Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 96 (15.11.2002) Francesco Merlo e il pesce di Vattimo

Questo numero
Daniela Mugelli, una nuova arrivata che mi dà ancora del lei, mi segnala “questo articolo intelligente e stimolante”. L’argomento mi tocca troppo da vicino e mi trattengo dal fare commenti.
 

Berlusconi ha chiesto la grazia, ma Vattimo vuole che Adriano Sofri marcisca in galera (di Francesco Merlo)

Il Corriere della Sera

Sembra una barzelletta, ma adesso che anche Berlusconi vuole la grazia per Adriano Sofri, sono gli altri, i suoi avversari più ideologizzati, i presunti amici politici di Sofri che non la vogliono più, e anzi temono la grazia come una disgrazia. E difatti i fantasmi di quella che fu l’orgogliosa sinistra, le larve della nostra Utopia, i fraticelli dei girotondi e dell’indignazione pubblicano sull’Unità un appello a Sofri, firmato da Gianni Vattimo e non da un autore di testi comici demenziali, affinché, se graziato, il detenuto Sofri rifiuti - proprio così - di uscire di galera, si aggrappi alle sbarre, si barrichi nella cella. Insomma, per far contento Vattimo che lo «ammira tanto», definitivamente Sofri marcisca nel carcere di Pisa «per difendere la democrazia calpestata». Dia retta e non si faccia liberare da questi liberatori «perché questa volta ne vale la pena». E Vattimo persino minaccia col dito alzato: «Per quello che sei e rappresenti ne hai quasi un imperativo dovere». Vattimo capirebbe infatti se Sofri scappasse, come il conte di Montecristo; dice d’essersi addirittura augurato che Sofri finisse con «l’ammettere una colpevolezza che sapeva non appartenergli».
 
Tutto Vattimo accetterebbe da Sofri e per Sofri, ma non che uscisse di galera con l’aiuto di Berlusconi. E’ infatti dovere di Sofri custodire la propria cella come la tomba della libertà e della «severa regola etica e politica»: la prigione di Sofri diventi il patibolo di Berlusconi. Così, nelle salde mani di Vattimo e di Pancho Pardi, che firma sullo stesso numero de l’Unità un lungo articolo d’appoggio, anch’egli intonando con passione un inno alla galera (altrui), la detenzione di Sofri diventa necessaria per «resistere a Berlusconi, al suo giornalista di servizio Giuliano Ferrara», «a questa intollerabile immondizia». Vattimo non sopporta che l’iniziativa di Berlusconi a favore di Sofri passi attraverso una lettera scritta al Foglio , che è il giornale appunto diretto da quel Giuliano Ferrara verso il quale «un po’ di razzismo delle idee e delle convinzioni politiche mi sembra indispensabile: non sono Dio e ho giustamente paura di contaminarmi». E qui, scoprendo la sua natura umana a chi lo aveva confuso con Dio, Vattimo mostra chiaramente dove portano l’indignazione e l’invettiva; e quanto abbassi il tasso di civiltà questa letteratura politica, questo trasloco della ragione dalla testa allo stomaco, dal cervello alle viscere.
 
Non sappiamo a che cosa mirava Berlusconi, non sappiamo se voleva mettere in difficoltà la sinistra, come sta accadendo. Tutti sappiamo però che Ferrara si è sempre battuto per Sofri, molto prima che Berlusconi inventasse Forza Italia. E si è battuto anche contro il realismo e qualche volta contro il rispetto delle istituzioni, animato dall’affetto sincero e dalle sue personali opinioni. Sospettiamo perciò che la lettera al Foglio sulla grazia a Sofri non sia un servizio di Ferrara a Berlusconi, ma al contrario che sia stato Berlusconi a fare un servizio a Ferrara, e, di conseguenza, a tutti quelli che non sopportano più Sofri in galera. Non tanto a quelli che credono nella sua «non colpevolezza penale» (che è materia affidata e già risolta dai giudici), ma soprattutto a quelli che non vogliono fermare la storia a trent’anni fa, magari perché sanno che i propri pensieri di allora erano gli stessi pensieri di Sofri, e che lui sta in prigione in rappresentanza di una generazione, sicuramente al posto di un altro, perché il Sofri di oggi non è il Sofri di una generazione fa.
 
Paradossalmente, chi somiglia al Sofri di trent’anni fa è proprio il Vattimo di oggi, che lo vuole in galera «per ammirazione e per affetto» mentre denuncia che la Lega lo vuole dentro «per idiozia» e Fini «per faziosità». E chissà la differenza tra un calcio alle gengive ricevuto per affetto e uno ricevuto per idiozia o per faziosità. E’ vero che come attenuante (aggravante?) Vattimo, senza volerlo, confessa di non sapere di che cosa parla, visto che in prigione non c’è stato mai, professore di una materia che non professa, cavaliere che suona la carica stando a cavallo di un cavallo a dondolo, viso truce e spada di carta: «Io certo non lo saprei fare, confesso che al tuo posto avrei ammesso qualunque cosa».
 
Si potrebbe ridere di questa prosa se l’indignazione e l’invettiva non fossero, e non da oggi, la colonna sonora dell’Italia politica. E sarebbe giusto cominciare a ricordare. Fu proprio l’indignazione ad armare la mano degli assassini del commissario Calabresi. E anni di indignazione accumulata contro la Dc prepararono il delitto Moro. L’indignazione, quando diventa letteratura politica, sempre degrada la mente. Non c’è alcun coraggio nell’oltranza dell’indignazione e Sofri è abbastanza intelligente per capire che questi sragionamenti moralistici contro di lui hanno il merito di chiarire definitivamente il rapporto di ambiguità che, purtroppo, una certa parte della sinistra, la peggiore, ha con la sua galera, e quanto sia necessaria a quel che rimane del marxismo e del cattolicesimo sociale la sventura dell’eroe.
 
In siciliano Sciascia inviterebbe Vattimo «a non futtiri ccu pisci di nautru» e a trovare, dunque, il modo (non manca a lui) di accomodarsi in prigione e di chiedere come riscatto della propria liberazione quel che egli pretende da Sofri, e cioè «che Previti abbia assaggiato almeno un giorno di galera». Intanto, nell’attesa, noi, liberi e belli, apriremo un gran dibattito politico, culturale ed etico, appassionato e indignato, sul fenomeno Berlusconi, e se siano o no regime «tutte le turpitudini che ci fanno digerire e che ci fanno vergognare di essere italiani».
 
Francesco Merlo