Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 117 (27.1.2003) Una lettera ed un commento

Questo numero


In questo giorno dedicato alla Shoa mi sono imposto di rispondere alla velata richiesta dell’amico Pietro del Zanna che giorni addietro mi ha inviato il lungo articolo che trovate sotto. Siccome non mi sento di condurre un discorso organico, butterò giù solo alcuni commenti ponendoli a margine. Per rendere il tutto più comprensibile ecco come avevo risposto, a novembre, ad un suo invito ad un simposio sul tema nel suo agriturismo, alla quale non avevo potuto partecipare.
Caro Pietro,
tu sai che il nostro amico Giannozzo, che sostengo in generale e col quale litigo su vari argomenti, è molto più vicino a te sulla questione Israele-Palestina. Io la penso diversamente, ma è ovvio che anche Israele ha grandi torti e che tutti dobbiamo impegnarci per la pace.
La questione per me intollerabile, come ho cercato di spiegare anche nell'ultima NL, è quella delle bandiere: saluterei un corteo con insieme le bandiere palestinesi e israeliane o, meglio, senza alcun vessillo. Ma la gente che sfilava era la stessa che le bandiere israeliane o americane le ha bruciate, la stessa che porta le kefie: non per invitare alla pace ma per rivendicare la violenza.
Sono invece con te quando dici che "il legittimo senso di colpa europeo" non deve "annebbiare la vista", ma le bandiere fanno venire il sangue agli occhi, e anche quello non aiuta a vedere. Ti ringrazio per l'invito, non penso però di riuscire a liberarmi, capiterà qualche altra occasione.
SB

 

Una lettera ed un commento












AGLI AMICI FILOISRAELIANI


Lettera aperta di Fiamma Bianchi Bandinelli - UNA CITTÀ n. 107 / Ottobre 2002
Lo scritto pare sincero. L’autrice si rivolge ad amici coi quali condivide(va), a quanto si capisce, una visione del mondo che direi “di sinistra”. Il mio commento è quindi (sincerità per sincerità) quello di un intruso: non perché mi senta politicamente “di destra” ma per la mia abissale lontananza, anzi diciamolo pure avversione e disprezzo, per quell’aspetto della mentalità di sinistra che è così efficacemente colto nelle analisi di Voegelin.
Questo scritto è nato come lettera aperta ad alcuni miei amici acriticamente - secondo me - filoisraeliani, soprattutto ebrei ma non solo, con cui a un certo punto mi sono accorta di non riuscire più a parlare. Mentre prima con loro ero sempre andata molto d’accordo sia politicamente sia come interessi, sensibilità e impostazione di vita, a un certo momento si è creata una frattura: ci sono argomenti (quelli che toccano anche da lontano il problema mediorientale) di cui non si può più discutere, altrimenti ci troviamo a guardarci con sospetto, mettendoci sulla difensiva: per quanto li riguarda, loro forse vedono in me un esempio di ignoranza e di insensibilità verso le esigenze storiche degli ebrei; quanto a me, mi fa star male il pensiero che possano accusarmi - come hanno fatto, anche solo velatamente - di antisemitismo, nascondendosi poi dietro quest’accusa per chiudere gli occhi su tante questioni della Israele di oggi e di ieri, di cui giustificano comportamenti che in altre circostanze so che condannerebbero nettamente. Dovevo trovare un modo di riallacciare con loro un discorso aperto, che affrontasse onestamente tutti i problemi senza lasciare spazio a equivoci. Forse, pensavo, basterebbe esaminare spassionatamente i fatti per trovare un nuovo punto d’intesa.

***

Una prima versione di questo scritto è stata pubblicata parzialmente nel numero di luglio-agosto di Ha Keillah (organo del gruppo di studi ebraici), un bimestrale ebraico torinese aperto alla discussione che io e molti dei miei amici leggiamo da anni.
Sono assolutamente d’accordo
Il primo punto da affrontare è dunque quello dell’antisemitismo. È giusto che tutti, ebrei e non ebrei, stiano bene in guardia contro un mostro che può sempre risorgere. Ma proprio per questo bisogna saperlo riconoscere e distinguere da qualcosa di diverso, che magari va in una direzione totalmente opposta, come una critica costruttiva o una preoccupazione per un’azione non condivisa. Anna Segre ha il merito di aver fatto sul numero di aprile di Ha Keillah un discorso molto sottile e articolato al riguardo. Elenca molti comportamenti che sembrano antisemiti ma possono non esserlo, o viceversa (per esempio, sostiene che può non essere antisemita chi nega a Israele il diritto di esistere, mentre chi è antisionista è senz’altro antisemita. Su quest’ultimo punto avrei qualche obiezione, ma non è il caso di discuterne qui).

Il primo esempio che cita è quello che m’interessa: “Bollare di antisemitismo ogni critica verso Israele o la politica di un suo governo … è scorretto”. Riferito a un altro paese, sarebbe un’ovvietà: non si è anti-italiani se si è contro il governo Berlusconi. Ma riferito a Israele ha un senso, perché controbatte uno degli slogan funesti che avvelenano la discussione e la pratica politica in quel paese e in tutto il mondo.

Si insinua che se critichi la politica di Sharon sei dalla parte dei nemici di Israele, cioè di chi vuole distruggerla e “buttare a mare” tutti gli israeliani, dunque sei un terrorista o un filoterrorista antisemita. Secondo questa logica, tutti i palestinesi evidentemente sono terroristi, e si può trattarli senza pietà. Il risultato è inculcare paura, odio, diffidenza. Forse tutto ciò ha qualcosa a che fare - certo non da solo - con la timidezza con cui i paesi europei e l’Onu protestano contro atti anche gravi del governo d’Israele, senza arrivare mai a decidere provvedimenti o sanzioni che possano ottenere un effetto concreto.
Il grassetto è mio: Israele, come qualsiasi Stato è più un concentrato di forza che una missione morale. Il buonismo applicato agli Stati produce insieme alla fine dell’intelligenza, la guerra, la divisione e la desolazione.
Io affermo al contrario che chi tiene davvero a Israele non è indulgente verso i suoi errori e non li copre, ma li denuncia e cerca di correggerli, per far sì che Israele sia sempre più quel paese giusto e degno di rispetto che avevano in mente i suoi primi costruttori. I refusenik tengono certamente di più a Israele, e ai suoi principi più nobili, di Sharon che li calpesta ordinando la distruzione indiscriminata di case, le “uccisioni mirate” senza processo, le punizioni collettive e i ripetuti innumerevoli massacri di popolazione civile. Chi giustifica queste azioni come una “dura necessità” della lotta al terrorismo forse non si rende conto dell’inconsistenza del pretesto addotto e del fatto che esse in realtà rafforzano le forze estremistiche palestinesi, favorendo soltanto chi vuole chiudere ogni possibilità di trattativa.



Israele sì, la politica che conduce da molti anni no: questa è la mia posizione. Nonostante la grande spinta ideale e la tragedia che hanno presieduto alla nascita di Israele, i suoi fondatori fin dall’inizio non hanno trovato il modo più giusto di insediarsi in una terra che non era “senza popolo” e pronta ad accoglierli, come qualcuno si illudeva. Non li si può condannare per aver voluto, loro che erano un “popolo senza terra”, un “focolare” nazionale in un’epoca in cui tutti i popoli europei costruivano e blindavano il proprio Stato nazionale. Ma per realizzare il loro sogno, forse condizionati dal clima di rivalità e di violenza che imperversava, in un periodo dominato ancora dal colonialismo e dai movimenti di liberazione nazionale, hanno scelto di appoggiarsi - anche se in modo contraddittorio e intermittente - ai paesi coloniali che opprimevano il popolo della Palestina, invece di accordarsi con quest’ultimo contro quelli. Non era facile, certo, ma qualcuno dice che non era impossibile. Uri Avnery continua a battersi per questa idea da più di 60 anni.
Da lì si dovrebbe partire, da una visione adulta e non razzista alla zio Tom.
Molti miti eroici su quel primo periodo sono caduti ad opera dei “nuovi storici israeliani” (Benny Morris, Ilan Pappé, ecc.) e sono venute alla luce insieme alle pagine esaltanti anche quelle crudeli e meno difendibili.



Oggi Israele è una realtà, e ha in sé tanti elementi apprezzabili e preziosi: ha permesso la nascita di una comunità che riunisce un popolo disperso, ma che nei millenni ha saputo mantenere la propria identità senza arrendersi neanche di fronte a difficoltà grandissime, ha ricostruito la sua lingua, ha vivificato le sue tradizioni abbinandole a quanto di positivo ha trovato nei paesi che ha abitato nei secoli; e d’altra parte nei suoi cinquant’anni di vita si è sviluppata nel campo scientifico, culturale, economico e si è rafforzata dal punto di vista militare e dei rapporti internazionali, per cui oggi nessuno può né seriamente minacciarne l’esistenza né mettere in dubbio il suo diritto ad esistere, se non quei movimenti legati al fondamentalismo islamico che praticano attacchi terroristici devastanti.
Completamente falso: il terrorismo ha una logica sua e non è in semplice rapporto di causa-effetto (ma cosa lo è?) con ingiustizie e oppressioni. In secondo luogo va fatta differenza tra quello che è ingiusto e quello che è SENTITO come ingiusto.
Ma anche per questi gruppi, nati e sviluppatisi in Palestina negli ultimi 20-25 anni, nell’ambito della lotta contro l’occupazione dei territori palestinesi, ci si può chiedere se potrebbero persistere nel loro odio distruttivo e autodistruttivo qualora Israele eliminasse il loro terreno di cultura, decidendosi a trattare lealmente con i suoi vicini e correggendo le politiche sbagliate - inaccettabili per ogni coscienza democratica - che pratica nei loro confronti.
In questi paragrafi il discorso si fa più storico-politico e, vista la mia incompetenza, mi limito ad un’unica osservazione: traspare dal testo una visione pangiustizialista dei rapporti tra Stati e popoli. Rapporti di forza, confini, guerre vinte e perdute, stati di fatto; tutto svanisce e resta solo una Giustizia astratta e sempre assetata.


Non è questa la madre di tutte le faide?


Come aveva ragione,in qualche passata NL, Roberto Silvi a ricordare la saggezza necessaria del detto napoletano:“chi ha avuto ha avuto”.
Queste politiche sbagliate, da cui Israele non riesce ancora a liberarsi, oggi sono essenzialmente due:
 
a) l’occupazione e lo sfruttamento coloniale di territori che in base alle risoluzioni dell’Onu sono assegnati ai Palestinesi;
 
b) all’interno d’Israele, la democrazia a senso unico, riservata a una sola categoria di persone individuate in base alla religione o all’“etnia” (parola e concetto molto ambigui e pericolosi). Per approfondire questo secondo punto, si potrebbe fare semplicemente uno studio delle leggi, vecchie e anche recentissime, che discriminano gli arabi all’interno della cosiddetta “unica democrazia” del M.O. Basti ricordare le leggi che limitano il diritto degli arabi israeliani a costruirsi case, a possedere terre, a fare certi lavori, per esempio a fare il servizio militare che apre la strada a tante facilitazioni, ecc; a qualcuno questa situazione ricorda le leggi razziali italiane!

Le contraddizioni diventerebbero ancora più acute se si volesse, come l’espansione senza sosta degli insediamenti prospetta e come molti partiti di destra rivendicano esplicitamente, estendere lo “Stato ebraico” a tutto il territorio della “Grande Israele”. In questo caso, il problema dell’imbarazzante presenza dei palestinesi potrebbe essere risolto solo in tre modi:
- o vengono cacciati (deportazione, pulizia etnica o “trasferimento volontario”): l’attuale demolizione di case e sradicamento di olivi, anche non giustificati con accuse di terrorismo ma con semplici cavilli legali; le deportazioni di parenti di presunti terroristi; le continue vessazioni della popolazione civile, bloccata dal coprifuoco, senza lavoro, senza cibo, con i ragazzi che per andare a scuola rischiano la vita, non va in questo senso, di spingere i palestinesi a fuggire da una situazione insopportabile?;
- oppure si instaura un regime di apartheid più o meno rigido, o un anacronistico dominio coloniale su territori ristretti tipo bantustan: città formalmente autonome, magari recintate, in cui viene confinata la maggior parte dei palestinesi, inglobando in Israele tutto il resto del territorio. Questa sistemazione costituirebbe un focolaio di continue rivolte e di attacchi terroristici, e prima o poi farebbe la fine dei regimi coloniali otto-novecenteschi e di quello del Sudafrica;
- o viceversa vince l’esigenza di democrazia, e i palestinesi, in Israele-Palestina, sono trattati come tutti gli altri cittadini; ma allora non c’è più la garanzia che lo Stato mantenga il suo carattere “ebraico” (anche solo per ragioni demografiche). La possibilità di uno Stato binazionale, che supera l’idea razzista della “purezza etnico-religiosa”, certamente non è ancora matura, ma forse non sarebbe incompatibile con un sionismo che recuperasse i suoi fondamenti teorici originari. Comunque, su questa strada c’è l’esempio del Sudafrica che può dare indicazioni preziose.

C’è però una soluzione alternativa, che permette di conciliare l’idea di “Stato ebraico” con la democrazia e la pace, ed è la vecchia formula “due Stati per due popoli”. Ma allora si deve accettare senza riserve che i palestinesi abbiano il loro Stato separato e indipendente, su un territorio adeguato. C’è ancora qualcuno che lo vuole?

Il “processo di pace”. I miei amici, come me, sono per la pace in M.O., e questo mi induce a parlarne con loro. Ma dopo poche parole mi accorgo che il concetto di pace che abbiamo non coincide. L’idea iniziale di pace avanzata a Oslo, “terra contro sicurezza” (garantita anche dai Paesi arabi, che di recente hanno ribadito la proposta), sembrava, e a me sembra ancora, convincente. Ma la realizzazione è stata resa impossibile da mille ostacoli: la trattativa, basata su un gradualismo esasperante, è stata impostata (volutamente?) in termini vaghi e ambigui, con tempi troppo lunghi e oltretutto mai rispettati (dagli israeliani); ma soprattutto Rabin è stato ucciso (da un terrorista, certo, ma israeliano: questo dovrebbe almeno far capire che i terroristi non si fermano facilmente, anche quando si dispone dei mezzi più raffinati e moderni. Lo si deve ricordare quando si pretende che Arafat, impedito nei movimenti e comunque senza più strutture di polizia funzionanti, senza prospettive o alternative da offrire al suo popolo, fermi da solo il terrorismo).
Arafat e la grande maggioranza dei palestinesi accettavano che Israele esistesse e occupasse il 78% della Palestina, per ottenere in cambio libertà e indipendenza sul restante 22%. Tuttavia quel 22% di terra non era libero: nel ‘93 vi risultavano insediati 100.000 coloni. L’ostacolo principale alla pace era proprio la presenza di questi insediamenti. Yehoshua, il grande e amato scrittore democratico, scrisse una bellissima lettera aperta ai coloni perché “tornassero indietro”, ma la realtà qual è stata? Gli insediamenti, dopo la morte di Rabin, cominciarono ad aumentare a ritmo serrato: i coloni erano raddoppiati nel 2000 e oggi (se si considerano anche i circa 200.000 degli insediamenti inglobati arbitrariamente in Gerusalemme - mediante l’allargamento unilaterale dei confini amministrativi della municipalità - come ad esempio quello di Ghilo e altri) sono arrivati a circa 400.000. In particolare sono cresciuti nel periodo di Barak.
Ecco, è proprio su Barak e sulla sua “generosa offerta” fatta a Camp David nell’estate 2000, che passa uno spartiacque fra due concezioni della pace possibile, su cui si dividono gli israeliani, e quindi anche noi, ebrei e non ebrei, italiani e cittadini del mondo, che da lontano seguiamo con partecipazione e passione il dramma mediorientale (io ricordo di aver passato notti intere davanti al televideo che ogni mezz’ora aggiornava sull’andamento dei negoziati di pace, e fui disperata quando - fine gennaio 2001 - Barak disse: siamo quasi alla firma, ma ne riparleremo dopo le elezioni. Credeva di vincerle, e invece vinse Sharon).
Bisogna assolutamente fare chiarezza sulla leggenda che tutti continuano ad avallare, da Grossman a Gad Lerner (li ho sentiti in TV), senza parlare di tanti giornalisti che spesso sembra che non sappiano nemmeno di che cosa parlano: Arafat si è meritato Sharon perché ha rifiutato la “generosa offerta” di Barak. Ma è quello proposto da Barak lo Stato che gli israeliani pensano di poter offrire ai palestinesi, pretendendo che poi nessuno si ribelli?
L’ “offerta di Barak” - il massimo a quanto sembra che Israele potesse offrire nell’estate 2000 e che Arafat rifiutò (la trattativa proseguì, e nel gennaio 2001, sulla proposta di Clinton molto diversa da quella di Barak, l’accordo fu quasi raggiunto su tutti i punti: ritiro dei coloni con limitato scambio di territori, Gerusalemme, profughi. E’ quell’accordo che Arafat ora rimpiange di non aver potuto concludere) - consisteva in un territorio eroso da un gran numero di insediamenti raggruppati in blocchi lunghi e frastagliati, il 10% della Cisgiordania, di cui era prevista l’annessione a Israele, da risarcire con l’1% di territorio israeliano (a gennaio le percentuali dello scambio divennero il 6%, in cui viveva l’80% dei coloni, contro un 3% abbondante). I blocchi, che partivano dall’attuale confine con Israele, si insinuavano in profondità nella Cisgiordania determinandone la divisione in tre zone quasi incomunicanti fra loro (e senza comunicazione con Gaza), attraversate da strade di collegamento pattugliate e disseminate di posti di blocco; i coloni continuavano a disporre della maggior parte delle risorse, in particolare dell’acqua. C’era un altro 10% di territorio più interno e quindi non scambiabile, abitato da coloni religiosi difficili da spostare, che Barak voleva avere “in prestito”, cioè “provvisoriamente”, ma “a tempo indeterminato”, così da erodere ancora terra da quel che rimaneva del 22% pattuito. Solo gli insediamenti più lontani e isolati sarebbero stati smantellati. Inoltre era previsto un controllo israeliano su tutta una striscia di terra lungo i confini con Egitto e Giordania e quindi nessuna vera indipendenza economica o politica del futuro “Stato” palestinese. L’idea del laburista Barak era dunque molto simile a quella della destra israeliana: ridurre i palestinesi in un mini-stato frammentato, con un controllo permanente delle frontiere, delle risorse, della vita economica e politica.
Arafat non poteva accettare come definitiva questa prosecuzione di un ordinamento semicoloniale. Rifiutò la proposta di Barak ma proseguì la trattativa. Qualche mese dopo Barak, forse spaventato dei possibili sviluppi degli accordi di Taba, interruppe i negoziati nel momento più vicino al successo. Il suo partito era ormai maturo per collaborare con la destra.
Tutto questo non poteva che uccidere la speranza di una giusta pace, e quindi portare i palestinesi alla disperazione, da cui nascono due possibili reazioni: la rivolta popolare - l’Intifada - e il terrorismo.

Questa parte è pazzesca. Mi ricorda lo sciagurato slogan “né con lo Stato né con le BR”. Si metteva sullo stesso piano l’azione delle BR che sparavano ad un pretore di Latina a caso tanto per colpire un simbolo, con l’azione dei Carabinieri di Dalla Chiesa che a Genova entravano in un covo di terroristi armati e, per non rischiare, non facevano prigionieri. Erano l’ordine e la vita contro il caos.
Il terrorismo. Se la differenza fra lotta armata e terrorismo è che la prima combatte lealmente i soldati nemici mentre il secondo colpisce nel mucchio, allo scopo di terrorizzare e portare alla disperazione la popolazione della parte avversa, si può dire che il terrorismo oggi è praticato da entrambe le parti (solo che Sharon non manda dei giovani con cinture esplosive a fare stragi, perché possiede elicotteri e tank che sono più comodi ed efficienti; lo si vede dal rapporto dei morti: dal 28 settembre 2000 - inizio dell’Intifada - al 16 ottobre 2002 sono stati uccisi 617 israeliani e 1923 palestinesi, secondo i dati di “Internazionale” del 18/24 ottobre 2002).
Molti di quelli che non sono schierati pregiudizialmente dalla parte di Israele condannano nello stesso modo il terrorismo palestinese e quello israeliano (dei coloni e di Stato), ma io vorrei metterli in guardia dal cadere nell’equivoco dell’equidistanza. Non basta dire: fermatevi tutti e due e sarà la pace. Anche se la violenza delle bombe contro le popolazioni civili si fermasse da una parte e dall’altra, non ci sarebbe ancora pace e giustizia, a meno che non si fermasse anche la violenza quotidiana dell’oppressione coloniale su una popolazione affamata e privata dei diritti civili. Per questo ogni proposta di pace che chiede solo la sospensione delle ostilità (anche non terroristiche) è ipocrita e irrealizzabile: il popolo oppresso continuerà inevitabilmente la sua lotta di liberazione. Certo, il terrorismo è un metodo di lotta inaccettabile, ma lo è ancora di più se esercitato da uno Stato ricco e potente allo scopo di imporre il suo dominio.

Di nuovo in questi paragrafi il discorso si fa più storico-politico ecc.
I media naturalmente parlano solo del terrorismo palestinese e, accettando la versione israeliana, tendono in modo più o meno esplicito ad attribuirne la responsabilità all’organizzazione di Arafat. In realtà, il terrorismo palestinese è teorizzato e praticato da Hamas e dalla Jihad islamica, organizzazioni ben distinte e storicamente contrapposte all’Olp. Il loro programma è di eliminare Israele e fondare uno stato "islamico"; il programma dell’Olp (il raggruppamento guidato da Arafat attraverso la sua organizzazione al Fatah), almeno dagli anni ’80 è di fondare uno stato indipendente laico e democratico, che coesista e collabori con Israele. È all’Olp che va l’adesione maggioritaria del popolo palestinese, che più di ogni altro popolo arabo ha una tradizione democratica e una cultura laica, e non si è mai arreso al fanatismo religioso, anche se negli ultimi tempi purtroppo questo ha guadagnato consensi.
Da un serio studio del PSR (Palestinian Center for Policy and Survey Research, che mette a confronto sondaggi precedenti con quello fatto fra il 18 e il 21 agosto 2002, risulta che l’affiliazione alle organizzazioni islamiche, che era del 17% nel luglio 2000, dopo la delusione della trattativa fallita e il dominio di Sharon è passata al 25% nel maggio scorso e al 27% in agosto. D’altro canto, l’affiliazione ad al Fatah, che era del 55% nel 1995, nel momento delle maggiori speranze del processo di pace, è crollata oggi al 26%. Gli Israeliani dovrebbero chiedersi quanta responsabilità hanno in questi cambiamenti di umore della popolazione palestinese. Oggi, inoltre, il 70% pensa che la violenza armata sia servita più che la trattativa e il 52% approva gli attacchi terroristici contro civili in Israele, mentre il 90% è favorevole alla lotta armata contro soldati e coloni nei territori occupati. Nonostante questi dati, ce ne sono altri più incoraggianti: il 73% dei Palestinesi accetta Israele ed è favorevole a una riconciliazione fra i due popoli dopo che sia stato raggiunto un accordo di pace e sia nato lo Stato palestinese, il 68% auspica stretti rapporti economici e l’84% frontiere aperte fra i due stati, senza tuttavia arrivare a una confederazione, gradita solo al 22%; ma il 43% dei palestinesi oggi non crede che tutto ciò possa realizzarsi.

Finanziare Hamas per distogliere i palestinesi dal sostenere l’Olp - Israele lo ha fatto a lungo- è stato in passato una pazzia, come ora negare la differenza e accanirsi, dopo ogni attentato terroristico, contro edifici, uomini, strutture politiche, militari, culturali, sanitarie dell’Anp. Sharon vuole distruggere l’Autorità palestinese nata col processo di pace, non il terrorismo: quando recentemente si annunciava un patto dei principali gruppi armati per rinunciare all’azione armata dentro Israele (ne ha data ampia notizia il quotidiano israeliano Ha’aretz, che riportava la dichiarazione di tregua ormai pronta per la diffusione), Sharon non ha perso tempo e, con la “scusa” di colpire un terrorista, ha fatto buttare una bomba su un gruppo di case affollate di civili, ottenendo di bloccare sul nascere questo spiraglio di tregua. Non è stata la prima né l’ultima volta. A Sharon il terrorismo palestinese evidentemente serve: approfitta cinicamente di esso per espandere Israele, nel clima di immunità creato dall’Amministrazione Bush.

Qui, controllate, ci sono troppo “forse” e troppi “se”; ma il fuoco, direbbe Sharon, si fa con la legna che c’è!
Il problema del terrorismo (parliamo ora di quello palestinese) è serio, e bisogna trovare un sistema per fermarlo. Ma chi può farlo? Non certo Sharon con la repressione e le ritorsioni, che innescano una spirale senza fine (Israele non ha mai contato tanti morti come in questo periodo). Di sicuro il terrorismo si fermerà quando si arriverà a una pace vera, basata sul ritiro degli israeliani (soldati e coloni) dai territori occupati e sulla costruzione di uno Stato indipendente e sovrano. Ma purtroppo questa prospettiva ancora non è all’orizzonte.
Forse avrebbe potuto fermarlo Arafat, se il suo modo di dirigere la lotta per l’indipendenza fosse stata impostata in modo diverso. Gli si rimprovera di aver accentrato troppo nelle sue mani le decisioni, di aver scelto collaboratori non sempre onesti, che in molti casi hanno approfittato della situazione incerta per assicurarsi vantaggi personali, ma soprattutto di aver puntato troppo sul compiacere i potenti, gli Stati Uniti prima di tutto, ma anche Israele, che hanno sempre ripagato la sua disponibilità col disprezzo e le umiliazioni, come è accaduto recentemente, quando alla richiesta di arrestare alcuni sospetti terroristi, o di cambiare alcuni ministri, Arafat ha eseguito gli ordini, pur essendo prigioniero e con le strutture distrutte, per essere poi accusato di essere il mandante del terrorismo e tenuto bloccato dai carri armati in un edificio pericolante. Proprio in quella circostanza si è vista la reazione positiva dei palestinesi: in massa sono usciti di casa sfidando il coprifuoco, per andare a dimostrare contro queste provocazioni e contro l’umiliazione fatta al loro capo, che comunque sentono come il rappresentante del popolo palestinese. Si trattava di una reazione spontanea.
Se Arafat durante i lunghi anni della sua dirigenza avesse cercato di coinvolgere la gente nella lotta, avesse chiesto loro una mobilitazione costante su tutti i problemi che via via si presentavano, avesse stimolato e organizzato questa capacità del popolo di lottare con metodi non violenti ma efficaci perché capaci di coinvolgere grandi masse, certamente i palestinesi non si sarebbero sentiti soli e abbandonati al loro destino, e non avrebbero visto nel terrorismo un possibile sbocco della loro lotta disperata. In questo senso, Arafat ha delle responsabilità oggettive: non ha dato una guida sicura al suo popolo, o lo ha fatto troppo debolmente. Inoltre, l’Anp non ha costituito un modello di democrazia e ha tollerato troppi casi di corruzione al suo interno -se ne rende conto l’85% dei palestinesi- e anche questo, indubbiamente, ha contribuito a demoralizzare la popolazione, spingendola verso le braccia consolatorie del fondamentalismo islamico (che ha fra l’altro una capillare attività assistenziale e educativa che lo aiuta nel proselitismo). A parziale difesa di Arafat e dell’Anp, si dovrebbero tuttavia considerare le condizioni in cui hanno lavorato: non hanno mai avuto un vero potere e una prospettiva sicura davanti a loro.

Ma allora la situazione è disperata, e il fondamentalismo islamico si afferma sempre più e non si potrà fermare?
No, forse uno spiraglio c’è, a dispetto di Sharon e della debolezza di Arafat. Stanno nascendo, nei due popoli che sembrano odiarsi a morte, una miriade di movimenti di una nuova sinistra pacifista, con militanti che sempre più si incontrano, si scambiano esperienze e lavorano insieme, con il metodo della non-violenza e della disobbedienza civile, nella prospettiva di una pace giusta, cioè basata sulla fine della colonizzazione e sulla nascita di uno Stato laico e democratico palestinese che possa collaborare da posizioni di uguaglianza con lo stato israeliano (Jeff Halper, in un’intervista a “Una Città” del marzo 2002, prospetta addirittura una confederazione analoga a quella che unisce i paesi scandinavi, che risolverebbe in modo semplice e soddisfacente per tutti il problema demografico, quello dei profughi, del lavoro, ecc. Sarebbe un argomento da approfondire). Dall’una e dall’altra parte nascono organizzazioni, spesso anche miste o coordinate fra loro, che in molti casi prendono in esame un problema specifico e poi cercano il modo pratico per affrontarlo: intrattenere i bambini palestinesi a cui hanno distrutto la scuola, per non lasciarli fra l’altro in balia dei reclutatori di kamikaze, ricostruire le case demolite o impedirne la demolizione, assicurare assistenza legale, medica, alimentare, essere presenti ai check point per cercare di impedire soprusi, fare -al posto degli osservatori dell’Onu tanto invocati dai palestinesi e mai accettati da Israele- “interposizione” fra soldati e popolazione, ecc.
In campo palestinese molti gruppi fanno inchieste e analisi puntuali dei vari problemi (giuridici, economici, ecc.), per poi sensibilizzare la popolazione sui propri diritti e aiutarla ad organizzare una difesa. Si possono ricordare Al-haq (“giustizia”, “verità”) che dispone di un’equipe di avvocati ed è riconosciuta dall’Onu; il Law center, creato nel 1993, che approfondisce gli aspetti giuridici dei problemi; Law - The Palestinian Center for the Protection of Human Rights & the Environment, che dà assistenza legale anche per i soprusi ambientali; The Palestinian Center for rapprochement between people-Beit Sahour, che attualmente insieme ai due gruppi segnati qui sotto propone l’intervento di militanti internazionali a fianco di palestinesi e israeliani per proteggere gli agricoltori dei territori occupati nella raccolta delle olive che si prospetta difficile e pericolosa; il Palestine Monitor, che fornisce informazioni: nel suo sito, fra l’altro, alla voce “links” si possono trovare gli indirizzi di moltissimi altri gruppi palestinesi, israeliani e altri con cui ci sono collegamenti; The International Solidarity Movement di Huwaida Arraf, un gruppo di attivisti palestinesi a cui si aggregano attivisti israeliani e internazionali che usano i metodi della non-violenza per difendere in vari campi la popolazione palestinese. L’Arij (Applied Research Institute Jerusalem) è una Ong collegata anche con l’università di Al Quds diretta dal pacifista Sari Nusseibeh, che studia le condizioni ambientali per lo sviluppo dei territori occupati. Attualmente con il Land Research Center lavora a un progetto europeo di monitoraggio delle attività di colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza: espansione degli insediamenti esistenti, costruzione di nuovi e di strade di collegamento riservate, disponibilità e ripartizione ineguale delle risorse, espropriazioni e confisca delle terre, sradicamento degli alberi, ecc. Ricordo ancora un gruppo Ong che si occupa di vigilare sui diritti dei bambini e della loro difesa e infine il gruppo delle donne The Jerusalem Center for Women, nato a Gerusalemme est nel 1994 e che insieme al gruppo femminista israeliano di Gerusalemme ovest Bat Shalom ha costituito il gruppo federato (nel senso che le due organizzazioni mantengono la loro autonomia, ma lavorano in continuo collegamento fra loro): Jerusalem Link.
Fra le personalità palestinesi di spicco vorrei ricordare i due Barghouti, tanto diversi ma tanto importanti per la società palestinese di oggi: il primo è Marwan Barghouti, capo dei Tanzim, attualmente imprigionato e sotto processo in Israele con l’accusa di terrorismo. In una intervista all’“Unità” ( 21/2/02) spiega bene la sua posizione: lottare “per i propri diritti nazionali e non per distruggere lo Stato d’Israele”. Lottare contro i coloni, perché “sono parte delle forze di occupazione, agiscono come squadre paramilitari, sono fonte di continue provocazioni… Non ce l’abbiamo con loro in quanto israeliani”. Concentrare le azioni armate “nei Territori occupati, non più in territorio israeliano, azioni rivolte contro i check-points divenuti il simbolo delle sofferenze e delle umiliazioni inflitte dalle forze di occupazione… il nemico è l’Israele che occupa... ma una volta ritiratosi dai Territori... Israele diverrà uno Stato con cui convivere in pace”. Non mi sembrano pensieri di un terrorista. Mustafa Barghouti invece è un medico pacifista che ha organizzatomanifestazioni non-violente, e per questo è stato anche lui picchiato e tenuto in prigione.
Molti intellettuali palestinesi hanno firmato appelli, da soli (contro l’antisemitismo, contro il terrorismo) o insieme a intellettuali israeliani (contro l’occupazione, per lo smantellamento degli insediamenti, ecc.); molti di loro aderiscono alla nuova corrente definita “laica e nazionalista” da Edward Said, lo studioso palestinese che vive in Usa, ma ha uno stretto legame con la madrepatria. In un documento reso pubblico nel dicembre 2001 da questo gruppo (di cui fanno parte fra gli altri Mustafa Barghouti e Said stesso), si critica la politica di Arafat, si chiede più fermezza nel pretendere la fine della colonizzazione, più democrazia, più rispetto della legge, più trasparenza nell’uso dei fondi pubblici, e nuove elezioni. Anche Bush e Sharon criticano Arafat e chiedono nuove elezioni; ma è evidente che lo fanno con uno spirito molto diverso.

Anche in campo israeliano la nuova sinistra è presente con tanti vecchi e nuovi movimenti, alcuni nati e attivatisi dopo l’inizio della seconda Intifada: oltre al più antico Gush Shalom di Uri Avnery e al partito Hadash (comunista), si può ricordare la Coalizione delle donne per una pace giusta, che raggruppa Bat Shalom, il gruppo femminista già ricordato, New Profile, Donne e madri per la pace, Tandi (donne palestinesi associate al partito comunista israeliano), Donne in nero, ecc.; e ci sono inoltre The Israeli Center for Human Rights in the Occupied Territories, il Comitato israeliano contro la demolizione delle case, di Jeff Halper, Ta’ayush, che significa “Vivere insieme”, gruppo di israeliani ebrei e arabi per i diritti umani, i Rabbini per i diritti umani, ecc.
Sono ben noti inoltre gli intellettuali impegnati per la pace, come lo storico Ilan Pappé, la giornalista Amira Hass, ecc. Questo straordinario popolo israeliano ha saputo esprimere dal suo interno migliaia di militanti pacifisti che quotidianamente si danno da fare per aiutare la popolazione palestinese in balia di una repressione insensata. Allo stesso tempo è impressionante vedere come, viceversa, da un popolo che sa esprimere tanta solidarietà umana possano venire anche atti crudeli e spesso gratuiti, come fermare un infartuato o una partoriente a un posto di blocco stradale, impedire di soccorrere i feriti, sparare su un mercato affollato per far rispettare il coprifuoco, e altre cose di cui si è avuta notizia negli ultimi mesi... Ma la guerra può avere questi effetti disastrosi, come dice Manuela Dviri, madre di un soldato caduto, che ha trovato la forza di opporsi e denunciare questa tragica situazione. I figli, dice, o non tornano più, oppure tornano trasformati, segnati per tutta la vita dalle cose turpi che hanno dovuto vedere e fare.
Fra i gruppi pacifisti israeliani non ho nominato il più antico e conosciuto, Pace adesso, con i suoi intellettuali prestigiosi come Grossman, Yehoshua, ecc., perché solo ora con fatica sta riprendendo il suo posto nell’organizzare grandi manifestazioni di protesta e nella lotta politica contro Sharon. La sua attività, che ha sempre appoggiato la politica progressista dei laburisti e del Meretz, è stata bloccata a lungo dal collasso della sinistra sionista, causata dalla capitolazione di tante ex-colombe del Partito laburista diventate parte attiva del governo della destra più feroce. Una discriminante fra Pace adesso e la nuova sinistra era il giudizio sull’“offerta di Barak” e in generale sulla forma che dovrà assumere la pace e il rapporto con i palestinesi.

Grazie ai pacifisti della nuova sinistra, al loro coraggio e alla loro tenacia nell’impegno e nel lavoro, molti palestinesi nei villaggi e nei check-point imparano a conoscere un nuovo volto degli israeliani; non li odiano più, ma li rispettano perché vedono che almeno in questi casi possono fidarsi di loro e aspettarsi aiuto e collaborazione. Molte persone in tutto il mondo (come me) sono in contatto quotidiano con l’uno o l’altro gruppo e vengono informate sui fatti e le loro analisi dei fatti, sulle loro discussioni e attività: le loro e-mail diffondono l’eco delle lotte e delle speranze che li sostengono. Ma diffondono anche una richiesta disperata di aiuto. E in loro aiuto, in Israele e Palestina, arrivano gli “internazionali”, mobilitati da numerose associazioni raccolte in Action for Peace. Inoltre, in tutto il mondo, stanno crescendo gruppi di ebrei che si sono posti apertamente contro l’attuale politica israeliana e hanno stabilito un collegamento stretto fra di loro e con i nuovi pacifisti; in Usa Chomsky non è più solo: più di 4000 intellettuali ebrei americani hanno firmato con lui una dichiarazione fortemente critica contro l’Israele degli insediamenti.
Da anni esiste in Usa il gruppo Not in my name. In Europa (Francia, Inghilterra, Olanda, Italia, ecc.) sono sorti numerosi gruppi di ebrei che chiedono il ritiro dei coloni dai territori occupati e difendono il diritto dei palestinesi a uno Stato sovrano. Negli ultimi mesi hanno cominciato a scambiarsi documenti e progetti e a collegarsi fra loro. In Italia ci sono i combattivi Ebrei contro l’occupazione, di cui abbiamo letto appelli e articoli e che abbiamo visto sfilare nei cortei. Molti di loro rispondono alle richieste di accorrere in Palestina per aiutare nelle azioni di resistenza attiva non-violenta.
 
Fiamma Bianchi Bandinelli