Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 145 (18.5.2003) Sincronia illiciana - Franz Tutzer, Pietro Del Zanna, Domenico Farias

Questo numero


Curiosamente sono arrivati quasi insieme, da parti diverse, due contributi su Ivan Illich. Primo si è fatto vivo, da Bolzano, Franz Tutzer:
… ho trovato la sua Newsletter qualche settimana fa e la leggo con interesse. Ho visto anche i ricordi su Ivan Illich. Da trent’anni sto leggendo e raccogliendo tutti i testi di Illich in lingua tedesca e italiana. Le allego la bibliografia, forse può essere utile in qualche maniera. Uno degli ultimi scritti è una lunga conversazione con David Cayley per la radio canadese sulla corruzione del cristianesimo. Il testo è in inglese e tedesco. Sarebbe importante fare una traduzione in lingua italiana.

L’ infaticabile curatore del sito, cioè il sottoscritto, ha già provveduto a mettere la preziosa bibliografia in rete, a disposizione di tutti.
Grazie Franz.
 
Il giorno successivo è arrivata una mail di Pietro Del Zanna, che ci ha offerto anche dei versi:
… ti invio questo lungo ricordo di Ivan Illich, scaricato dal sito della Fondazione Langer, di Domenico Farias [Pietro ha poi verificato che il testo, contrariamente a quanto riportato sul sito, è stato scritto prima della morte di Illich].
Confesso che non ho capito tutto, non sono abbastanza preparato, come non capii tutto quando lessi il libro intervista qui commentato, ma, ora come allora, molte sono state le suggestioni, gli stimoli, che mi hanno attraversato (non è questa, forse, la cosa più bella che possiamo trovare su una pagina scritta?).
Una per tutte. Nell’accostamento tra Illich e Gerolamo, Domenico Farias, indica “la spoliazione abramica – Esci dalla tua terra! –”.
Istintivo il bisogno di una nuova spoliazione o di un rivestimento, di un Dio che ci esorti ad entrare nella nostra terra. Ne siamo usciti fin troppo.
E ancora su terra e suolo da toccare e annusare. Mi è tornata alla mente una breve poesia (?) che scrissi una decina di anni fa. Sono andato a ricercare la vecchia agenda, ma nel mio disordine non riesco a trovarla. In questi giorni, però, continuano a rimbalzarmi in testa le parole e , a questo punto, credo di averla recuperata tutta.


Ti ho veduto stamani su “I massi”
Ti ho veduto col cappello e il fucile
Ho pensato: “Soldato che guardi?
Stai rubando il mio sole e il mio vento”
Ma son io che fo guerra alla terra
Col mio cingolo che avanza lento
Sopra il suolo che non riesco a abbracciare
Verrà il giorno che riesco a scappare
Manderete soldati a cercarmi
Non dir loro, ti prego, che ho un figlio
Manderete soldati a cercarmi
Scapperò come scappa il coniglio

 
Grazie anche a te, Pietro.
Del testo di Farias neppure io ho capito tutto, ma quel poco mi basta per ritenerlo molto buono: eccolo qui sotto. L’amicizia tra Monsignor Domenico Farias (1927-2002) e Ivan Illich (1926-2002), peraltro anche lui Monsignore, datava dal 1948, dai comuni anni di studio alla Gregoriana di Roma.
 

All’ombra di Girolamo (di Domenico Farias)


 
Fonte: http://www.alexanderlanger.org/ita/Illich-Farias.html
 
E’ mia intenzione commentare alcuni passi autobiografici che si trovano nel volume curato da David Cayley, Ivan Illich in conversation (1992) (trad. ital. di Stefano Stogl, Milano, 1994). Vorrei precisare e integrare le parole del testo e in più spiegare perché in questo caso la precisazione e la integrazione, raggiunto un certo punto, sono costrette a sostare... Nel testo risulta una frattura oltre la quale il sentiero sembra continuare, ma in mezzo c’è il vuoto o l’acqua di un torrente impetuoso. Per quanto l’interprete mediatore cerchi di costruire ponti o pilastri per rendere meno difficile al lettore comune il superamento dell’interruzione, egli non può risparmiargli la fatica e il rischio di un salto ermeneutico per passare da una sponda all’altra e cercare di cogliere così l’unità essenziale che permane, l’unità del cammino di una vita che si salva, in apparenza perdendosi.

 


Ricordando i luoghi dell’infanzia in Dalmazia, Illich pronuncia queste parole: “L’isola dalla quale provengo è uno dei pochi luoghi ai quali Roma concesse, dopo il Concilio di Trento, di celebrare la messa romana - istituita appunto dal Concilio di Trento - in slavo, in slavo antico. Invecchiando sono divenuto sempre più convinto che è positivo essere un consapevole residuo del passato, uno che sopravvive ad un’altra epoca, uno attraverso cui si risale a radici lontane, anche se non in modo intenzionale. Sono conscio dell’incredibile privilegio di appartenere a certe tradizioni e di esserne stato profondamente segnato” (op. cit. pag. 62). “Dopo aver lasciato la mia vecchia casa in Dalmazia, non ho mai più avuto un posto che potevo chiamare casa. Ho sempre vissuto in un accampamento…” (op. cit. pag. 44).
Queste parole hanno un significato immediato e facile da intendersi a partire dal quale non è difficile acquisire altre conoscenze geografiche e storiche importanti per comprendere meglio lo svolgersi della vita di Ivan Illich. Spalato e la Dalmazia, Vienna non molto lontana, ricordi del mondo mitteleuropeo di ieri, anteriore alla prima guerra mondiale, trasmessi attraverso la figura del nonno e poi un passato ancora più remoto ricevuto e interiorizzato mediante la contemplazione di un paesaggio naturale e umano, consueto fin dall’infanzia, e che da allora è rimasto nell’anima riemergendo e riproponendosi esplicitamente alla coscienza tanti anni dopo e a migliaia di kilometri di distanza, nel Sud-Est asiatico, in Messico, in Brasile o in Pennsylvania.
La Dalmazia di cui Ivan Illich parla con David Cayley è sempre quella di cui parlava con me circa cinquant’anni fa a Venezia quando, studenti di teologia in vacanza, cercavamo il luogo preciso della casa dei suoi avi sull’altra sponda dell’Adriatico nella loro capitale più vera. “Sai Domenico, mi diceva, noi dalmati non siamo certo italiani, ma veneziani sì.” La stessa Dalmazia, ma anche una terra (e un mare) più giovane, che ringiovanisce mentre lui sta invecchiando “sopravvivendo ad un’altra epoca”. Un’epoca custodita nel ricordo dove non giace inerte, ma vive riproponendosi alla coscienza in forme più essenziali e giovanili e tale da ringiovanire anche l’ospite, come Atena nelle sue apparizioni faceva con Odisseo.
“Sopravvivere ad un’altra epoca” è anche revirescere (to grow green again, to grow strong, young again), reviviscere (to revive), reflorescere (to blossom again), le espressioni si trovano nelle pagine degli antichi scrittori latini de re rustica che parlano dei risultati della potatura delle piante. Espressioni note e care a Illich, ricevute, stavo per dire “succhiate”, da Gerhart H. Ladner che le studia nell’opera The Idea of Reform uno dei libri a lui più cari, ricordato anche nella conversazione con Cayley (pag. 157). Sapendo che era caro anche a me riuscì a farmi avere una copia con dedica della seconda edizione riveduta. Ricordo ancora il mio stupore quando il postino mi recapitò a Catanzaro il volume, che avevo letto nella prima edizione senza però aver conosciuto l’autore di persona.
Nella tarda età, la Dalmazia che rivive nella memoria di colui che ne è “profondamente segnato” e che “appartiene a certe tradizioni” potrebbe far pensare a Proust, al tempo perduto e ritrovato, ma l’accostamento mi sembra molto imperfetto. Certamente è una Dalmazia in idea, ma non si tratta di una forma ideal - tipica, di un’entità meno che reale, fantomatica come le anime dell’Ade, naufragate nel tempo, ma di un essere più che reale, epiousion, dal quale il soggetto riceve un consolidamento esistenziale, una seconda giovinezza di cui non riesce a darsi ragione. Si potrebbe pensare all’anamnesi platonica che schiude la visione delle idee e introduce alla loro dialettica, ma non si coglierebbe nel segno. C’è qualcosa di vero però anche in questo accostamento. Ricordare i nomi di Platone e di Proust non è del tutto inutile, anche se a Illich è estranea l’unilaterale oggettivazione della memoria del primo come la soggettivazione della memoria del secondo.
All’isola dalmata dalla quale Ivan Illich proviene e nella quale non si trova né intende ritornare egli non appartiene. Il suo “incredibile privilegio” (pag. 62) non è di appartenere a una regione della terra, ma di “appartenere a certe tradizioni e di esserne stato profondamente segnato” (ibid.).
In maniera criptica, ma non troppo, l’esperienza della terra, del vivere sulla terra tesaurizzata nella memoria è integrata e coniugata nell’esperienza più ampia ed intima della paradosis (tradizione) e dalla sfragis (suggello). La terra è doppia, è adahmah (polvere) e insieme ehretz (suolo), entrambe misticamente trasposte, e trasfigurate, destinate prima all’uso orientato dal paradigma levitico e riprese poi e cristicamente trasfigurate.
 
Una terra fruita asceticamente in uno sforzo di “celebrare il presente e di celebrarlo usandone il meno possibile” (pag. 216). Ivan dice anche: “Lasciateci essere vivi e lasciateci godere consciamente, ritualmente e apertamente del permesso di essere vivi in questo momento” (pag. 218). “Credo che sapere che non abbiamo futuro sia una condizione necessaria per pensare e riflettere. Ci può essere un domani ma non c’è un futuro sul quale possiamo dire qualcosa o sul quale abbiamo un qualunque potere…” (pag. 216).
Fruire la terra non inquadrata né inquadrabile in un futuro e gioire in tale fruizione nella quale di essa si usa il meno possibile: sembra un paradosso. Vorrei tentare di chiarirlo proponendo un’interpretazione integratrice della quale, come dicevo prima, fino a un certo punto sono sicuro. Poi ci sarà un salto e forse non coglierò nel segno. Ma è bene che sia così. Vedremo perché.
 
Tutto ciò che dirò è riassumibile nell’imperativo che Ivan ricorda e fa suo: nudum Christum sequere. “L’ideale di alcuni monaci medioevali che ho letto” (pag. 216).
 
Con queste parole siamo ancora in… Dalmazia. Sono infatti parole del dalmata Girolamo (Cfr. la voce nudité nel Dictionaire de spiritualité) contemporaneo della distruzione di Stridone sua città natale, nomade ad Aquileia, nella Gallia, ad Antiochia, a Roma, a Scilla (molto vicina a Reggio Calabria mia dimora) e “accampato” nell’ultima tappa terrena a Betlemme. Senza patria in un mondo civile senza futuro, alla fine dell’età antica, quando Roma veniva saccheggiata per la prima volta da Alarico e i cristiani potevano vivere alla lettera le parole dell’apostolo Paolo: non habemus hic manentem civitatem sed futuram inquirimus…, Agostino scriveva il De civitate Dei ...e Paolino si ritirava a Nola.
Mi piace pensare che in Ivan vive qualcosa di Gerolamo e se non è così, e l’amicizia fa velo al mio giudizio, gli auguro che ciò avvenga; ma non sbaglio se paragono i nostri tempi a quelli del grande padre della Chiesa Latina, tempi di violenza e di distruzione. Un paragone errato per difetto perché oggi non è solo Roma ma la Terra che frana. Credo che ognuno si riconosce in queste parole: “è davvero difficile dire che per me la Terra e il suolo sono ancora la stessa cosa” (pag. 219).
S. Girolamo L’imperativo di Girolamo: nudum Christum sequere riguarda questa spoliazione abramica: “esci dalla tua terra!”, non solo dalla Dalmazia, da Stridone o da Spalato o da Roma, ma anche e in generale dalla Terra, anzi esci perfino da Gaia e dalle illusorie responsabilità che da essa dovrebbero ricevere legittimazione.
Sarebbe presunzione sciocca pretendere di sapere tutto della condizione nomade proposta dall’esistenza di Ivan Illich, prima che dalle sue parole e dai suoi scritti, ma i tratti fondamentali della tradizione alla quale egli appartiene e che lo ha segnato si possono fissare abbastanza bene sia in se stessi che in rapporto ad altre prospettive dalle quali ricevono chiarimento per contrasto.
E’ la grande tradizione dell’Eesodo, dell’individuo, di un popolo che fa esperienza di un Dio diverso dagli altri dei con dimora stabile in un luogo, di un Dio che passa sulla terra ed è conoscibile solo da chi di è disposto a vederlo di dietro mentre passa e a seguirlo.
Si potrebbe ricordare la Vita di Mosè di Gregorio di Nissa. Quando leggiamo: “Allora dico: lasciateci essere vivi e lasciateci celebrare” (pag. 218) è palese il ricordo delle parole del libro dell’Esodo: “Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino per fare un sacrificio al Signore nostro Dio.” (Es. 3,18). “Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto” (Es. 5,1). “Lascia andare il mio popolo perché mi possa servire” (Es. 7,26). “Allora il Faraone replicò: Vi lascerò partire e potrete sacrificare al Signore nel deserto. Ma non andate troppo lontano...” (Es. 8,23). “Rispose Mosè: …noi non sapremo come servire il Signore finché non saremo arrivati in quel luogo” (Es.10.26).
 
Dove si trova questo luogo verso il quale camminano i nomadi di Dio? Quali sono i sacrifici del viaggio? Che cos’è in realtà il deserto?
Il pagano Celso era sicuro di poter rispondere a queste domande. In esse egli vedeva un tema, evidentemente ellenico, riconducibile alla distinzione platonica tra terra di quaggiù e la terra pura situata nel cielo puro di cui si parla in un famoso passo del Fedone (109 Bss): “Noi abitiamo intorno al mare del Fasi alle colonne di Ercole, come formiche o rane intorno ad una palude… ma essa, la vera terra, si libra nel cielo puro, dove sono le stelle, il quale la più parte di coloro che si occupano di queste cose chiamano etere… crediamo di abitare in alto sopra la terra, allo stesso modo di uno il quale, abitando in mezzo alla profondità del mare, si immaginasse di abitare sulla superficie e vedendo, attraverso l’acqua, il sole e le altre stelle, credesse cielo il mare…se uno riuscisse a spingersi fin su all’estremo lembo dell’aria o, messe le ali, vi giungesse volando, colui vedrebbe, levando il capo fuori dall’aria, allo stesso modo che qui da noi i pesci, levando il capo fuori del mare, vedono le cose nostre, così vedrebbe anche le cose di lassù”.
Contro Celso Origene nega che la terra promessa, il luogo verso il quale cammina il popolo di Dio pellegrino, sia identificabile con il cielo di cui parla Platone e al quale cercano di elevarsi astronomi e astrologi (Cfr. Contra Celsum VII, 28).
Già l’ebreo Filone, profugo ad Alessandria, amante non fanatico di Gerusalemme e della Terra Santa, si era posto il problema dell’autentica conquista della Terra buona e pura e aveva concluso che Mosè, che non l’aveva posseduta, ma solo contemplata dall’alto del monte Nebo, l’aveva veramente fruita e più ancora Abramo o forse Geremia che, profughi in patria, avevano goduto come veri leviti del LUOGO SANTO. Filone spiega anche con tutta chiarezza che non si devono confondere gli uomini della terra con gli uomini del cielo, ma non bisogna nemmeno dimenticare le differenze essenziali tra gli uomini del cielo e gli uomini di Dio, e tra le fatiche del viaggio affrontate dai primi e le sofferenze e le prove che devono superare i secondi, pericoli degli elementi e pericoli degli uomini, pericoli del corpo e pericoli dell’anima.
Anche Ivan diffida dell’astronomia e dell’astrologia, diffida addirittura del cielo, questo perché diffida della scienza. “Nel 1992 non provo più alcun interesse per le teorie scientifiche” (pag. 220). “Non dimenticherò mai… Sullo sportello del frigorifero erano appiccicate due foto: una era il nostro pianeta e una era un ovulo fecondato. Due cerchi approssimativamente delle stesse dimensioni, uno verde - azzurro e l’altro rosa. Una studentessa mi disse: “Ci sono due porte d’ingresso per comprendere la vita”. Il termine porta d’ingresso mi colpì profondamente”. (pag. 202). “Ho iniziato allora a riflettere se quei due cerchi, il verde-azzurro e il rosa non fossero il sacrum della nostra epoca. Essi sono differenti dagli altri sacra perché sono scienza pura, non sono oggetti. Sono, per dirla con il cardinal Ratzinger, emblemi di fatti scientifici, esiti di strumenti tecnologici. Come suggestivamente afferma Wolfgang Sachs, la visione più violenta mai ottenuta è stata quella della Terra da un punto esterno. Prova ora ad immaginare quante tonnellate di esplosivo sono occorse per separare una macchina fotografica Hasselblad dalla Terra, così che fosse possibile scattare una fotografia del nostro pianeta da un punto esterno…Tieni presente con che forza viene abolita la tradizionale e probabilmente necessaria divisione tra quì e lì quando guardiamo la Terra da un punto esterno” (pag. 203). “La Terra, che è solo una fotografia scattata con una Hasselblad piazzata all’interno di un satellite che gira intorno ad essa, è la negazione della Terra. Uno può anche parlare di ateismo, ma la parola agaia non esiste; e tuttavia Gaia è un’ipotesi < agaia > , un’ipotesi < agaistica > , nemica di ciò che la Terra è… La Terra è qualcosa che puoi annusare, che puoi gustare. Io non vivo su un pianeta” (pag. 209).
 
Per non fraintendere questo testo e altri di tenore analogo e coglierne invece il senso autentico è necessario non dimenticare che l'autore è un nomade. Pochi oggi potrebbero mostrare una esistenza più sterritorializzata della sua. Già cinquanta anni fa mi colpiva la rapidità e la precisione con cui preparava e aiutava gli altri a preparare i bagagli e a progettare spostamenti, tanto nei viaggi reali attuali quanto nei viaggi virtuali. Questo nomade nato non vuole vedere la Terra dall'esterno, non è interessato alla Terra - pianeta.
Perché? Addirittura sembra non interessato al cielo, come se la tradizione che lo ha segnato non dicesse coeli enarrant gloriam Dei e non raccontasse dei re magi e della stella.
Perché ha diffidenza verso Gaia? E il desiderio di annusare la Terra, quasi un cane che cerchi tartufi? È questo un atteggiamento da nomade?
Non c'è contraddizione?
Nelle conversazioni con Cayley si trovano chiarimenti su questi interrogativi, ma io vorrei aggiungere alcune integrazioni dei cui valore ermeneutico sono ancora sicuro. Il salto verrà più in là.
Anche Ivan, come altri, parlando dell'oggi, pronuncia qualche volta la parola “nulla” (pag. 203), altre volte la parola “vuoto” (pag. 207). Talora le due parole sono strettamente associate, come in questo passo: “considero il vuoto nel quale conducono le soglie verde - azzurra e rosa molto più spaventoso, perché ciò che sì trova dietro queste soglie non è solo il vuoto, ma il nulla” (pag. 206).
Rileggendo i testi si vede che il nulla di cui essi parlano è il risultato di una distruzione operata dall'uomo, spaventosa nell'operato e ancor più nell’operatore. Un nulla quindi con un duplice profilo.
“Prova a immaginare quanta violenza è stata fatta alle donne, quanta impudica violenza è stata esercitata, per fotografare lo zigote... quando guardiamo all'invisibile della gravidanza come a qualcosa già visibile qui” (pag. 203).
Questo è il primo profilo del nulla.
Il secondo profilo, in certo senso ancora più spaventoso, è nell’operatore, non solo, si badi bene, in colui che ha operato la distruzione, ma anche in colui che appellandosi incongruentemente alla responsabilità crede in un cosmo dipendente dall'uomo, capace di migliorare, guarire e salvare la vita, di potere da solo riparare i danni della prima distruzione o di impedire che altri danni si aggiungano.
Il pensiero di lllich su questo aspetto del “nulla” si chiarisce meglio in queste parole: “Sto parlando di un modo di essere, di parlare, di esprimersi e di percepire nel quale la caratteristica del mondo come cosa creata appare fortemente accentuata, nel quale si parla di un ovulo fecondato, del cerchio rosa, come di una creatura senza mai pensare al creatore. Il termine creatura è stato distaccato dal termine, dall'oggetto di fede, cui nella nostra tradizione occidentale è 'stato sempre collegato”. (pag. 213). Poco prima aveva detto: “La vita è diventata un falso dio e una negazione del Dio che si fece carne e ci redense” (pag. 212).
Il primo nulla = la vita violentata e distrutta. Il secondo nulla = la negazione della vita, un nulla dentro, l'uomo, un nulla interiore, un “pensiero” che derealizza, un rifiuto, una negazione, non solo della prima ma anche della seconda creazione, una pretesa di potere ricreare la vita distrutta, di poterla “salvare”, di esserne in questo senso responsabile, di esserne il ricreatore, dandone invece solo un orrendo surrogato, suscitando “quella vita che è nulla” (pag. 213).

Non avendo avuto modo di parlare con Illich a proposito della responsabilità, sulle prime ciò che di lui avevo letto in proposito non mi era risultato comprensibile. Anche il riferimento a Jonas (pag. 217), mi aveva disorientato, un autore di cui non ho approfondito la produzione più tarda, ma che mi ha insegnato tante cose sullo gnosticismo antico e su Filone di Alessandria.
Rileggendo più attentamente, mi sono accorto di essere caduto forse in un equivoco legato a una mia interpretazione troppo etimologica e teologica della parola “responsabilità”, della quale invece a Ivan interessano i connotati storici più precisi e più recenti. Più recenti quanto all'evoluzione semantica di una parola, ma molto antichi quanto alla tesi enunciata, una tesi di filosofia morale.
 
Il “nomadismo” di Ivan Illich prende le distanze non solo dagli astri ma anche e forse di più dall'autarchia morale stoico - cinica e dal loro modo di intendere la virtù per cui arrivano a dire come Epitteto: “Secondo la ragione non sei peggiore né minore degli Dei” e Seneca: “Giove in che cosa supera l'uomo virtuoso?”.
Filone di Alessandria su chi la pensa e si comporta così dice: “Invece della pietà è l’egoismo (filautia) che hanno abbracciato attribuendo a sé stessi la causa delle azioni rette” (De Praemiis 12). Agostino dirà con nettezza: Deformare potuimus, reformare non possumus. (PL,.38, 255), parole assai care a Ladner. Schematizzando forse troppo, Baio, riassumendo, concluderà Virtutes paganorum splendida vitia
Non so se anche Ivan condividerebbe tale giudizio in riferimento a tante situazioni odierne. Forse sì, forse no. Mi sembra che ciò che lui dice sulla responsabilità mostri con evidenza la diversità tra primato della morale e primato della fede e miri a tenere aperta e conservare transitabile una via stretta che è l'unica via di salvezza per porre riparo alla desolazione dei tempi della “scomparsa della decenza elementare” o della “umanità elementare” (pag. 219).
Questi tempi non vanno giudicati dall'alto della virtù come unica ricchezza del saggio che nessuna distruzione può raggiungere (Omnia mea mecum porto!; Mea virtute me involvo).
Né il cielo della teoria né il cielo dei valori morali orientano la sequela di Cristo. Essa cerca Cristo nella terra desolata e ridotta a palude fangosa.
Anche qui mi piace ricordare un passo di Girolamo: “La terra ha dato il suo frutto” (Ps 66 (67),1). “La terra, santa Maria, dalla nostra terra, dal nostro seme, da questa melma, da questo fango, da Adamo. Sei terra e tornerai alla terra (ib.7). Questa terra ha dato il suo frutto: ciò che hai perduto nel paradiso, lo ha dato il fiore. Dice il Cantico dei cantici: “lo sono un fiore dei campo e un giglio delle convalli”. Ecco questo fiore è diventato frutto, perché noi lo mangiassimo, perché ci sfamassimo delle sue carni ...” Notate che cosa dice il frutto in persona: “Se il grano di frumento non cade in terra e non muore, non può portare molti frutti” (Gv. 12,24). “La terra ha dato il suo frutto ... ha dato il grano di frumento ... il grano di frumento è caduto in terra ed è morto. Si è moltiplicato nella spiga, quello che era caduto da solo è risuscitato insieme con molti.” (Cfr. Origene - Gerolamo - 74 Omelie sul libro dei Salmi, a cura di Giovanni Coppa, Edizioni Paoline, Milano, 1993, pag. 7).
Questo passo integra significativamente elementi centrali ai quali Ivan fa riferimento, ma che forse al lettore potrebbero non apparire nella loro profonda unità.
Si sa quanto nella storia del monachesimo il tema del pellegrinaggio e della xenitheia si sia intrecciato a quello della immobilità, al voto di stabilità, massimamente esemplato in Cristo inchiodato sulla croce, a sua volta conficcata e innalzata sulla terra. E’ l'ascensione nel senso del Vangelo di Giovanni. E’ un punto importante per non fraintendere il dinamismo agapico con altri dinamismi intellettuali o morali.
Il cristiano non vuole lasciare la terra perché non vuole lasciare il Crocifisso e va, se Lui vuole, in un altro luogo purché lì si trovi il Cristo. Come Maria Maddalena sta vicino alla tomba vuota e si chiede dove l'hanno posto. Come un povero cane fiuta la tomba. Credo sia qui l'origine del culto delle reliquie.
Spero proprio che una precomprensione eccessivamente soggettiva non mi abbia portato fuori strada, ma è in questo senso che io intendo le parole a pagina 219: “Voglio essere in grado dì baciare il suolo su cui mi trovo, di toccarlo ... qualcosa che richiede tutti i tuoi sensi per poterla afferrare, per poterla sentire. La terra è qualcosa che puoi annusare…”. “La cosa importante era che la gente stessa fiutava la santità di una reliquia, l'odore di santità” (pag. 93). “Le ossa dei santi ...la cristianità ha mosso i primi passi celebrando la gloriosa vittoria delle persone che avevano volontariamente accettato la pena estrema” (pag. 92). “La gente stessa fiutava la santità di una reliquia, l’odore di santità” (ib.). “Ma non esiste più” (íb.). “Da quel momento - fine dei secolo X - nessuno sentì più l'odore delle reliquie” (ib.).
Queste parole intese letteralmente non corrispondono a verità. Scherzosamente dirò che sottovalutano una città assai cara a Ivan... Marburg! Ho in mente le pagine dedicate da Ernst Kantorowicz, nella sua opera su Federico II, alle giornate di tripudio a Marburg inondata dall'odore dell'olio balsamico che trasudava dalle ossa di Santa Elisabetta di Turingia portate a spalla anche dall'imperatore e cugino che camminava a piedi nudi.
Ancora più suggestive e diffuse le pagine di Montalambert - Histoire de Sainte Elisabeth de Hongrie. duchesse de Thuringe (1207-1231), Paris, 1830. Pagine storiograficamente discutibili. Oggi disponiamo di un'opera più sicura (Jeanne Ancelet - Hustache, Sainte Elisabeth de Hongrie, Paris, 1947) che di quella giornata del I° maggio 1236 fa una ricostruzione attenta (Cfr. pagg. 354-357).
Da Marburg a Bologna, un'altra città assai cara a Ivan, dove Enrico Morini, studioso del monachesimo orientale, anche di quello calabrese, ha pubblicato nel 1996, nelle Edizioni Studio Domenicano: La Chiesa ortodossa - Storia, Disciplina, Culto. Le pagine 401 - 409 saranno lette con piacere da chi vuole cristianamente, come Ivan, “Baciare e annusare la terra”, senza essere per questo “un seguace della comunicazione corporea” (Cfr. Conversazioni, p.2l6).

 


Ciò che Girolamo afferma sul fiore germinato sulla terra e ciò che dice lllich sul profumo delle reliquie va integrato con un parallelo tra le parole di Girolamo sul frutto e sul convito e le espressioni di Ivan Ilich sulla mensa imbandita. Non intendo sostenere che in esse c'è la chiave per ricostruire la sua visione generale della convivialità. Sarebbe grande presunzione da parte mia.
Alle pagine 205 - 206 si ricorda la tomba e insieme la tavola: “I luoghi sacri cristiani sono costruiti intorno a un altare, a un tavolo, che è posto sopra una tomba vuota”. Prima altare, poi tavola, per richiamare senza dubbio che i primi cristiani preferivano evitare la parola altare, la riservavano per la liturgia celeste dove altare è Cristo stesso (come lo chiama l'Apocalisse). Sulla terra c'è una mensa, la mensa imbandita di cui parla Girolamo nel passo che abbiamo citato. I cristiani non uniscono solo la croce e la rosa ma anche la croce e il grano, la croce e l'uva, la croce e il pane, la croce e il vino. La tavola imbandita da Dio in Cristo, nell'ultima cena, memoriale della Pasqua. Questa è ricordata a pag. 206. La tavola imbandita è ricordata a pag.216 dove si legge: “… che simboleggi l'opposizione a quella danza macabra dell'ecologia, la tavola imbandita dove la vitalità viene consapevolmente celebrata in opposizione alla vita.” La parola vita sottolineata vuole significare lo svuotamento, anzi la nullificazione che la vita reale e terrena subisce quando non viene dato a Cristo quel che è di Cristo.
“La vita è diventata un falso dio e una negazione di Dio che si fece carne e ci redense” (pag. 217). Queste parole, ritengo, si devono intendere in rapporto a ciò che prima si diceva della pretesa umana di autocostituirsi in soggetti responsabili della salvezza,

Sulla “tavola imbandita”, tutto sommato, nelle Conversazioni non si trova molto. E’ un silenzio deliberato credo, come quello su Maritain di cui si dà la motivazione a pag. 106.
Una tavola imbandita, in un contesto non liturgico però, è quella del pranzo a Parigi, con Ariès, che avrebbe pubblicato il famoso libro sulla morte. Al ristorante fu servita qualche bottiglia di Cahors (pag. 39). Rileggendo, in un primo tempo mi è venuta in mente una espressione di Girolamo che, commentando il versetto dell’Ecclesiaste : “Per stare lieti si fanno banchetti e il vino allieta la vita” (Eccl. 10,19) dice: Onmis ...vir sanctus qui, ut Christus praecepit, magister Ecclesiae est, in risu et laetitia panem facit ed vini pocula ministrat in gaudio. In un secondo tempo, da anni molto lontani, dai giorni degli studi di teologia, è riaffiorato un altro ricordo, di un vero magister che aveva trattenuto a pranzo a casa sua Ivan, andato a visitarlo perché voleva saperne di più sulla Herrlichkeit di Gesù. Cosi la conversazione continuò inter pocula. Era Romano Guardini, l'autore di Der Herr.
Tornando in Italia, Ivan mi informò sui chiarimenti ricevuti, sulle circostanze dell'incontro e sulla gioia che gli avevano dato.

Il lettore si sarà accorto che sto divagando. Avverto, infatti, un profondo rispetto e perciò sosto... C'è una interruzione ed è consigliabile il silenzio, un silenzio che vorrei però fosse eloquente. E’ il silenzio opportuno e talora doveroso, quando anche sulla tavola imbandita calano le ombre o addirittura, il Signore ci protegga tutti, “la notte” (cfr. Gv. 13,30).
Ma, ancora una volta, traggo luce, conforto e speranza da Girolamo, per tentare quello che all'inizio di questo scritto ho chiamato il salto ermeneutico. Lascio parlare lui. E anche il lettore, se vuole, potrà ascoltarlo, leggendo integralmente in primo luogo l'Epistola 21 a papa Damaso, dove egli parla del banchetto, del Padre e dei due fratelli. Qui riporto solo queste parole di Girolamo che vanno alla radice della nostra incapacità di sederci con la veste candida intorno alla tavola imbandita, ringraziando il Padre insieme: Tu ea mente qua invides fratri, qua a patris recedis aspectu et semper in agro es (sottolineatura mia), nunc quoque vis absente eo inire convivium.
Gli altri testi di Girolamo, che ricordo suoi o della tradizione che da lui si è diffusa, sono il commento al Salmo 40 e quello al Salmo 55 (Cfr. PL 26, 1003ss; 1044ss): una sorta di vademecum per chiunque siede nella gioia, ma anche nella sofferenza, intorno alla tavola imbandita e talora non sa se è calpestato o se sta calpestando. E forse è bene non saperlo dum peregrimanur a Domino, finché viviamo direbbe Gaston Fessard, (G. Fessard - L’actualité historique, Paris 1960 p.293, t. I) l’actualité historique, ce noeud des libertès humaines au sein duquel s’echangent leurs questions et leurs réponses pour donner au monde un sens qui les rapproche ou les écarte de leur fin trascendente.
C'è la Trascendenza Maggiore e ci sono le trascendenze reciproche minori delle anime che nella Chiesa pellegrina vivono non solo una teologia apofatica, ma anche una antropologia apofatica ed è bene che, per rimanere nella comunione, si esercitino tutte nel salto: Charitas omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet… Videmus nunc per speculum, in aenigmate (I° Cor, 13. 7-12).
Domenico Farias