Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 89 (24.10.2002) Giannozzo Pucci, Leonardo Tirabassi, Matteo Canale Jacolina

Questo numero
1) E’ piena la mia adesione alla dichiarazione sul prossimo Social Forum che trovate qui . Mi permetto solo di dissentire sull’affermazione "I responsabili principali delle violenze a Genova, i cosiddetti Black Bloks, non facevano in alcun modo parte del movimento" semplicemente perché falsa: il giovane Carlo Giuliani e alcune migliaia come lui presentatisi già armati (passamontagna, bastone ecc.) e con tanta voglia di provarsi, alla manifestazione, non erano dei fantomatici Black Bloks, ma appartenevano all'ala estremista del movimento. E il movimento così li ha riconosciuti, tant'è che a Porto Alegre si è ufficialmente aperto, alla presenza dei genitori, il processo di beatificazione della "povera vittima". Ma forse qualcosa sta cambiando: in questo appello si percepisce uno spirito diverso che potrebbe aprire un processo di chiarificazione.
 
2) Vitamine per il cervello: di Leonardo Tirabassi, ormai a pieno titolo il nostro esperto di pensiero strategico, pubblico l’interessante recensione al libro di Lucia Annunziata sulla possibile guerra all’Iraq.
 
LUCIA ANNUNZIATA, No - La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente, Donzelli editore, E. 10,00
 
3) Qualche lettore ricorderà forse la scheda sulla sprezzatura nella NL n° 70. Matteo Canale Jacolina l’ha scovata in rete ed ha pensato bene di aggiungervi qualcosa.
 

Leonardo recensisce


Ho letto con piacere il libro di Lucia Annunziata. Ha il pregio di dire cose intelligenti, documentate, e in breve spazio. E’ un libro asciutto, vibrante passione civile, rara virtù.
 
Ma non mi convince e non convince proprio nella parte sua più forte. Non penso cioè che una guerra, e questa campagna contro Saddam in particolare, possa essere valutata razionalmente ex ante, prima dei suoi esiti, e non penso che l’Europa abbia un’autorevolezza sufficiente per entrare nel merito delle scelte USA e dissentirne. Vediamo perché (il balletto a cui si sta assistendo in questi giorni riguarda in modo particolare i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e fa parte del normale gioco delle parti di qualsiasi "mercato").
 
Annunziata motiva il suo "NO" alla guerra all’Iraq sulla base di un criterio finalmente politico; è contro un attacco americano, anche se condotto sotto l’egida dell’ONU, adducendo motivi pragmatici di efficacia. Cioè, è vero che Saddam è un despota da rovesciare, ma la guerra "full scale" sortirebbe effetti negativi superiori a quelli, sperati, di segno positivo. L’intervento militare contro Saddam essendo inefficace si trasformerebbe in "ingiusto" a causa della "nuova dottrina rivoluzionaria" (pag. 6) degli Stati Uniti in materia di politica estera. La conclusione a cui Annunziata perviene è un giudizio durissimo sulla nuova strategia di Bush: "la nuova dottrina americana (…) soffre (…) di egocentrismo, di menefreghismo, di arroganza, (…) di approssimazione". E’ valida questa obiezione?
 
Io penso di no, e provo a dimostrarlo. Prima di tutto l’impianto logico: volendo finalmente buttare a mare il ciarpame ideologico sentimentale "politically correct" a cui la sinistra è ormai ridotta, Annunziata scopre la dimensione pragmatica, cioè l’utilizzo dei mezzi appropriati per raggiungere il fine nel rapporto più utile e razionale possibile, come unico criterio. E questo è, sì, un criterio corretto, ma anche di difficilissima analisi razionale anche per i protagonisti, figuriamoci quando si hanno a disposizione informazioni scarse ed inferiori agli attori. Voglio dire che la guerra (1) è tra tutte le azioni umane quella più irrazionale e sottoposta al caso, dove intervengono fattori difficilmente conoscibili "prima", la guerra infatti come dice giustamente Annunziata "è per eccellenza un evento dovuto a precipitazioni politiche" (p ix); (2) noi disponiamo di informazioni inferiori agli attori. Cosa significano queste due obiezioni?
 
Solo due cose. La prima, semplice, possiamo valutare una guerra alla luce di principi generalissimi di legittimità e prudenza, ma che sono talmente tanti i fattori che intervengono sconosciuti, intuibili, conosciuti, conoscibili, casuali ecc. che conclusioni sulla razionalità dei mezzi, a meno che non si sia davanti ad errori lapalissiani assimilabili all’imbecillità, sono difficilissime da trarre, fino a risultare azzardate, e perciò andrebbero considerate per quello che valgono: consigli di prudenza che vengono da una saggezza di buon senso, da non sottovalutare ma nemmeno da considerare validi come fossero un teorema. Purtroppo l’efficacia di una guerra si può misurare razionalmente solo dopo. Se la guerra sarà breve, se il popolo americano sopporterà eventuali perdite, se ci sarà una rivolta negli stati maggiori iracheni, se non verranno utilizzate armi di distruzione di massa, se i paesi arabi limitrofi, più o meno moderati e alleati, non tracollassero, se... se... se...
 
Ben diverso è invece l’argomento della "legittimità", cioè sulla giustizia di una possibile guerra. Come si sa, questo è un argomento a disposizione di tutti, di pubblico dominio, dove è possibile per chiunque esprimere una propria opinione sensata. Una volta però ammessa la legittimità, non la legalità che non esiste nelle relazioni internazionali, le modalità d’azione fanno parte appunto dell’arte della guerra, dalla strategia alla tattica. Una guerra può essere giusta, necessaria, con tutte le scelte strategiche opportune ma risultare persa per motivi, ad esempio, di scelta di teatro. Non solo: nelle guerre asimmetriche (anche questa eventuale guerra non è "full scale", anche se totale) i differenti fattori ed i piani dell’azione si confondono tra loro in modo difficilmente inestricabile saltando da un livello all’altro. Da quello tattico a quello strategico e politico e viceversa molto più velocemente e caoticamente che in uno scontro tra uguali. La guerra del Vietnam è stata ingiusta perché gli USA hanno perso? Ma hanno perso perché era ingiusta o perché hanno sbagliato tutto sul piano militare, dalla teorizzatone della "escalation" al dover combattere nella giungla e quindi i mezzi impiegati sono risultati inefficaci? O hanno creduto di combattere sul fronte della Guerra Fredda e invece si sono trovati nell’ultima guerra di decolonizzazione? O è semplicemente durata troppo con troppe perdite e uno stato democratico non può più permettersi questi costi? O hanno sbagliato a rimanerci invischiati, cioè a non ritirarsi in tempo?
 
Il sospetto è che Lucia Annunziata scivoli dal giudizio di inefficacia a quello di ingiusto perché in realtà questa conclusione sia la premessa di tutto il suo ragionamento, cioè gli USA starebbero per commettere un errore perché accecati da un sacro furore ideologico contro il male che, come tutti gli odi, obnubila la mente. Non solo, questo sacro fuoco è sbagliato, perché è dettato da una visione politica super conservatrice e reazionaria, con il risultato di produrre una logica delle relazioni internazionali muscolare ed unilaterale (si può definire "decisionista"?). A supporto di quanto detto, presenta la prova dell’avversione contro la tecnica (pag. 60) dimostrata da questa amministrazione repubblicana, non accorgendosi che si sta invece sottolineando una caratteristica del terrorismo moderno che ha la disponibilità di risorse tecniche a basso costo, facilmente manipolabili e alla portata di tutti, da Internet alle armi chimiche, di impatto micidiale.
 
Il secondo errore sta in un difetto comune a tutto il pensiero strategico europeo, non solo di sinistra. Come punto di partenza dell’analisi, non vengono prese le minacce alla sicurezza che il mondo si trova ad affrontare, ma le modalità della risposta degli Stati Uniti, come cioè gli USA stiano reagendo a queste! Non si parte, come sarebbe auspicabile, (1) da un’analisi delle minacce nuove da affrontare - terrorismo, armi di distruzione di massa, organizzazioni armate, stati falliti e stati canaglia - che si sommano a quelle solite (turbamento degli equilibri regionali) alla luce (2) del nuovo contesto di relazioni internazionali, fine della guerra fredda e del bipolarismo, ed entro una cornice radicalmente nuova che va sotto il nome di (3) "globalizzazione". Non si vede, cioè, l’attacco all’unica super potenza dentro il suo quadro logico proprio. Dico questo, perché se si stesse entro questi binari tracciati, allora si capirebbero alcune cose e innanzitutto la principale: l’Europa non è più al centro dello scacchiere dei conflitti mondiali dopo circa cinquecento anni e quindi gli USA per le proprie alleanze strategiche, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, guardano altrove, alla Russia ed alla Cina. Per di più a questo lutto da elaborare, si aggiunge un altro comportamento paradossale di noi europei: militarmente il Vecchio Continente non conta più niente, e ciò nonostante abbiamo sempre bisogno del nostro alleato per la nostra sicurezza, persino per mettere ordine in casa nostra, come è avvenuto nei Balcani.
 
Se si tenesse sotto gli occhi la situazione post 11 settembre, si vedrebbe inoltre che i meccanismi internazionali di sicurezza (Onu) e di difesa (Nato) sono stati creati per affrontare una situazione che ormai non c’è più, la guerra fredda. Che possiamo discutere dell’ art 18, di Termini Imerese, rimandare la riforma delle pensioni e spendere un’insignificante punto del PIL per la difesa, perché ci sono altri che difendono le nostre vite, il nostro paese. Oggi, dopo il crollo del muro, tale condotta ha un prezzo che adesso, finita appunto la guerra fredda, dobbiamo pagare; cioè, il nostro scarso impegno sulla sicurezza significa che abbiamo poca voce in capitolo sulle scelte americane. Una volta riconosciuta legittima la guerra, non possiamo far altro che aiutare gli USA, lasciando loro, perché sono loro che agiscono, la responsabilità dell’opportunità della scelta delle modalità: il dove, il come ed il quando. Oppure, esser disposti a pagare altri prezzi: stare da soli ai margini della scena mondiale o costruire una difesa autonoma e partecipare alle grandi decisioni.
 
Credo che sinceramente l’Europa non stia capendo cosa ci è successo con il terrorismo nell’era della globalizzazione e dopo il bipolarismo. Mi sembra senza fondamento la conclusione a cui giunge Lucia Annunziata quando afferma che gli Stati Uniti con la nuova dottrina stiano distruggendo "il vecchio ordine" (pag.71), perché quell’equilibrio è finito con la scomparsa dell’URSS; il terrorismo a matrice fondamentalista islamica di Bin Laden è anche la conseguenza del crollo del muro di Berlino. E quindi perché gli Stati Uniti che sono l’unica vera potenza globale non dovrebbero ridisegnare la nuova politica internazionale? Non hanno anche un dovere morale da assolvere e per giunta non gli viene richiesto praticamente da tutti di occuparsi degli affari del mondo, a partire da noi europei, sempre per citare i Balcani?
 
Noi europei, non disposti né a morire, né ad aprire il portafoglio, si sarebbe voluto che gli Stati Uniti fossero venuti da noi a chiederci, vista l’amicizia che ci lega dato che ci hanno salvato ben due volte da dittature varie e tirato fuori da una situazione imbarazzante – l’affaire dell’ex Jugoslavia, di elaborare assieme a noi, che non lo facciamo nemmeno per noi stessi, la nuova strategia contro un nemico che ha colpito in prima persona ed in modo terribile quel paese!
 
Tutto bene allora nella nuova visione della sicurezza dell’era Bush Junior? No, in primo luogo, se è vero che queste istituzioni internazionali sono state create per un mondo ormai tramontato, è anche vero che esistono e che la loro funzione si è andata progressivamente trasformando e quindi dobbiamo farci i conti. Gli USA prima di tutti gli altri paesi, e nel loro interesse, devono indicare quale è il ruolo che i vari organismi internazionali hanno da svolgere in questa epoca e sottoporre questo disegno ad una verifica pubblica. In secondo luogo, gli Stati Uniti devono stare attenti alla miscela esplosiva che stanno maneggiando fatta di vulnerabilità e potenza quasi assoluta, perché l’hybris esiste.
 
Il merito maggiore di "NO" consiste nel costringersi a continuare a riflettere sulla guerra, perché non ci siamo abituati, e su quale sia il nostro "interesse nazionale", perché in un paese democratico l’interesse nazionale non è più il risultato di immutabili fattori geopolitici ma è il frutto di una continua discussione tra i cittadini e delle scelte dei governi.
 

Interviene Matteo Canale Jacolina


È possibile complimentarsi per l'attenzione rivolta alla Campo (NL N° 25), o siamo fuori tempo massimo?
 
Ho adorato il riferimento alla sprezzatura, tema carissimo e fondante l'opera intera della nostra (nevvero?) Cristina.
 
Vorrei - se possibile - aggiungere un breve riferimento "giapponese" alla comprensione dell'idea. Lo traggo da Zolla (siamo sempre in famiglia), precisamente da Lo stupore infantile, Adelphi 1994, pagine 232 e seguenti:
 
"[Kuki] era figlio d'un consigliere di Hiroito, filosofo, erudito delle cose patrie, ma conoscitore altresì del sanscrito e quindi del greco, esperto delle lingue europee moderne. Ma accanto agli studi coltivò un interesse bramoso per l'eros delle cortigiane. Le due passioni lo consumarono e lo esaltarono. Venne in Europa fra le due guerre mondiali e frequentò Bergson, quindi Heidegger, col quale fece lunghi discorsi, che Heidegger rammenta nel volume del 1959 tradotto da noi come In cammino verso il Linguaggio. Vi si menziona il vocabolo che Kuki tentò di illustrare nel suo raffinato tedesco, IKI. Heidegger propone di tradurlo con "grazia". Quanto era distante!
 
Kuki, che doveva morire giusto prima che finisse la guerra, tentò di rimediare negli anni Trenta, con un delizioso trattatello, La struttura dell'IKI.
 
Se si consulta il vocabolario, IKI con certo ideogramma significa "respiro", con ideogramma diverso "sciccheria", "stile".
 
Esso apparve tardi, all'inizio dell'Ottocento, a designare l'eleganza delle cortigiane, sintesi di spontaneità e di artificio in cui Kuki vede affiorare tre elementi: una seduzione che inquieta, una forza spirituale che mantiene distanti, una rinuncia ai giochi consueti dell'amore passionale.
 
Kuki mette quest'eleganza in rapporto con i tre talismani dello shinto; imperiale: il gioiello, o magatama in forma di feto, che é la bellezza della seduzione; la spada, che é la forza del distacco; lo specchio che é rinuncia e distanza contemplativa. Furono i tre doni della dea solare alla dinastia imperiale e tornano in essere con le mosse incantevoli e austere delle cortigiane.
 
IKI ha qualcosa a vedere con la sprezzatura, un vocabolo di Baldesar Castiglione, così amato in Giappone, cui si dedicò, con tanta delicata passione Cristina Campo.
 
Pare a Kuki che l'IKI sia esclusivamente giapponese. Il suo significato si potrà tentare di accostare, con infinita difficoltà.
 
[…]
 
Proviamo a tradurre IKI.
 
Kuki suggerisce chic, che proviene da Chicane, l'arzigogolo furbo, o forse dal tedesco Schick, l'abilità, l'eleganza.
 
Si può anche pensare a Coquet, galante, ma quando Carmen canta con insistenza la habanera per sedurre Don José non è certo IKI.
 
Kuki arriva a concludere che esiste un'incommensurabilità irriducibile fra l'esperienza d'un significato e la sua significazione.
 
Invoca Anselmo, il quale poté sostenere che le Tre Persone erano un'unica sostanza perché credeva alla realtà dei generi, mentre Roscellino riteneva che il genere fosse soltanto un significante e sostenne perciò che le Tre Persone erano tre diverse divinità. Dobbiamo attenerci al brillante, eretico Roscellino, sostiene Kuki, stare all'esperienza dell'IKI.
 
Esso comporta una seduzione irregolare, un'aria conturbante, che riduce la distanza tra la cortigiana e l'uomo da sedurre e tuttavia la mantiene.
 
IKI comporta uno spirito forte nella donna, perfino una riluttanza al sesso e un'indifferenza la denaro e infine una rinuncia o conoscenza che ha nozione del destino e si è liberata dagli attaccamenti.
 
l'IKI lambisce l'esperienza buddista dell'irrealtà d'ogni cosa. E nasce in casa di geisha.
 
IKI è una seduzione fine a se stessa, ignara delle ossessioni amorose, esige la libertà di che non si fa più avvincere, anche se concede il capriccio della lieve infatuazione. Suo colore non è il rosato dell'amore appassionato di Stendhal, ma il beige.
 
IKI è opposto alla dolcezza come l'austerità alla goffaggine; sta all'austerità come la distinzione alla modestia, la vistosità alla volgarità.
 
Si pronunci una parola prolungandola, poi si tronchi di netto: si sarà parlato IKI, specie se si sarà usato un timbro di mezzosoprano.
 
Si tenga una postura inoltre mezzo inclinata. Ci si avvolga di stoffe trasparenti. Si abbia l'aspetto di chi esce dal bagno (momento squisito che la pittura occidentale ignora). Il profilo IKI sarà snello, il volto affilato.
 
Lo sguardo IKI è di sottecchi, con pupille che esprimono una rinuncia senza sforzo. Le guance saranno giusto sorridenti, i capelli, senza unguento, non penderanno come quelli di Melisenda, "color pacchiano dell'oro".
 
[…] Kuki parla di IKI nell'architettura. Non dice nella città. Forse perché in Giappone città a rigore non esistono, è assente l'irradiazione dalla piazza, le casette sono assiepate. Ma dice che IKI sarà il bambù contro il legno. Se l'architettura è musica rappresa, la musica è architettura fluente: IKI sarà nello scarto tra teoria e prassi musicale, che ridotto dà nell'austero, eccessivo produce il volgare. Ogni momento dell'arte parla di un'esperienza precisa, come il larghetto nel secondo movimento del concerto in fa maggiore di Chopin, che vi imprime il suo amore per la Gladwoska, ma è un nesso quasi inconscio.
 
Sicché IKI potrebbe perfino affiorare nell'arte d'Occidente e sembra davvero accennato in certi passi di Baudelaire.
 
Ma come si farà a preservarlo, a coltivarne l'anamnesi? Risponde Kuki: ricordando l'etica giapponese del guerriero, la teoria altresì giapponese dell'irrealtà buddhista, mantenendo lo sguardo lucidamente appuntato al destino, con un'aspirazione struggente alla libertà spirituale.
 
IKI, dunque, come lima, che è pura lama, crudele e insaziabile; come epitome del famosissimo stile dell'anatra: vorticoso lavorio sott'acqua, scivolio elegante sopra; come nostalgia della perfezione assoluta? della perizia d'un orefice, nato spaccapietre? come dandysmo fuor degli equivoci da Sartine d'Italia guidodaveroniane: dandysmo come disciplina e pudore di sé? Come attenzione al dettaglio, alla "noce" delle fiabe?
 
"Descrivere con estrema precisione fisica cose fisicamente impossibili" secondo insegna Hofmannsthal.
 
Seguire Léon Bloy - già e per sempre: "lo splendore dello stile non è un lusso ma una necessità (...) ché la Verità ha da star seduta in gloria" IKI quale "tramontana stella" che orienti la nostra vita.
 
Matteo Canale Jacolina