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Il Covile - N.o 141 (29.4.2003) La parola a Riccardo Zucconi

Questo numero


Il dibattito politico riprende con questo intervento, al solito esplicito e diretto, di Riccardo.
 

La parola a Riccardo Zucconi


Ora che la guerra è finita vorrei esprimere alcune, brevi, considerazioni. Al solito la nostra newsletter ha portato alla ribalta molte opinioni interessanti. Dibattito che, a mio parere, non ha niente da invidiare a quelli sviluppatisi sui grandi quotidiani.
Potrei sintetizzare in due grandi linee espresse da Leonardo Tirabassi e da Giannozzo Pucci. Con alcune mediazioni alte, come quella di Graziano Grazzini.
Anch’io mi sono schierato, addirittura prima dell’inizio della guerra, fra i realisti e volevo rispondere all’ultimo intervento di Giannozzo.
Bello, come al solito. Talmente bello che sembrava vero, ma non lo era. O almeno aveva un grandissimo difetto. Che a Saddam Hussein e, prima di lui, a Stalin, Hitler, Napoleone, e su su fino a Temujin, Gengis Khan, Teodorico, Alarico, Odoacre, di tutte quelle straordinarie elucubrazioni non gliene sarebbe importato niente.
L’unica cosa che capivano e rispettavano era la forza. Minacciata o messa in atto, ma comunque credibile. Ci sono quasi 3000 anni di storia, tutta la storia scritta e tramandata, a dimostrarlo. E questi sono fatti, non opinioni.
La civiltà occidentale è cresciuta e si è sviluppata al riparo del “limes” romano. Limes difeso per più di cinque secoli sempre dallo stesso numero di legioni, da 29 a 31, mosse sui vari scacchieri a secondo delle necessità.
Tutta la storia superficiale fatta di coloriti aneddoti che ci insegna la scuola, di imperatori pazzi o debosciati, Nerone, Caligola, Commodo ecc., non ha mai cambiato la strategia dell’impero di una virgola. Zona di controllo diretto, zona di controllo diplomatico (stati clienti), zona d’influenza esterna. E guerre preventive ogni volta che i romani giudicavano utile mostrare ai barbari che la loro forza era intatta.
L’impero romano alla fine è caduto (secondo storici come Gibbon anche per colpa di argomentazioni simili a quelle di Giannozzo sostenute dai cristiani) ma il limes dell’occidente è rimasto, incredibile!, quello di allora. L’Elba, il Danubio, il Mar Nero, l’Armenia, la Persia, la Partia, la Siria.
Il pericolo, la minaccia viene sempre da lì. Quando non c’è o si allenta, le potenze occidentali lottano fra loro per l’egemonia.
Questa è la storia, questa è la politica.
Un pacifismo tout court, pace e basta, contraddice la realtà ed ogni disciplina che studia la società umana.
Io ho due bambini piccoli. Basta metterne insieme quattro o cinque per qualche ora per rendersene conto. Questo non significa che non dobbiamo educare i bambini, gli adulti, la società e i popoli alla filosofia della pace e quando la pace non è possibile all’uso corretto della forza. All’etica, alla giustizia. Alla violenza giusta (mettere una persona in carcere è un’immensa violenza, ma a volte necessaria).
Non si può predicare un mondo immaginario che non ha riscontro nella realtà. E nemmeno promettere un mondo di bene assoluto, magari da imporre, come è sempre successo, con le armi. Come facevano anche i seguaci di Savonarola e come hanno fatto quelli di Khomeini.
Chiudo con un richiamo al mio primo intervento.
Non confondo il pacifismo pro URSS di Togliatti con quello di oggi. Benché entrambi uniti da un antiamericanismo viscerale. E’ questo antiamericanismo che non sopporto. Nei loro 220 anni di esistenza gli Stati Uniti hanno un bilancio enormemente positivo. Una rivoluzione ed una costituzione molto più civili della tanto reclamizzata francese (senza i milioni di morti che quella ha causato). Sono stati rifugio per decine di milioni di europei e non solo, dandogli una Patria, dignità, lavoro, ricchezza. Hanno salvato il mondo dalle follie nazista e comunista. Hanno portato l’uomo sulla luna e la ricerca scientifica a livelli incredibili. In cambio di questo hanno certamente acquisito grandi mercati e spesso imposto i loro prodotti. Ma, come ha detto Powell giorni fa, gli unici pezzi di terra che gli Stati Uniti si sono annessi alla fine di tutte queste guerre vittoriose sono stati quelle povere strisce dove seppellire i loro giovani soldati.

Chiudendo un tema vorrei aprirne un altro, che gli è comunque contiguo, ed invito gli amici a dire la loro.
 

Il 25 Aprile


Mi ha sollecitato il fatto che il Comune di Firenze ha voluto per forza intitolare una strada a Fanciullacci, il partigiano comunista assassino di Gentile. Lo trovo un grosso sbaglio, uno sbaglio arrogante e vergognoso. E ancor più vergognosa mi sembra la gazzarra che da destra e da sinistra, sessant’anni dopo, si continua a fare su una data che palesemente non unisce ma divide gli italiani.
Personalmente sono certo che la parte giusta fosse, nel ’43, senza alcun dubbio, quella che lottava contro il nazifascismo. Ci sono due cose, più gravi addirittura dell’entrata in guerra che non si possono perdonare al fascismo e a Mussolini, che comunque aveva dietro di sé nel ‘38/39 il 90% del popolo italiano. Sono le leggi razziali e l’essersi prestato, dopo l’evasione dal Gran Sasso, a fondare la Repubblica Sociale alleata e schiava dei Tedeschi. Per giunta a guerra ormai palesemente persa dalla Germania. Sono responsabilità storiche e morali pesantissime.
Detto questo gli ultimi a poter rivendicare i valori della guerra di Liberazione sono i comunisti, di allora e di oggi, specie se perseverano in gesti come quelli dell’altro giorno in via Bolognese. Perché se sono loro i primi a non voler voltar pagina, la storia va raccontata tutta e non è edificante. I comunisti hanno lottato in tutta Europa per liberarsi sì dai tedeschi, ma anche per consegnare le loro patrie, dove gli è riuscito, all’Unione sovietica di Stalin. E il giogo è durato 50 anni, mentre quello di Hitler solo cinque. Per ottenere questo risultato non sono arretrati davanti a nulla, massacrando migliaia di partigiani cattolici o laici non allineati, elevando la menzogna e la calunnia a sistema. E il 25 Aprile non li ha fermati. Assassinii e vendette sono andati avanti per anni, specie in Emilia e in Toscana, includendo l’eccidio di molti religiosi.
Non credo che questa cultura possa rivendicare alcunché e vederla viva e prepotente nelle istituzioni che ci governano, Comune e Regione, è realmente insopportabile. Oltre tutto questa data è “tornata di moda” da quando Berlusconi è al governo. La Resistenza viene agitata dalla sinistra come un Totem a cui tutti debbano inchinarsi, dimenticando totalmente che la liberazione è stata frutto delle forze angloamericane.
Concludo dicendo che voler comunque identificare il 25 Aprile con la nascita dello stato italiano è una forzatura. Credo che l’Italia si possa meglio riconoscere nel Risorgimento, in Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, veri padri della Patria. E, prima di loro, in una lingua, Dante, nel comune retaggio romano e cristiano, in un Rinascimento che, proprio da Firenze, ha insegnato al mondo un modo straordinario di guardare alle persone, agli oggetti, alla realtà. Per questo mi sento italiano. Per questo ne vado fiero.
 
Riccardo Zucconi