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Il Covile - N.o 129 (13.3.2003) Leonardo Tirabassi risponde

Questo numero


Che sia ciclotimica questa NL che alterna periodi così effervescenti a momenti di calma piatta?
E non è finita qui, perché altro materiale ribolle nei pentoloni aspettando la pubblicazione. Piano piano... Intanto si fa incandescente il dibattito tra due dei nostri più fini collaboratori.

 

Leonardo risponde a Giannozzo


Una premessa generale. Nelle discussioni politiche da sempre è doveroso separare, per quanto possibile, i “giudizi di fatto” dai “giudizi di valore”, cioè separare l’analisi della situazione da quello che ci sembra il bene e il male; non solo, bisognerebbe anche riuscire a operare una distinzione tra obiettivi possibili e scelte irrealistiche; sarebbe bene, come terzo passaggio, anche considerare e analizzare gli argomenti che si portano a giustificazione delle suddette scelte, cioè considerare la retorica della giustificazione argomentativa. E’ ovvio che anche nelle valutazioni analitiche entrano i paradigmi, i valori, perfino i gusti personali, ma per fortuna, se si lavora con questo metodo, da Tucidide in poi, si riesce a capire qualcosa della realtà, a non fare confusione; insomma è un esercizio di pulizia intellettuale, un metodo che permette di essere onesti con se stessi e gli altri.
 
In secondo luogo, credo sia necessario non solo distinguere l’analisi dei fatti dalle scelte di valore, ma penso anche che le stesse scelte andrebbero a loro volta suddivise tra quelle reali e possibili e ciò che invece ci piacerebbe di più. Dico questo perché, anche se così può sembrare, io non ho scelto una posizione piuttosto che un’altra: non ho detto né che sia “giusto” intervenire in Iraq, né tantomeno che sia “più giusto” farlo senza l’ONU. Bene che vada giusto e ingiusto si mischiano insieme a tutte le altre valutazioni, male che vada in politica e specialmente tra le relazioni tra stati – cioè in un mondo governato in modo determinante dalla forza - i giudizi etici vanno a farsi benedire. Novant’anni di marce della pace non hanno fermato mai nessuna guerra; al massimo, le hanno solo fatte combattere in modo più debole dai paesi democratici, ma niente di più. Se si vuole veramente intervenire nella realtà, cioè fare politica, non si può altro che partire da un atto di comprensione della stessa.
 
Detto questo, entriamo nel merito. Nella sua argomentata lettera, Giannozzo inizia contestandomi le quattro classificazioni delle posizioni sulla pace, concentrandosi in modo particolare sulle prime due. La posizione della Chiesa cattolica è un punto di riferimento teorico molto importante perché forte di una autorevolezza e di una pratica millenarie. Ma quello che intendevo dire è che le sue posizioni vanno divise in due gruppi: l’elaborazione teologica e le scelte politiche. Nel primo campo ci sono le argomentazioni e la casistica iniziata con Sant’Agostino e poi formalizzata da San Tommaso. Affinché una guerra possa essere valutata come “giusta”, bisogna considerare se vi sia un’autorità riconosciuta che la sostiene, se essa sia combattuta per una giusta causa, se l’azione belligerante si ispiri a retta intenzione e se i mezzi impiegati siano proporzionali ai fini che si persegue. Fin qui è teologia e filosofia politica: l’applicazione concreta dei principi alla realtà non è teologia, ma scelta politica, intervento nel concreto nei fatti mondani e quindi, come tutte le scelte, scende sul piano del calcolo degli eventi. Non credo sia un caso che i cattolici possano ritrovarsi a combattere su fronti avversi, teorici e non, ognuno pensando di essere nel giusto (cioè per intenderci siamo, secondo la mia classificazione, nel contenitore razionale). Oggigiorno però, è questa la novità delle posizioni cattoliche, a causa della scomparsa del comunismo e a causa di una sensibilità dei popoli europei, la posizione del Papa gode di un indiscusso e generale prestigio, ben al di là dei cattolici, perché sembra interpretare un rifiuto assoluto alla guerra (e qui, invece ricadiamo nella seconda classificazione). Ripeto, sto dicendo che da dei presupposti religiosi e non politici, discendono ben due tipi di logiche del discorso: la prima nega del tutto la necessità del ricorso alla forza –pacifismo assoluto, la seconda si sviluppa invece a partire dal tentativo di entrare nel merito, è sempre a favore della pace, ma valuta caso per caso: non è insomma in assoluto pacifista (si pensi ai cattolici nella resistenza e, per un dibattito teorico, al diritto al regicidio).
 
Quindi se Giannozzo non si riconosce nella seconda posizione, che per altro non giudica nessuno, significa che il suo discorso rientra nel campo dell’argomentazione politico razionale e perciò non può essere altro che benvenuto (discutere razionalmente comporta avanzare solo argomenti cogenti e specifici: detto questo, non è affatto irrazionale ispirarsi a valori e scelte religiose o morali). Infatti, in seguito, Giannozzo cita Lorenzo de’ Medici e Bismark, le posizioni dei democratici americani e altre. Più politica di questa!
 
Il punto di partenza è il rapporto tra utopia e realtà, tra visione e strategia. Non è mai esistito nessun disegno strategico di qualche cosa, a partire dalla propria esistenza individuale, che non contenga qualche immagine del futuro e quindi non sia, di per sé, ideale e assuma valore di modello cui tendere: anche Hitler aveva una visione utopica del mondo! La stessa idea di progetto ha questa valenza. Ora non capisco perché negare questa aspirazione agli americani. Anzi, semmai è il contrario: l’attuale posizione di Bush è una posizione caratterizzata da una forte idealità, da una azione che si ispira ai valori portanti del pensiero liberale americano, linea che inizia dai Padri Fondatori, passa da Wilson, da Reagan e arriva alle attuali posizioni espresse da Bush nel documento “La Strategia di Sicurezza Nazionale” del settembre 2002. Questa idealità ha prodotto risultati concreti notevoli e altrettanto notevoli fallimenti proprio perché mai del tutto riducibile alla realtà: si pensi alla Società delle Nazioni e relativa resa davanti all’invasione dell’Etiopia; e in seguito la sua riproposizione con la Carta dell’ONU e i relativi organismi internazionali quali FMI, WTO. Non siamo davanti ad un sogno ideale che si trasforma in realtà? Può non piacere, potrà essere accusato di mercantilismo, consumismo ecc. ma resta il fatto che è. Miti che si concretizzano in istituzioni.
 
Bush non è meramente un realista conservatore isolazionista; dopo l’11 settembre ha deciso di intervenire non solo sui sintomi ma anche sulle cause del terrorismo. Ecco allora l’esportazione della democrazia, o di regimi per lo meno autoritari in modo inferiore, aperti a tentativi di diritti civili e rispettosi di un qualche ordine internazionale. E’ nella storia USA comportarsi secondo questa linea ed è quanto avvenuto in Germania, Giappone, Italia e in seguito Panama, Haiti ecc. Ecco oggi l’intervento in Afghanistan. Democrazia politica, diritti civili, libertà economica. Questa è la linea di condotta; come la si può giudicare, “giusta” o “sbagliata”? Su di un piano pratico sicuramente ci sono state delle sconfitte, si veda il Vietnam, ma anche un numero incredibile di successi compreso il crollo del Muro di Berlino (ma la sottile Europa, con i suoi intellettuali rococò rideva dell’ingenuo Reagan). Certo si può sempre dire che tutto ciò è il trionfo di Satana, del male, del consumismo, ma ha funzionato anche contro uno dei più grandi totalitarismi mai esistiti, si veda appunto la scomparsa dell’ Unione Sovietica.
 
Secondo gruppo di argomentazioni che potrebbe andare sotto il sottotitolo “Sicurezza ristretta o allargata”.
 
Da sempre, nell’epoca moderna, nell’esercizio del potere da parte degli stati e degli imperi, governare non vuol dire solo esercitare un’azione di polizia, ma non garantire la sicurezza interna ed esterna significa il fallimento di ogni stato, la fine del suo stesso essere. Ogni stato si definisce per mezzo del monopolio della violenza al proprio interno e nella difesa dei propri cittadini da minacce esterne. Guardiamo al nostro passato; la lotta contro il nazismo e l’imperialismo giapponese è stata combattuta su un piano militare micidiale fino alla resa incondizionata (“senza se e senza ma”) in nome dei soliti valori della libertà democratica, dopodiché è iniziata la ricostruzione interna e internazionale, istituzionale ed economica: istituzioni democratiche, piano Marshall, ONU, Nato, Alleanze bilaterali ecc, (in questo elenco andrebbe compresa anche quella Unione Europea che è potuta nascere grazie anche al modello e alla difesa degli Stati Uniti). Quindi, lo strumento, i beni, i mezzi, insomma il know how di come intervenire nelle ricostruzioni fa parte della storia moderna dell’occidente post coloniale; ad esso si è aggiunta anche l’esperienza europea nei paesi della ex Jugoslavia. Ciò che non si può fare è giocare un’argomentazione contro l’altra, pena lo svilimento di entrambi i ragionamenti. La sicurezza è la sicurezza, difendere il proprio territorio significa garantire al massimo la vita dei propri cittadini, non c’entrano niente le risorse scarse e l’inquinamento con gli attentati alle Torri gemelle. Il terrorismo in casa nostra non è stato sconfitto perché le classi sono finite, la miseria abolita e non c’è più nessun incidente sul lavoro: è stato sconfitto mettendo in campo tutta la forza e gli strumenti disponibili, dall’utilizzo delle spie all’eliminazione fisica dei terroristi anche con mezzi brutali e non perfettamente entro il quadro dello stato di diritto.
 
Io non so se gli Stati Uniti siano “all’altezza del compito”, ma non ho altro che questi Stati Uniti. Non ne ho altri a disposizione. Senz’altro la Seconda guerra mondiale è stata anche un’opera di neocolonizzazione imperialista per cui in seguito la nostra civiltà autarchica e contadina è stata sconfitta ed è finita nel dimenticatoio, ma non riesco nemmeno ad immaginare un’azione diversa contro Hitler e il Giappone compresi i terribili bombardamenti a tappeto e le bombe atomiche (non col senno di poi, ma nel cuore delle decisioni concrete nel momento delle responsabilità), perché tra quel comportamento degli alleati e la fine del mondo contadino c’è nel mezzo Mussolini, i gas in Libia, l’occupazione dell’ultimo stato indipendente dell’Africa, le Leggi razziali, l’attacco alla Francia, i nostri soldati mandati a morire in Russia. Nel mezzo c’è tutta la responsabilità di un paese, di una classe dirigente, della maggioranza che non si faceva tante domande. Certo, sarebbe stato molto meglio se.
 
Il fatto che noi europei ci si senta tranquilli dal pericolo terrorismo dipende dal fatto che speriamo di non essere attaccati, perché, fosse per noi, non avremmo messo in atto nessuna decisione dell’ONU contro chicchessia perché tanto poi non sappiamo come farla rispettare né per volontà politica, ne tanto meno per capacità militare. Abbiamo scelto di disarmarci senza deciderlo per mantenere il nostro stato sociale, anzi all’ombra dei soldi spesi dagli americani. Non è il governo americano nella sua corsa inarrestabile verso la superpotenza assoluta, siamo noi europei nella nostra ritirata senza fine sotto l’ala protettrice degli aerei a stelle e strisce. Anch’io penso che non sia un bene che nel mondo esista una sola super potenza, ma ne deduco non che questa realtà si sia determinata per colpa degli USA, ma invece che le responsabilità ricadano tutte sulle nostre spalle, perché non esiste credibilità senza autonomia e senza forza. E, ripeto, gli europei hanno scelto di farsi difendere dagli americani.
 
Ultima nota sulla legalità cioè l’ONU. Giannozzo contesta tutta l’azione della politica USA secondo tre direttrici: essa sarebbe immorale, inefficace, illegale. Io penso che non sia né immorale, né irrazionale, né illegale. Meglio: ritengo che la moralità, cioè la questione della giustizia, sia nella maggioranza dei casi discutibile, che l’efficacia ed efficienza degli strumenti scelti si possa valutare solo ex post, che la legalità nel diritto internazionale sia anch’essa problematica. Come si sa, il diritto internazionale ha varie fonti, non è sanzionato, non nasce né finisce nell’Assemblea delle Nazioni Unite, non ha Corti Costituzionali che verifichino la legittimità delle sue decisioni; sui banchi di quell’organismo, fatto ancor più notevole, possono sedere tutti i tipi di stati, liberi o autoritari sia che rispettino le decisioni ONU sia, fatto ancor più grave, che non le osservino o le violino. Il risultato che ne consegue, in linea teorica, è paradossale: una decisione può essere non solo valida e inefficace, ma anche illegittima e efficace!. L’ONU è allora un prodotto storico e rispecchia determinati rapporti di forza ormai inesistenti; per giunta è sempre stata inefficace. L’ONU è la sede non della giustizia e della legalità, ma del consenso internazionale più visibile, fattore certo importante, ma, come si può capire, di ben altra natura.
 
In secondo luogo, il diritto internazionale è materia in trasformazione, ma la sua codificazione è parziale, stentata, non organica e tardiva. Da tempo, inoltre, sono avvenute profondi cambiamenti. Il primo: è venuta sfumandosi la differenza tra diritto internazionale in tempo di pace e quello in tempo di guerra. Il secondo: non esiste più la sovranità degli stati rispetto alle nazionalità, cioè a partire dall’erosione della base nazionale dello stato moderno, la sovranità nazionale è limitata e sotto tutela. Che cosa è il criterio della “ingerenza umanitaria”? E infatti, nella guerra nella ex Jugoslavia, nessuno si è sognato di chiedere l’autorizzazione dell’ONU. E ora, cosa si sostiene? Che kurdi, sciti, caldei, assiri e la stessa popolazione sunnita valgono meno o che non hanno “diritto” di essere liberati? Non valgono il rispetto delle decisioni, obbligatorie, dell’ONU sulle armi di distruzione di massa?
 
L’unico errore che imputo all’amministrazione Bush è di essere caduta in un tranello (autocreato) rappresentato dalla decisone “indecisa”, che è davanti a tutti, offrendo una pistola carica di parole ai suoi opponenti.
 
Concludendo, se non ci sarà l’intervento in Iraq questo non sarà grazie alle marce dei pacifisti, ma allo spiegamento di forze angloamericane; se l’ONU riuscirà ad adottare una posizione unitaria che disarma Saddam o lo manda in esilio, sarà sempre grazie alla decisione americana; se le altre potenze si sono mosse, a partire da Francia e Russia, non è certo per la loro ispirazione alla pace, ma in nome dei loro interessi e perché gli è stato lasciato uno spazio di manovra. Non solo, più ci dimostreremo sordi alle richieste provenienti dagli USA, più il pericolo di guerra unilaterale si avvicinerà.
 
Leonardo Tirabassi