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Il Covile - N.o 100 (28.11.2002) Franco Fochi e la morte del canto

Questo numero


Doveva essere un po’ speciale questo numero 100. A mio parere lo è per il bell’articolo di Franco Fochi che, grazie all’elaborazione di Francesco Porciatti, trovate più sotto. Dalle quattro parti del Mondo stanno intanto arrivando conferme per l’incontro del 14 p.v., la prossima volta sarete informati.
 
“Originariamente uomini e donne dovevano cantare, come suggeriscono fortemente i costumi degli aborigeni australiani di cui parlano Chatwin e Marlo Morgan”. Jacques Camatte, Dialogando con la vita
Camatte pensa all’uomo prima della Caduta, mentre José Bergamin, in Decadenza dell’analfabetismo, attribuisce la scomparsa del canto del popolo all’alfabetizzazione (Ivan Illich, che gli è debitore, parla di scolarizzazione).
Fatto gli è che noi cinquantenni, e ultra, siamo ancora “tali da potersi ricordare di quando il canto era una cosa viva e di tutti”. L’abbiamo visto morire, ma la nostra anima ne è rimasta impressa.
Franco Fochi è riuscito a dirlo per tutti noi.
Un ringraziamento a Cesare Cavalleri, direttore di Studi Cattolici, per la gentilezza con la quale ha acconsentito alla ripubblicazione.
 

Franco Fochi - Dizionario d’occasione / La morte del canto


da Studi Cattolici 499

Dal verbo cantare deriva una famiglia numerosissima di vocaboli (canto, cantica, cantilena, cantastorie...) con riflessi nel variegato mondo dei cognomi (Canterini, Cantalamessa... ), dei toponimi (Cantagallo, Cantarana... ), ecc. E già questo viene a dirci quanta parte abbia avuto il cantare nella nostra vita d'ogni giorno.
 
Nel numero scorso di Sc è comparsa una mia poesia (Papaveri) che contiene questa frase: Oggi non c’è chi canti. Dicevo in quel numero, in una nota di commento, che queste parole esprimono un mio cruccio: uno dei più acuti fra quanti accompagnano il mio convivere con un mondo sempre più distante. Laudator temporis acti: ne sono conscio e non me ne vergogno. Mi dolgo invece del trovarmi davanti, per quest'argomento, una cerchia di lettori fatalmente ristretta: fatta di almeno (e ripeto almeno) cinquantenni, cioè tali da potersi ricordare di quando il canto era una cosa viva e di tutti. Ma ancor più mi dolgo che la fine d'una tale condizione sembra non esser colta dai molti che lamentano la sparizione delle rondini e del silenzio, l'inquinamento che ci minaccia da ogni parte e il fatto che molti bimbi e ragazzi di città non hanno mai visto uno di quegli animali domestici in cui prima tutti, più o meno, c'imbattevamo quotidianamente. Fenomeni, questi e altri consimili, senza dubbio dolorosi e allarmanti, ma meno gravi, in sé, dell'estinguersi d'una cosa
 
che è stata condimento della vita umana fin dal suo sorgere. Se infatti risaliamo i secoli e i millenni, non troviamo né un momento né un popolo in cui la gente non abbia sentito la necessità (dico la necessità) di cantare. Un tale fatto - nuovo, assurdo, innaturale l'abbiamo tra noi oggi, avvenuto quasi di colpo. E quel bisogno represso non è ultimo a spiegare (in un rapporto di causa-effetto poco districabile) la nevrosi che sempre più ci affligge. Si usava dire: Canta, che ti passa. Nella sua apparenza scherzosa questa massima popolare - nata tra i fanti della prima guerra mondiale; graffita sulla parete d'una dolina carsica, secondo Piero Jahier, Canti di soldati, 1918 - valeva, al dire di Alfredo Panzini, un trattato di filosofia. E certamente era una medicina di provata efficacia: pare che non la vendano più.
 
Cantando come donna innamorata (Dante, Purg. XXIX, 1): eco del cantava come fosse innamorata di Guido Cavalcanti (ballata della pastorella), ma anche espressione d'un concetto e d'una realtà comunissimi fino a ieri. Oggi, ditemi dove s'incontrano più, insieme, quelle due idee di canto e amore rimaste strettamente e spontaneamente unite attraverso i millenni. In compenso vediamo esposte, ostentate, cose che per loro natura non avrebbero nulla di pubblico, come, in tema d'amore, il bacio, svilito e dissacrato in un'esibizione che a noi vecchi può apparire soltanto stupida e pietosa.
 
Sfogliamo Leopardi. C'incontreremo continuamente in richiami al canto, sia che egli l'ascolti lontanando morire a poco a poco nella Sera del dì di festa, sia che gli giunga da vicino, dalla voce dell'artigiano che s'affaccia sull'uscio nella Quiete dopo la tempesta: mentre il commosso ricordo di Silvia s'associa a quello di stanze e vie inondate dal perpetuo canto dell'allora felice fanciulla: perpetuo, si badi bene, cioè continuo, essendo lavoro e canto naturalmente accompagnati, allora, come sono stati ancora ai miei tempi per artigiani, operai, contadini, pescatori, massaie intente al lavori di casa, e chi più ne ha più ne metta. Nello stesso modo io ritrovo nei miei ricordi i canti notturni, che l'infelice poeta accoglie, consolatori, quando gli giungono dai sentieri della sua campagna.
 
Avanti, miei coetanei e anche meno (ma non troppo): si ripensino le belle sere d'estate, coi cori che invadevano aie, prati, giardini e vie cittadine. Si cantava dappertutto e di tutto. E c'erano, fatalmente, anche le canzonacce: equivoche, scurrili, come doveva essere quella che i due bravi cantano allontanandosi da don Abbondio dopo averlo "avvertito". Sparite anche loro. Oggi! Che è tutto dire. Oggi non si canta più né il brutto né il bello, né il buono né il cattivo. Se n'è persa del tutto l'abitudine: per la prima volta nella storia dell'umanità.
 
In certi luoghi particolarmente suggestivi erano una componente non ultima dei loro fascino le voci spiegate della gioventù. Così nei lungarni di Pisa. In questa città s'è andato raddoppiando. triplicando, quadruplicando il numero degli studenti; ma delle loro voci, la sera, non si sente più nulla. Quelle voci le ho risentite con mia meraviglia nella primavera dei 1974 a Madrid, quando da noi tacevano da un pezzo. Il regime franchista, sopravvivendo a sé stesso, faceva il tiro alla fune con la storia: sicuro di perdere, ma tuttavia deciso a tenere in vita il più a lungo possibile un mondo altrove già crollato. E in quel mondo c'era, naturalmente, dei male e del bene.
 
Oggi che il cantare è un'espressione delegata, lasciata a chi lo fa per mestiere, le cosiddette canzoni ci assediano, ci assordano, ci seguono da mattina a sera dovunque andiamo (con quali voci si sa). Dai più, intanto, né si canta né si ha l'idea del cantabile. Perso anche questo concetto fondamentale, anche qui in un rapporto oscuro di causa ed effetto che può richiamare il classico problema dell'uovo e della gallina. Sta il fatto che le canzoni d'oggi hanno raramente qualcosa di cantabile. E lo stesso può dirsi, fatte poche eccezioni, dei nuovi canti di chiesa. Quelli d'un tempo, spazzati via indiscriminatamente (e ce n'erano anche di bellissimi), avevano tutti in comune la capacità di trascinare, commuovere, unire il popolo in una sola voce e in una sola anima: quello che invano si cerca oggi arrovellandosi in infinite discussioni. Se non si ritorna lì (e dubito che sia ancora possibile), se non ci si riattacca alla radice del cantare vero, la confusione non potrà che aumentare. In chiesa come fuori è violata la natura, che si può anche sconfiggere, ma sottomettere mai. E non c'è sofisma o ricetta che possa sostituirla.
 
Franco Fochi