Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 137 (13.4.2003) Giannozzo Pucci su politica e morale, fini e mezzi

Politica e morale, fini e mezzi (di Giannozzo Pucci)


 
Proprio ora che la guerra in Irak si sta concludendo è il momento di replicare alle riflessioni di Leonardo.
 
La guerra ha dimostrato che le armi di distruzione di massa e i collegamenti col terrorismo erano solo pretesti e la minaccia dell’Irak per altri paesi anche. La dittatura sanguinaria era reale ma non torno su questa arma impropria della propaganda perché gli USA, come tutti gli altri paesi, sono stati e restano alleati di varie dittature altrettanto sanguinarie, quando ciò è nei loro interessi. Ma questa guerra di puro potere a livello più basso ha dimostrato anche l’estrema debolezza del mondo arabo e, almeno fino ad ora, l’inconsistenza oggettiva, non solo filosofica, di chi interpreta l’11 settembre nei termini di uno scontro fra occidente e Islam. La vittoria sul campo non sancisce anche una vittoria morale, anzi ciò che viene raggiunto con mezzi immorali ha un vizio d’origine, una patina di provvisorietà difficile da togliere. Vengo perciò a Leonardo.
 
Separare i giudizi di fatto da quelli di valore, separare l’analisi della situazione da quello che ci sembra il bene e il male è come trasformare i fatti della nostra vita in oggetti, dando per scontato che il problema etico non è al centro di tutti i problemi dell’uomo e dei popoli. Seguire questo metodo significa produrre un pensiero senza architettura, perciò plastico nelle mani di chi detiene la titolarità più rumorosa sui giudizi di fatto, un pensiero senza autorità interna.
 
Solitamente si pensa che il metodo della separazione, cioè dell’analisi politica funzionale a chi ha più strumenti per imporla, abbia ricevuto un crisma speciale nel Principe di Machiavelli… ma perché lo si è preso sine glossa, come secondo S. Francesco si dovrebbe leggere il Vangelo. Machiavelli invece lo aveva scritto da fiorentino, con una segreta ironia sia nel titolo che nella dedica apparentemente piaggesca. Il principe è quanto di meno principesco si possa raffigurare: il ritratto del tiranno, che è la peggior forma di governo secondo tutta la tradizione di Firenze repubblicana, rilanciata al più alto livello da Savonarola. Ma il libro è moderno perché rappresenta molto bene la separazione fra anima e corpo che il medioevo pretendeva strumentalizzare a vantaggio dell’anima, mentre, dopo la repressione e soffocamento degli ideali del Rinascimento, la restaurazione chiamata modernità vuole a vantaggio del corpo, che, con una certa superbia, chiama "i fatti". Il vero principe non conquista il potere, lo riceve per eredità o per grazia di Dio cioè non per suoi meriti, quindi è educato ad esercitare le virtù morali proiettandole sulla famiglia umana a lui affidata per aiutare se stesso insieme con lei nel cammino verso la contemplazione di Dio, cioè il più alto livello della gerarchia. Savonarola aveva descritto magistralmente il tiranno come eminentemente occupato nella presa del potere con ogni mezzo e nella conservazione di questa usurpazione sempre sul punto di sfuggirgli perché non gli è stato dato legittimamente ma lo deve alla sua hubris di furbizia, forza, crudeltà ecc. Savonarola aveva anche descritto il vero principe come la più alta forma di governo proprio perché non ha conquistato il potere, ma ha il dovere di stato e l’impegno di esercitarlo al meglio, la democrazia secondo lui era però la forma più adatta a un popolo come quello fiorentino, perché sapeva che non a tutti si addice ogni tipo di ordinamento. Machiavelli non fa che dilungarsi magistralmente nella rappresentazione della definizione savonaroliana prendendo come esempio la cronaca contemporanea, che conteneva con evidenza la natura effimera del potere tirannico. Che il modello del Valentino potesse non essere il suo si deduce anche da una lettera da lui scritta alla Signoria fiorentina all’epoca del suo segretariato nella quale sosteneva non meritarsi il potere quel signore che non fosse capace di correggere e difendere il suo popolo: ciò evidentemente presume una natura morale del potere e dell’azione sulla realtà, che ogni analisi separatista di fatto esclude.
 
A ulteriore testimonianza di ciò, vorrei portare la lettera "Il pericolo del decostruttivismo" con cui Nikos Salingaros risponde al dottor Poggiali. Tale lettera è così importante da meritare una trattazione specifica. Dice Salingaros: "Ogni stile architettonico definisce un modello dell’universo e v’include la società umana. Più che dalla parola scritta, noi impariamo l’ordine da esempi costruiti e da esempi naturali. E’ così che siamo divenuti umani attraverso il nostro sviluppo evolutivo. Se adottiamo il modello decostruttivista, abbandoniamo i nessi fondamentali: i legami tra gli esseri umani, tra le persone e l’ambiente costruito e la trama dei diversi fili che assieme formano il tessuto urbano."
 
"…una fede nella struttura osservata è fondamentale per l’esistenza umana."
 
In questo senso forse anche la separazione galileiana fra teologia e scienza è una tappa del decostruttivismo, cioè della riduzione dell’universo in briciole di vetro dentro la mente umana. Infatti la struttura interna, il significato della natura e dei fatti è inseparabile dalla fede e dal problema dell’al di là. Sant’Ildegarda chiamava la natura il quinto vangelo, in consonanza con la ratio della cosmologia dantesca e di tutte le cosmologie radicate nella verità di Dio. E’ ovvio che l’architettura, come madre di tutte le arti, e l’urbanistica risentono immediatamente di una concezione distruttiva della gerarchia di virtù e significati. Un’altra realtà che Salingaros riscopre è l’esistenza della verità nella sua rilevanza per la comunità umana. Qui la sua lettera raggiunge il punto cruciale: la mancanza di un codice-viatico per la verità comunemente condiviso distrugge la comunità. Ne consegue l’esistenza di pensieri pericolosi per l’ordine naturale e civile, per la dignità umana, da cui occorre difendersi direi "spiritualmente, filosoficamente e politicamente" forse anche con la censura, e il tabù etico-religioso. La separazione della situazione dal problema del bene e del male è, credo uno di questi pensieri pericolosi. E vorrei aggiungere, senza psicologismi, che nel cristianesimo esiste la dimensione del perdono, del rinnovamento del legame dopo un distacco, una volta riconosciuti i propri errori e riscoperta la via della verità. L’esperienza del ’68 se è una colpa, Leonardo, come può trasformarci in rinunciatari a ogni morale in politica, in corifei del più forte? Ricordo l’esperimento realizzato tanti anni fa’ all’MIT sugli studenti migliori per verificare quanti si sarebbero fermati dal dare scosse elettriche a un uomo cavia (che non sapevano essere un attore) e quasi tutti non si fermarono davanti alle più estreme espressioni di dolore. Il Tuo ragionamento è pericoloso perché giustifica tutto a cominciare da una società senza fini.
 
L’altra distinzione metodologica che fa Leonardo, fra obbiettivi possibili e scelte irrealistiche, esclude una delle storie più importanti del Vecchio Testamento, particolarmente cara alla simbologia fiorentina, quella dello scontro fra David e Golia. Attenzione: l’efficienza a breve termine è il parametro primario di chi non ha civiltà, di chi concentra le sue preferenze sulle vittorie del momento. La differenza fra profezia e utopia sta proprio nella concezione del tempo, per la profezia il tempo fa parte della storia della salvezza: i salmi del vecchio testamento, per non parlare del Vangelo sono sempre attuali. L’utopia è una fuga dal tempo concepito soltanto come grigia separazione fra anima e corpo.
 
Quando nelle relazioni fra stati, i giudizi etici vanno a farsi benedire anche noi uomini facciamo la stessa fine e si ha un’anarchia, un vuoto di potere, che può essere colmato solo a livello più basso, con la guerra. La civiltà coincide con una gerarchia chiara, innestata sull’autorevolezza di un ordine considerato buono e giusto dai più e sta in piedi per una forza che non è principalmente quella delle armi. Infatti il potere ha due aspetti come Giano, quello di una certa violenza per la difesa, la conquista (anche solo elettorale), l’affermazione della signoria, e quello dell’esercizio delle decisioni in cui si misura e sostanzia la qualità del governo. Nel primo, Ottaviano Augusto sconfigge tutti i suoi avversari, ma è nel secondo che manifesta il suo governo come un’età dell’oro.
 
Tu, Leonardo, dici "novant’anni di marce della pace non hanno fermato nessuna guerra", a parte che Gandhi ha fermato una guerra con un digiuno, ma condivido la tesi di don Milani quando dice pressappoco "anche se non potrò cambiare il mondo almeno mi salverò l’anima" e non posso fare a meno di pensare ai martiri cristiani e a gente come i ragazzi della rosa bianca, Jagherstatter, Edith Stein, Anna Frank e alle tante oscure persone che in ogni epoca e latitudine hanno anteposto la verità preziosa della coscienza morale alla sopraffazione e tirannia. Credo che a loro si debba la libertà, e la trasmissione delle virtù morali che la sostanziano, molto più che alle truppe americane. Non a caso ho elencato le ultime due guerre mondiali a cui, se l’Italia avesse rifiutato di partecipare dando retta al profondo realismo della ridicolizzata proposta morale dei papi di allora, si sarebbe risparmiata il fascismo e molte lancinanti ferite alla sua dignità nazionale e civile.
 
In particolare c’è una cosa che non capisco oggi. Con la caduta del muro di Berlino è rimasta una sola superpotenza, nessuno lo contesta, come mai gli USA sentono il bisogno di entrare in guerra quando sono in realtà loro che hanno il potere? Perché non si impegnano ad esercitarlo bene, a cercare una nuova pax augustea, invece di precipitare il mondo al livello più basso solo per estendere un potere che hanno già? L’unica risposta è che non sanno esercitarlo bene, che hanno bisogno di una frontiera, di un nemico e perciò rischiano il caos. L’11 settembre è stato interpretato dai parenti delle vittime in modo molto più nobile e imperiale del governo Bush: No retaliation!
 
Naturalmente sono abbastanza d’accordo con Roberto Silvi e mi dispiace che a tutti i suoi importanti argomenti Andrea, riecheggiando in questo un precedente intervento di Riccardo quando parlò di suo padre, classifichi ogni contrarietà a questa guerra sotto il pacifismo di Togliatti. Si tratta di un’arma argomentativa impropria. Lo capisce anche un bambino che il pacifismo di Togliatti non aveva nulla a che fare con ciò di cui stiamo parlando, né per il pulpito da cui parlava, né per il contesto internazionale che esisteva, né per i mezzi senza scrupoli che non aveva mai rinnegato. Usare quel paragone per giudicare i tanti pacifismi di adesso significa rifiutare di ragionare. Io credo che sarebbe più utile prendere a paragone il pacifismo di Gandhi, e cercare di interpretare il nostro tempo a partire dalle profezie bibliche e del loro impianto etico proprio per fare l’operazione opposta a quella che propone Leonardo: operare per un ordine politico aperto alla trascendenza. Il che equivale a prendere sul serio le parole di Giovanni Paolo II.
 
Giannozzo Pucci