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Il Covile - N.o 143 (5.5.2003) Antiamericanismo: Roberto Silvi, Stefano Borselli, Russell Kirk

Questo numero


Mi rendo conto che questa volta è veramente lunga, ma è sempre per il vostro bene: mi ero accorto che non tutti avevano letto l’intervento di Russell Kirk che vi inviai nel lontano ottobre 2001 e la lettera dell’attento amico Roberto Silvi mi ha offerto l’occasione per un reinoltro.
 

Antiamericanismo (di Roberto Silvi)


Ciao Stefano,
Seguo sempre con piacere e interesse la NL e nel numero 140 dedicato alla commemorazione di Pierotto ho avuto la conferma di quanto passato ci unisce.
In questo mio intervento vorrei riprendere l’annotazione che faceva tuo fratello Andrea sul mio presunto antiamericanismo.
Già Giannozzo Pucci, del quale condivido molto della sua NL 137, aveva risposto per me a questo rimprovero. Tuttavia vorrei aggiungere qualche considerazione generale sul termine, senza quindi una intenzione specifica di risposta.
Ho l’impressione che la parola antiamericanismo sia diventata l’ultimo anatema (in termini di tempo, s’intende!) col quale tappar la bocca ad ogni critica rivolta ai governi americani e a Bush in particolare. Secondo questo principio esprimersi contro Andreotti, qualche anno fa, o contro Berlusconi oggi, sarebbe essere antiitaliani, criticare Blair sarebbe antianglicismo e parlare male di Sharon significherebbe immediatamente essere antiisraeliani, e quindi antisemiti.
Evidentemente esiste l’antiamericanismo, come esiste l’antisemitismo, ma non bisogna lasciarsi tentare dalle semplificazioni.
Personalmente non mi sento affatto antiamericano, ma rivendico il diritto intellettuale di criticare Bush e le sue mire imperialiste senza per questo sentire di criticare il ruolo degli americani nella liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo. Come, al contrario, questo ruolo non mi impedisce di negare o non vedere quello avuto nella inspiegabile tolleranza verso la dittatura franchista in Spagna o nei bombardamenti a tappeto che vennero fatti in Germania alla fine della guerra, massacrando migliaia di civili, così come non posso condividere le bome di Hiroshima e Nakasaki, che mi sembrerebbe assurdo pensare fossero state sganciate per fermare la guerra o la shoa.
Anche durante la mia passata militanza politica l’antiamericanismo non faceva parte della mia cultura né di quella di consistenti fette di movimento. Anche durante il primo periodo in cui le lotte di liberazione dei vietnamiti o dei campesinos sudamericani mi facevano ribollire il sangue di solidarietà e di odio anti yankee, non ho mai confuso governo e popolo americano.
Ho fatto parte di quell’area di movimento che nacque contro una visione egualitaria al ribasso, con l’esaltazione della povertà e il rifiuto delle comodità prodotte dal capitalismo occidentale. Con Bordiga, potremmo dire, eravamo nati contro lo stalinismo e il socialismo reale e per un’idea di comunismo che, seguendo le idee marxiane, sarebbe stato generato da quei paesi già a capitalismo maturo e partendo dai gradi di libertà che le società occidentali e l’America, innanzitutto, offrono. Ci battevamo per avere maggiori gradi di libertà non per tornare indietro.
Le lotte radicali degli operai americani, i wobblies, gli IWW (Industrial Workers of the World), dei primi anni del novecento, le lotte femministe, le lotte civili dei neri americani, erano un punto di riferimento constante.
Il sistema capitalistico occidentale non è sicuramente il peggiore sistema che esista al mondo, basti pensare al ruolo e alla condizione che le donne hanno raggiunto in occidente, ed è già parlare della metà della popolazione.
Ma, senza scomodare ideologie egualitariste o ipotetiche società future senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo (di cui tuttavia si potrebbe discutere!), questa constatazione non può impedirmi di vedere quanta negatività accompagni il relativo benessere degli occidentali.
Non voglio lanciarmi in una critica del sistema capitalistico occidentale che già tanto inchiostro ha fatto scorrere e purtroppo non solo inchiostro, ma anche sangue.
Vorrei soltanto indicare, a titolo di esempio, uno strumento di potere e di governo, fatto barbaro per noi europei, che ancora è vissuto in America quasi come un principio intoccabile: la pena di morte.
È un sistema di pena inaccettabile del quale non vale neanche la pena parlare, ma che la dice lunga sul sistema di garanzie legali che esiste in America.
Certo, potremmo dire che in altre parti del mondo (in alcuni paesi dell’Africa, del Medio Oriente e anche in Cina o forse in Vietnam) va anche peggio, ma questo non vuol dire che allora in America è meglio, perché si muore in un paese ‘civilizzato’, o peggio che questa civiltà bisogna esportarla con la guerra.
E non si può negare, perché lo sanno tutti, che è anche mostrandosi un implacabile applicatore di questa legge, e giocando sulla pelle dei condannati tra i quali statisticamente c’era sicuramente qualche innocente, che il governatore del Texas, Bush, ha gareggiato per la Casa Bianca ed è diventato poi presidente.
Ecco, questo è uno degli elementi più macroscopici che mi spingono a criticare il sistema governativo americano. Evidentemente ce ne sono parecchi altri ma nonostante questo e nonostante io consideri profondamente ingiusta e prevaricatoria la scelta della “guerra preventiva” di Bush, non mi sento antiamericano.
Roberto Silvi
 

Risponde Stefano Borselli


Caro Roberto,
la tua lettera mi dà l’occasione per espormi maggiormente nel confronto che si è svolto negli ultimi tempi e che mi ha visto finora piuttosto defilato.

Antiamericanismo. La parola può significare sia un sentimento che una presa di posizione. I sentimenti non si comandano e perciò non si possono imputare: si nutrono o meno, al cuore non si comanda. A me, ad esempio, stanno parecchio antipatici i francesi con la loro prosopopea, mentre ho una calda simpatia per gli spagnoli e i greci. I sentimenti inoltre non hanno tante sfumature: il mio blando antifrancesismo non fa differenza tra governanti e governati.
L’antiamericanismo emotivo esiste eccome: la sera dell’11 settembre 2001 in piazza Signoria, alla manifestazione di solidarietà convocata dal Sindaco, se non ci avesse pensato il nostro Riccardo Zucconi non avremmo visto neppure una bandiera a stelle e strisce, e la piazza era piena di gente che ho visto agitare vessilli di tutti i generi, palestinesi, cubani, arcobaleno. Le bandiere non rappresentano certo i governi, ma a quelli sventolare una bandiera americana avrebbe fatto schifo, te lo assicuro.
Come dicevo, però, i sentimenti non sono imputabili, semmai indagabili: è forte la tentazione di spiegare l’origine di quello antiamericano nel ressentiment dei perdenti, ne parlai in una delle prime NL, la numero 15, quando ancora non ci conoscevamo.

C’è invece da parte di molti, alcuni dei quali sicuramente privi di sentimenti antiamericani, sia a destra che a sinistra, la convinzione razionale che la classe dirigente degli Stati Uniti rappresenti il motore primo di quel processo di omologazione e disumanizzazione che il grande pensiero reazionario ha chiamato “mondo moderno” e che Marx definiva “sviluppo del dominio reale del Capitale”(*). È questa convinzione che spinge Giannozzo, Cardini, Benoist e tanti altri che muovono da posizioni di difesa della tradizione ad unirsi alla schiere tardo/catto-comuniste, agli Ingrao, agli Asor Rosa nel considerare l’America il Grande Nemico e nel preoccuparsi dell’accresciuto potere dopo la vittoria in Iraq. Non so se è giusto definire antiamericano anche questo atteggiamento, ma penso fosse ciò che Andrea trovava nel tuo dire.
Un altro versante (che trovo più convincente) del movimento che avversa il moderno non condivide però quell’analisi e al contrario affida all’America anche qualche speranza di ripresa. Tra i pensatori di riferimento di quest’area è sicuramente Russell Kirk (1918-1994) del quale ripubblico qui sotto un testo esemplificativo. Diceva Mark Twain “Non sarebbe bene che tutti la pensassero allo stesso modo: è la differenza di opinioni che rende possibili le corse dei cavalli.”.
Un abbraccio, Stefano.
 
(*) Che la critica di Marx, per quello che ha di non caduco (vale a dire l’analisi della forma Capitale, o, per meglio dire, del Capitale come movimento di dissoluzione di ogni forma, e non certo i filosofemi come il “materialismo storico”) sia non solo debitrice ma in qualche modo interna al pensiero reazionario è per me da una ventina d’anni un risultato acquisito. Una conferma ancora dall’amato Milosz:
“Comincerò con una mancanza di tatto, confessando cioè di credere nella natura umana. Questa idea è passata di moda, è stata anzi giudicata indecorosamente conservatrice, e in ciò il pensiero progressista non dà prova di coerenza (…) Un altro passi, ma Karl Marx difficilmente può venir accusato di essere un conservatore. A questo proposito mi rifaccio a Leszek Kolakowsi che dice «bisogna dunque richiamare l’attenzione sul fatto che l’idea del “ritorno dell’uomo a se stesso” è contenuta nella categoria stessa dell’alienazione, di cui Marx continuava sempre a servirsi. Che cos’è l’alienazione, in realtà, se non un processo in cui l’uomo si priva di qualcosa che egli è davvero, si priva dunque della propria umanità? Per poter adoperare in modo sensato questo termine, dobbiamo supporre di sapere in che cosa consiste il condizionamento dell’uomo, ossia che cos’è l’uomo realizzato a differenza dell’uomo smarrito, che cos’è l’“umanità”, ovvero la natura umana (…) Mancando quest’esempio o modello, anche se tracciato in maniera piuttosto vaga, non v’è modo di dare un significato alla parola “alienazione”».” Czeslaw Milosz, La terra di Ulro, Adelphi, p. 112