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Il Covile - N.o 127 (9.3.2003) Leonardo Tirabassi ci fa un quadro completo

Questo numero


Dopo le riflessioni di Pietro e di Andrea sull’ormai imminente guerra in Iraq, è arrivato questo contributo di Leonardo che è anche una risposta. In queste cose Leonardo ci capisce molto più di me e quindi Ubi maior minor cessat.
 
Confesso che ospitare una discussione così seria e onesta ed anche approfondita è per me un onore, ma mi fa anche sentire la responsabilità di continuare con queste News che erano iniziate quasi per gioco.

 

Leonardo Tirabassi ci fa un quadro completo


E’ difficile entrare in merito al dibattito che scuote tutta l’opinione pubblica non solo di sinistra sui motivi della pressione degli Stati Uniti contro Saddam.
 
Lo è per una ragione semplice e chiara. Le attuali posizioni contro la guerra possono essere raggruppate sotto quattro grandi raggruppamenti che come tutte le semplificazioni non rende giustizia né della complessità di esse né del fatto, molto più rilevante, che in realtà le posizioni sono confuse, si mischiano, si rincorrono, si uniscono a passioni viscerali (dato che non rende semplice discutere). Propongo questi grandi contenitori a mo’ di tipi ideali non esattamente corrispondenti a ciò che veramente succede. Anzi, una bella novità è il sincretismo assoluto di tutte queste idee in un calderone dove ci si può servire a piacimento e a secondo dell’opportunità (ma questa non è una “posizione” nel senso etimologico della parola con cui si possa discutere; anzi è il contrario, è una sorta di terreno paludoso dove non si capisce più niente, ma il sincretismo nell’era telematica della globalizzazione è diventato una caratteristica non solo di costume, ma anche antropologica, trasformazione che meriterebbe un discorso a parte per la sue rilevanza politica).
 

  1. Vi è una posizione che non può essere definita pacifista, ma di ricerca della pace come bene indivisibile ed aspirazione assoluta caratteristica del magistero della Chiesa Cattolica. Tale posizione è trascendete la realtà umana, non è politica e quindi è ideale e non va confusa con la politica estera del Vaticano che come ogni altro stato, meglio di altri stati, ha un proprio indirizzo in politica estera e quindi anche sull’Iraq.

  2. Il pacifismo cattolico traduce immediatamente tale dottrina in posizione politica, cioè lo trasforma in pacifismo assoluto; e qui avviene il corto circuito. Siccome queste posizioni sono possibili solo all’interno dell’Occidente democratico e liberale, in modo automatico e immediatamente – anche se si vuole malgrado la buona volontà di imparzialità - si trasformano in posizioni antioccidentali, antiamericane, terzomondiste ecc.

  3. La terza posizione è di derivazione comunista. E’ l’erede della lettura dell’imperialismo “fase suprema del capitalismo”, come risultato dell’escrescenza finanziaria; è la continuazione della tradizione dei “partigiani della pace” della guerra fredda, delle manifestazioni contro i missili a Comiso e contro Craxi. E’ crollato il comunismo, è finita la guerra fredda, ma una certezza è rimasta: il nemico sono gli USA sopra tutto e tutti. Questa posizione potrebbe essere definita di pacifismo ideologico, perché è contro la guerra imperialista, occidentale, ma non certo contro la violenza. In realtà, ripropone una nuova versione della “guerra civile europea”: i suoi aderenti sono quinte colonne di paesi stranieri, ovviamente in tono minore senza nessuna strategia, né coerenza, dato il fatto che manca ad essa sia il paese di riferimento che incarna il “bene” sia i valori e il sistema ideologico a cui appellarsi (ma impressionante è il richiamo che queste posizioni hanno ancora oggi o meglio: fa paura la demenza della leadership della sinistra che rincorre queste posizioni).

  4. L’ultima posizione si differenzia da tutte le altre perché si oppone all’intervento in Iraq perché dissente sulla scelta dei mezzi per raggiungere un obiettivo ritenuto per altro “giusto”: siamo qui davanti alla critica dell’efficacia dei mezzi.


 
Come si diceva all’inizio, ci sarebbe una quinta posizione che è quella maggioritaria. Cofferati più Gino Strada insieme ai preti no global, Rosi Bindi a braccetto con Casarini, Bassolino che dichiara pubblicamente la sua adesione al digiuno della pace nel mercoledì delle Ceneri - ma anche D’Alema era andato con i bambini sulle spalle in Piazza San Pietro all’Angelus per protestare contro la prima guerra contro l’Iraq! Cioè, il miscuglio sincretista, di tutto un po’, ma questo fenomeno andrebbe trattato appunto, prima su di un piano di genealogia del moderno per valutare successivamente le conseguenze che simili novità portano alla politica, ma qui voglio solo stilare sinteticamente poche note di politica internazionale.
 
Mi inserisco nel dibattito perché sono appunto comparse posizioni che possono essere ascritte, pur con tutte le sfumature, a quest’ultima posizione, l’unica a mio avviso che permette un discorso razionale non sulla guerra in generale, ma su “questa” guerra: le motivazioni infatti addotte dai sostenitori di quelle posizioni non si collocano nell’alveo della discussione concreta e specifica; tutte si pongono su di un piano extra politico, alcune si caratterizzano per l’assoluta alterità, si veda la posizione della Chiesa Cattolica, altre per la fortissima connotazione ideologica che appiattisce tutto. Resta il fatto, il loro comun denominatore, che niente dicono su Saddam, sulla nuova situazione internazionale, sulle armi di distruzione di massa (ADM), sul terrorismo, sul fondamentalismo islamico ecc. Tali posizioni si caratterizzano quindi per la loro controfattualità: l’occidente democratico comunque sia, ora anche se attaccato, non deve mai fare la guerra perché dopo la situazione che si creerà sarà sicuramente peggio di prima, posizione riassunta sotto lo slogan “Contro la guerra, senza se e senza ma” (qui non siamo solo fuori della politica, ma ci troviamo davanti all’antipolitica).
 
Tornando alle posizioni di dissenso e dubbio razionale espressi in modo problematico sia da Andrea Borselli che da Pietro Del Zanna. Il fatto che esse siano minoritarie è significativo del livello a cui siamo giunti, alla assoluta disabitudine a discutere razionalmente di politica, tanto più internazionale fino a farci rimpiangere altri tempi.
 
Penso che sia necessario partire da un presupposto meta storico. Dati alcuni presupposti di prudenza, se una guerra stabilizza o destabilizza il mondo, perché di questo si tratta, lo si capisce solo a posteriori (ma di quanto?) e dichiarando esplicitamente su quale metro si misura l’efficacia: la pace in quella zona? L’abbattimento di un regime? La difesa di popolazioni inermi? La minaccia per la propria sicurezza? La legittima difesa? Questo ci porta a dire che comunque ci troviamo davanti a delle presupposizioni, razionali quanto si vuole ma di questo si tratta.
 
Ma veniamo a noi. Penso che non si riesca appieno a valutare a percepire che cosa sia successo con la caduta del Muro. Ha ragione Andrea. E’ finita un’era: è cambiato l’orizzonte. Ora possiamo guardare al Novecento, agli eventi che l’hanno attraversato e cercare il filo rosso che li tiene: Prima Guerra mondiale, Seconda Guerra Mondiale, Guerra Fredda con tutte le guerre e le crisi minori, con il genocidio nazista e quello staliniano. Storici e saggisti hanno definito tutto ciò con parole appropriate: “il secolo breve”, la “guerra civile europea”, la “lunga guerra”. L’Europa è entrata in questo vortice di distruzione al centro del mondo per potere economico, finanziario, tecnologico militare e ne è uscita definitivamente nel 1989 ai margini, una serie di medie potenze tra le altre.
 
Anche le stesse istituzione internazionali e sopranazionali, nate per altri compiti, risentono ancora di questo spaesamento: perché nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU siedono le potenze vincitrici della seconda guerra? A che serve la NATO se è sparito il nemico? E l’Europa, se si allarga all’infinito, è sempre Europa? E qual’è ora l’interesse nazionale, come si definisce e di quale politica di sicurezza abbiamo bisogno? Quand’è che si deve intervenire? Anche il dissenso duro tra alleati atlantici è un risultato della fine della guerra fredda, della rottura di quella cornice che semplificava i rapporti tra stati: non è ovvio e scontato che gli alleati di una volta siano sempre uniti davanti a nuove minacce, non è detto che i loro interessi nazionali coincidano. Tutto questo ci coglie impreparati culturalmente e reagiamo in modo emotivo davanti ad un mondo che improvvisamente ci appare caotico, senza più punti di riferimento.
 
Si diceva della Fine della Guerra Fredda. Il fatto che ci ha stordito completamente è che essa è avvenuta assieme alla comparsa di un altro fenomeno epocale: la globalizzazione che qui ci interessa per lo meno sotto i due aspetti dello sviluppo della rivoluzione digitale e dei media e della realizzazione dell’economia mondo. Cosicché, la crisi di Timor è a casa nostra così pure la Sierra Leone e i mercati crollano se Singapore ha la febbre. Una bomba islamica in Malesia ha lo stesso impatto di una a Berlino. Ecco allora il moltiplicarsi degli interventi militari definiti in modo vario (ma mai “guerra”): peace keeping, peace building, polizia militare, polizia ecc. Ed ecco allora il moltiplicarsi degli interrogativi e delle scelte. E’ lecito mandare i nostri soldati a rischiare la vita in Sierra Leone? E chi paga, perché le risorse a fronte di tanti impegni sono sempre più scarse? E perché siamo intervenuti nell’ex Jugoslavia e non in Ruanda se entrambi i paesi necessitavano di un intervento umanitario?
 
E allora perché non intervenire in Iraq?
 
Nessuno sa più cosa sia l’interesse nazionale, non si trova una sua definizione in nessun documento dell’Ulivo. Che paura, signori miei! Si oscilla come un guscetto in mezzo alle onde di capo Horne, arrampicandosi su specchi lisci come l’olio senza dire la verità. Nel mondo c’è la guerra. Le relazioni tra stati sono dettate da rapporti di forza. Gli Stati Uniti sono i garanti in un’ultima istanza dell’ordine mondiale, che è un bene pubblico, perché solo loro dispongono delle armi. Nessuno si è accorto che la crisi tra Spagna e Marocco per uno scoglio di sassi in un’area di pertinenza semmai europea è stata risolta dagli USA?
 
Il disegno americano è estremamente chiaro e vale la pena riesporlo.
 

  1. Il concetto di sovranità nazionale è sempre più debole vuoi materialmente (porosità delle frontiere fisiche) che culturalmente: per chi non l’avesse capito, la guerra a Belgrado è una violazione del diritto internazionale che non si era mai vista da quando la pace di Westfalia nel 1648 segnò, per convenzione storiografica, la nascita dello Stato moderno. E’ talmente una novità che essa è scoppiata senza passare dal voto dell’ ONU per scendere con le bombe della NATO.

  2. Saddam è molto più pericoloso di Milosevic perché ha destabilizzato due volte un’area calda per l’occidente, perché dispone di armi di distruzione di massa, perché in quell’area c’è una risorsa chiave per tutto il mondo, perché le ha usate contro i sui nemici e contro il suo popolo, perché minaccia concretamente l’unico paese democratico dell’area, simbolo dei disastri europei nel ‘900, perché è il retroterra dei terroristi palestinesi (non dei palestinesi), perché ha violato le risoluzioni dell’ONU.

  3. Il terrorismo fondamentalista islamico. Se è vero che non ha base, per ora, in Iraq, è vero che non è indipendente dagli stati dell’area che sono un miscuglio di regimi feudali, caste oligarchiche corrotte, clan ed anche processi democratici in embrione brutalmente repressi. Esso ha base cioè in paesi mussulmano autoritari (gli americani li definiscono fascisti, ma in confronto il fascismo era un regime democratico dove vigevano i diritti civili).

  4. Non si può permettere al terrorismo di venire in possesso facilmente delle ADM.

  5. Dal dopoguerra la politica USA ed Europea nella zona è stata di non ingerenza negli affari interni in cambio del petrolio; dall’11 settembre questo quadro è cambiato. Anche il nesso con la crisi mediorientale è stato capovolto; non si può aspettare che essa sia risolta per poi intervenire. Non solo non c’è nesso causale tra le due questioni, ma se c’è, è invertito (se i paesi arabi avessero premuto verso Arafat a rispettare gli accordi di Camp David). Gli Stati Uniti hanno deciso di essere attori dei processi in Medio Oriente, puntando a cambiare le istituzioni di quei paesi. I paesi a tradizione mussulmana, e in testa quelli arabi, devono accettare la realtà come fece a suo modo la Turchia alla caduta dell’Impero Ottomano, e la super potenza non si può dimostrare debole e senza credibilità ai loro occhi che già vedono l’occidente imbolsito e corrotti dalla modernità, dalla parità uomo-donna e dalla democrazia.
    Quindi è necessario spezzare la catena regimi islamicofascisti-armi di distruzione di massa-terrorismo smontando come in un domino quegli stati che si oppongono a un cambiamento, vedi Afghanistan dei Talebani, Pakistan e ora Iraq. Ormai nessun paese si può chiudere alla modernità con tutte le sue implicazioni: democrazia, diritti civili, sviluppo dei consumi. Si tratta di costringere quei paesi ad aprirsi. In un rapporto impressionante dell’ONU scritto da esperti arabi e mussulmani in esilio, viene fuori che tutti quei paesi traducono meno libri esteri della Grecia, che il tasso di analfabetismo è uno dei più alti del mondo ecc.

  6. Le alleanze si fanno in base agli interessi nazionali. Perciò se la NATO si impastoia, se l’ONU si dimentica di aver assistito a dei veri e propri genocidi senza far niente (Sierra Leone, Ruanda, Timor, ex Jugoslavia, Somalia) quando è intervenuta da sola senza il sostegno USA, se l’Europa si dimentica che non è riuscita nemmeno a garantirsi la sicurezza a casa propria disponendo, sulla carta, di uno dei più forti esercito del mondo contro le poche forze jugoslave, allora pazienza. Nella Nato possono entrare anche Israele e India e poi tutti gli Stati ex Sovietici spostando a Est il baricentro ed emarginando Francia e Germania. L’ONU ha sempre contato poco; se conta qualcosa è perché ci sono gli USA e quindi un veto vuol dir solo un veto.


 
Davanti a questa strategia che si ispira ad uno spirito wilsoniano determinato (tutto il contrario dell’unilateralismo), non ho visto contrapposto nessun ragionamento sensato che sappia unire legittimità e forza. La posizione di Francia e Germania è nata solo dopo che gli USA avevano dichiarato la loro volontà di far rispettare a Saddam le risoluzioni dell’ONU e “in zona Cesarini”; se gli Stati Uniti non si fossero mossi, nessuno avrebbe fatto niente contro Saddam. Il diritto internazionale non c’entra niente: non mi sembra poi che la Francia abbia chiesto nessun permesso per intervenire in Costa d’Avorio.
 
Non è un caso inoltre che le obiezioni vengano da due paesi che si collocano nel campo di una resistenza istituzionale profonda alla globalizzazione con risultati devastanti per i loro paesi. Perché la fine della guerra civile europea ha significato la vittoria della democrazia liberale contro i due totalitarismi impegnati nella lotta mortale per la gestione dello stato nazione al fine di garantire ai propri cittadini i bisogni sociali nell’epoca della massificazione, fine condiviso da tutti e tre i contendenti. Oggi gli stati nell’epoca della globalizzazione sono chiamati a nuove sfide, una sopra le altre: i cittadini pretendono che lo stato renda possibile la loro autoaffermazione, lo sviluppo pieno delle loro possibilità (federalismo, detassazione, scelta tra servizi, liberazione di risorse da investire in ricerca e sviluppo). Non è un caso attribuibile all’ideologia che i tre paesi europei che hanno messo in discussione lo stato sociale per cercare nuove soluzioni siano su posizioni simili, mentre chi sta entrando in una crisi strutturale profonda, come dimostra il sistema renano, rifiuti di aprire le finestre.
 
Se questo è il quadro, non rimane altro che sollevare alcuni dubbi sulla strategia americana:
 

  1. non si è spiegato a sufficienza in che cosa consista l’obiettivo dell’offensiva all’Iraq: se il terrorismo, le armi di distruzioni di massa o il cambio di regime e quindi in che modo si definisca la vittoria;

  2. appare contraddittorio passare dall’ONU presentando una decisione già preconfezionata, perché facendo così non si fa altro che mettersi nelle mani dei giocatori di poker. Non si capisce poi come l’ONU potrebbe accettare il cambiamento di un regime;

  3. non è comprensibile perché non si sia proceduto contro l’Iraq subito dopo l’Afghanistan;


 
Non ho preso in considerazione l’obiezione di fondo, quella cioè che accusa gli USA di non conoscere il medio oriente, di non sapere che cosa fare una volta caduto Saddam, che gli stati confinanti con l’Iraq interverranno. Insomma non prendo in considerazione “l’obiezione catastrofistica a-priori”, perché mi sembra sempre la solita che diceva che non si doveva intervenire in Jugoslavia perché nemmeno l’esercito tedesco era riuscito a sconfiggere i serbi, non si doveva andare in Afghanistan perché ci sarebbe stata la rivolta delle masse arabe e perché nemmeno gli inglesi ed i russi erano riusciti a conquistare il paese…
 
Leonardo Tirabassi