Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 110 (7.1.2003) Scoprendo Pasolini

Questo numero


Occhio di straniero vede meglio di sparviero, dice il proverbio. L’amico Gianluca Braccini, che si occupa di compilatori c++, classi, template e metodi virtuali pių che di sociologia critica, commentando il profilo di Ivan Illich scritto da Giannozzo ha osservato: ĢMi sembra che questo Illich stesse alla Chiesa un po’ come Pasolini stava alla sinistraģ. L’analogia c’č.
A proposito di Illich, che tanto ha formato del mio pensiero, sono sempre stato colpito da due misteri.
Innanzitutto mi chiedo come mai tutti gli amici italiani di Illich salvo pochissimi (Giannozzo, Girolomoni…) siano cattocomunisti, crociati della scuola pubblica e dell’innalzamento dell’obbligo.
Il pensiero illicciano č chiaramente antistatalista: non a caso le sue tesi hanno influenzato le teste d’uovo conservatrici della rivoluzione reaganiana e sono oggi di riferimento per i libertariani.
L’altro mistero č il suo silenzio sulle affermazioni di quegli epigoni. Anche del durissimo contrasto con Balducci, per dire, non esiste traccia scritta. E ancora: spicca nelle bibliografie del maestro l’assenza dei grandi scrittori reazionari dell’ottocento ai quali era certamente debitore. Perché?
Ma su Illich e le sue reticenze avremo tutti modo di tornare.
Pier Paolo Pasolini lo conoscevo molto meno, nonostante i frequenti inviti alla lettura dell’amico Riccardo Zucconi. Stuzzicato da Gianluca ho quindi ricontrollato scoprendo le straordinarie poesie che vi allego. Anche per Pasolini vale lo stesso interrogativo: ma come faceva uno che scriveva queste cose giā nel ’62 a resistere nei salotti di Moravia e Siciliano? A differenza di Illich, il poeta ha indirettamente risposto: ecco alcuni versi di Saluto e augurio, l’ultima sua poesia in friulano, nella quale affida ad un giovane fascista il compito di continuare la sua lotta, “difendi, conserva, prega”:
(...) Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: / nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto / del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto / di ciō che egli č nel mondo. Deve difender i suoi nervi indeboliti, / e stare al gioco a cui non č mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo (…)
Ma altro ancora condividevano i due grandi: la capacitā di vedere bellezza e amore lā dove lo sguardo del borghese pių o meno piccolo vedeva (e vede) solo miseria e desolazione, come nelle bidonville messicane o nelle baracche romane degli anni cinquanta.
 
Pių sotto trovate le poesie di Pasolini, ma prima giro l’invito di Giannozzo.
 

ILLICH MEMORIA

"…questo Palestinese sulla via di Gerico vide quello che due ebrei prima di lui avevano visto: un uomo picchiato e ferito, per lui straniero. Gesų dice che fu toccato fin nelle viscere e lo prese fra le braccia. Lui, il Samaritano, con le sue viscere e il suo cuore, č diventato l’esempio di una possibilitā umana interamente nuova. Ma una cosa sicuramente il Samaritano non era: un fornitore di servizi! Eppure l’idea di una res publica come fornitrice di servizi č cresciuta indubbiamente al di fuori della rivelazione cristiana secondo la quale ognuno di noi č capace di tessere quell’unica grazia, amicizia che č la charitas."
Ivan Illich
 
MARTEDė 14 GENNAIO 2003 a Firenze

Alle ore 16,30 nella Chiesa dei Gesuiti, in via Silvio Spaventa n.2, a quaranta giorni dalla morte di Ivan Illich sarā celebrata la messa di suffragio;
la concelebrazione dei compagni di studi del collegio Capranica e amici di Illich sarā presieduta da mons. Alessandro Plotti, vescovo di Pisa, terrā l’omelia mons. Gualdrini, vescovo emerito di Terni.
Alle ore 17,30 nell’auditorium dell’attiguo Istituto Stensen, in viale don Minzoni 25 c, si terrā un ricordo di Illich aperto ad alcuni spunti di riflessione sull’importanza del suo lavoro per gli amici e studiosi che saranno presenti, fra i quali, oltre ai celebranti: Paolo Prodi, Wolfgang Sachs, Raniero La Valle, Giuseppe Sermonti, don Achille Rossi, Gianna Pomata, ecc. introdurrā Giannozzo Pucci.

 

Un solo rudere…
(Pier Paolo Pasolini 1962 da Poesia in forma di rosa)


Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione č il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche etā
sepolta. Mostruoso č chi č nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
pių moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono pių
 
[Orson Welles recita questa poesia, in una scena del film La ricotta.]

 

La poesia della tradizione
(Pier Paolo Pasolini 1971 - da Trasumanar e organizzar


Oh generazione sfortunata!
Cosa succederā domani, se tale classe dirigente—
quando furono alle prime armi
non conobbero la poesia della tradizione
ne fecero un'esperienza infelice perché senza
sorriso realistico gli fu inaccessibile
e anche per quel poco che la conobbero, dovevano dimostrare
di voler conoscerla sė ma con distacco, fuori dal gioco.
Oh generazione sfortunata!
che nell'inverno del '70 usasti cappotti e scialli fantasiosi
e fosti viziata
chi ti insegnō a non sentirti inferiore —
rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili —
chi non č aggressivo č nemico del popolo! Ah!
I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi
come oggetti di un vecchio nemico
sentisti l'obbligo di non cedere
davanti alla bellezza nata da ingiustizie dimenticate
fosti in fondo votata ai buoni sentimenti
da cui ti difendevi come dalla bellezza
con l'odio razziale contro la passione;
venisti al mondo, che č grande eppure cosė semplice,
e vi trovasti chi rideva della tradizione,
e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda,
erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato
la gioventų passa presto; oh generazione sfortunata,
arriverai alla mezza etā e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciō che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltā
e cosė capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo Ģportasti avanti la lottaģ:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia — la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato — il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l'amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sė, sė, č vero,
ma sopratutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;
non vi si riempirono gli occhi di lacrime
contro un Battistero con caporioni e garzoni
intenti di stagione in stagione
né lacrime aveste per un'ottava del Cinquecento,
né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)
non conosceste o non riconosceste i tabernacoli degli antenati
né le sedi dei padri padroni, dipinte da
—e tutte le altre sublimi cose
non vi farā trasalire (con quelle lacrime brucianti)
il verso di un anonimo poeta simbolista morto nel
la lotta di classe vi cullō e vi impedė di piangere:
irrigiditi contro tutto ciō che non sapesse di buoni sentimenti
e di aggressivitā disperata
passaste una giovinezza
e, se eravate intellettuali,
non voleste dunque esserlo fino in fondo,
mentre questo era poi fra i tanti il vostro dovere,
e perché compiste questo tradimento?
per amore dell'operaio: ma nessuno chiede a un operaio
di non essere operaio fino in fondo
gli operai non piansero davanti ai capolavori
ma non perpetrarono tradimenti che portano al ricatto
e quindi all'infelicitā
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciō che non avendo avuto non hai neanche perduto:
povera generazione calvinista come alle origini della borghesia
fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva
tu hai cercato salvezza nell'organizzazione
(che non puō altro produrre che altra organizzazione)
e hai passato i giorni della gioventų
parlando il linguaggio della democrazia burocratica
non uscendo mai della ripetizione delle formule,
ché organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sė,
ti troverai a usare l'autoritā paterna in balia del potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!
Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore
dove vorticava un'idea confusa, un'assoluta certezza,
una presunzione di eroi destinati a non morire —
oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano
una meravigliosa vittoria che non esisteva!
 
[Dalla fascetta editoriale dell'edizione Garzanti 1971, firmata da Pier Paolo Pasolini: “So anche che ci sono dei lettori che, di un libro di poesie, ne leggono solo una: in tal caso consiglierei La poesia della tradizione”]
 

Saluto e augurio
(Pier Paolo Pasolini 1975 - da Tetro entusiasmo )


E' quasi sicuro che questa č la mia ultima poesia in friulano: e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani.
E' un fascista giovane, avrā ventuno, ventidue anni: č nato in un paese e č andato a scuola in cittā.
E' alto, con gli occhiali, il vestito grigio, i capelli corti: quando comincia a parlarmi, penso che non sappia niente di politica
e che cerchi solo di difendere il latino e il greco contro di me; non sapendo quanto io ami il latino, il greco - e i capelli corti, Lo guardo, č alto e grigio come un alpino.
lo sai, č sapienza santa. Difendi, conserva, prega! La Repubblica č dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercare
di qua e di lā, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci! Che la tua camicia non sia
nera, e neanche bruna. Taci! Che sia una camicia grigia. La camicia del sonno. Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque...
Dunque, ragazzo dai calzetti di morto, ti ho detto ciō che vogliono gli Dei dei campi. Lā dove sei nato. Lā dove da bambino hai imparato
i loro Comandamenti. Ma in Cittā? Ascolta. Lā Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna. E occorrono i poveri.
"Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento. Ma ricordati, io non mi faccio illusioni
su di te: io so, io so bene., che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerō.
Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori di amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.
Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato
tra l'ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia,
Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversitā. Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi
dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; ama il loro dialetto inventato ogni mattina,
per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria. Ama il sole di cittā e la miseria dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio.
Dentro il nostro mondo, dí di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza.
Porta con mani di santo o soldato l'intimitā col Re, Destra divina che č dentro di noi, nel sonno. Credi nel borghese cieco di onestā,
anche se č un'illusione: perché anche i padroni hanno i loro padroni, e sono figli di padri che stanno da qualche parte nel mondo.
E' sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale: il resto non importa, giovane con in mano il Libro senza la Parola.
Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. lo non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto
del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciō che egli č nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti,
e stare al gioco a cui non č mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo che i mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerō leggero, andando avanti, scegliendo per sempre
la vita, la gioventų ".


A č quasi sigúr che chista
a č la me ultima poesia par furlān;
e i vučj parlāighi a un fassista
prima di essi (o ch'al sedi) massa lontān.

Al č un fassista zōvin,
al varā vincia un, vincía doi āins:
al č nassút ta un país,
e al č zut a scuela in sitāt.

Al č alt, cui ociāj, il vistít
gris, i ciavičj curs:
quand ch'al scumínsia a parlāmi
i crot ch'a no'l savedi nuja di politica

e ch'al serci doma di difindi il latín
e il grec, cuntra di me; no savínt
se ch'i ami il latin, il grec - e i ciavičj curs.
Lu vuardi, al č alt e gris coma un alpín.

ti lu sas, a č sapiensa santa.
Difínt, conserva, prea! La República
a č drenti, tal cuārp da la mari.
I paris a ān serciāt, e tornāt a serciā

di cā e di lā, nassínt, murínt,
cambíānt: ma son dutis robis dal passāt.
Vuei: dífindi, conservā, preā. Tas:
la to ciamesa ch'a no sedi

nera, e nencia bruna. Tas! Ch'a sedi
'na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.
Odia chej ch'a volin dismōvisi
e dismintiāssi da li Paschis...

Duncia, fantāt dai cialsíns di muārt,
i ti āi dita se ch'a volin i Dius
dai ciamps. Lā ch'i ti sos nassút.
Lā che da frut i ti ās imparāt

i so Comandamíns. Ma in Sitāt?
Scolta. Lā Crist a no'l basta.
A coventa la Glísia: ma ch'a sedi
moderna. E a coventin i puōrs.

Ģ Ven cā, ven cā, Fedro.
Scolta. i vučj fatí un discors
ch'al somča a un testamínt.
Ma recuārditi, i no mi fai ilusiōns

su di te: jo i sai ben, i lu sai,
ch'i no ti ās, e no ti vōus včilu,
un cōur libar, e i no ti pos essi sinsčir:
ma encia si ti sos un muārt, ti parlarāi.

Dífínt i palčs di morār o aunār,
in nomp dai Dius, grecs o sinčis.
Mōur di amōur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.

Il ciaf dai to cunpāins, tosāt.
Difínt i ciamps tra il país
e la campagna, cu li so panolis,
li vas'cis dal ledān. Difínt il prat

tra l'ultima ciasa dal país e la roja.
I ciasāj a somčjn a Glísiis:
giolt di chista idea, tčnla tal cōur.
La confidensa cu'l soreli e cu'la ploja,

Tu difínt, conserva, prea:
ma ama i puōrs: ama la so diversitāt.
Ama la so voja di vivi bessōj
tal so mond, tra pras e palās

lā ch'a no rivi la perāula
dal nustri mond; ama il cunfín
ch'a ān segnāt tra nu e lōur;
ama il so dialčt inventāt ogni matina,

par no fassi capí; par no spartí
cun nissún la so ligria.
Ama il soreli di sitāt e la miseria
dai laris; ama la ciar da la mama tal fí.

Drenti dal nustri mond, dis
di no essi borghčis, ma un sant
o un soldāt: un sant sensa ignoransa,
un soldāt sensa violensa.

Puarta cun mans di sant o soldāt
l'intimitāt cu'l Re, Destra divina
ch'a č drenti di nu, tal siún.
Crot tal borghčis vuārb di onestāt,

encía s'a č 'na ilusiōn: parsč
che ericia i parons, a án
i so parōns, a son fis di paris
ch'a stan da qualchi banda dal mond.

Basta che doma il sintimínt
da la vita al sedi par duciu cunpāin:
il rest a no impuārta, fantāt cun in man
il Libri sensa la Perāula.

Hic desinit cantus. Ciāpiti
tu, su li spalis, chistu zčit plen.
Jo i no pos, nissun no capirčs
il scāndul. Un vecíu al ā rispičt

dal judissi dal mond; encia
s'a no ghi impuarta nuja. E al ā rispičt
di se che lui al č tal mond. A ghi tocia
difindi i so sgnerfs indebulís,

e stā al zōuc ch'a no'l ā mai vulút.
Ciāpiti su chistu pčis, fantāt ch'i ti mi odiis:
puārtilu tu. Al lus tal cōur. E jo i ciaminarai
lizčir, zint avant, sielzínt par sempri
la vita, la zoventút ģ