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Il Covile - N.o 128 (11.3.2003) Giannozzo risponde, Leonardo considera sulla Francia

Questo numero


Non perdo tempo e cedo la parola a Giannozzo, più sotto intanto il secondo contributo di Leonardo di argomento demaistriano: “Considerazioni sulla Francia”.
 

Giannozzo risponde a Leonardo


Caro Leonardo,
 
non mi riconosco in nessuna delle classificazioni che hai elencato.
 
La prima mi sembra una definizione un po’ disincarnata della posizione morale della Chiesa, come se fosse trascendente e ideale. Il modo come la definisci sembra "è naturale che abbia una posizione morale contro la guerra, ce l’ha sempre, è rispettabile ma il mondo e la politica sono un’altra cosa". E’ un’analisi piuttosto diffusa sull’etica della Chiesa cattolica, che conferma comunque e rafforza l’ineluttabilità di un occidente senza etica. Trascendente è solo Dio, noi tutti, Chiesa compresa, siamo nel mondo e come cristiani con fede non apparteniamo al mondo, ma rispondiamo delle nostre risposte qui, e in particolare nulla c’è di più incarnato della legge morale, alle cui conseguenze nessuno si può sottrarre.
 
La seconda posizione, che sarebbe il tentativo di tradurre politicamente l’imperativo della coscienza morale, viene da Te bollata di antiamericanismo e terzomondismo ecc. ecc. cioè qualunque tentativo di traduzione politica della morale non potrebbe che cadere, nelle attuali circostanze, nell’antiamericanismo o negli altri errori che Tu elenchi. Ora non nego che ci siano cattolici che possano cadere in errori e ingenuità, ma condannare ogni sforzo in questa direzione è un po’ semplicistico e poco appassionato a quello che dovrebbe essere il nostro impegno principe.
 
Nelle Tue definizioni manca quella relativa a un’area piuttosto vasta di oppositori all’intervento in Irak che esiste in America e che, anche se un po’ tardivamente, è rappresentata dalle posizioni del partito democratico, contrario a un intervento senza l’avallo dell’ONU o meglio dalle posizioni del deputato alla camera dei rappresentanti, candidato alla presidenza, Dennis Kuchinik, dalle posizioni del senatore Edward Kennedy e altri.
 
Al di là di questo ho anche l’impressione che la Tua riflessione sia debole proprio nell’aspetto centrale: la politica, intendendo con questo termine non la storia o la cronaca delle decisioni prese dai potenti, bensì l’individuazione di uno o più disegni, capaci di tradurre ideali morali universali in livelli nuovi di convivenza fra popoli con i relativi interessi materiali. In questo senso di Lorenzo de’ Medici interessa il suo disegno di alleanza fra i piccoli stati per tenere a bada i grandi, addomesticandoli poi col messaggio filosofico, architettonico, estetico del Rinascimento. Parimenti di Bismarck interessa il suo disegno di omogeneizzazione dei vari stati della Germania su base economica, lasciando da parte le questioni ideali ecc. Queste sono le cose su cui dibattere.
 
Non esiste politica senza un’analisi dei bisogni materiali e ideali del tempo e senza una visione strategica su come rispondervi.
 
Il governo americano in carica ha scelto una politica del "si salvi chi può", promuovendo il terrorismo, dopo l’11 settembre, al rango di unico pericolo, e la sicurezza contro il terrorismo a unico bisogno. Sono sparite dagli schermi perciò la galoppante devastazione e inquinamento del pianeta, la crisi idrica avanzante, l’aumento esponenziale di rifugiati ecologici, la fame, i cambiamenti climatici e le molte altre conseguenze di un’economia di guerra che da oltre 80 anni non si è tradotta in un’economia di pace. La filosofia della realtà è ritornata, per il governo americano, ai criteri del 1945 con la differenza che oggi gli USA sono rimasti l’unica superpotenza, cioè con doveri, responsabilità di guida, e copertura dei vuoti politici radicalmente diversi da allora.
 
Aver subito l’11 settembre e persino l’olocausto, non libera nessuno dal peccato originale e lo spirito di vendetta rispetto a questi eventi apocalittici pone chi se ne fa pervadere sullo stesso piano del nemico che li ha provocati.
 
L’America, con la sua attuale dirigenza, è all’altezza del compito? Può, da una filosofia di guerra contro il male esterno e non interno, che ha sempre bisogno di una frontiera esteriore, di allargarsi, svilupparsi, invadere con merci o altro, altri popoli e territori, convertirsi alla responsabilità di governo di un mondo finito, e pieno di culture diverse, con ansie di libertà più ampie e articolate dei semplici diritti civili individuali della grande mela?
 
E se l’America non converte la sua politica, ma continua il suo sviluppo inarrestabile sul piano della forza militare, cioè sceglie di comunicare con i mezzi che si usano solo nei periodi di caos e anarchia, per ristabilire sulla forza gerarchie che non esistono più sugli altri piani, non contribuisce in realtà al caos stesso e alla barbarie?
 
Questa è la materia della politica.
 
Far dipendere ogni ragionamento a favore della guerra sul fatto che Saddam sia un tiranno sanguinario, che abbia o meno armi di distruzione di massa, mi sembra scorretto almeno in rapporto al galateo della politica internazionale applicato da tutti, a cominciare dall’America, da due secoli. L’unica valutazione corretta è se Saddam rappresenti una minaccia reale, rilevante e imminente, secondo i criteri classici della guerra giusta, ma mi sembra francamente una forzatura affermarlo adesso più di 7, 5, o tre anni fa’.
 
Comunque vada a finire questa storia, qualsiasi paese o aggregazione di paesi, che si saprà porre i problemi veri del mondo attuale nella loro giusta gerarchia e iniziare una politica per risolverli contribuirà a riempire un pericolosissimo vuoto di potere che gli Stati Uniti in questo momento stanno contribuendo ad allargare.
 
Giannozzo

 

Leonardo ci aggiorna sulla Francia


Quello che sta succedendo in queste ore al Palazzo di Vetro, non è altro che il risultato dell’11 settembre, dell’attacco agli Stati Uniti da parte di terroristi islamico fondamentalisti. L’attentato alle Torri Gemelle è stato un evento di talmente rilevanza da poter esser paragonato ad una di quelle grandi cesure storiche che siamo abituati a riconoscere come pietre miliari epocali, ma solo a posteriori. Oggi possiamo dire, invece, di trovarci davanti ad una situazione simile.
 
Niente si capisce della situazione, se non si tiene presente il centro del problema; niente si comprende dello scontro drammatico all’ONU tra paesi occidentali, se non si afferra il bandolo della matassa.
 
Sicurezza, rapporti di forza e legittimità internazionale. Tre sono i temi che si rincorrono e si intersecano; punti cruciali da declinare e articolare in modo sensato e coerente lasciati in eredità, irrisolti, dalla fine della Guerra Fredda. Ricordiamo: la guerra fredda era un sistema di relazioni internazionali con delle regole precise che governava la società delle nazioni, ogni stato sapeva qual’era il suo ruolo e come doveva comportarsi e, se non era una delle due super potenze, chi era il suo azionista di riferimento a cui doveva rendere conto; i rapporti tra URSS e USA erano stabiliti in modo razionale e prevedibile su quelle regole fondate sull’equilibrio del terrore.
 
Oggi quelle regole di condotta, formalizzate esplicitamente o vigenti “di fatto”, non ci sono più. Rimangono in eredità dei brandelli incoerenti di norme, istituzioni dai ruoli confusi e velleitari, disposizioni alla forza senza riconoscimento.
 

  1. Sicurezza. Gli Stati Uniti per la prima volta nella storia si pongono come una potenza revisionista: la minaccia proveniente dal Medio Oriente, dai paesi arabi mussulmani non è più tollerabile dopo l’11 settembre. E’ necessario ridisegnare quell’area a partire dall’Iraq perché quel paese riunisce due qualità opposte: è fonte di una minaccia fortissima e composita e allo stesso tempo è anche il paese arabo più laico. Da qui può prendere avvio l’operazione di democratizzazione (totale o parziale) del M.O.; unica azione che agli occhi degli americani può cambiare il quadro geopolitico dell’area.

  2. Forza. Solo gli USA dispongono delle capacità di un così vasto disegno; ormai è rimasta una sola super potenza nel mondo: la flotta USA è la prima del mondo, al secondo posto viene la flotta del resto del mondo sommata assieme.

  3. Legittimità. Durante la guerra fredda, l’ONU svolgeva un ruolo marginale, cioè aveva lo spazio delimitato che le Grandi potenze le avevano lasciato: il diritto di veto era usato come una fatto normale fino a diventare prassi. La fonte della legittimità (e legalità) internazionale per tutti i paesi era il sistema organizzato dalle due Super potenze; l’ONU stava a rappresentare un bell’oggetto ideale e inutile. Adesso, i criteri del funzionamento di quella istituzione non sono né di giustizia, né rappresentano i nuovi rapporti di forza.


 
Gli Stati Uniti si trovano davanti al nodo di dovere affrontare questi tre nodi simultaneamente; la super potenza o, come si preferisce dire l’iperpotenza, deve essere in grado di trovare una strategia che sappia far quadrare il cerchio, che sappia ridisegnare un nuovo quadro internazionale, un nuovo ordine mondiale dove le differenti nazioni trovino le regole di comportamento.
 
Perché questo è il problema: non c’è una sola strada che passi attraverso questi punti. Nelle relazioni internazionali la legittimità deriva in primis dalla forza, ma essa deve essere riconosciuta e agganciata alla legalità di una società delle nazioni.
 
La strada scelta da Bush, dopo l’11 settembre, inizia da presupposti morali e arriva a scelte strategiche: guerra al terrorismo, l’asse del male, gli stati canaglia ecc. Cioè la linea disegnata è valori-forza-legalità. La “norma fondamentale” non scritta su cui riposa il nuovo ordine, è la democrazia, l’efficacia è rappresentata dalla spada americana, la legalità segue come sempre. La nuova dottrina americana unisce il realismo continentale e l’idealismo wilsoniano in modo coerente con la tradizione americana: non solo “Sovrano è chi decide dello stato d’eccezione” o “Auctoritas non veritas facit legem”, ma il nuovo disegno neo imperiale è portato avanti in nome delle idee di democrazia e libertà dei padri fondatori e con la determinazione di chi si è conquistato sempre la propria libertà.
 
Ma se gli obiettivi sono chiari, non coerente è la strada intrapresa dalla nuova amministrazione americana. Se la legalità dell’ordine mondiale deve anch’essa essere rivista e rappresentare e rispecchiare il nuovo quadro post 11 settembre, non è indifferente quale strada si intraprenda, se un percorso che parta dal ridisegno delle istituzioni internazionali, e quindi coinvolga gli altri paesi, o la scelta dell’intervento sulla realtà.
 
Il gioco della Francia, della Germania, della Russia e della Cina si inserisce in questa contraddizione.
 
Non si può scegliere la strada della forza, predisporre l’esercito e poi passare dalla ONU alla ricerca del consenso generale: la revisione dell’ordine, o disordine, del mondo non è una modalità che può essere scelta democraticamente da un’assemblea che fino ad oggi è stata governata da altre regole, ben diverse da quelle della giustizia e della libertà. Al contrario, la strada del coinvolgimento e del consenso per essere credibile, deve essere tale e comprendere un mix di diplomazia, uso discreto della forza (coercizione) e deve comunque disporre di tempo per le mediazioni.
 
A causa della loro debolezza, le ex potenze europee non possono altro che essere potenze conservatrici, tese a mantenere l’ordine quale esso è. Per la Francia, se l’ordine mondiale deve essere cambiato, il lavoro deve iniziare dalle sedi in cui può contare qualcosa, dove essa dispone ancora di una forza ricordo di un’epoca che non c’è più. Il consiglio di Sicurezza, l’ONU è la sede del suo potere mondiale, poco importa se la coalizione che trova non è omogenea e unita solo dall’antiamericanismo, dal mantenimento di questo mondo ormai sepolto.
 
Lo scopo di Parigi è di rimettersi al centro del gioco mondiale, spostandolo sull’unico piano – le Nazioni Unite - dove può sperare di contare qualcosa per incassare i risultati sul teatro per essa centrale, quello dell’Europa e delle dinamiche dell’Unione con le propaggini ex coloniali anche a costo di affossare la Nato e di dare il colpo di grazia all’ONU.
 
Se l’Europa deve essere unita, essa deve avere la Francia al centro e quindi oggi, finito il fascismo finito il comunismo, l’Unione Europea non può essere altro che antiamericana.
 
Leonardo Tirabassi