Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 125 (4.3.2003) Una fatica di Pietro Del Zanna

Questo numero


Ricevo questa lettera dall’amico Pietro Del Zanna e subito la diffondo: i lettori perdoneranno la lunghezza. Devo dire che condivido molti dei rilievi di Pietro, ma quello che mi preme sottolineare è la ricerca di sincerità e l’onestà intellettuale che si percepisce nella sua fatica. Di Pietro invidio anche la pazienza con la quale discute con questi interlocutori, pazienza che a me ha sempre fatto difetto.
 
Una sola osservazione su Wendell Berry e sul suo bellissimo
Manifesto del Fronte di liberazione del contadino impazzito: Per Pietro la sua frase "Finché la donna non ha molto potere, dai retta alla donna più che all'uomo. Domandati: questo potrà dar gioia alla donna che è contenta di aspettare un bambino?" era contro la liberazione della donna. Non mi pare. Berry dice di dar retta “di più” alla donna solo se questa si tiene fuori dal gioco del potere, se resta diversa dall’uomo, altrimenti di darle retta né più né meno.
 

Lettera aperta ad Ugo Bardi (di Pietro Del Zanna )


Caro Ugo,
 
devo dire che condivido molto più i tuoi contributi sulla politica energetica che non le analisi della situazione internazionale. Capisco che sia molto arduo tentare di tirare le fila di un discorso, ma il tuo documento, mosso dal nobile intento di fare chiarezza, rischia di aggiungere confusione a confusione. Provo a riprendere le tue domande, anche se non sono sicuro di riuscire a rimanere ancorato alla tua impostazione.
"Contro chi dobbiamo combattere?"

Contro il terrorismo islamico. Banale forse, ma a quanto pare non per tutti. Il nuovo millennio non ha fatto in tempo a finire i festeggiamenti che il crollo delle torri gemelle sanciva il salto di qualità di questo tipo di terrorismo che da tempo operava anche in paesi islamici a noi vicini. L'Occidente, fino ad allora, non solo era rimasto sordo al grido di dolore delle popolazioni civili colpite, ma accoglieva tra le sue braccia responsabili di efferati omicidi quali esuli politici, in quanto perseguitati dai "regimi" di questi paesi. Oggi siamo costretti a cercare i terroristi in casa nostra avviandoci per una china pericolosa di restringimento di libertà fondamentali ed aumento dell'uso della violenza (ma non si rimproverava proprio questo a quei "regimi"?).
"Dobbiamo dedurre che il problema è l'Islam in quanto tale?"

No, ovviamente, soltanto la sua degenerazione fondamentalista. Degenerazione cominciata da relativamente lontano, non certo da oggi. Hanif Kureishi, scrittore inglese-pakistano (la voce di chi si trova nel mezzo e non può schierarsi con l'uno o con l'altro senza perdere una parte importante di sé è sempre molto preziosa per capire le situazioni di conflitto) scrive: "Avevo capito fin dall'inizio degli anni Ottanta, quando avevo visitato il Pakistan per la prima volta, che il fondamentalismo islamico -l'Islam come ideologia politica- stava riempiendo uno spazio che il marxismo e il capitalismo non erano riusciti a tenere. Questo tipo di Islam mi ricordava il neofascismo e il nazismo: un'uguaglianza di oppressione per le masse con un nemico necessario -in questo caso l'Occidente che serve a tenere tutto insieme- (...) L'islam fondamentalista è un'ideologia che cominciò a fiorire in un'era di abbondanza dell'Occidente e in tempi di espansione dei media. Tutti potevano vedere via satellite in televisione non solo come era benestante l'Occidente, ma come diventava sessualizzato (-Tutto quel sesso e laicismo laggiù-, come ho sentito riassumere). Questo era particolarmente scioccante per paesi ancora feudali. Se eri in ogni senso un abitante del Terzo Mondo potevi o invidiare gli ideali occidentali e aspirarvi, o invidiarli e rifiutarli. In ogni caso, potevi solo costruirti una vita in relazione ad essi. Il nuovo Islam è recente come il postmodernismo". (Hanif Kureishi, Otto braccia per abbracciarti, Bompiani 2002). Quindi non si tratta di scontro tra civiltà inteso come scontro Cristianesimo-Islam o Occidente- Resto del mondo, si tratta, invece di scontro tra Democrazia e Totalitarismo (scontro che per altro rischia di rovesciarsi anche all'interno del mondo occidentale proprio dal modo in cui l'Occidente stesso reagisce al Terrorismo, e quello che sta avvenendo non promette niente di buono). Scontro tra una convivenza basata (almeno teoricamente, e non è comunque poco) sui diritti civili del singolo cittadino, sulla sua libertà, compresa libertà di pensiero e di culto, e un'idea di convivenza subordinata ad una legge superiore di cui pochi si autoproclamano fedeli interpreti.
"Ma è possibile che il terrorismo origini direttamente da una religione?"

Sì, e continuo a non capire la tua ostinazione nel negare l'evidenza. Dire che il terrorismo islamico ha origine dalla religione islamica non significa assolutamente dire che l'Islam è il terrorismo. Come le Brigate Rosse hanno origine nel pensiero di sinistra degli anni '70, come l'ecoterrorismo ha origine nella critica ecologista, come i fanatici del movimento per la vita americani che sparano ai medici che praticano l'aborto hanno origine nella cultura cattolica. Hanno origine, cioè prendono le mosse, muovono i primi passi, e poi compiono un cammino del tutto autonomo che non possiamo mai condividere.
 
Sul perché "l'Islam sì e il Buddismo no" non mi ero mai soffermato. Ma nel farlo adesso mi accorgo che la Storia ci ha fatto conoscere forme degenerate di quasi tutte le religioni, solo del Buddismo non ricordo di integralismi, guerre sante, omicidi ecc. Un bel punto a favore di questa religione diffusissima, ma silenziosa e, da me, poco conosciuta.
 
"Tutto il mondo è paese, come si suol dire", ovvero la democrazie e le donne.
 
Caro Ugo, se fin'ora i nostri pensieri non sono andati molto d'accordo, qui divergono totalmente. Ma come si fa a mettere sullo stesso piano la donna costretta in casa e la donna "costretta" a scoprirsi l'ombelico? (costretta tra virgolette perché cito il tuo termine che, ovviamente non condivido nemmeno un po'). Come non condivido la disinvoltura con cui parli di "fascismo non dichiarato" a proposito della nostra democrazia.
 
Vedi, io ho tre figlie femmine di cui sono completamente innamorato. Domani potranno decidere di scoprirsi l'ombelico o di farsi suore, potranno tentare la carriera nel mondo della moda come potranno decidere di continuare a lavorare queste vigne, potranno cercare lavoro in un ufficio come potranno fare la pubblicità seminude per un salame. Potranno scegliere di mettere su famiglia come di rimanere single. Potranno anche scegliere di sposarsi con un musulmano, mettersi un velo in testa e, se lo riterranno giusto, non uscire di casa se non accompagnate. Non sai con quale senso di sollievo, ma anche di privilegio, penso a questo quando anche nelle nostre città ci sono bambine che vengono infibulate, donne costrette a non uscire di casa e tutto quello che sappiamo che avviene in altre parti del mondo (acidificazione dei volti, lapidazione per "adulterio", ripudio con conseguente cacciata di casa e costrizione, per sopravvivenza, alla prostituzione, vendita, matrimoni combinati e, ciliegina sulla torta, matrimoni temporanei, cioè stupri di guerra "santa").
 
Caro Ugo, non cogliere queste sottili differenze lo trovo politicamente un disastro.
 
Ma non pensare che non capisco il tuo ragionamento, in fondo anche il tuo pensiero (che ovviamente non è solo tuo) ha origine in frammenti di DNA dell'ecologismo.
 
Mi perdonerai se mi dilungo un po' su questo aspetto, ma è qui che nascono molte delle incomprensioni che danno origine alle liti, apparentemente da pollaio, che ci attraversano (soprattutto a Firenze, altrove la giustificazione di una contraddizione ideologica di fondo è del tutto assente). In una lettera che scrissi un paio di anni fa, mandata in questa mailing list, dicevo che da ragazzo mi ero ricopiato ed avevo attaccato alla parete di camera Il Manifesto del Fronte di liberazione del contadino impazzito di Wendell Berry. Non aggiunsi che già allora non ricopiai una frase: "Finché la donna non ha molto potere, dai retta alla donna più che all'uomo. Domandati: questo potrà dar gioia alla donna che è contenta di aspettare un bambino?" (ti allego il testo completo in fondo alla lettera). Erano gli anni del referendum sull'aborto e il femminismo era nel suo massimo splendore. Ovviamente questa frase colpiva come un cazzotto nello stomaco, non era una frase innocua, come voleva sembrare. Legittimava una mancanza di potere delle donne, beatificava la donna senza darle pari dignità, dava per scontato che la donna fosse felice di aspettare un bambino, quando sappiamo benissimo che, purtroppo, non sempre è vero. Nasce qui il fondamentalismo verde. Il ragionamento, brutalmente semplificato (invio per conoscenza il tutto anche a Giannozzo che prego di correggermi se sbaglio, e credo di sbagliare sicuramente dal suo punto di vista), è questo: Madre Natura è immensa e possiede le sue leggi. L'uomo, da sempre, vi si è adeguato inserendosi nei suoi cicli. Oggi, invece, l'uomo si sente onnipotente e rompe tutti gli equilibri faticosamente (ma anche gioiosamente) mantenuti per tanti anni dalle comunità locali, radicate nel proprio territorio. L'uomo -individuo- soprattutto dal '700 (se non addirittura dal XII secolo) si rende responsabile di questa rottura non riconoscendo più "l'architettura etica" in cui è inserito e a cui deve sottostare.
 
La prima parte del ragionamento (l'uomo inserito in una Natura che lo sovrasta infinitamente) è completamente, a mio avviso, condivisibile. Ma non è vero che l'uomo si è adeguato. L'uomo, che per altro è parte stessa della Natura, con la sua capacità di ragionare (anche questa facoltà naturale) ha cominciato subito ad utilizzare a pro suo gli altri elementi della natura: le pietre per fare le frecce per cacciare gli animali, la legna per accendere il fuoco, i tronchi per fare le ruote e via e via.
 
La seconda parte del ragionamento, invece, non la condivido perché, se da un lato è vero che possiamo intuire una architettura etica che ci sovrasta, è molto pericoloso teorizzarla come quadro di riferimento assoluto da cui far discendere il nostro agire personale e politico. Perché se ci sovrasta significa che è superiore ai nostri limiti, quindi chi di noi, limitato per definizione, può ergersi ad interprete veritiero di tale architettura? Nessuno, proprio nessuno. Chi lo fa rischia di cadere nel fondamentalismo religioso o verde che sia.
 
Non possiamo tentare scorciatoie pericolose o salti all'indietro di secoli. La storia del pensiero è costata lacrime e sangue, i valori delle rivoluzioni del '700 rimangono fondamentali, la centralità dell'individuo in primo luogo.
 
E' nostro compito denunciare gli eccessi, gli effetti collaterali e proporre vie d'uscite. I diritti comunitari sono importantissimi e facciamo bene a difenderli a spada tratta dalla distruzione a tappeto che ne fanno le società dei consumi. Ma se all'interno di una comunità vengono preclusi i diritti fondamentali di un individuo non possiamo fare orecchi da mercante, o peggio sacrificare i secondi in nome dei primi. E' questa la contraddizione, come Verdi, che ci portiamo dentro e che dobbiamo faticosamente e con pazienza superare.
 
Scusa, Ugo, ormai ho preso il largo ed anche se rischio di fare discorsi più grossi di me, provo a tornare sulla guerra all'Iraq.
 
Penso che i motivi che spingono gli Stati Uniti verso questa guerra siano fondamentalmente tre:
 
1. La nuova classe dirigente americana e la scuola di pensiero strategico a cui fa riferimento
 
2. Il terrorismo internazionale
 
3. Il petrolio
 
I tre elementi sono strettamente collegati e, probabilmente non vi sarebbe guerra se mancasse anche uno solo di questi.
 
La prima è, a mio avviso, la causa principale ed anche la più allarmante. Scriveva Sandro Viola su La Repubblica del 10/2: "(…) quando scorriamo le biografie e i detti memorabili di quella dozzina di persone che, sparse per il Pentagono, il Dipartimento di Stato e il National security council, hanno messo a punto in questi mesi l'attacco contro l'Iraq, è difficile non provare un senso d'inquietudine. Perché Cheney e Rumsfeld, la Rice e Wolfowitz, Perle, Feith e Bolton, Hadley, Joseph e Cambone, sono tutto meno che dei moderati. Sono anzi, in termini politici e ideologici, un gruppo d' estremisti. Gente che ha sempre visto nell' opzione militare la via più spiccia per salvaguardare la sicurezza degli Stati Uniti, e nell' Onu ha visto invece un ingombro, una tribuna per oratori inconcludenti, oltre che un ricettacolo di pulsioni antiamericane.". Questo, ovviamente, ben prima dell'11 Settembre. Anzi, Viola ci ricorda come fu proprio questa scuola, ai tempi di Reagan, ad impostare la politica (colossali programmi di riarmo contro "l'impero del male") che avrebbe condotto al crollo dell'Unione Sovietica. Proprio per questo Viola sostiene che di questi tipi si può dire di tutto ma non classificarli come "banda di avventurieri". "E se quell' esito non ci dà alcuna garanzia su ciò che potrebbe traboccare dalla guerra all' Iraq, esso ci obbliga però a prendere stavolta in considerazione, invece di scartarla a priori come irragionevole o addirittura delirante, la tesi dei falchi di Washington. La tesi d' un trauma mediorientale da cui possa scaturire il declino dei dispotismi, la comparsa di regimi più democratici, un progressivo svuotamento del fondamentalismo e una riduzione della minaccia terroristica." Che dire? Forse non sarà irragionevole o delirante, ma avventurosa sì (e quindi non capisco perché non si debbano considerare una banda di avventurieri). Avventurosa, come fu avventurosa la corsa al riarmo dell'amministrazione Reagan se è vero, come ci ricorda sempre Viola nel medesimo articolo, che Edvard Shevardnaze e Gorbaciov rivelarono, in successive interviste, che "qualcuno al Cremino, tra l'84 e l'85, aveva in effetti pensato alla guerra".
 
Ecco, siamo in mano ad un giocatore di roulette russa che, andato bene il primo colpo, vuole tentare il secondo (per me rimane irragionevole e delirante).
 

Un piccolo inciso provocatorio:


Se, come disse Nanni Moretti, Berlusconi poteva ringraziare un solo uomo, Bertinotti, per la propria vittoria elettorale, si potrà anche dire che, se ci sarà questa stramaledetta guerra, sarà grazie ai Verdi americani (senza Nader candidato oggi sarebbe Presidente Al Gore e questa banda di sciagurati si sarebbe raccontata allo specchio la propria smania di onnipotenza).
 

Il terrorismo internazionale.


Sulle origini e sulla matrice integralista di questo terrorismo non ritorno. E' evidente che con l'11 Settembre il mondo intero piomba nella paura e nessuno sa da quale parte rifarsi. Solo gli strateghi della Casa Bianca trovano nuova linfa alla loro idea di "democratizzazione del mondo a suon di bombardamenti" e cominciano a parlare subito di guerra agli "Stati canaglia" ("Impero del male, Stati canaglia" che la scuola è la solita si percepisce anche da queste definizioni a forte valenza propagandistica). Sono talmente pronti a dichiarare guerra che qualcuno ha pensato, e continua a pensare, che le fallanze della difesa americana in occasione dell'11 Settembre non siano state del tutto casuali. Io continuo a considerare tale pensiero una enormità, quasi una bestemmia. Certo è che l'11 Settembre dà una forte accelerazione alla politica di questi strateghi, consegnandole una patente di legittimità che, altrimenti, ben difficilmente si sarebbe conquistata.
 
Se è sbagliata la risposta che questa amministrazione americana vuole dare al problema ciò non ci autorizza a minimizzare o peggio negare quest'ultimo. Il terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica c'è ed è probabile che goda di ulteriore sviluppo. Rifiutare la soluzione della guerra ci deve impegnare nel lavoro più faticoso di costruirne una alternativa efficace.
 
Ma cosa ha a che fare l'Iraq con il terrorismo islamico? Poco, molto poco. Sicuramente molto meno di tanti altri paesi, Inghilterra e USA compresi. Ma con il terrorismo ha molto a che fare l'Arabia Saudita (Osama Bin Laden non è iracheno, non è afgano, ma bensì arabo). E' qui che entra in gioco il terzo elemento.
 

Il petrolio.


Dei paesi principali dell'area del Golfo (Iran, Arabia, Iraq) è soltanto con l'Arabia Saudita che gli USA mantengono una collaborazione ed una presenza sul territorio. Ma adesso questa situazione non è più sostenibile perché nella lista degli "Stati canaglia" l'Arabia figura ai primissimi posti. E' dall'Arabia che arrivano gran parte dei finanziamenti ai terroristi. E' dall'Arabia che partirono migliaia di giovani di buona famiglia (non i disperati del Sud del mondo) per la guerra in Afghanistan (sarebbe interessante approfondire questo aspetto: chi partì dall'Arabia, chi dall'Egitto, chi dall'Algeria, e tutti sotto la benedizione Usa perché allora il nemico era l'Unione Sovietica, ma divento davvero chilometrico. Una breve e tutto sommato esauriente lettura è il libro di Lucia Annunziata "NO. La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente" a cui rimando). Ma l'Arabia non si può bombardare perché manca il pretesto, perché comporterebbe un'interruzione non definita di approvvigionamento di petrolio, perché sono molti i legami con le compagnie petrolifere e per scioglierli occorre tempo ed alternative da offrire a quest'ultime. Alternative che, guardacaso, si trovano in Iraq.
 
Con la guerra all'Iraq gli Stati Uniti pensano di riuscire in un colpo solo a:
 
1. Rovesciare Saddam
 
2. Riuscire, attraverso ad un governo amico se non con un protettorato, ad avere una propria presenza in un'area di fondamentale importanza sia per le risorse petrolifere, sia per il controllo dell'humus antiamericano e integralista che vi è diffuso
 
3. Possibilità di sganciarsi dall'alleato arabo, diventato troppo pericoloso.
 

Perché no.


Le ragioni politiche, prima ancora che ideologiche e di principio, che ci dovrebbero portare ad un netto no a questa guerra sono sostanzialmente sei. Le prime due sono di valutazione dell'efficacia stessa dell'azione militare. Dato per scontato che Saddam sarà rovesciato i punti cruciali sono il come e il dopo. Quindi:
 
1. E' quasi scontato, e l'esercito americano si sta preparando per questo, che non basteranno i bombardamenti, ma che occorrerà la presa di Bagdhad con combattimenti uomo a uomo. Quanto durerà questa fase ? (è probabile che Saddam utilizzi la quasi totalità del suo scalcinato esercito per difendere la roccaforte, osservatori parlano già di spostamenti di truppe da nord verso sud, una rinuncia a difendere i confini per una battaglia finale all'ultimo sangue). Quanti morti americani costerà? Come reagirà l'opinione pubblica americana rintronata dalla propaganda pro intervento (tanto da pensare per il 40% -non ricordo la percentuale esatta, ma uno sproposito- che i terroristi delle Twin Towers erano tutti iracheni) al rientro di cadaveri americani in carne, ossa e sangue?
 
2. E una volta rovesciato Saddam? Come non frantumare il paese? Curdi e sciiti rinunceranno ad una propria indipendenza? E se il paese si frantuma non sarà ulteriore elemento di destabilizzazione? Addio ambizioni di controllo americane. Oppure, come qualcuno ha ipotizzato, verrà fatta guerra anche ai Curdi e agli Sciiti?
 
3. La terza ragione è di pura perplessità sull'efficacia di questa guerra sulla capacità di fermare, invece di fomentare, il diffondersi dell'integralismo. Magdi Allam in un trafiletto su Repubblica de 14/2 ci racconta la trasformazione dei passeggeri del volo Londra- Kuweit City. "La fila di kuwaitiani che sta per imbarcarsi dall' aeroporto londinese di Heathrow mette in mostra una generazione occidentalizzata. Le ragazze esibiscono jeans e T-shirt aderenti e sfavillanti, le donne dei tailleur e delle camicette eleganti, gli uomini dei gessati color fumo molto "british". La fila di kuwaitiani che atterra a Kuwait City per immergersi nella propria realtà quotidiana, rassomiglia a un corteo di seguaci della tradizione e dell' ortodossia islamica. Solo le bambine hanno il capo scoperto. Tutte le altre donne nascondono i capelli con dei normali foulard o con dei più castigati hijab, il copricapo islamico. Come d' incanto compaiono uomini avvolti dalla dishdasheh, la lunga tunica bianca larga e informe. (.) Per le kuwaitiane, da sempre più libere e moderne, questa involuzione del costume è una novità. Paradossalmente questo singolare fenomeno sociale ha accompagnato la liberazione del Paese grazie all' intervento militare americano e alleato nel 1991, e si è accentuato nello scorso decennio parallelamente alla maggiore apertura verso l' Occidente. E' probabilmente una reazione alla crisi d' identità. Un malessere radicale che affligge il sistema dei valori e che la guerra di Bush rischia di acuire."
 
4. Il dopo 11 Settembre aveva visto una forte solidarietà internazionale nei confronti degli Stati Uniti e in molti avevano apprezzato il lavoro di "tessitura" di un'ampia rete per poter combattere insieme il terrorismo internazionale. L'unilateralismo degli americani, in questa circostanza, rischia, non solo di rompere questa rete, cosa già avvenuta, ma di compromettere, proprio per questo, l'efficacia della lotta stessa, rendendoci tutti più vulnerabili.
 
5. Non si può, in nome della democrazia, calpestare tutte le regole che, molto faticosamente, le democrazie tentano di darsi. Concludeva così Barbara Spinelli un suo articolo su La Stampa del 9/2: "Quel che occorrerà evitare, è che le democrazie liberali somiglino al loro principale avversario, in questa lotta dentro l'Islam arabo e per l'anima dell'Islam arabo. Ci distingue da essi una cosa essenziale - la coscienza della legge, il senso del diritto, la limitazione regolata delle sovranità assolute - e solo salvaguardando questa preziosa differenza eviteremo la loro rovina e anche la nostra".
 
6. Appare evidente il forte carattere ideologico di questa guerra. Non abbiamo ancora finito di plaudire alla caduta delle grandi ideologie che una nuova guerra ideologica rischia di precipitarci in un nuovo periodo buio.
 
Caro Ugo, fatta la fotografia più o meno nitida della situazione rimane, inesorabile, la domanda: che fare?
 
Non ti appesantirò ulteriormente con tutte le cose che si stanno movendo (manifestazioni, boicottaggi, bandiere, appelli ecc.) e che per altro, sono convinto, già conosci. Vi sono elementi vecchi, in tutto questo, ma anche elementi nuovi e sono questi che mi trasmettono speranza. Per la prima volta un forte movimento di massa riesce a liberarsi delle frange violente. Per la prima volta, grazie soprattutto alla rete Lilliput, teoria e pratica della nonviolenza entrano sulla scena in vasta scala: dal gruppo che difese a Genova con i propri corpi un poliziotto dall'assalto delle tute nere alle manifestazioni di Firenze e Roma in un clima festoso e senza incidenti, dall'applicazione del "metodo del consenso" per prendere le decisioni alla disobbedienza civile (che travalica l'inciviltà di Casarini) per rallentare il percorso dei treni carichi di armi.
 
Ma è una speranza fragile, sono sincero. Non credo che questo movimento riuscirà a fermare la guerra (non sai quanto spero di sbagliarmi), ma potrà creare una nuova classe politica per un domani meno violento e più giusto, a patto che riesca a liberarsi dalla facile demagogia sempre deleteria nel lungo periodo.
 
Oggi, come tutte le volte che ci troviamo ad affrontare grandi questioni, c'è un enorme vuoto, un grande assente che si chiama Europa.
 
Occorrerebbe un'Europa politica unita per affrontare seriamente e con successo il conflitto israeliano-palestinese, occorreva un'Europa politica unita per affrontare la situazione dei Balcani (e Gino Strada e tutto il pacifismo dovrà una buona volta farla finita di mettere sullo stesso piano quell'intervento americano, invocato a gran voce da un'Europa impotente, e quello, invece, che si prospetta), occorre un'Europa politica unita per affrontare l'infinità di problemi che ormai da tempo non riconoscono più i desueti confini nazionali. Un'Europa politica unita come elemento fondamentale per la ricostruzione di un diritto internazionale capace di dare risposte alle nuove emergenze, siano queste ecologiche, di difesa dei diritti umani o di difesa dal terrorismo internazionale.
 
C'è chi ha visto nell'asse franco-tedesco del no a questa guerra il primo vagito della futura Europa. Speriamo, ma il lavoro è lungo e complesso.
 
Dobbiamo seguire con più attenzione quanto sta avvenendo alla Convenzione sul Futuro dell'Europa presieduta da Giscard d'Estaing. Monica Frassoni, con la sua utilissima newsletter dal Parlamento Europeo ci ricorda del pericolo che i giganti partoriscano un topolino per arrivare ad un compromesso che accontenti tutti, euroscettici compresi. Il silenzio dell'opinione pubblica in questa fase può essere deleterio. Sarebbe stato bello se tutte le manifestazioni della pace avessero gridato più in alto degli altri slogans "vogliamo un'Europa politica unita". Sarebbe stato un messaggio politico, concreto e forse anche efficace nel lungo periodo.
 
Concludo, per rispetto tuo e di coloro che leggeranno, con una piccola proposta:
 
Potrebbero tutti i Verdi Europei, con un comunicato congiunto, promuovere un giorno di digiuno per una soluzione incruenta in Iraq e per l'accelerazione dei processi che dovranno portare ad un trasferimento di parti di sovranità nazionali ad un' Europa unita?
 
Sarebbe un bel modo anche per non lasciare solo Joschka Fischer e ricordare all'opinione pubblica che c'è dietro un partito che, se riesce per un attimo ad alzare la testa dalle misere beghe di bottega, potrebbe avere un ruolo non secondario in questa fase storica.
 
Scusandomi ancora per la lunghezza, ti saluto cordialmente
 
Pietro
 

 

L'intervento di Ugo Bardi


"L'Occidente e l'America dicono che vogliono liberare l'Iraq, ma liberarci da chi?" Mons. Slamon Warduni, vescovo di Baghdad.

 
Il terrorismo fa paura a tutti, giustamente; ma per combatterlo bisogna capirne le origini. Non ci si può limitare a urlare "combattiamo il terrorismo" senza specificare chi, dove e come. Combattere contro un nemico sbagliato non sarebbe solo un errore, sarebbe un regalo fatto al nemico vero, chiunque esso sia. La confusione su questo punto è notevole e non solo da parte del partito della guerra, le cui vere motivazioni possono essere ragionevolmente messe in dubbio, ma anche da parte di chi alla guerra si oppone. Questi ultimi spesso mettono in campo una serie di "se" e di "ma" per la loro opposizione, per esempio "No alla guerra, ma bisogna liberare l'Iraq, ma bisogna distruggere le armi di Saddam, ma dobbiamo portare la democrazia nei paesi arabi, ma bisogna togliere il velo alle donne islamiche, eccetera.". La stessa varietà di queste argomentazioni indica una discreta confusione di intenti e di motivazioni. In sostanza, contro chi dobbiamo combattere, esattamente?
 
Gli autori di alcuni dei più efferati atti di terrorismo degli ultimi anni hanno dichiarato, più o meno esplicitamente, di agire in nome dell'Islam. Di conseguenza si parla di "terrorismo islamico" come del principale problema. Dobbiamo da questo dedurre che il problema è l'Islam in quanto tale? I fautori della tesi che vuole l'esistenza di uno "scontro di civiltà" sono arrivati esattamente a questa conclusione. Se accettiamo l'idea che ci sono due civiltà, Islam e Occidente, in lotta fra di loro, evidentemente ognuna combatte con le armi che ha: da una parte i kamikaze, dall'altra i bombardieri. Una con fanatici imbecilli, l'altra con bombe intelligenti (o forse ancora più imbecilli). Ognuna si appoggia alla propria ideologia per giustificarsi: da una parte la democrazia liberale, dall'altra la religione islamica. Sulla base di questi ragionamenti c'è chi ha detto esplicitamente che l'Islam (o comunque i paesi islamici del Medio Oriente) sono il "prossimo nemico" della civiltà occidentale, un nemico che riusciremo ad abbattere, ci dicono, proprio come abbiamo abbattutto il comunismo. Ma è possibile che il terrorismo origini direttamente da una religione? E se si, cos'ha l'Islam di speciale che lo rende più pericoloso, per esempio, del Buddismo, dell'Induismo o dell'Animismo?
 
Sappiamo poco a proposito dell'Islam di oggi, la nostra visione è confusa. Dalla televisione e dai media ci arrivano immagini di un coacervo di gente barbuta, donne velate, beduini, talebani, ayatollah, sceicchi, mujaddin e tutto il resto. Ma l'ignoranza occidentale a proposito dell'islam è pari soltanto, purtroppo, a quella dei paesi islamici a proposito dell'occidente. Sappiamo poco gli uni degli altri, siamo diffidenti e impauriti. Eppure, le traiettorie dell'Islam e del Cristianesimo sono oggi, e lo sono sempre state, parallele anche se separate. Islam e Cristianità sono molto più simili di quanto non si immagini di solito.
 
Il Cristianesimo riprende oggi vita e vigore in occidente come una forza riformatrice e portatrice di valori umani e sociali, lo stesso vale per l'Islam in oriente. Come il Cristianesimo, l'Islam ha oggi la sua rinascita con uomini e donne che cercano di tornare agli ideali originali e profondi dell'Islam, riformatori che credono all'uguaglianza fra gli uomini davanti a Dio, alla giustizia della Shariah, alla liberazione dei deboli e agli oppressi. I nomi di questi riformatori islamici ci sono poco noti per nostra ignoranza, non per loro carenza. La loro vita è comunque difficile come quella dei riformatori Cristiani. Il potere secolare, nei paesi Musulmani come in quelli Cristiani, vorrebbe una religione addomesticata e obbediente, soltanto della domenica, e non ama i riformatori e i predicatori di eguaglianza sociale.
 
Ma se le religioni, sia il Cristianesimo come l'Islam, come pure l'ebraismo, vedono una rinascita dei loro ideali profondi, allo stesso tempo stanno passando attraverso un rigurgito di fondamentalismo che rischia di snaturarle nella loro essenza. Il fondamentalista crede nella religione ma non ne capisce il significato vero, ne rispetta solo le forme esteriori. I fondamentalisti, che possiamo anche chiamare bigotti, sono persone terrorizzate dai cambiamenti, persone impaurite che si rifugiano nell'adesione letterale ai precetti. Precetti che non capiscono e dai quali traggono solo odio per qualcosa o per qualcuno: odio per le donne, per gli stranieri per gli "infedeli".
 
Curiosamente (o forse no), l'occidente secolare e l'Islam si trovano anch'essi a seguire traiettorie parallele, Esiste anche un fondamentalismo secolare che affligge la democrazia. Di solito non lo chiamiamo fondamentalismo, lo chiamiamo piuttosto fascismo. Oppure, più semplicemente, lo possiamo chiamare autoritarismo. Ma alla fine dei conti è la stessa cosa. Come il fondamentalismo religioso lascia in piedi le forme della religione ma ne distrugge il significato profondo, il fascismo autoritario lascia in vita le forme della democrazia ma le svuota di significato. Al tempo del fascismo dichiarato si andava a votare, c'erano schede, urne, lo spoglio e tutto il resto, ma la scheda aveva già il nome di Mussolini stampato sopra. Oggi, lo svuotamento della democrazia è un po' piu' sottile. Il fascismo non è più ufficialmente dichiarato e possiamo votare per molti partiti. Però non possiamo ignorare come le nostre scelte elettorali siano lo stesso in gran parte forzate dalla potente macchina propagandistica dei media nelle mani di pochi gruppi di potere.
 
E' curioso come sia l'autoritarismo occidentale come quello orientale si rivolgano entrambi contro i più deboli: in particolare contro le donne. Nell'Islam le donne sono prese di mira dai bigotti, marginalizzate, costrette in casa e forzate a imbacuccarsi di veli a dispetto dell'ampia dignità che garantisce loro il sacro Corano. In Occidente, le donne sono altrettanto marginalizzate, ma in più anche umiliate nell'essere costrette a scoprirsi fino all'ombelico in pubblico, ridotte a testimonial pubblicitari in un mondo dove non si vende più neanche il salame a fette senza una donna mezza nuda che lo proponga, con l'ulteriore presa di giro da una teorica uguaglianza sancita dalle leggi.
 
Tutto il mondo è paese, come si suol dire. Potremmo metterci a discutere se il fondamentalismo che sta invadendo l'Islam sia un problema peggiore di quello dell'autoritarismo che sta invadendo l'Occidente. Entrambe le cose rendono la vita difficile alle persone normali ma non è questo, forse, il problema più grave. Il problema è la violenza, quella violenza insensata che chiamiamo terrorismo, quella violenza che si nutre di se stessa e ne genera sempre di più fino a farci contemplare oggi la possibilità dell'olocausto nucleare, spauracchio di cui credevamo di esserci liberati ma che oggi è riproposto, ancora in nome della lotta al terrorismo.
 
E' possibile che il terrorismo nasca dall'Islam in quanto tale? Ovviamente no: l'Islam come religione condanna esplicitamente la violenza contro gli innocenti, e non potrebbe essere altrimenti. Il concetto di "terrorismo islamico" è una contraddizione in termini. E' possibile che il terrorismo nasca dal fondamentalismo? In un certo senso si, ma non direttamente. Il fondamentalismo genera idioti fanatici che possono essere utili strumenti per potenti organizzazioni criminali, organizzazioni il cui unico fine è il potere e che non si ritraggono dai peggiori atti di violenza per ottenerlo. Organizzazioni che a volte si ammantano di qualche ideologia o credo religioso ma solo per meglio raggiungere i loro fini. L'attacco dell'11 Settembre non è stato fatto in nome dell'Islam ma in nome della dominanza politica e militare mondiale. Al Quaeda non rappresenta i musulmani del mondo, non più di quanto le brigate rosse ai loro tempi rappresentassero i lavoratori italiani.
 
E' evidente che ci siamo messi a combattere contro nemici sbagliati. E' un nemico sbagliato l'Iraq, paese povero, affamato e inerme, come pure gli altri paesi dell' "asse del male". E' un nemico sbagliato persino Saddam Hussein, tiranno sanguinario quanto si vuole, ma non peggiore di tanti altri e comunque del tutto innocente dell'accusa di terrorismo. E' un nemico sbagliato il velo delle donne islamiche, non un segno di oppressione, ma simbolo di dignità e elemento culturale pluri-millenario dell'oriente. E' un nemico sbagliato, soprattutto, l'Islam stesso, religione che abbraccia oggi oltre un miliardo di persone che in essa hanno trovato fede, dignità e speranza.
 
Chi parla oggi di "problema islamico" dovrebbe fermarsi un attimo a ricordare come per decenni si era parlato di "problema ebraico" in Europa, finchè non furono i nazisti a trovare una loro "soluzione" (finale). Chi parla oggi di "scontro di civiltà" dovrebbe ricordarsi come gli imperi basati sulla forza durano pochissimo e che se uno scontro del genere esistesse davvero l'Occidente con tutti i suoi bombardieri non avrebbe più possibilità contro l'Islam di quanta ne avesse avuto contro il cristianesimo l'imperatore Diocleziano con tutte le sue legioni. Chi oggi chiama la crociata contro l'Islam, anche in buona fede, anche in nome di concetti come la democrazia, la libertà o la rimozione di qualche tiranno locale, lo fa a rischio di causare immensi danni a persone innocenti. L'Islam non è il nostro nemico, non lo è mai stato, non lo sarà mai a meno che non lo costringiamo per forza a esserlo.
 
Chi sono allora i veri nemici? Lo sappiamo bene, lo sappiamo tutti. Sono la miseria, l'oppressione, l'ignoranza, la schiavitù. Da queste cose nascono l'odio e l'autoritarismo che poi portano alla violenza e al terrorismo. Sono nemici che si possono e si devono combattere, ma non certamente con le bombe. Per questo dobbiamo dire no a questa guerra, senza se e senza ma.
 
Ugo Bardi