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Il Covile - N.o 126 (6.3.2003) Andrea Borselli e i luoghi comuni

Questo numero


Ripresici dal digiuno leggiamo questo intervento di mio fratello.
 

Guerra e luoghi comuni (di Andrea Borselli)


È con gran difficoltà che entro nel merito di alcune delle tante cose dette e scritte sulla guerra perché non mi sembra facile sintetizzare tutta una serie d'osservazioni e giudizi che sono diventati luoghi comuni. Registro però con estremo piacere la svolta nonviolenta del movimento pacifista, condizione essenziale per apportare un corretto contributo al dibattito e permettere l'espressione di un forte sentimento contro la guerra. È un sentimento che attraversa ciascuno di noi, ma che si può manifestare anche non aderendo alle mobilitazioni proposte dal movimento.
 
La ragione della mia difficoltà a sposare le tesi dei pacifisti deriva da una vita trascorsa nell'impegno politico e la conseguente necessità (qualcuno giudicherà questo come atteggiamento moralistico) di ricercare una coerenza tra quello che si è teorizzato e praticato nel tempo ed i risultati che l'azione nostra e degli "altri" ha conseguito.
 
Cacciari l'altro giorno a Firenze parlando della pace e dichiarando la sua totale avversione a questa guerra, affermò che con la caduta del muro di Berlino era finita "la terza guerra mondiale" tralasciando un giudizio di merito su vincitori e vinti.
 
Vorrei ricordare che al termine della seconda guerra mondiale il giudizio, almeno per le maggioranze di governo nei paesi democratici, fu chiaro: "avevano vinto le forze della resistenza e alleate che avevano affermato nel mondo occidentale la democrazia e i diritti civili contro le dittature naziste e fasciste". Non altrettanto limpido, per parte dell'opinione pubblica di sinistra, fu il giudizio sulla dittatura comunista e sul ruolo e influenza che questa avrebbe avuto su larga parte del mondo. Se Cacciari definisce tutto il periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale al 1989 come terza guerra mondiale, se questo è vero dovremo considerare quel periodo (45 anni!) come il prolungamento della lotta contro i grandi totalitarismi apparsi in Europa, dopo la prima guerra mondiale: quello comunista e quello nazista.
 
Io non sono per esprimere un giudizio così netto su tutta la nostra storia recente e probabilmente non sottoscriverei l'idea della terza guerra mondiale. Preferisco pensare più al confronto aspro e talvolta drammatico fra nazioni portatrici d'interessi e idee diverse che ha dimostrato la netta superiorità del modello liberal-democratico nei confronti del modello comunista. Preferisco pensare che l'oggettivo ruolo degli Stati Uniti d'America a guardiani e difensore della democrazia nel mondo non possa essere svolto senza incorrere anch'essa inevitabilmente in errori e soprusi.
 
Ma in ogni caso ciò non mi esenta da riflettere sui miei comportamenti e sui miei giudizi nonché alle mie scelte durante tutta quella fase che si è chiusa appunto con il dissolvimento dei regimi dell'Est Europeo. Cacciari e un po' tutti coloro che dibattono sulla questione della guerra ci devono anche dire se chi ha vinto la cosiddetta terza guerra mondiale stava o no dalla parte della ragione.
 
Guardate che questa non è una semplice provocazione, è semplicemente la necessità di fare i conti con la nostra storia con i nostri comportamenti con le nostre certezze smentite spesso dai fatti. Prima per tutte penso al Vietnam e al nostro ruolo avuto per favorire la sconfitta degli Americani, penso alle considerazioni che feci (1980) dopo essere venuto a conoscenza del trattamento avuto, dopo l'invasione del Vietnam del Nord, dai membri del governo provvisorio del Vietnam del Sud: finirono tutti in campi di concentramento e poi ci fu l'esodo di massa dei barconi con decine di migliaia di morti che nessuno ha mai pianto.
 
Altra vicenda che dovrebbe far riflettere è quella dei missili a Comiso (basta andare in giro per la Toscana e potrete leggere ancora le targhe "comune denuclearizzato il nostro contributo alla pace"), all'epoca non partecipai, ma subii quelle manifestazioni, perché avevo la sensazione, non la certezza, che avesse ragione Craxi. La storia l'ha poi dimostrato ma che fatica per chi cercava di ragionare.
 
Ultima vicenda dalla quale speravo che la sinistra di governo avesse tratto degli insegnamenti se non definitivi almeno consolidati e perciò non legati al trovarsi al governo o all'opposizione, perché ci sono delle questioni che sono al di sopra degli interessi di parte, è quella della guerra nel Kossovo. Io, per quanto possa contare per gli altri il mio parere, ho condiviso allora la decisione del gruppo dirigente del centrosinistra approvando quell'intervento, non posso perciò oggi fare finta di nulla, come stanno facendo tutti. Non riesco a capacitarmi come quella decisione non abbia condizionato l'atteggiamento d'oggi almeno per chi allora sostenne l'intervento in Serbia.
 
Ma veniamo a questa guerra: io sono tra gli illusi che sperano che mostrando i muscoli si possa ancora impedirla, poi spero che nell'eventualità gli Americani siano tanto bravi da non far pagare prezzi alle popolazioni inermi; sono tra quelli che oggi digiunerà e stasera parteciperà alla fiaccolata organizzata dai sindacati, ma che non si sente di avventurarsi su l'Islam, mentre un'idea sul petrolio ce l'ha ed è in contro tendenza rispetto a quello che si ascolta.
 
Anch’io ritengo che il petrolio sia il maggior problema per tutta l'area, non tanto e non solo perché l'occidente ha bisogno di quel petrolio ma perché la sua vendita ha diffuso ricchezze incredibili in quei Paesi i quali hanno visto mutare e occidentalizzarsi le loro condizioni di vita senza che si sviluppassero dialettiche democratiche al loro interno.
 
Quando l'Ayallotà Komeini si impadronì del potere in Iran, nonostante i proclami antioccidentali una cosa rimase inalterata: l'esportazione del petrolio verso l'occidente. Nessuno sarebbe stato in grado di governare quel Paese senza i proventi del petrolio. Il problema è che in tutto il mondo Arabo quegli immensi proventi hanno prodotto uno sviluppo economico assolutamente slegato dalla cultura e dalla storia di quei Paesi. Inoltre il possesso di quelle risorse in mano a regimi antidemocratici non ha permesso il dispiegarsi di una cultura e di un'economia capace di ricrearne una autonoma per questi popoli: anzi ha creato la consapevolezza di una sudditanza economica culturale e il mito della rivalsa.
 
Credo che siano qui le ragioni principali del fanatismo Islamico, nella paura per la fine di un modello di società rispetto alla quale non si vedono alternative se non quella di aderire al modello democratico occidentale, è in questo senso e rispetto a queste vicende che l'occidente rischia d'essere impotente. In Europa i tempi per raggiungere questa libertà economica-democratica non sono stati né brevi né indolori, la nostra storia ci ha insegnato qualcosa, non è un caso che in questi giorni si sia ripreso il dibattito sull'espansionismo nazista e sul silenzio delle democrazie Europee.
 
Cosa fare: per prima cosa non presentare le nostre ricche democrazie come comunità dove siano scomparsi tutti i valori morali e religiosi. La tolleranza e l'accettazione della pratica di religioni diverse non deve diventare l’abolizione di ogni nostro riferimento culturale e religioso, questo vale per credenti e non credenti. Far comprendere che la nostra tolleranza è volontà di convivenza non è imbellità e supinità rispetto alle altre culture.
 
Credo che l'errore più grande sia quello di mostrarsi come popoli che non hanno niente da difendere, se non il solo benessere economico. A nessuno deve passare per la testa che le nostre democrazie siano prive di contenuti e valori morali che, anche se non direttamente collegati alla fede, possono cementare gli uomini e renderli consapevoli di appartenere ad una comunità per la difesa della quale si può anche morire.
 
Forse i terroristi ed i dittatori contano troppo sulle nostre debolezze di occidentali, nel nostro piccolo possiamo contribuire alla pace facendoli ricredere almeno su questo.
 
Andrea Borselli 5 marzo 2003