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Il Covile - N.o 131 (21.3.2003) Le domande di Graziano Grazzini

Questo numero


Riprende la riflessione sulla pace e sulla guerra. Dal complimentoso amico Graziano ricevo pertinenti osservazioni così introdotte:
Scusami Stefano,
il travaglio personale che vivo di fronte a questa situazione di guerra e la tanta istintività superficiale che, forse presuntuosamente, mi sembra di cogliere in giro, mi ha fatto aggiungere due righe. Questa nota, al solito, non ha il rigore analitico degli interventi di Andrea e di Leonardo o lo spessore culturale di Giannozzo, ma credo possa essere anch'essa gradita.
GG

Quale pace (di Graziano Grazzini)


Tutti sentiamo la responsabilità, l’amarezza e la pena per le difficoltà che non si riescono a sciogliere e per l’impotenza dei consessi internazionali. Ma nello stesso tempo facciamo fatica a sottrarci all’alternativa di rifugiarsi, perfino di fronte a scenari mondiali, nel proprio schieramento nazionale, oppure ammettere che siamo tutti dentro una contraddizione più grande di noi. O la solita babele delle opinioni, così flessibili da motivare una scelta od il suo esatto contrario, o la consapevolezza che il male e la violenza sono dentro l’uomo, dentro ogni uomo, e riconoscere che si tratta di un problema di educazione. Il Papa dice “tutto può cambiare, dipende da ciascuno di noi”. Anche da me ? E che posso fare più che votare, manifestare, magari esporre una bandiera?
 
Magari ad una finestra dentro la quale si fa fatica perfino a parlarsi, magari ai balconi di un condominio nel quale sono aperte liti giudiziarie su panni stesi, magari in un posto di lavoro dove ci si scanna per un livello. E tutti naturalmente con la pretesa che far i popoli regni sovrana la pace.
 
Che c’entra la mia educazione? Serve rendersi consapevoli che il vero movimento per la pace è un movimento di educazione, in cui si affermi come coscienza di popolo la scelta che il male, terribilmente presente in ciascuno di noi e non solo in un nemico esterno, non vinca sul bene. Cercando di far diventare ogni azione fattore di pace e giustizia. Di fronte ad un lavoro così impegnativo con se stessi la scorciatoia della semplificazione è troppo più a portata di mano.
 
Da un lato quella pacifista che sembra credere in un buonismo generico come automatico generatore di pace: il portatore del male è sempre quello dell’altro schieramento, come ai tempi degli euromissili sui quali si contrapponevano allora l’Urss e l’America. L’identificazione del male con l’Occidente, facendo finta di non sapere che il fondamentalismo islamico è diventato banche, stati e potere economico che fomenta terrorismo e odio religioso, perfino in spregio a chi vive il musulmanesimo come genuina ricerca di Dio.
 
Dall’altro lato la tentazione di riportare ovunque una “propria” pace, rimuovendo “proprie” specifiche colpe, affermando la priorità della “propria” pacificazione del mondo perfino rispetto al vulnus della mortificazione degli organismi internazionali. Col rischio che tale delegittimazione sia poi foriera di nuova violenza.
 
E’ troppo evidente che le semplificazioni contrapposte non rendono giustizia alla verità. La quale esige un’educazione in nome di una giustizia vera che l’uomo da solo non riesce a raggiungere. Di questa pace il Papa parla, non come risultato di strategie politiche vincenti, non di quella a buon mercato che scarica sulla presunta cattiveria altrui ogni responsabilità. Ha in mente fatti presenti come le comunità cristiane che, a Baghdad come a Manhattan, nella vecchia Europa come nelle bidonville del terzo mondo, diventano speranza per la persona, tentativi e, a volte capacità, di costruire sempre ed ovunque, pazienza e perdono del proprio male e di quello altrui. Questo fatto non rimane individuale, diventa edificazione di un popolo, diventa fatto politico, socialità nuova, educazione di gruppi ad un bene realista perché non dimentica il male, amore allo sviluppo per l’uomo, invito ai governanti alla democrazia, alla cooperazione e al rispetto degli organismi internazionali. In tutt’altro contesto, 1500 anni fa in Europa, di fronte alle invasioni barbariche, di questo furono capaci le comunità di san Benedetto. E’ quello che ancor oggi un Papa polacco ci suggerisce, chiedendoci di invocare con la preghiera il Dio fatto carne, il solo capace di cambiarne il cuore. Credo che questo approccio alla realtà si iscriva legittimamente nella tradizione civile di Firenze.
 
Graziano Grazzini      Marzo 2003-03-21