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Il Covile - N.o 105 (15.12.2002) Piero Ostellino e la libertà di lavoretto

Questo numero


Nell’incontro di ieri, che è andato molto bene e di cui forse qualche volenteroso riferirà, sono emerse varie idee alle quali lasceremo il tempo di maturare.
Intanto mentre la cartella col materiale da inviare continua minacciosamente a crescere vi invio questo condivisibile articolo (solo un po’ troppo farcito di virgolette: ma anche di questa moda deprecabile, nonché piena di rilevanze metafisiche, parleremo in futuro) che Iacopo Cricelli aveva messo alla mia attenzione e che avevo, ahimè, trattenuto.

 

Società aperta è anche libertà di «lavoretto» - di Piero Ostellino


Corsera 10-12-2002
 
Personalmente, a differenza di sindacati, sinistre e Confindustria che ne sono scandalizzati, mi conforta che i cassintegrati Fiat possano integrare le loro entrate (l' 80% dello stipendio) con qualche «lavoretto non ufficiale» , come ha detto imprudentemente il presidente del Consiglio. Sono state, quelle di Berlusconi, le sole parole «forti», di fiducia in una società libera, pronunciate in un anno e mezzo di governo. Sorprendente, se mai, è che egli abbia voluto smentirle subito dopo con un comunicato «politicamente corretto» . Ancora più sorprendente, poi, è la reazione confindustriale, in nome di una legalità «positivistica» (la legge è la legge) speculare alla rigidità «dirigistica» (il cassintegrato non può neppure fare piccoli lavori per sbarcare il lunario) di sindacati e sinistre.
Se i cassintegrati della Fiat riuscissero a fare qualche «lavoretto non ufficiale» , ne sarei felice innanzi tutto per loro, che, in tal modo, risolverebbero il più urgente dei loro problemi: quello economico. Ma ne sarei felice anche come cittadino, perché ciò vorrebbe dire che vivo ancora in una «società aperta» , dinamica, flessibile, nella quale chi esce temporaneamente dal sistema produttivo vi può rientrare spontaneamente, anche se solo parzialmente, e non solo «per legge» . Non vivo, cioè, in una «società chiusa» , dirigistica, collettivistica, nella quale gli individui sono incasellati in uno schema rigido prefissato dai nemici della società aperta, e gli occupati fanno gli occupati, i cassintegrati i cassintegrati, i disoccupati i disoccupati.
Per me, liberale, i cassintegrati Fiat sono uomini in carne e ossa che hanno un immediato problema concreto: guadagnano meno di prima. Ciò che a me interessa, dunque, è innanzitutto che siano nelle condizioni di poterlo risolvere senza troppi impedimenti. Ho l'impressione che, per i sindacati e le sinistre, i cassintegrati Fiat siano ancora una «categoria» , come il proletariato e la classe lavoratrice, in nome dei quali sono spesso stati sacrificati gli uomini in carne e ossa. Ciò che a loro interessa è l'affermazione di un principio, l'astratta distinzione fra «lavoro nero» e occupazione regolamentata.
Parimenti, ho l'impressione che la Confindustria non abbia ancora capito che cos'è una società liberale; cioè che la legalità non sempre coincide con la legittimità, con il «bene comune» e che la legge, per essere condivisibile e legittima, deve essere anche «giusta » .
Per me, liberale, «lavoro nero» è, infatti, il sistematico e continuativo sfruttamento dei lavoratori disoccupati da parte di «padroni» che, in tal modo, evadono non solo le garanzie a tutela del Lavoro, ma anche il fisco, facendo un danno all'intera collettività. Il «lavoretto non ufficiale», saltuario e estemporaneo, con cui il cassintegrato risolve i suoi problemi, si chiama «mercato» , attraverso il quale una «società aperta» corregge pragmaticamente i danni sociali prodotti dalla dura logica del mercato stesso. A evitare che il cassintegrato e il suo provvisorio datore di lavoro evadano le tasse sul reddito così prodotto deve provvedere il fisco, non la legislazione del lavoro; una legislazione liberale non impedisce di lavoricchiare a chi ne abbia voglia e/ o bisogno, bensì prevede adeguate sanzioni solo dopo, sottolineo dopo, che il lavoricchio è diventato lavoro nero. Fino a quando sindacati e sinistre, e persino Confindustria, non capiranno questa differenza, l'Italia non sarà mai una autentica «società aperta» ; sindacati e sinistre continueranno a essere prigionieri di una logica dirigistica che fa il danno, innanzitutto, degli stessi lavoratori; e l'Associazione degli imprenditori continuerà a difendere una legalità non condivisa, illegittima e illiberale perché concepita come puro «imperio» .
In conclusione. Poiché la madre del cretino è sempre incinta, questa non è una difesa del presidente del Consiglio, ma la difesa, qui, ora, nelle condizioni date, dei cassintegrati Fiat. Non è un elogio del «lavoro nero» , ma la fiducia in una «società aperta» . Mi rendo anche conto che il mio è un «linguaggio politicamente scorretto» e concettualmente provocatorio.
Ma se non si incomincia almeno da linguaggio e dai concetti, non se ne esce.