino." Non condividevo alcune tue affermazioni, ma molte cose che ritenevo importanti mi trovavano d'accordo e pensavo che sicuramente altri amici sarebbero intervenuti, come è avvenuto.

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Sei stato un po' ferito dal primo intervento di Claudio Marcello, forse liquidatorio nel tono, ma rileggendo tutto il carteggio mi pare che in fondo CM stesse veramente tentando di rispondere alla tua triplice domanda: "Mi chiedo, innanzitutto: ma dopo venti anni chi si condanna? Si colpisce ancora la stessa persona che ha commesso il reato vent'anni prima? È pensabile poterla mettere in prigione o si esercita soltanto un inutile e ingiusto atto di vendetta?"

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Nelle tue lettere mi sembra di scorgere come un’incertezza. Da una parte hai fatto a fondo i conti con l'ideologia: "Io avevo introiettato questo modo di pensare e ne ero strumento", e le cose che scrivi sul perdono (condivido la tua osservazione sulla saggezza napoletana) lo testimoniano. Dall'altra percepisco la paura di tagliare i legami con te stesso giovane. Paura del tutto legittima, ma crescere, diventare adulti, vuol dire anche un po' tradire il ragazzo che eravamo e che conserviamo. La passione, l'assenza di calcolo, il senso di lealtà, la sete di giustizia che sono sicuro hanno informato le tue, le nostre, azioni negli anni '70, quello non dobbiamo rinnegarlo, ma dei pensieri, della visione del mondo, degli odii e dei miti d'allora dobbiamo liberarcene, anche con durezza, se vogliamo andare avanti e seguire il nostro destino, verrebbe voglia di dire “la verità”.

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Quando dici: "io ho sempre presente anche il dolore dei parenti delle altrettanto, anzi più, numerose vittime di questa straziante guerra civile degli anni settanta. E penso ai parenti di Pinelli, di Lo Russo, di Giorgiana Masi, delle decine di altri compagni morti per mano della polizia durante le manifestazioni, dei morti di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia, della stazione di Bologna, e di quanti altri non riesco più neanche a ricordare" mi sembra che qui tu ti stia volgendo indietro: la guerra civile di cui parli a più riprese non è mai esistita se non nei desideri di alcuni.

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Una guerra civile è un conflitto che spacca in due un popolo: ci si divide per ceto, per geografia, per religione o ideologia. La divisione non sarà mai esattamente al 50%, ma fino a che punto si può considerare ancora guerra civile? Al 30, al 20, al 10%? I gruppi armati degli anni '70, nella loro massima espansione (78-81), rappresentavano un'infima frazione dell'area di estrema sinistra, area che elettoralmente si aggirava sul 5%. Possiamo perciò affermare con sicurezza che la lotta armata non ha MAI coinvolto neppure un centesimo della popolazione, FORSE, e solo in quegli anni, può aver raggiunto il millesimo!
È vero che laddove, tragicamente, forme di guerra civile sono avvenute davvero, come in Irlanda, sono state a volte innescate da piccolissime minoranze che hanno fatto da detonatore, ma, si dice, la prova del budino è mangiarlo. È stato mangiato e, grazie al Cielo, non era un budino: si trattava quindi soltanto di terrorismo politico.

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Da anni tanti fanno una proposta giusta e condivisibile: l'amnistia come strumento di pacificazione. La proposta in sé raccoglie consensi in tutti i partiti e speriamo vada avanti, ma Scalzone la propone in modo controproducente, tale da provocare reazioni anche rabbiose: egli la pretende infatti, come logica conclusione della guerra civile degli anni '70. Siamo ancora nella spirale della follia.

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Ti fa onore il tentativo di riportare Paolo Persichetti ed altri rifugiati alla ragione, ma non è detto che tu ce la possa fare. Si resta senza parole leggendo, in rete, Cesare Battisti che si vanta, nella sua autobiografia, di essere evaso "arme au poing".

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Concludo queste sconnesse considerazioni invitandoti a meditare su due passi: il primo è di San Paolo, il secondo di Gesù:
"Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato."
"nessuno che ha posto mano all'aratro e si volta indietro è adatto al regno di Dio"
Con amicizia, Stefano
 

INTERVIENE GRAZIANO GRAZZINI


Caro Stefano
il dibattito che ospiti mi ha fatto rivivere un po’ le sensazioni che negli anni '80 mi procuravano le corrispondenze dal carcere di ex terroristi che leggevo sul Sabato. Un po’ affascinato da come avevano preso sul serio l’esigenza di giustizia sociale, un po’ insoddisfatto dal realismo borghese di chi ci proponeva solo di assestarci in quel contesto sociale, un po’ memore della faccia di tanti compagni di liceo che chissà dove erano finiti e se avevano avuto a che fare con problemi simili.
La lettera di Silvi mette il dito sulla piaga e, proprio come una ferita, ancorché chiusa, lascia la cicatrice come memoria di ciò che è accaduto. Ma la realtà è ostinata, ed ogni tentativo di rimuoverla o di vendicarla tradisce un limite.
Solo due brevi considerazioni. La più istintiva: come forma di risarcimento sociale dovrebbe essere sentito compito prioritario, da parte di tutti, compresi i reduci di quella guerra, promuovere un clima che, una sola generazione dopo, allontani giovani generosi dalla tentazione devastante di certe scorciatoie. Certe demonizzazioni, comportamenti e linguaggi di ragazzetti fanno riprovare gli stessi timori di allora.
Mi avventuro nella seconda, incoraggiato dai passaggi finali del lucidissimo intervento di Riccardo Zucconi, laddove parla della croce di Cristo. Dentro le dinamiche umane si percepisce, più o meno chiaramente, il bisogno di qualcosa che ecceda le nostre misure, anche nel campo della giustizia. Qualcosa che non minimizzi o banalizzi la colpa e la sua indispensabile espiazione, ma che non escluda il perdono, “perché la giustizia umana è esposta alla fragilità e ai limiti degli egoismi individuali e di gruppo” (Giovanni Paolo II).
L’esperienza quotidiana di ognuno ci inchioda a limiti e miserie che se non condonati a vicenda renderebbero impossibile ogni rapporto umano. Per chi ha figli è fin troppo evidente che la legge della gratuità senza essere codificata è di sicuro la più praticata nei secoli.
Misericordia è, in linguaggio cristiano, la parola più adeguata per lasciare intatto il dovere di un giudizio, e nello stesso tempo esprimere la comune necessità di essere continuamente riaccolti. E un uomo consapevole che lui per primo ha bisogno di esser guardato con misericordia è più capace di usarla con gli altri. Perlomeno è una possibilità per tutti.
Fuori di questa possibilità non vedo altra alternativa alla “summa lex, summa iniuria” ed al calcolo dei torti e delle ragioni che variano in rapporto ai climi culturali e giuridici di quella contingenza storica, e sostanzialmente ai rapporti di forza esistenti. Cosa che accade anche oggi a riguardo del tema politico che la nostra discussione richiama: chiudere una fase storica con amnistia, grazia etc.
Mi rendo conto che su questa china si rischia di andare fuori tema, ma più passa il tempo e più mi sembra ragionevole ricorrere a ciò che “eccede” per spiegare esaurientemente l’uomo e ciò che gli capita di vivere. Del resto le stesse lettere ospitate, e quella di Riccardo esplicitamente, invocano spiragli di speranza e di salvezza che, per grazia, qualcuno da duemila anni a questa parte, ha incontrato e testimoniato.
Ciao, Graziano