Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 114 (15.1.2003) Riccardo Zucconi e Claudio Risé

Questo numero


1) Pensando ai tanti amici che non hanno potuto essere con noi ieri, per la Memoria di Ivan Illich, ho chiesto a Riccardo un breve scritto, che è arrivato al solito tempestivamente.

2) Intanto, stamani, ho ricevuto questa segnalazione da Giorgio Ragazzini:

Lo psicoanalista Claudio Risé tiene da anni una rubrica di dialogo con i lettori su "Io donna", rivista allegata ogni sabato al "Corriere della Sera". Il suo interesse principale di studioso è quello della crisi del padre e del "maschile" nella società occidentale, che ha analizzato in diversi libri. Invio in allegato la risposta a un insegnante pubblicata sabato scorso, intitolata Scuola senza sfide, un'eccellente riflessione sul legame tra serietà degli studi e un sano sviluppo dell'individuo e della società.

È capitata a fagiolo. I lettori più attenti si ricorderanno che due numeri fa accennavo ad “un piccolo Fight Club” interno alla nostra accolita, promettendo di tornare sull’argomento. Volevo farlo, oltre che per indicarvi il titolo di un film cult, solo un po’ guastato da un finale sbagliato, per segnalare l’opera benemerita di Claudio Risé e il suo sito, ma date un’occhiata anche qui.

3) Mi è sembrato molto in tema anche il breve appunto di Claudio Sabelli Fioretti. E se proprio non avete nulla da fare potete leggere un mio articolo di tanti anni fa, Lasciateli giocare in pace alla guerra e vi renderete conto che non da ora mi interesso dell’argomento.


Dal nostro inviato speciale Riccardo Zucconi


Cari amici,
vi voglio raccontare la cerimonia tenuta ieri per commemorare Illich.
Ma apro il computer e leggo la newsletter 113, il saluto e augurio di Pasolini ad un giovane fascista.
Che bellezza! Questa non è una poesia. E’ una preghiera specie nella traduzione in italiano. Ed è con questa preghiera, che Illich avrebbe condiviso, che voglio iniziare. Una preghiera che noi tutti possiamo dedicare a don Ivan.
Don Ivan. Faceva effetto ieri, nella piccola chiesa dei gesuiti, accanto allo Stensen, sentirlo chiamare così. Ma lui era don Ivan e noi che lo conoscevamo, e che lo amavamo, come pensatore, come scrittore, come filosofo, e come amico ce lo avevamo dimenticato.
Ma non se lo erano dimenticato i suoi compagni di collegio a Roma, oggi vescovi e cardinali. Quelli che poi insieme a lui, durante il Concilio Vaticano II, ipotizzavano una Chiesa nuova, in un mondo nuovo, la Città sul Monte che in quegli anni sembrava meno utopica e a cui Illich, con la sua grande mente, poteva dare un immenso contributo.
Ieri tutto questo è risuonato. Nella Messa ufficiata da due vescovi e vari monsignori, in tutto quattordici sacerdoti. Nelle parole di stima, di affetto, di rimpianto e di gratitudine per aver avuto il privilegio dell’intimità con un uomo straordinario.
Amicizia che non è mai vacillata, nemmeno nelle giornate buie del processo a don Ivan di fronte al Santo Uffizio nel ’69.
Nella certezza che don Ivan è sempre stato un uomo di Dio, una grande risorsa per la Chiesa.

Credo che dopo, allo Stensen, fra tanti interventi, Wolfgang Sachs lo abbia ricordato meglio di tutti.
Ci ha descritto l’attimo della sua morte. Assolutamente sereno. Inginocchiato davanti al suo tavolinetto, nella sua abituale posizione di lavoro. Così lo avevano lasciato un’ora prima e così lo hanno ritrovato. La testa appoggiata sul tavolo. “Ivan aveva una fantastica capacità di trattenere il respiro, di controllare il respiro. Deve aver semplicemente aver fatto uscire tutta l’aria dai polmoni e con l’ultima esalazione la sua propria anima, ricongiungendosi al Signore, e lasciando il suo corpo, sereno e composto sui suoi amati libri.”
Queste più o meno le parole Wolfgang, o almeno così le voglio capire io. Ed è sempre suo il più bel commento a caldo su tutta l’opera di Illich come pensatore: “Ivan era soprattutto un poeta. Con grandi, altissime intuizioni. Che spaziava in tantissimi campi. Ad un poeta non si può chiedere tutto.”

E, aggiungo io, non era né il ministro della Sanità né quello dell’Istruzione. Lui criticava genialmente il sistema sanitario e quello scolastico delle moderne società di massa. Poi come organizzare e se tenere aperti o chiusi ospedali o scuole non era compito suo.

Riccardo Zucconi

Scuola senza sfide (di Claudio Risé )


[Tratto da “Io donna”, allegato al “Corriere della Sera” di sabato 11 gennaio 2003, Rubrica “psiche lui”, p. 167.]

Esami svuotati di contenuto. Verifiche soft. Il sistema formativo non invita più i giovani a mettersi alla prova. E una delle cause è lo scarso peso di un punto di vista maschile tra gli insegnanti.

“Sono uno dei pochi insegnanti maschi rimasti, spesso unico uomo in consigli di classe di sette persone. Grazie all’assenza di docenti uomini, la scuola sta perdendo ogni dimensione di sfida, di confronto, di prova. Negli ultimi anni ci sono stati propinati infiniti corsi, sempre con la raccomandazione di evitare ogni carattere “traumatico” alle verifiche da svolgere. Abbiamo in pratica eliminato anche la maturità, perché un esame fatto esclusivamente con i propri insegnanti è poco diverso dall’attività didattica quotidiana. E’ vero che le donne, per le quali la sfida sembra meno importante che per i maschi, si trovano meglio in questo sistema formativo. C’è però un rischio: nella vita lavorativa e nella carriera gli ‘esami’ non sono stati soppressi”.
Claudio B., Frascati.

Caro amico, il “mettere alla prova” è in realtà uno dei servizi specifici che la scuola, in quanto esperienza formativa, dovrebbe fornire agli allievi piccoli e grandi. Vediamo dunque insieme le conseguenze psicologiche del suo accantonamento. Nello sviluppo psicologico individuale, la prova scolastica, l’esame, è chiamata a integrare le prove che dovrebbero essere offerte all’individuo giovane già nella famiglia. Mentre queste ultime sono fatalmente condizionate dai legami e da dinamiche familiari spesso complesse, la scuola offre un teatro idoneo per una verifica più vasta, transpersonale, dove viene valutato, si spera con equità, un vasto numero di persone. Insomma è in aula, e proprio nell’esperienza dell’esame, che il giovane compie l’importante passaggio da una valutazione affettiva-familiare, a quella, più oggettiva, della società, che la scuola appunto dovrebbe rappresentare.
L’esperienza della prova e della competizione, che si sviluppa nell’affrontarla e superarla, è decisiva per formare l’autostima dell’individuo. Negli ultimi decenni la cultura dell’agone, così importante nel mondo classico in cui affondano le nostre radici, ha subito forti attacchi, fino ad arrivare a coltivare l’utopia di una vita senza valutazioni, senza esami. La femminilizzazione del corpo insegnante ha certamente contribuito a questo fenomeno, anche per l’attribuzione superficiale del concetto di prova al lato aggressivo della maschilità, che ha quindi rafforzato la fantasia di poterne fare a meno.
I giovani che non trovano più questa possibilità in aula, àmbito destinato a fornirgliela, hanno quindi cercato di procurarsela comunque, a modo loro. Le esperienze psichiche fondamentali, infatti, non sono mai sostituibili con affermazioni ideologiche: se l’individuo non trova più in una situazione ciò di cui ha bisogno, se lo cerca da un’altra parte. Sono nate così altre iniziazioni e riti di passaggio per sostituire quelli che la scuola non offre più.
Sono le tragiche prove da branco, dai sassi sull’autostrada alle drammatiche gare di velocità notturne di auto e moto che falciano i passanti sulle nostre strade. Per non parlare dell’accostamento alle droghe. Naturalmente però queste prove, che i giovani si fabbricano da soli, sono fortemente distruttive. Segnate da una rabbia inconscia contro una società che non offre loro il confronto, la competizione (vissute a livello profondo come manifestazioni di una figura paterna positiva e responsabile), sono espressioni di negazione e trasgressione, che li allontanano anziché avvicinarli alla comunità allargata. Su queste sfide non si fonda nessuna reale autostima: al massimo una fragile gratificazione narcisistica. Destinata a cadere al primo esame reale, imposto dalla vita.
Claudio Risé

Il Cardinale buonista (di Claudio Sabelli Fioretti)


ERSILIO TONINI. Cardinale prezzemolino se l’è presa con l’iniziativa di alcuni docenti di Treviso che hanno proposto di inserire il tiro a segno nel programma delle scuole medie ed hanno accompagnato i loro studenti in una giornata al poligono. Gli ha risposto, sulla rivista dell’Unione Italiana Tiro a Segno, il presidente Antonio Orati. E gli ha risposto in maniera molto cortese ed educata, ricordandogli che i ragazzi che frequentano i poligoni rivelano atteggiamenti e comportamenti assolutamente civili, che sono rispetto alla media generale, più pacati, più responsabili, più attenti alle loro azioni. Ma come la mettiamo con il ragazzino che si è suicidato utilizzando un’arma che qualcuno aveva lasciato incustodita a casa? I luoghi comuni partono a raffica. Io ho frequentato e frequento poligoni. Non c’è bullismo, non c’è machismo, non c’è arroganza. C’è molto autocontrollo, se vogliamo spiritualità, l’uomo solo con se stesso a misurarsi con la sua capacità di astrazione. Sparare a un bersaglio non ha nulla a che vedere con la violenza. La violenza è negli stadi, dove armi non ce ne sono, nemmeno ad aria compressa. La violenza è nei discorsi da bar contro le civiltà diverse, soprattutto a Treviso dove gli amministratori invitano all’intolleranza. Il principio che prima di parlare è meglio assicurarsi che la bocca sia collegata col cervello vale per tutti. Antonio Orati, il paziente presidente, ha invitato il cardinale a passare una giornata con lui in un poligono. Il cardinale accetterà o ha troppo da fare con la domenica televisiva?
 
tratto da www.sabellifioretti.blogspot.com