Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 165 (12.10.2003) Gianluca Braccini e l'integrazione culturale

Questo numero


Devo fare ammenda con l’amico Gianluca Braccini per aver trattenuto per quasi due settimane il suo scritto.
Il fatto è che mi chiedevi un parere e ciò ha causato il ritardo, ma alla fine, Gianluca, ho visto che non c’era molto da aggiungere, perché sei riuscito a porre la questione in modo del tutto condivisibile, chissà se altri amici vorranno aggiungere qualcosa.
Ciao Stefano ti invio le mie riflessioni sull'integrazione culturale,
fammi sapere che ne pensi...
Gianluca

Fusioni culturali


Lessi con interesse lo scambio di opinioni che il caso Iraq indusse sugli adepti della newsletter. Oggi a distanza di alcuni mesi, con mente più fredda, vorrei stimolare un ulteriore sviluppo della discussione: il concetto di integrazione culturale.
E’ innegabile che oggi la nostra società è aperta a una maggiore circolazione culturale, siamo sempre più in contatto con sistemi di vita diversi. Se ripenso al passato non riesco a ritrovare una situazione simile. Stravolgimenti ci sono stati ma indotti da atti di forza conquiste, guerre…
Un concetto oggi molto caro alla classe intellettuale è che dobbiamo imparare a far condividere queste culture in vista di una futura società multirazziale completamente integrata.
Il mio dubbio è molto semplice: è possibile? E’ possibile riuscire a far coesistere visioni così differenti del mondo? In tutta onestà io non so rispondere. Sono consapevole che vivremo periodi di transizioni, ma alla fine, forse, risulterà vincente un nuovo modello culturale, sicuramente diverso dagli attuali, ma unico. Certo rimarranno ai margini comunità ortodosse, ma in minoranza. Mentre scrivo penso agli USA, quando nacquero erano un crogiolo di razze e culture diverse, oggi sono una nazione con molte facce e anime ma uno spirito forte, centrale e comune.
Devo altresì confessare che non posso non immaginare come parte fondamentale di questa nuova cultura risultante, la nostra attuale tanto bistrattata mentalità occidentale. Lungi da me il considerare ottimale il nostro modello sociale, ci sono molte cose da ottimizzare, da limare, da raddrizzare. Ed è proprio il fatto di essere consapevole di questo che mi fa ritenere che questa sia la strada giusta per un ulteriore sviluppo. Preso atto di questo dobbiamo, con altrettanta onestà intellettuale, riconoscere il ruolo che ci spetta nei confronti delle altre comunità. E’ compito della persona più saggia e forte seguire e aiutare la più debole, il padre ha il compito di educare i figli, un maestro di insegnare ai propri alunni, un medico di assumersi la responsabilità della salute dei propri assistiti.Una cultura che è consapevole della propria forza, ha il dovere morale di intervenire nell’accrescimento di un’altra. Alla fine non avremo un clone, ma qualcosa di nuovo. Il padre impara dai figli, il maestro viene stimolato dai propri allievi.
Questo processo sarà lungo e doloroso, e non dovrà avvenire con la forza. Dobbiamo però, essere consapevoli che sarà necessario scendere a qualche compromesso. Faccio un esempio pratico: ci è sempre stato insegnato a scuola che il periodo coloniale è stato uno dei periodi più tristi della nostra storia occidentale.
Ne siamo veramente certi? Eliminiamo il problema dello sfruttamento economico e della perdita delle libertà individuali, innegabili. Molti paesi del terzo mondo hanno ricevuto in quel periodo un’organizzazione statale che forse dopo non hanno più avuto. Con questo non voglio riproporre il modello coloniale, penso però a qualcosa di più simile ad un protettorato, dove la classe dirigente locale viene affiancata da una occidentale. Ripeto che non sto proponendo una occidentalizzazione forzata del pianeta, sarebbe folle. La mia voleva solo essere una provocazione per lo spunto su una discussione sul problema delle integrazioni culturali, perché sento troppe persone parlare ancora del mito del buon selvaggio tanto caro a Rousseau.
Gianluca Braccini