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Il Covile - N.o 124 (22.2.2003) Vaste programme

Questo numero


Una lettera-sfogo di Riccardo ci fa tornare sul tema della guerra; colgo l’occasione per distribuire anche un articolo di Tempi che dà conto del recente scambio Sofri-Ferrara sul tema e anche dell’incertezza che contraddistingue chi, come me, non è per la pace a qualunque costo.
 
(Non sarei così sicuro, anzi penserei proprio il contrario, nel definire “non catare” le posizioni di Sofri, in ogni caso ho preferito conservare il titolo originale.)
 

Gli Zucconi e i pacifisti


Caro Stefano
cosa dire sulla pace? Mi sembra la sagra del luogo comune. Comincio con un aneddoto. Nel 1948 mia madre aveva una profumeria in via Guelfa. C'era anche allora una immensa campagna sulla pace a livello internazionale, orchestrata dall'Unione Sovietica e dai tanti partiti comunisti. Picasso aveva disegnato una colomba e Sartre e tanti altri come lui facevano quotidiane affermazioni, ci sono basta andare a ricercarle, da rabbrividire per faziosità e imbecillità.
 
Il fatto è che l'URSS, non avendo ancora l'atomica, aveva una paura fottuta che gli Anglo Americani mettessero in discussione la conquista militare di mezza Europa da parte dell'Armata Rossa con la chiusura della cortina di ferro che ormai tutti avevano capito. Churchill e Truman erano pronti a dare un a lezione definitiva a Stalin, ma i popoli erano esausti da 6 anni di guerra e i laburisti avevano vinto le elezioni in Gran Bretagna (che gran cosa la democrazia! Churchill aveva salvato il mondo e fu gentilmente mandato a casa. E questo è l'occidente amici cari e le tanto vituperate plutocrazie inglesi e americane.)
 
Insomma anche a Firenze il PCI aveva organizzato una raccolta firme strada per strada, casa casa negozio negozio. La domanda era così bellina :"Firma per la pace?"
 
Quel giorno per caso in profumeria con la mia mamma c'era anche mio padre. Il quale rispose a muso duro: "Non firmo, con voi sono per la guerra." Ne nacque un parapiglia e la delegazione dei compagni fu volata in mezzo a via Guelfa. Minacciarono di tornare e mio padre passò un mese in negozio con la pistola nel cassetto, fra la disperazione di mia madre. Non tornarono. Si dovevano essere informati.
 
Io avevo tre anni e queste cose le ho sapute in seguito. Ma ho stimato molto il mio babbo per questo. Non per la violenza, ma per il coraggio delle proprie idee, costasse quello che costasse.
 
Detto questo ho rispetto per chi ama la pace, specie per i cattolici. Mi fanno tenerezza tutte queste bandiere alle finestre e certamente ci sono tante persone in buona fede. Ma non ricordo di aver mai visto bruciare una bandiera sovietica, anche negli anni 70 quando il colonialismo espansionista dell'URSS era al suo culmine e si appropriava di un paese all'anno, in Asia, in Africa, dovunque. Ho sempre visto manifestazioni antiamericane, bruciare bandiere americane, insultare sistematicamente ogni presidente americano. Con il più ottuso disprezzo per la Storia, per la politica per la realtà. Con una forma di ingratitudine assoluta per le centinaia di migliaia di giovani americani morti in Europa nel 1917-18 e nel 42-45. Ne abbiamo cimiteri pieni, alle porte di Firenze, a Pistoia, sugli Appennini.
 
Bush non è il mio Presidente, non è il leader che auspico a capo del mondo libero (libero, capito libero, l'unico libero che avete). Ritengo che le risoluzioni ONU valgono per l'IRAK, ma devono valere anche per Israele, altrimenti il medio oriente sarà sempre un inferno. Ma fino a quando l'Europa spenderà l'1% del PIL per le spese militari e l'USA il 3%, assumendo implicitamente la difesa della nostra civiltà come è successo negli ultimi 60 anni, la danza la conducono gli Stati Uniti. I quali in cambio vorranno imporre i loro prodotti, sostenere il dollaro, garantirsi petrolio e materie prime. E' il minimo che ci può toccare dopo un novecento in cui le potenze continentali europee hanno scelto il suicidio e dopo secoli di guerre sulla frontiera del Reno o su quella della Vistola per pochi villaggi lorenesi e alsaziani.
 
Devo dire che tutto questo è così lampante che meraviglia si debba ancora spiegarlo a qualcuno. Per questo dubito della buona fede dei nostri pacifisti.
 
Un ultima cosa. Ho trovato vergognosa la corsa ad incontrare Tarek Aziz dei nostri politici ulivisti e ancor più vergognoso che il numero due di un regime sanguinario, colpevole di vari genocidi, di due guerre d'invasione, di milioni di morti sia stato fatto pregare ad Assisi sulla tomba di San Francesco. NOT IN MY NAME.
 
Riccardo Zucconi
 

Dialogo (non cataro) sulla Guerra (da Tempi - numero 8 Anno 2003 )


Fonte: http://www.tempi.it/archivio/articolo.php3?art=4836
 
L’approccio “imperiale” di Ferguson che raccontiamo nella copertina di questa settimana ci sembra un interessante contributo al botta e risposta apparso sul Foglio del 13 febbraio tra Adriano Sofri e Giuliano Ferrara, l’uno contrario alla guerra, l’altro persuaso della legittimità dell’attacco all’Irak. Il ragionamento di Sofri prendeva spunto da un commento di Ferrara alle dichiarazioni pacifiste di Reinhold Messner, secondo il direttore del Foglio, un campione di “ingenuità”. Così, prendendo le difese dell”ingenuo”, l’ex leader di Lc ha scritto al direttore una lettera dove la tesi centrale è la seguente: «La differenza tra noi e Saddam Hussein non può essere questa: che Saddam usa la “sua” gente come carne da macello, e noi abbiamo a cuore la vita e il benessere e la dignità della gente “nostra”. La differenza dev’essere che noi consideriamo “nostra” anche la gente irachena - e afghana, e bosniaca del mondo intero». L’argomento di Sofri contro la guerra pretende avere conseguenze anche politiche. Spiega, infatti, che il limite dell’eredità illuminista e degli Stati Nazionali è proprio questo: escludere dal proprio orizzonte di tutela politica e responsabilità morale “i popoli altrui”. Insomma, sembra che Sofri voglia dire a Ferrara: non soltanto non è ingenuo il pacifismo non ideologico, ma esprime la più moderna delle concezioni politiche: «il vero orizzonte possibile - difficile, rischioso - dello sforzo di andare oltre la divisione del lavoro fra l’abitudine della guerra e lo sbandieramento della pace». Replica Ferrara: «Tu proponi l’abolizione del nemico e la cancellazione del limes, del confine. Se fosse un altro, uno sbandieratore di virtù, risponderei: vaste programme. (*) E in un delirio di cinismo, aggiungerei che il nemico si abolisce a cannonate. Alla tua argomentazione, al tuo ideale regolativo in sé sommamente giusto e desiderabile, rispondo invece così, con una banalità politica e storica. La pace è degli imperi. Sempre relative e imperfette, le regole della pace nascono dal potere; dall’imperium». C’è un punto di incontro tra questi due approcci così lontani? Sì. Entrambi non si accontentano del cuore che si emoziona al garrire delle bandiere, degli slogan anestetizzanti, delle risposte strumentali per introdurre sulla scena altro (anche Saddam ha plaudito alle manifestazioni di pace svoltesi nel mondo: ma il suo obiettivo è un po’ diverso dal nostro, no?). Sia Ferrara, sia Sofri impegnano la ragione. Ma perché poi questi due amici raggiungono conclusioni così diverse? Non sbaglia Ferrara nel suo implacabile realismo quando con Tucidide, Machiavelli, Schmidt, ricorda che la storia dell’uomo è inscindibilmente legata alle forme della politica, la cui legge scientifica è la coppia oppositiva amico/nemico. Non sbaglia Sofri quando nel suo implacabile realismo ricorda che gli esseri umani non riescono proprio a rassegnarsi a non desiderare la pace e l’unità del genere umano. Hanno ragione entrambi, però uno va in guerra, l’altro no. Possibile che due osservazioni così pertinenti, reali, rispondenti all’esperienza umana conducano ad esiti così inconciliabili?
 

(*) Così avrebbe risposto, sospirando, il Generale De Gaulle alla proposta di eliminare gli imbecilli. Dell’aneddoto esistono varie versioni, in alcune la frase viene rivolta ad André Malraux. La frase è in uso nel lessico politico internazionale per liquidare un obiettivo ritenuto utopico. [SB]