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Il Covile - N.o 135 (7.4.2003) Roberto Silvi sulla guerra in Iraq

Questo numero


È di ieri la lettera di Roberto alla quale, su mia richiesta, Andrea ha aggiunto un brevissimo commento.
 

La lettera di Roberto Silvi


Sono ormai due settimane che la guerra è cominciata e il conteggio macabro dei morti ha già raggiunto cifre che sfuggono ad ogni controllo.
 
Solo a Najaf un generale americano parlava, all’inizio dell’assedio, di 650 morti irakeni, ora saranno più di mille, visto il perdurare dei combattimenti. Poi ci sono quelli dei bombardamenti, più o meno chirurgici su Bagdad, con qualche strage collaterale in un quartiere popolare, un mercato, o un ospedale e le centinaia di vittime dell’aeroporto di Bagdad salutate come trofei da Bush, e per l’assedio della città che è appena cominciato. Per non parlare delle quantità indefinite dei morti di Bassora e delle altre città teatro di scontri e degli innumerevoli caduti tra le file anglo-americane, in combattimento o nei vari “incidenti di percorso” che sembravano un triste appannaggio degli inglesi fino alle bombe “amiche” americane cadute sulla testa di altri soldati americani.
 
Quante vittime ancora saranno necessarie per attenuare la sete di vendetta del governo americano per i morti dell’11 settembre?
 
La passeggiata nel deserto per la liberazione dell’Iraq dal suo odiato dittatore, si è trasformata, come in un incubo, nel suo contrario. La guerra si è subito impastoiata incontrando una resistenza più ampia del previsto ed è diventata per gli occhi di tutti guerra di occupazione.
 
Non avevo scritto niente per la NL, prima che la guerra scoppiasse proprio per cercare di sottrarmi alla chiassosa discussione che se ne faceva e se ne fa ovunque e in particolare in televisione. E’ uno show continuo per la grande soddisfazione dei giornalisti che possono scatenarsi tra bombe morti e servizi di inchiesta con invitati d’eccezione. Ma finanche parlando al bar in incontri occasionali, si ha l’impressione di trovarsi sempre a che fare con grandi statisti o strateghi militari di provata fama sulle cui spalle gravano enormi responsabilità per la sorte del mondo, dell’economia mondiale, del trionfo della giustizia della democrazia contro la dittatura, dell’occidente contro il terrorismo islamico, della civiltà contro la barbarie.
 
Non si discute per capire, ma per prendere posizione, per schierarsi: a favore o contro le varie potenze, a favore o contro un dittatore, a favore o contro il male minore, a favore o contro gli interessi dei massimi sistemi, delle economie mondiali, delle borse di tutti i paesi, ma mai, o raramente, che si parli dagli interessi reali della gente comune, come me e come, credo, la maggior parte delle persone che in questi giorni discutono, o di quelli che sono dall’altra parte a subire inermi l’arrivo delle bombe americane e a pagare il prezzo di una dittatura inumana che li ha già abbondantemente dissanguati.
 
Nell’ultima NL Stefano ci riporta la posizione che vuole andare “oltre il moralismo” dello specialista in geopolitica religiosa Pietro De Marco. Questi, in effetti, in un paio di righe e con qualche apprezzamento, si libera della posizione del Papa, che “si pone oltre la congiuntura, come orizzonte ineludibile per ogni decisione e condotta”. Cioè è una posizione di principio e unicamente morale!
“Altra cosa è, - osserva sempre De Marco, - l'attuale diffusa invocazione di pace, chiusa di fatto nell’orizzonte del suo obiettivo materiale: la richiesta di non guerra all’Iraq, quando non la mobilitazione contro alcuni governi.”
Dopo di che De Marco comincia un’analisi “realista” sulla necessità di combattere un tiranno concreto contro le ubbie di chi manifesta seguendo un mal interpretato “volersi bene” a causa del quale “la protesta dei cortei diviene gioco protetto, prosecuzione del giardino d’infanzia con altri mezzi.”
 
Ma tutto il ragionamento si basa sul postulato (che l’intero corso della guerra mi sembra aver finora clamorosamente contraddetto) della pericolosità per l’intera civiltà occidentale di Saddam, possessore di armi biologiche e chimiche di distruzione di massa. Questo postulato ne implica un altro, e cioè che, di fronte all’impotenza di ONU, NATO e UE, non resta che accettare il diritto del più forte, gli USA, di imporre la loro volontà, perché soli capaci di farlo e in grado di far rispettare eventuali sanzioni. Tanto vale, allora, , riconoscere loro, senza troppe storie, l’insindacabile diritto di dichiarare uno “stato di eccezione” e di agire di conseguenza.
 
Ogni altra posizione che tende a mettere in discussione le premesse stesse della logica che conduce alla guerra, è tacciata di essere ingenua illusione all’inseguimento di inconsistenti utopie moraliste.
 
Così la posizione del Papa, che costituisce un “orizzonte ineludibile per ogni decisione e condotta”, diventa condivisibile e anche accettata dal punto di vista morale, ma giudicata non realista e rischiosa per la stessa sopravvivenza della Chiesa.
 
Ora mi chiedo, ma che senso ha questo realismo amorale? Perché sarebbe così negativo avere una morale, seguire dei principi e informare a questi i propri comportamenti le proprie scelte?
 
Personalmente ho, invece, proprio bisogno di avere una morale e di seguire dei valori.
 
I miei non sono esattamente quelli del Papa, anche se ne posso condividerne alcuni dei suoi, ma non di meno voglio avere dei valori che mi possano guidare nelle mie azioni nelle mie scelte ed anche nei giudizi che posso esprimere su ciò che succede.
 
Innanzitutto metterei al centro di tutto l’uomo, in quanto essere umano, la sua difesa, il suo diritto alla vita, (alla felicità, come dice la costituzione americana), e il rifiuto di ogni tipo di oppressione, sia essa economica, politica, o sessista.
 
Certo enunciando questi principi si ha sempre la sensazione di fare la figura dei semplici di spirito, ma poi pensandoci non si è più lontani dalla realtà di Bush quando parla di asse del male, e di lotta del bene contro il male (o di Bin Laden che agisce in nome degli stessi valori). Con la differenza che lui, in nome del bene e di Dio, scatena una guerra e causa la morte di migliaia di gente, difendendo altri interessi non confessati. Io invece, almeno (e, sono sicuro, che è così per centinaia di altre persone presenti nei cortei ‘giardini d’infanzia’), non pretendo di affermare il bene, perché so che è impossibile e che questo esisterà sempre insieme al male, ma cerco, solo di affermare principi che possano difendere la vita degli uomini, pretendendo una coerenza tra la ‘congiuntura’ e la morale, tra realtà e utopia.
 
In questo senso posso capire la ribellione di un popolo contro un tiranno, ma non l’imposizione della democrazia manu militari, la lotta contro l’oppressione, ma non giustifico qualsiasi mezzo per portarla avanti. Gli attentati nei supermercati o nelle piazze non garantiranno mai la sostituzione di un oppressore con forze più liberali. E così guerre preventive e carneficine, non possono essere giustificate con quelle che pensiamo potrebbe fare un dittatore già in carica. Quale giustizia si pensa di poter stabilire con le bombe e sulla morte di vittime innocenti?
 
L’intervento degli Usa sotto l’egida dell’ONU, in Kossovo alimentò il dibattito sulla giustezza o no di superare il rispetto della non ingerenza nella sovranità di uno stato, e allora l’intervento contro Milosevic e la sua banda mi sembrò giusto. Gli orrori commessi contro i kossovari, le pulizie etniche, gli stupri già usati come arma di guerra in Bosnia, posero chiaramente la necessita di sostituire il principio di non ingerenza con quello del dovere di ingerenza per difendere l’incolumità e la libertà di un popolo minacciato dal dispotismo di un suo dittatore. La necessità di un organo internazionale capace di difendere i diritti dell’uomo ovunque, in un mondo sempre più globalizzato mi sembra giusto. Il problema è che questa forza non esiste ancora e gli USA sono spesso chiamati a farne la supplenza. In quel caso, però, la presenza dell’ONU, in mancanza di qualcosa di meglio, sembrava garantire tutto ciò.
 
Oggi invece Bush teorizza la guerra preventiva, cioè il diritto di intervenire, come, quando e dove vuole, sulla base delle sue uniche valutazioni. Bush è convinto di incarnare il bene. Solo che il bene che lui incarna, uscendo fuori da queste categorie morali dietro cui si rappresenta, altro non è che il sistema liberale, e il male tutti quelli, o tutto ciò, che a lui si contrappone sulla strada da percorrere per estendere questo ‘bene’ a tutto il mondo. Approfittando del vuoto di potere che si è creato con la caduta del muro di Berlino, Bush vuole estendere il potere degli USA a livello planetario.
 
Quand’anche, però, si accetta un quadro politico, non significa accertarne necessariamente tutte le regole e i difetti, anzi, è legittimo chiedersi se è quello che ci propone Bush il modello che vogliamo vedere imporsi dappertutto, per mano di chi della parola democrazia, libertà, dei diritti dei popoli alla vita, dei diritti dell’individuo ha fatto scempio quando ha voluto.
 
Il detto realistico “se vuoi la pace, prepara la guerra” non significa fai la guerra, ma al contrario preparati a farla, ma solo se sei attaccato. Una super potenza, degna di questo nome, dovrebbe essere come quei maestri di karatè, che sono tanto forti da poter uccidere con un sol colpo, ma usano le loro capacità solo se attaccati o per difendere uno più debole, ma mai per attaccare, offendere o opprimere qualcuno.
 
Può darsi che nei prossimi giorni le truppe della coalizione entreranno a Bagdad senza incontrare una forte resistenza, come liberatori (anche se mi sembra improbabile visti i combattimenti che hanno già dovuto affrontare e gli scontri che ci sono stati e ancora ci sono dappertutto). Oppure saranno costrette a snidare casa per casa i cecchini e saranno accolti dal gelo di una popolazione ostile.
 
In ogni caso due cose si possono dire e predire.
 
La prima riguarda un fallimento certo della guerra e cioè la cacciata di Saddam dal potere.
 
Il dittatore iracheno non solo è per ora ancora al potere, e quando può si fa beffa degli “invasori”, ma gode ormai di una nuova legittimazione ed è diventato un simbolo per tutte le masse arabe e dell’integralismo islamico. Un simbolo per di più positivo, non come Bin Laden, macchiato dall’attentato non facilmente condivisibile né difendibile, dell’11 settembre, ma circondato dall’alone della vittima che eroicamente resiste contro l’odiato aggressore americano.
 
La seconda è che, una volta la vittoria ottenuta, gli attentati kamikaze e razzisti contro gli americani si moltiplicheranno e si generalizzerà ancor più quel sentimento antiamericano che appartiene alle masse di diseredati e sfruttati di tutto il mondo, tra le quali le masse arabe.
 

Il commento di Andrea Borselli


Mi sembra che, rispetto agli interventi dell'amico Silvi nelle altre newsletter, questo rifletta una minore capacità di rimettere in discussione alcuni atteggiamenti come l'antiamericanismo che subito dopo la fine della seconda guerra mondiale ha coinvolto la sinistra italiana. Antiamericanismo, come è sempre più chiaro, ereditato da quello fascista anche nei protagonisti: si pensi ad Ingrao.
 
Se come afferma Silvi c'erano tutte le condizioni “umanitarie” per bombardare la Serbia, stato sovrano il cui presidente era stato eletto dal popolo e con addirittura un'opposizione parlamentare, (peraltro decisione NATO e senza alcuna “egida ONU”) non capisco come non ci fossero gli stessi presupposti per intervenire in Iraq.
 
Non so cosa faranno e cosa succederà con i terroristi kamikaze ma credo che altri stati, dopo la fine fatta dai talebani e da Saddam, ci penseranno due volte prima di appoggiare e avallare l'azione dei terroristi. Certo che sugli sviluppi della guerra siamo nell'incertezza più assoluta e come Italiani stiamo a guardare: questo, mi auguro, senza lamentarci del nostro ruolo marginale, senza gloria né infamia.