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Il Covile - N.o 146 (26.5.2003) Alfredo Cattabiani

Questo numero


Domenica 18 maggio è morto Alfredo Cattabiani. Dei libri amatissimi contenuti nel piccolo scaffale di camera mia, molti sono stati pubblicati da lui. È stato Cattabiani a permettermi di incontrare maestri come Augusto Del Noce e Simone Weil; si è trattato di incontri che, senza retorica, hanno cambiato il corso della mia vita. Per ricordarlo ho raccolto quattro brani, uno autobiografico e tre schede, dal giornale a cui collaborava.
 

In memoria di Alfredo Cattabiani (da Avvenire 20 maggio 2003)


Riproponiamo i passaggi più significativi dell’intervista ad Alfredo Cattabiani pubblicata da «Avvenire» l’11 gennaio 2000.
 

De Maistre irrita Bobbio

«Del Noce insegnava a Trieste in quanto persona non grata nell’ambiente accademico torinese. Nella sua città, però, animava una sorta di cenacolo nel quale si trovavano giovani di provenienza culturale diversa. A ognuno di noi Del Noce affidava il compito di approfondire un aspetto poco conosciuto della tradizione culturale. A me toccarono i controrivoluzionari francesi. Con tutto quello che ne conseguì, compresa la mia tesi di laurea sul pensiero politico di Joseph de Maistre. La discussi a Torino, relatore Luigi Firpo e controrelatore Norberto Bobbio. Il quale, quando fu il suo turno, prese le seicento pagine del mio lavoro e le lasciò platealmente cadere per terra, dichiarando che si rifiutava di discutere una tesi su uno dei teorici della schiavitù moderna».

 

De vera religione

«Diciamo che [nel catalogo Borla] c’era già la volontà di affrontare i temi spirituali su un doppio registro: quello, per così dire, de vera religione (e cioè la fede cattolica), e quello de religione, vale a dire una riflessione sulla perdurante permanenza di una dimensione religiosa naturale nell’uomo. Ed era proprio questo che risultava inaccettabile da parte della cultura dominante di quegli anni. Non c’era scampo: o un autore, un libro, un’idea potevano essere ricondotti all’ortodossia neo-illuminista, marxista-leninista e neo-positivista, oppure venivano del tutto ignorati».

 

Il progetto Rusconi

«[Nel 1969] Edilio Rusconi mi chiama a Milano offrendomi di dirigere la casa editrice che intende fondare. Per lui, che era considerato il re della stampa popolare, doveva essere un ritorno alle sue origini di letterato cattolico. Voleva una casa editrice che puntasse sui valori della qualità e della libertà, e che fosse capace di valorizzare libri altrimenti emarginati».

 

Divisi da Prezzolini

«Non ero affatto convinto del recupero di Giuseppe Prezzolini, personalmente voluto da Rusconi. Oggi come oggi, anzi, sono convinto che furono proprio i libri di Prezzolini, insieme con quelli "scandalosi" ma fortunatissimi di Armando Plebe, a far sì che nelle polemiche degli anni Settanta la Rusconi fosse etichettata come casa editrice della destra anticlericale. Pensi che nel ’72 Walter Pedullà, scrivendo su "Rinascita", parlava di un giusto cordone sanitario che impediva la diffusione dei libri Rusconi».

 

Un po’ di pubblicità

«Rusconi non si aspettava tanta ostilità. E a un certo punto non poteva neppure permettersela: aveva interessi in una concessionaria di pubblicità, la Sipra, stava tentando la strada della televisione con Italia 1. Così un giorno, nel 1979, Rusconi mi convocò per propormi una collana di libri molto raffinati, una dozzina all’anno, da pubblicare però al di fuori della casa editrice. Ringraziai e diedi le dimissioni».

 

Luoghi comuni e verità

«[Rispetto agli anni Settanta] sono cambiate le condizioni. Non si tratterebbe più di mettere in discussione i luoghi comuni della cultura novecentesca, ma piuttosto di scommettere sulla verità, cercando di capire il mondo e nello stesso tempo testimoniare la fede nella Chiesa».

 

Baltasar Gracián (da Avvenire 11 aprile 2001)


USA, ai manager piace il gesuita


Baltasar Gracián, di cui ricorre quest'anno il quarto centenario della nascita, è diventato popolare fra i dirigenti d'azienda americani i quali per vincere la tensione nervosa che li perseguita leggono e meditano il suo Oracolo manuale. Arte di prudenza, così chiamato dall'autore perché si presenta come un agile prontuario di massime da consultare in ogni occasione. Curioso destino per il gesuita spagnolo che, nonostante la sua saggezza, si comportò in vita imprudentemente. Era nato in Aragona, in una famiglia della media borghesia. Frequentando il collegio gesuitico di Saragozza decise di entrare nella Compagnia. Dopo la professione solenne e l'ordinazione a sacerdote venne inviato in vari collegi a insegnare. Ma era troppo sottile, intelligente e soprattutto estroso per dedicarsi soltanto all'insegnamento. Divenne presto anche confessore dei potenti, dal vicerè di Aragona ai nobili di Madrid. Nello stesso tempo cominciava a pubblicare i suoi libri "profani" con pseudonimi scoperti regolarmente dai superiori che lo ammonivano ripetutamente. Ma Gracián continuava per la sua strada non risparmiandosi nemmeno bizzarrie come quella volta in chiesa dove lesse una lettera "ricevuta dall'inferno": iniziativa che gli costò un nuovo richiamo dei superiori. Uscivano nel frattempo molti capolavori, da Agudeza y Arte de Ingenio, uno dei testi canonici del concettismo barocco, a El Oráculo manuál e a El Criticón. Mentre l'imprudente gesuita si trovava a Saragozza, dove aveva ottenuto l'ambita cattedra di Sacre Scritture, il nuovo generale dei gesuiti, Goswin Nickel, richiese una indagine approfondita sulle reiterate disubbidienze del confratello che fra l'altro continuava a pubblicare i suoi saggi che poco o punto avevano a che fare con l'insegnamento biblico: inchiesta che si concluse, dopo nuove imprudenze del gesuita, con il suo allontanamento nel 1657 dalla cattedra, con l'esilio a Graus e la proibizione assoluta di scrivere. Poi, per mitigargli la pena, venne trasferito nell'aprile del 1658 nel collegio di Tarragona dove gli venne affidata la carica di ammonitore del rettore, consulente, confessore e prefetto spirituale. Ma ormai la sua vita era agli sgoccioli; ad appena 57 anni moriva: era il 6 dicembre 1658. Dopo la morte le sue opere ottennero di anno in anno una fama crescente che dura tuttora, tant'è vero che ne sono state tradotte alcune anche ultimamente in Italia e dell'Oracolo manuale e arte di prudenza vi è persino una edizione economica della Tea. Che lo abbiano adottato i dirigenti d'azienda americani non deve d'altronde stupire perché essi sono analoghi alla classe dirigente di allora, per la quale aveva scritto questo testo dove spiegava come si dovesse agire con prudenza e con quell'acutezza nel parlare e nell'agire che permettevano di superare ostacoli, invidie, persecuzioni. Gracián insegna infatti a colui che occupa nella società un posto di rilievo come debba difendersi dalla inimicizia altrui in un mondo dove "le cose non sono ritenute per quello che sono, ma per quello che appaiono" dove "il volgo ha mille teste e molti occhi per la malizia e molte lingue per il discredito" e dove "valse più a molti campioni un'acutezza che tutto il ferro dei loro squadroni armati, e la vittoria fu premio dell'acutezza". Un altro motivo del suo attuale successo è dovuto allo stile aforistico a frammenti. Questa frammentarietà apparentemente asistematica non è soltanto una scelta stilistica ma riflette la convinzione dell'autore che rifugge dall'idea che un libro possa racchiudere tutta la complessità della vita e della società. Ma alcune idee-guida si delineano chiaramente.
 
Baltasar Gracián sottolinea più volte che fine dell'uomo è la vita virtuosa: "E' la catena di tutte le perfezioni, è il cuore della felicità... La virtù basta a se stessa. Essa rende l'uomo degno di essere amato, quando è in vita, e memorabile dopo la morte". Ma per vivere nella società, per difendersi dagli attacchi degli avversari, per ottenere il favore del volgo come dei potenti, la virtù non basta; occorrono prudenza, astuzia, ingegno. Il gesuita spagnolo raccoglie e rielabora la quintessenza della saggezza tradizionale, come dimostrano le citazioni e le allusioni ai classici latini e greci oltre che alla filosofia tomista.
 
Tuttavia ci si stupisce, così come si meravigliarono i superiori del suo ordine, della totale assenza nella sua opera di ogni diretto riferimento al cristianesimo: questo testo infatti potrebbe essere stato scritto da un filosofo greco o romano se il suo stile non denunciasse il radicamento nella cultura controriformistica e nel concettismo. Il filo conduttore dell'Oracolo manuale potrebbe essere la celebre massima di Augusto, "Festina lente", affrettati lentamente, l'aureo ossimoro che insegna a non compiere nessuna azione se non dopo averla soppesata adeguatamente, ma quando si è presa una decisione ad agire fulmineamente. Così l'imprudente ma geniale padre gesuita spiegava: "La fretta è una passione degli sciocchi che, essendo incapaci di distinguere il limite di ogni azione, agiscono senza precauzioni. I saggi sogliono invece peccare di eccessivo indugio poiché un'attenta riflessione spinge a procrastinare: sicché una conclusione intelligente viene talvolta sciupata dalla poca prontezza nell'eseguirla". Quanto ai rapporti con gli altri, specie con gli avversari e gli aggressori, il Gracián consiglia una specie di aikido spirituale nel quale le energie aggressive vengono non respinte ma utilizzate, e il loro impeto assecondato fino a rovesciarlo nel suo opposto: metodo non dissimile, come ebbe modo di rilevare Cristina Campo, da quello dei Padri del Deserto nella contesa con le potenze tenebrose. Questo testo, come gli altri del gesuita spagnolo, è scritto in un linguaggio che proietta sulla ribalta di un immaginario teatrino barocco immagini astratte di sentimenti, vizi e virtù, scopre affinità fra cose apparentemente distanti, modera un paradosso o una esagerazione dopo averla enunciata, trasforma un oggetto o una situazione nel contrario di ciò che sembra essere a prima vista, ma anche deduce conseguenze imprevedibili e segrete o crea giochi di parole, anagrammi o inversioni di termini, non sempre traducibili nella nostra lingua; pone enigmi, nell'alludere, nell'equivocare o addirittura nel trarre da una cosa l'estremo opposto e provare, attraverso l'argomentazione, tutto il contrario. Con quello stile il gesuita spagnolo aveva scritto prima dell'Oracolo, un trattato, L'acutezza e l'arte dell'ingegno, pubblicato in Italia da Aesthetica, che aveva suscitato critiche tra i confratelli e poi avversione fra i superiori i quali privilegiavano e raccomandavano, come lo hanno raccomandato agli allievi come me, l'esatto opposto di quanto teorizzava e applicava nelle sue opere Baltasar Gracián: un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile.
Alfredo Cattabiani

 

Ernst Jünger (da Avvenire 4 aprile 2000)


Un profeta contro il deserto della tecnocrazia


Rileggendo a distanza di trent'anni Al muro del tempo, che ora Adelphi ripropone in una nuova edizione, si può intuire perché Ernst Jünger negli ultimi anni della centenaria vita abbia concluso il suo viaggio attraverso il deserto nichilista nella comunione cristiana. Certo, quel libro risentiva ancora della lezione nicciana, ma già ne faceva presentire un possibile superamento. Lo scrittore tedesco avvertiva profeticamente che l'umanità era giunta a una svolta epocale: troppi sintomi la denunciavano, anzi la denunciavano poiché essa non si è ancora conclusa; siamo infatti nel mezzo del guado di cui non conosciamo la fine. Lo sviluppo straordinario, inarrestabile, della tecnica, che egli giudicava una "proiezione dello spirito", la globalizzazione, l'aumento vertiginoso della popolazione mondiale, l'accelerazione temporale nella vita collettiva e individuale, le nuove forme di procreazione artificiale, la proiezione mediante le imprese spaziali verso altri pianeti, preannunciano una mutazione che sta cambiando il volto della terra ma anche il tipo umano. Che cosa nascerà di là dal "muro del tempo" è difficile capirlo. Jünger s'interroga su questo argomento accumulando domande, inquietudini, giudizi, che sono attuali ancora oggi come stimolo a una riflessione che si ponga di là dal nevrotico ritrarsi in un pessimismo da "profeti di sventura", ma anche di là dall'ottimismo progressista, oggi radicato nel liberalesimo faustiano. Era nello stesso tempo consapevole dei pericoli che si corrono qualora dovesse prevalere la mentalità tecnocratica, ovvero l'ideologia secondo la quale alle ragioni della tecnica si debba subordinare ogni altra considerazione: "La prospettiva più spaventosa è quella rappresentata dalla tecnocrazia, una sovranità sotto controllo, esercitata da spiriti mutili e mutilanti". Auspicava un approccio articolato e complesso alla realtà che permettesse di inserire lo sviluppo tecnico in un progetto globale più armonico. Il visibile, il creato, il manifestato, non è infatti soltanto misurabile, può essere oggetto di approcci diversi, fra di loro complementari. La luna, ad esempio, può essere vista, studiata, contemplata sia da un punto di vista astronomico e chimico, sia mitico e fisiognomico. "Entrambe le qualità - scriveva - possono essere riunite in forma sinottica, se la mente ne ha la facoltà. In questo caso il salto è riuscito: il salto verso l'origine; e dalla coincidenza prospettiva degli opposti scaturisce stereoscopicamente una nuova dimensione, che non solo li unisce in senso spaziale ma li eleva pure qualitativamente". Parallelo a questo approccio conoscitivo Jünger sentiva la necessità di un ancoramento dell'uomo nel suo profondo, di là dalle ragioni storiche; anche perché la pura potenza e ricchezza, come le ragioni del lavoro, non possono appagare chi non è radicato in un fondamento che le trascenda. È infatti la mancanza di senso, di prospettiva a sottrarre all'uomo la felicità, il sentimento di vivere armonicamente; per questo motivo la forma di pianificazione e globalizzazione attuale suscita in molti inquietudine, se non un profondo pessimismo, anche perché tende a uniformare la terra a una ratio ispirata al solo criterio della efficienza. Ma la vita non può essere ridotta a quella sola dimensione. È indispensabile intuire, trovare, ancorare a "qualcosa d'altro". "Questo - soggiunge Jünger - è senza dubbio il compito delle religioni, cui ogni persona di senno, anche qualora non ne senta il vincolo, darà nei grandi conflitti il proprio sostegno, là dove, per esempio, esse sono alla mercé del razionalismo ateistico della pianificazione, con tutta la sua arroganza". Sul filo dei capitoli emergeva continuamente questa sua preoccupazione: Jünger avvertiva la necessità che forze spirituali superiori orientassero il potente movimento in corso. Tuttavia giudicava insoddisfacenti per l'uomo contemporaneo le religioni esistenti, quasi non riuscissero più ad appagare la ricerca di Dio; né riusciva a concepire una "fede in dei personali". Eppure ripeteva continuamente che l'uomo educato dalla Ragione illuministica sentiva che l'ateismo non era sufficiente. Il suo oscillare fra un desiderio di fede e un rifiuto della Rivelazione, così come le sue vaghe esortazioni a un ancoramento trascendente, sembrano anticipare quel proliferare di ricerche, di approcci, di adesioni a nuovi culti che è uno dei "segni dei tempi". Ma a circa trent'anni da questo libro l'incontro con un sacerdote gli permetteva di rispondere ai suoi interrogativi, di concludere la nichilistica "traversata del deserto".
Alfredo Cattabiani
 

René Guénon (da Avvenire 18 novembre 2001)


Guénon e la tradizione: censura sui cristiani


Di René Guénon, di cui ricorre il cinquantenario della morte, si è discusso in questi giorni perché la sua storia religiosa, che si concluse con la conversione all'islam, è significativa ancora adesso rispecchiando la crisi spirituale che attraversa il mondo occidentale. Adelphi ha ripubblicato L'esoterismo di Dante, già uscito nel 1978 da Atanor; la Fondazione Julius Evola ha a sua volta stampato in uno dei "Quaderni di testi evoliani" (n.19) gli scritti del filosofo italiano sullo scrittore francese mentre all'Accademia di Romania si è svolto la settimana scorsa un convegno su "Esoterismo e religione nel pensiero di René Guénon".
 
L'esoterismo di Dante è uno dei testi che Guénon dedicò al cattolicesimo; si rammenteranno anche un saggio su San Bernardo e quello sul Simbolismo della Croce. Era convinto che soltanto radicandosi in una tradizione religiosa si potesse accedere alla conoscenza di quella verità universale che chiamava Tradizione: "Tradizione che è dappertutto la stessa, nonostante le forme diverse che riveste per adattarsi a ogni razza e a ogni epoca". Si potrebbe obiettare perché avesse abbandonato la sua religione, il cattolicesimo. Probabilmente perché era attratto dall'islam, che nulla concedeva alle filosofie razionaliste e materialiste occidentali, e anche dal sufismo, al quale fu iniziato fin dal 1912.
 
In questa luce vanno lette le sue considerazioni sull'esoterismo di Dante giustificate dai celebri versi: "O voi che avete gl'intelletti sani / mirate la dottrina che s'asconde / sotto il velame delli versi strani" (Inferno IX, 61-63). Guénon vi proietta le sue idee sull'opera dantesca la quale d'altronde suscita ancora oggi tante riflessioni per il suo legame con l'associazione della "Fede santa", di cui il poeta fiorentino pare sia stato uno dei capi, con l'ermetismo e persino con la tradizione islamica, testimoniato dalle analogie fra il suo "viaggio" da Inferno e Paradiso e quello che si ritrova nel KItâb el-isrà (Libro del viaggio notturno che fece Maometto) e le Fûtûhât el-Mekkihah (Rivelazioni della Mecca) di Mohyiddin ibn Arabi, opere pubblicate 80 anni prima della Commedia.
 
In ogni modo i saggi di Guénon sono sempre stimolanti a patto che vi si distinguano gli aspetti positivi da quelli inaccettabili da un cattolico, come sottolineava all'indomani della sua morte il gesuita Jean Daniélou il quale gli riconosceva alcuni meriti, come la critica degli errori delle culture materialiste e immanentiste, lo smascheramento dello pseudo spiritualismo delle dottrine occultistiche, il ristabilimento della corretta interpretazione delle religioni orientali e infine la rivalutazione del simbolismo tradizionale. Ma gli rimproverava di avere misconosciuto la verità assoluta del cristianesimo: "Vi sono elementi che non possedeva la tradizione precedente, una promozione spirituale. Questa promozione corrisponde al passaggio dalla conoscenza di Dio grazie al mondo visibile alla rivelazione della sua vita intima in Gesù Cristo".
 
Guénon infatti confondeva la religione cosmica, che ogni tradizione ha ricavato dal mondo visibile, con quella che chiamava Tradizione, o trasmissione integrale delle verità metafisiche, svalutando così la Rivelazione di Cristo.
 
Un'altra critica a Guénon riguarda uno dei punti più deboli del suo pensiero. In Les nouvelles littéraires del 18 gennaio 1951, Louis Pauwels ricordava l'influenza su molti giovani attratti dal suo "profetismo dell'apocalisse", ispirato alla dottrina dell'eterno ritorno e delle quattro età, secondo la quale la nostra concluderebbe in senso discendente un ciclo; ma soggiungeva che quel profetismo non offriva le chiavi per una partecipazione al mondo presente, anzi era paralizzante: "Per me, come d'altronde per molti giovani del mio ambiente, di là dalla conoscenza proposta dal filosofo del Cairo, vi è la scoperta di un obbligo complementare, che è l'obbligo dell'amore. Esso rende possibile la partecipazione al mondo e la comunicazione con gli esseri che solo il mistero dell'amore, chiuso a Guénon, ci restituisce".
Alfredo Cattabiani